Articoli

DIPENDENZA AFFETTIVA

“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.” (Robin Norwood)


La problematica della dipendenza affettiva è recente: nasce sull’onda del successo, negli anni ’70,di un libro della psicologa americana Robin Norwood “Donne che amano troppo”. Tracce di tale tipo di dipendenza si possono rinvenire anche prima, ad opera di altri studiosi. Lo psicanalista Fenichel nel 1945 nel libro Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amoredipendenti ad indicare persone che necessitano dell’amore come altri necessitano del cibo o della droga.

Nella dipendenza affettiva, l’amore verso l’altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, pur presentando, rispetto a quest’ultime una differenza sostanziale: essa si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Una premessa è d’obbligo: è normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell’innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di “fondersi coll’altro”, ma questo desiderio “fusionale” collo stabilizzarsi della relazione tende a scemare. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi ci si tende a “fondersi nell’altro”.

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali “vuoti affettivi” dell’infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni, ci si “maschera” replicando antichi copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.

Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l’altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un aiuto “malato” in cui si diventa “codipendenti”, anzi si rafforza la dipendenza dell’altro, perchè possa essere sempre “nostro”. In questi casi la persona non è assolutamente in grado di uscire da una relazione che egli stesso ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive. Quasi sempre c’e incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progetti di vita diversi se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca.

Chi è affetto da tale tipo di dipendenza s’identifica con la persona amata. La caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.I dipendenti affettivi sono ossessionati da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e durataura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura “amplificato”. Non ci si rende conto che l’amore richiede onesta e integrità personale perché l’amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l’amore. Chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l’altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente sé stesso.

Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di se, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità. A questo riguardo Interessanti sono anche le considerazioni della psichiatria Marta Selvini Palazzoli. A suo parere quello che incatena nella dipendenza affettiva è l‘Hybris, vale a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo

Il già citato psicanalista Fenichel è del parere che gli amoredipendenti necessitano enormemente di essere amati nonostante abbiano scarse capicità di amare. Essi elemosinano continuamente dal partner maggior amore ottenendo, però il risultato opposto. Si legano a partner che considerano non adatti a loro, ma nonostante ciò li renda arrabbiati ed infelici non riescono a liberarsi di quest’ultimi.

La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fascie d’età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.Esse hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.

Attualmente, la dipendenza affettiva, non è stata classificata come patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici, come il DSM IV e si cerca di farla rientrare nei vari disturbi contemplati in essi, anche se ricerche svolte in questo campo, come quelle di Giddens, la considerano come un disturbo autonomo. Secondo quest’ultimo la dipendenza presenta alcune specifiche caratteristiche: L’”ebbrezza” (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione dei partner, che gli è indispensabile per stare bene). La “dose” – il soggetto affettivamente cerca “dosi” sempre maggiori di presenza e di tempo da spendere insieme al partner. La sua mancanza lo getta in uno stato di prostrazione. Il soggetto esiste solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete. L’aumento di questa “dose”non di rado esclude la coppia dal resto del mondo. Se la dipendenza è reciproca la coppia si alimenta di se stessa. L’altro è visto come un’ evasione, come l’unica forma di gratificazione della vita. Le normali attività quotidiane sono trascurate quotidianamente. L’unica cosa importante è il tempo trascorso con l’altro perché è la prova della propria esistenza, senza di lui non si esiste, diventa inimmaginabile pensare la propria vita senza l’altro. Tutto ciò rivela un basso grado di autostima, seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si è “lucidi” su questo tipo di relazione con l’altro, s’intuisce che la dipendenza è dannosa ed è necessario farne a meno. Ma subentra la considerazione di essere dipendenti e ciò rafforza il basso livello d’autostima personale e quindi spinge ancora di più verso l’altro che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere. Quindi ogni tentativo di riscatto dalla propria dipendenza muore sul nascere.

A queste caratteristiche comune a tutte le dipendenze, elaborate da Giddens, nè aggiungerei, un’altra, non presente nelle altre dipendenze: la PAURA. Paura ossessiva e fobica di perdere la persona amata, che s’alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo che si percepisce. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una telefonata per avere paura di un’abbandono definitivo.

Inoltre nel soggetto affetto da tale tipo di dipendenza è possibile rintracciare una sorta di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: “Non posso stare nè con tè, nè senza di tè”. “Non posso stare con tè” per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant’altro si subisce. “Non posso stare senza di tè” perchè è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.

Riepilogando i sintomi della dipendenza affettiva sono (l’elenco è lungi dall’essere esaustivo):

  • Ossessione dell’altro
  • Paura di perdere l’amore
  • Paura dell’abbandono, della separazione
  • Paura della solitudine e della distanza
  • Paura di mostrarsi per quello che si è
  • Senso di colpa
  • Senso d’inferiorità nei confronti del partner
  • Rancore e Rabbia
  • Coinvolgimento totale e vita sociale limitata
  • Gelosia e possessività

Concluderei con una considerazione:

Un’amore autentico nasce dall’incontro fra due unità e non due metà

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

Invito a visionare il film “Adele H” la storia della prima dipendente affettiva

LA FERITA DEI NON AMATI

Vi sono persone che nel corso di tutta la vita, non riusciranno mai a pensare e tanto meno a dire: “Mia madre non mi ha amato”, oppure “Mio padre non mi ha voluto bene”, o ancora “Mia madre e mio padre non mi hanno voluto bene” o semplicemente: “Non sono amato”, anche se sentono che le cose stanno così. Una frase come questa, terribile, distruttiva, non può affiorare neppure nel silenzio di un dialogo interiore. Eppure, la sua fondamentale verità cerca incessantemente di esprimersi. Poiché la via più breve, quella della esplicita affermazione, le è preclusa, la vaga consapevolezza del proprio “essere non amato” si apre complicate vie d’uscita. Da persone psicologicamente “illuminate” quali siamo, raccontiamo forse senza inibizione che da bambini siamo stati lasciati soli in questa o quella occasione, che non siamo stati compresi, che i genitori erano troppo presi o malati, che rigidi principi religiosi li rendevano timorosi, che avevano nei nostri confronti pretese eccessive, che erano incapaci di interessarsi alle nostre particolari inclinazioni e così via. Di tanto in tanto cambiano gli argomenti con cui cerchiamo di spiegare il nostro fondamentale disagio e di liberarcene. Come povere anime alla ricerca della salvezza vaghiamo inquieti da una spiegazione all’altra. Tuttavia, la carica di energia è più forte di ciò che possono esprimere le parole. E così, proseguendo nel nostro tortuoso cammino, ci nascondiamo la chiara, semplice verità: “Non sono stato amato e continuo a non esserlo”. È una verità che vale anche per chi è stato amato troppo o nel modo sbagliato. La carenza d’amore si cela dietro molte maschere. Oppure cerchiamo di moderare la forza esplosiva di queste affermazioni filtrandole attraverso un gergo psicologico. Diciamo allora che siamo simbiotici, che soffriamo di frustrazioni risalenti alla prima infanzia, che manchiamo di empatia o che abbiamo una ferita narcisistica; ricorriamo cioè alla psicologia per eludere l’intenso dolore primordiale: “Mia madre non mi ha amato”, oppure: “Mio padre non mi ha amato”, “Mia madre e mio padre non mi hanno amato” o semplicemente: “non sono amato”. Con l’espressione “non amato” intendo la sensazione di non essere amato che c’è alla base dell’incapacità di vivere di una persona.

Tratto dal libro “Le Ferite dei non amati” edito da RED Edizioni

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa). Possibilità anche di effettuare consulenze via Skype o telefoniche

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

FINALMENTE E’ ANDATO VIA DALLA MIA TESTA E DAL MIO CUORE

TESTIMONIANZA DI UNA DONNA IN TERAPIA COL DOTTOR ROBERTO CAVALIERE

Oggi 25 giugno 2016

Sono passati quattro anni da quando ti ho incontrato, conosciuto, infatuata e presto da lì a poco innamorata. “Ossessione, mal d’amore,non ti vuol bene” continuava a ripetermi il mio analista, mia madre, le mie amiche.

  • “Lui non ti vuole, non ti merita, voleva divertirsi, non ci tiene, gli hai dato fastidio e ti ha eliminata, ci sei stato troppo addosso…”
  • “So tutto” rispondevo a tutte e questi ritornelli duravano da mesi.

Mi sono esaurita, ho pianto sono stata male ma a tutto oggi, sebbene non lo vedo da un anno e mezzo mi manca. Cosa poi? Non ho avuto una storia d’amore, non c’è stato quasi nulla se non rifiuti, scuse e bugie. Delirio: lui ritorna, qualsiasi oggetto mi fa pensare a lui, una frase, un viaggio, un numero come un film rivisto mille volte ritorna vivo alla mia mente.

“Che senso hai? Perché non lo riesco a dimenticare? Cosa vuoi da me Dio? A volte penso di impazzire, di non farcela più. Io non vorrei pensarlo, voglio dimenticare. Gli ansiolitici mi aiutano a star in uno stato motivo più tranquillo, ma non sono io”.

Il mio unico sogno è stare con lui. Sara’ vero poi? Perché devo continuare a soffrire la sua mancanza in questo modo?

“Mi va bene tutto tranne l’amore. Mi sono chiesta tante volte perché non mi sono data la possibilità di farmi amare e rispettare, perché non mi sono lasciata andare come faccio con altre persone che non mi interessano. Perché mi sono sentita impaurita, con lancinanti mal di stomaco appena ci salutavamo e dopo i suoi messaggi chiedevo consiglio al mondo prima di rispondergli. Perché non mi sono fidata di me stessa? Perché in quel momento non ho saputo organizzarmi e catapultarmi dall’unico uomo che ho amato?Perché non gli ho parlato chiaramente? Da donna di spessore quale sono? Perché non gli ho detto quello che pensavo sinceramente nel bene e nel male?”.

Avrei tanti buoni motivi per odiarlo, per eliminarlo dalla mia vita ma non ci riesco. Allora ti chiedo Signore tu l’hai messo nel mio cuore, tu lo devi togliere perché io non ce la faccio più.

Non posso più raccontarlo perché la gente considerata normale, che riesce a cambiare partner con la velocità dell’alternarsi del giorno e della notte, mi direbbe è troppo tempo che soffrire e soffri per il nulla.

Tutto vero ed esatto ma è così, devo accettare anche se è un continuo torturarmi. Spesso penso di non riuscire più a liberarmi da questa ossessione per non avermi dato la possibilità di vivereciò che era il mio sogno. La situazione mi è sfuggita di mano. Tante volte mi sono autosabotata. Lui mi cercava, mi messaggiava una sola volta al giorno e a me ciò non andava. Mi telefonava e non ero contenta. Mi corteggiava ma io pensavo che non era sufficiente. Poi la proposta del viaggio e della convivenza ed io non ho saputo dirgli di si. Un no dettato dalla paura, che mi è costato una malattia.

Quando io avevo capito di aver sbagliato tutto, lui mi ha bloccata. Tutto ciò che è seguito tra me e lui me lo sono cercato. Mi sono fatta male ma di brutto. Ho provato in tutti i modi a cercarlo, a fargli capire che per me era importante. Poi dopo mesi ci riuscivo ma lui scherzava ed io frustata me la prendevo. Un disastro. Incompatibilità, non lo so. So solo che a distanza di quattro anni non ho incontrato nessuno che me lo facesse dimenticare. Ora ho deciso di partire da me, di chiudere col mondo maschile perché vivo le storie con troppa ansia, facendo del male a chi alla fine non lo merita.

L’ansia, la sfiducia, la paura di innamorarmi sono stati i colpevoli del mio non aver vissuto la storia con te.

Forse anche tu vivevi quest’ emozioni, probabilmente anche tu hai assunto atteggiamenti di difesa nei miei confronti o solo perché non te n’è mai fregato nulla. Sta di fatto che non mi hai più dimostrato nulla.  I tuoi tre mesi di attenzioni nei miei confronti e i miei quattro anni di richiesta d’amore, di letture scelte per capire  come avrei potuto riconquistarti, mi insegnano che quando si ama e non si è corrisposti si è tristi da morire.

Penso a come sarebbe stato bello passeggiare, ballare, mangiare, praticare sport, dormire insieme, sorridere come è successo quelle rare volte che ci siamo viste: tre volte in un anno.

Da un po’ di tempo che non parlo più di te quasi a nessuno, tutti i miei link su fb, speravo che arrivassero direttamente al tuo cuore. Qualche volte è successo ma appena sei ritornato l’hai fatto dicendomi che non volevi impegni, che io mi buttavo addosso e che era colpa mia se ci vedevamo.

Ti avvicinavi e ti allontanavi per settimane senza scriver mai un ciao come stai? Il silenzio e il vuoto crescevano a dismisura ma continui ad essere nei  miei pensieri perché ancora mi accuso di non aver vissuto la nostra storia d’amore. Ma spiegami: come avrei potutovivere una storia serenamente con l’ansia che mi prendeva tutto il mio essere quando ti vedevo. Stavo male. Avrei dovuto farmi rispettare di più.

05/12/2019

Aprendo il computer e ritrovando questa pagina di diario mi sono accorta che tanta strada ho dovuto percorrere e finalmente dopo sette anni sei andato via dalla mia testa e dal mio cuore.

Buon natale Alessandra.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

INCAPACITA’ D’AMARE

“Non sono sempre stato buono con lei, anzi, di solito ero un figlio di puttana. La amavo tanto e non sapevo cosa fare. Invece di darle ciò che sentivo, di colmarla di quell’amore aspro, me lo inghiottivo. E’ una cosa che non riesco ancora a capire: il suo amore mi arrivava senza problemi, il mio invece non fluiva verso di lei. Credo che il suo amore reprimesse il mio. Lei e il suo amore formavano una sostanza densa in cui il mio amore e io rimanevamo impantanati, allora diventavo una furia e lei non riusciva a capirlo. L’ho trattata male molte volte perché ero disperato ma l’amavo più della mia stessa vita e quando se n’è andata la mia vita si è spenta.
Quando ho saputo che l’avevo perduta per sempre sono impazzito. Prima che sia trascorso un secondo sarai morto centomila volte, dice un versetto del Corano e io ho dovuto viverlo. Non aveva smesso di amarmi ma il suo amore era malato e non sopportava la mia presenza. Ho visto tutto il dolore nei suoi occhi, tutti i miei tradimenti e le mie bugie, io ero la persona che si frapponeva tra lei e me, il rivale impossibile. Allora, quando ormai era troppo tardi, il mio amore è esploso, il suo amore malato non opponeva resistenza e il mio è andato dritto verso di lei ma lei ormai mi aveva chiuso le porte. E ho dovuto tenermi il mio amore e ci sono state gocce di sangue nel mio silenzio. Lei si è allontanata e io sono entrato nella cella frigorifera, il locale meno accogliente di tutti i manicomi, e non ne sono ancora uscito.” Efraim Medina Reyes

In questo significativo brano di un noto poeta è riassunta in maniera magistrale quella che è un incapacità d’amare o quella che tecnicamente viene chiamata philofobia (paura d’amare).

Questa incapacità d’amare potrebbe assume anche la forma di quello che definisco attacco al legame (vai al link)

Ogni altra parola è superfla rispetto alla descrizione del brano.

Per uscirne, il rpimo passaggio terapeutico è prenderne consapevolezza piena.

Il secondo passaggio è averne la volontà ed il desiderio di uscirne

Il terzo passaggio è agire in senso terapeutico, lottando contro le proprie resistenze.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

 

LIBRO: QUANDO L’AMORE DIVENTA DIPENDENZA

“NON C’E’ DIPENDENZA CHE NON POSSA ESSERE SUPERATA CON I GIUSTI ESERCIZI PER LA MENTE E LE EMOZIONI”
Dal 9 novembre in tutte le librerie d’Italia ed online il nuovo libro-quaderno d’esercizi di Roberto Cavaliere Psicoterapeuta “QUANDO L’AMORE DIVENTA DIPENDENZA – Esercizi per superare le relazioni malsane” edito da Franco Angeli editore

RETRO COPERTINA

Può un amore diventare dipendente?
Sì. Qualsiasi amore può diventare un legame malsano di dipendenza affettiva e, per quanto possa sembrare paradossale, bisogna sapere che è più facile interrompere una relazione sana rispetto a una nociva perché ciò che fa male oppone una resistenza maggiore al suo superamento.
Come uscirne allora?
Attraverso l’analisi degli aspetti dolorosi di una dipendenza affettiva malsana e mediante gli esercizi proposti dall’autore in queste pagine, è possibile riflettere su se stessi e sulla natura della relazione oggetto di indagine. Il percorso di lavoro qui proposto, infatti, seguirà un iter che ci aiuterà a rendere positivo tutto ciò che è negativo: è un divenire volto a togliere il “mal” affinché rimanga solo il “sano” della relazione.
In questo modo il legame affettivo si libererà dell’attributo “dipendente” per continuare su nuove basi, riappropriandosi della propria libertà.

Pagina fb https://www.facebook.com/quandolamorediventadipendenza/
Possibilità di leggere una anteprima del libro al seguente link
https://www.francoangeli.it/Area_PDFDemo/1166.4_demo.pdf

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL BALLO DEL NARCISISTA

I testi delle canzoni tendono a rappresentare anche i vissuti psicologici del mal d’amore.

In questa famosa e significativa canzone di Patty Pravo viene rappresentata la relazione col narcisista.

Il testo della canzone si commenta da solo

Tu mi fai girar
Tu mi fai girar
Come fossi una bambola
Poi mi butti giù
Poi mi butti giù
Come fossi una bambola
Non ti accorgi quando piango
Quando sono triste e stanca tu
Pensi solo per te
No ragazzo no
No ragazzo no
Del mio amore non ridere
Non ci gioco più
Quando giochi tu
Sai far male da piangere
Da stasera la mia vita
Nelle mani di un ragazzo no
Non la metterò più
No ragazzo no
Tu non mi metterai
Tra le dieci bambole
Che non ti piacciono più
Oh no, oh no
Tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola
Poi mi butti giù, poi mi butti giù come fossi una bambola
Non ti accorgi quando piango
Quando sono triste e stanca tu
Pensi solo per te
No ragazzo no
Tu non mi metterai
Tra le dieci bambole
Che non ti piacciono più
Oh no, oh no

Canzone “Tu mi fai girar come una bambola” Patty Pravo

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa).

Possibilità di effettuare anche consulenze telefoniche o via Skype

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavaliere@iltuopsicologo.it

IL BREADCRUMBING NELLE RELAZIONI

 

Non accettate le briciole. Ci hanno fatto donne, non formiche.
(Marilyn Monroe)

Le briciole non soddisfano, non saziano, non riempiono, non nutrono.
Applicabile a tutto ciò che si desidera.
(la5fettaditorta, Twitter)

Breadcrumbing è un termine inglese che significa “SPARGERE LE BRICIOLE” Il termine viene usato in amore e/o nelle relazioni per definire quel comportamento ambiguo e manipolatorio di “spargere le briciole” appunto, per attirare a sé una persona. Chi lo mette in atto non andrà mai al di là di dare le briciole, ma nel frattempo avrà legata a se quella persona che attirata dalle briciole spera che arriverà il pasto completo successivamente. Quindi: ATTENTI alle BRICIOLE che vi possono essere date in qualsiasi tipo di relazioni. Chi persiste in tale comportamento non vi ama e/o vi vuole bene veramente ma vuole solo soggiogarvi, lasciandovi sempre…”affamati”.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

TEST-ESERCIZIO SUL “PRENDERE LE DISTANZE” DA CHI CI FA SOFFRIRE

Quando siamo lontani dalla persona amata, decidiamo di fare e dire molte cose, ma quando le siamo vicini, siamo titubanti. Da che cosa deriva tutto ciò? Il fatto è che quando siamo lontani la ragione non è tanto scossa, come stranamente lo è in presenza dell’amata. Quindi, nella decisione occorre quella fermezza che è invece soffocata dall’agitazione. (Blaise Pascal)

Prendere le distanze da ci fa soffrire, non è facile, richiede impegno ed allenamento oltre a presentare una serie di resistenze personali, psicologiche ed emotive che rendono tale training una vera e propria scalata disseminata di difficoltà. Ma niente è impossibile. Provate ad effettuarlo col seguente esercizio

Innanzitutto delineate quali sono per voi gli atteggiamenti ed i comportamenti che denotano una presa di distanza dal partner e/o relazione fonte di disagio e sofferenza

Di seguito ve ne delineo una serie e segnate quelle che sentite come prese di distanza che volete e potreste effettuare.

  • Non Parlare sempre o troppo spesso dell’altro/a
  • Evitare confronti inutili e/o dannosi
  • Cercare di stare di meno in loro Compagnia
  • Condividere meno quotidianeitò possibile con loro
  • Condividere meno Tempo in generale con loro
  • Cercare di attivare il meno possibile comportamenti di Controllo dell’altro/a
  • Non rispondere alle loro Critiche e/o Giudizi
  • Essere Assertivi

Adesso elencate almeno tre personali atteggiamenti e/o comportamenti che ritenete utili a prendere le distanze. Più ne individuate e maggiori sono le probabilità di metterle in pratica

……………………………………………

……………………………………………

……………………………………………

Una volta completato l’elenco, mettete il tutto in ordine di difficoltà personale a metterle in atto.

Ad esempio al primo posto mettete quella che ritenete più facile ad effettuare (ad esempio parlare di meno dell’altro/a con gli altri) all’ultimo posto quello che avete più difficoltà ad effettuare.

Man mano che consolidate a livello comportamentale una “presa di distanza” passate a quella successiva fino a completare l’elenco dal punto di vista del training

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

 

TEST-ESERCIZIO SULLE FERITE DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA

Non permettere alle tue ferite di trasformarti in qualcuno che non sei.
(Paulo Coelho)

Quali delle seguenti ferite emotive e psicologiche avvertite che la vostra relazione e/o dipendenza affettiva vi sta procurando ?

  • Paura dell’Abbandono
  • Timore del Rifiuto
  • Timore dell’Esclusione
  • Ossessione del Controllo
  • Svalutazione della vostra Persona
  • Timore del Tradimento
  • Gelosia eccessiva e/o ossessiva
  • Senso d’inferiorità
  • Umiliazioni
  • Senso di Sottomissione
  • Senso di Solitudine
  • Timore di mostrarsi nella propria Autenticità

Adesso provate ad aggiungere voi almeno tre altre ferite, non comtemplate in quelle precedenti che la relazione vi sta procurando

  • …………………………………………………
  • …………………………………………………
  • …………………………………………………

Ed adesso fate vostri questi significativi versi:

Il cuore va in frantumi
e ti sembra di morire dissanguato
e hai perso così tanto sangue
che ti senti fragile e debole,
e invece una parte di te,
sta costruendo delle fortezze
una parte di te ti sta rendendo più solido.
(Fabrizio Caramagna)

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

TESTIMONIANZA: LA RELAZIONE TRA FAVOLA E REALTA’

“…dopo viene Maria Mezzomondo, sette anni, detta così perché ha la doppia vista: con l’occhio destro vede le cose della realtà, e col sinistro le fiabe.
Dopo di lei c’è Bimbo Dumbo, sei anni, detto così per le sue grandi orecchie a sventola, con cui sente benissimo tutti i rumori del mondo vicini e lontani.

– Allora attraversiamo? – chiede Pam, che vuole andare dall’altra parte della strada a trovare la sua amica Federica.
– No, – dice Valentino, – stiamo giocando a chi passa lungo il fiume.
– Chi passa lungo il fiume? Quale fiume? – chiede Pam.
– Ma non lo vedi? – dice Maria Mezzomondo coprendosi l’occhio della realtà, e guardando la strada con quello delle fiabe. Così vedeva il largo fiume Congo, nonno d’acqua, pieno di schiene di tartarughe e coccodrilli.
– Ma non lo sentì? – dice Bimbo Dumbo, orientando le orecchie giganti chissà a quale foresta lontanissima. Così sentiva uccelli e scimmie gridare, foreste fronzute stormire, correnti di acque frusciare.”
Da “Storie del viavai” di Bruno Tognolini.

Anche voi avete un occhio della realtà e uno delle fiabe? E le orecchie di Bimbo Dumbo che possono sentire suoni provenienti da spazi lontanissimi e luoghi profondissimi?

Io si!

Se mi copro l’occhio della realtà, con quello delle fiabe posso vedere arcobaleni quando il cielo è sereno e scoiattoli arrampicarsi veloci sugli alberi del mio giardino. E con le orecchie magiche posso sentire note melodiose ad ogni passo dei miei gatti, o i pesci del laghetto che parlano tra loro.

Il guaio è che, molte volte, con l’occhio delle fiabe ho visto scenari meravigliosi dove di meraviglioso non c’era assolutamente niente, ma proprio niente! E mi sono pure ostinata a tenere coperto l’occhio della realtà, mentre le orecchie giganti sentivano perfettamente la mia VOCE INTERIORE che gridava e mi scongiurava di non buttarmi in certi fiumi pieni di coccodrilli, ma non le ho dato ascolto.

Ma fa niente, il necessario è che i coccodrilli non mi hanno mangiata se sto qua a scrivere questo post.
C’è ancora vita!
Nuova, diversa, migliore!

Maria Rosaria Esposito https://www.facebook.com/mariarosaria.esposito.58