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LIBRO: SE NON MI AMO, NON TI AMO

IL NUOVO LIBRO DEL DOTTOR ROBERTO CAVALIERE SULLA DIPENDENZA AFFETTIVA IN VENDITA IN TUTTE LE LIBRERIE ED ONLINE

“Andare a letto, ogni sera, con un pensiero fisso, placare la stanchezza emotiva per qualche ora con un sonno comunque agitato, svegliarsi al mattino ancora stanchi e trovare quel pensiero, ricaricato di forza e crudeltà. Un altro giorno di mal d’amore. Se fosse reciproco, potrebbe essere anche romantico. Ma, il più delle volte, non è così. Alle persone che “amano troppo” le rassicurazioni dell’altro non bastano mai, persi come sono in un polverone di tempesta emotiva. Questo libro rappresenta un po’ la “formula magica” per capire e superare il proprio disagio affettivo e relazionale, capovolgendo il “non posso stare né con te, né senza di te” (Ovidio) in “posso stare con te e senza di te”. Esplorando la forma primaria del mal d’amore, la dipendenza affettiva, in tutte le sue sfaccettature e in tutte le varie modalità con cui si manifesta sia a livello del singolo che della coppia, l’autore chiarisce qui le dinamiche e vi offre preziose indicazioni terapeutiche e suggerimenti finalizzati al superamento del vostro disagio affettivo e relazionale.”

vedi pagina fb https://www.facebook.com/senonmiamonontiamo/?pnref=story

Scheda del libro al seguente indirizzo: https://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?id=24127

Leggi le prime 20 pagine del libro al seguente indirizzo : https://www.francoangeli.it/Area_PDFDemo/239.312_demo.pdf

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

SPINGERE L’AMORE OLTRE IL LIMITE

Qualcosa nel tuo modo di amarmi non mi dà pace
Non voglio essere una tua prigioniera
Quindi baby voglio che tu mi liberi
Basta giocare con il mio cuore
Termina quello che cominci
Quando tu fai spegnere il mio amore
Quando tu vorrai fammelo sapere
Baby fammelo capire
Tesoro non divertirti

Prova solo a capire, io ho dato tutto quello che potevo
Perchè tu hai il meglio di me

Coro:
Oltre il limite, mi sembra di impazzire
Continui a spingere il mio amore oltre il limite

Continui a spingermi baby
Sai che non so più cosa pensare?
Continui a spingere il mio amore oltre il limite

Qualcosa nei tuoi occhi mi sta prendendo in giro
Quando sono nelle tue braccia tu mi ami
Così tanto che me ne dimentico

Ma poi tu mi riprendi, quando io mi guardo attorno
Baby non riesco a trovarti
Basta allontanarmi da te, voglio restare
Ho qualcosa da dirti

Prova solo a capire, io ho dato tutto quello che potevo
Perchè tu hai il meglio di me
(coro)

Continui a spingermi baby
Sai che non so più cosa pensare?
Continui a spingere il mio amore oltre il limite

Guarda come mi ha ridotto il tuo amore
Andiamo baby lasciami libera
Continui a spingere il mio amore oltre il limite
Mi fa così male, penso di impazzire
Come posso farti capire?
Continui a spingere il mio amore oltre il limite

Continui a spingermi
Continui a spingermi
Continui a spingere il mio amore
Andiamo, baby
Andiamo, caro, yeah

La canzone BORDERLINE di MADONNA esprime in maniera significativa la tendenza di taluni soggetti a spingere il proprio amore oltre ogni limite su richiesta del partner.

Nel campo della dipendenza affettiva tale limite viene infranto costantemente infranto ogni volta in una spirale senza fine. Ciò avviene sopratutto quando la relazione è con soggetti affetti da disturbi di personalità come i borderline ed i narcisisti.

Nella canzone di Madonna si richiede all’altro di fermare tale spirale ma nella realtà ciò non è possibile perché l’altro vuole proprio tale dinamica e tende, conseguentemente,  a mettere continuamente alla prova la relazione.

Solo con un percorso di profonda consapevolezza di tale dinamica affettiva e di successivi tentativi di superamento è possibile uscirne.

Dottor Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

QUESTIONARIO SULLE DIPENDENZE AFFETTIVE E RELAZIONALI

Quanto più scandagliamo la nostra anima, ci caliamo nel pozzo dell’inconscio e rovistiamo nei cassetti in cui sono chiusi i nostri segreti inconfessabili, tanto più detestiamo noi stessi e gli altri, e ci sentiamo immersi in una depravata precarietà. Non possiamo liberarci, uccidendo noi stessi e gli altri. Solo la compassione ci salva. Solo spezzando questa solitaria intimità, perversa e alienante, ci si può aggrappare a un’altra intimità, comprendere, amare con tenera passione. Michele Lauria, L’Amante Assente

 

Il questionario riportato di seguito ha il solo scopo di verificare la conoscenza di taluni concetti teorici sulle dipendenze affettive riportate in vari articoli del sito.

1 ) Chi per primo ha usato il temine ‘amoredipendenti’:

  1. Freud
  2. Jung
  3. Fenichel
  4. Norwood

 

2) La dipendenza affettiva è considerata :

  1. patologia (secondo il DSM IV);
  2. disturbo autonomo (secondo Giddens);
  3. non ha nessun riconoscimento scientifico.

 

3) Quale di questi sintomi e necessariamente presente nella dipendenza affettiva:

  1. paura dell’abbandono;
  2. narcisismo;
  3. autoritarismo.

 

4)  Le dipendenze affettive e relazionali originano prevalentemente:

  1. nell’infanzia;
  2. nell’adolescenza:
  3. in età adulta.

 

5) La ‘Teoria dell’Attaccamento’ nasce ad opera di :

  1. Fenichel
  2. Bowlby
  3. Ainsworth

 

6) Nella ‘Teoria dell’Attaccamento’ quando fasi vengono individuate per lo sviluppo della relazione d’attaccamento:

  1. due
  2. tre
  3. quattro
  4. cinque

 

7) Il disegno sperimentale della Strange Situation di Mary Ainsworth in che fascia d’età è stato effettuato:

  1. dai 12 ai 18 mesi
  2. dai 18 ai 24 mesi
  3. dai 24 ai 30 mesi
  4. dai 30 ai 36 mesi

8) Quanti pattern d’attaccamento individua la Ainsworth:

  1. tre
  2. quattro
  3. cinque

9) Quale dei seguenti pattern d’attaccamento caratterizza la dipendenza affettiva:

  1. attaccamento evitante
  2. attaccamento ansioso-resistente
  3. attaccamento disorganizzato-disorientato

10) Quale fra le seguenti terapie è maggiormente indicata per le dipendenze affettive e relazionali:

  1. psicoterapia individuale unitamente a gruppo d’auto-aiuto:
  2. psicoterapia di gruppo
  3. psicoterapia individuale
  4. psicoterapia di coppia

 

 

 

RISPOSTE ESATTE

 

1) 3 – 2) 2 – 3) 1 – 4) 1 – 5) 2 – 6) 3 – 7) 1 – 8) 2 – 9) 2 – 10) 1

 

DIPENDENZA AFFETTIVA

“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.” (Robin Norwood)


La problematica della dipendenza affettiva è recente: nasce sull’onda del successo, negli anni ’70,di un libro della psicologa americana Robin Norwood “Donne che amano troppo”. Tracce di tale tipo di dipendenza si possono rinvenire anche prima, ad opera di altri studiosi. Lo psicanalista Fenichel nel 1945 nel libro Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amoredipendenti ad indicare persone che necessitano dell’amore come altri necessitano del cibo o della droga.

Nella dipendenza affettiva, l’amore verso l’altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, pur presentando, rispetto a quest’ultime una differenza sostanziale: essa si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Una premessa è d’obbligo: è normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell’innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di “fondersi coll’altro”, ma questo desiderio “fusionale” collo stabilizzarsi della relazione tende a scemare. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi ci si tende a “fondersi nell’altro”.

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali “vuoti affettivi” dell’infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni, ci si “maschera” replicando antichi copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.

Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l’altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un aiuto “malato” in cui si diventa “codipendenti”, anzi si rafforza la dipendenza dell’altro, perchè possa essere sempre “nostro”. In questi casi la persona non è assolutamente in grado di uscire da una relazione che egli stesso ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive. Quasi sempre c’e incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progetti di vita diversi se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca.

Chi è affetto da tale tipo di dipendenza s’identifica con la persona amata. La caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.I dipendenti affettivi sono ossessionati da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e durataura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura “amplificato”. Non ci si rende conto che l’amore richiede onesta e integrità personale perché l’amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l’amore. Chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l’altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente sé stesso.

Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di se, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità. A questo riguardo Interessanti sono anche le considerazioni della psichiatria Marta Selvini Palazzoli. A suo parere quello che incatena nella dipendenza affettiva è l‘Hybris, vale a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo

Il già citato psicanalista Fenichel è del parere che gli amoredipendenti necessitano enormemente di essere amati nonostante abbiano scarse capicità di amare. Essi elemosinano continuamente dal partner maggior amore ottenendo, però il risultato opposto. Si legano a partner che considerano non adatti a loro, ma nonostante ciò li renda arrabbiati ed infelici non riescono a liberarsi di quest’ultimi.

La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fascie d’età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.Esse hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.

Attualmente, la dipendenza affettiva, non è stata classificata come patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici, come il DSM IV e si cerca di farla rientrare nei vari disturbi contemplati in essi, anche se ricerche svolte in questo campo, come quelle di Giddens, la considerano come un disturbo autonomo. Secondo quest’ultimo la dipendenza presenta alcune specifiche caratteristiche: L’”ebbrezza” (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione dei partner, che gli è indispensabile per stare bene). La “dose” – il soggetto affettivamente cerca “dosi” sempre maggiori di presenza e di tempo da spendere insieme al partner. La sua mancanza lo getta in uno stato di prostrazione. Il soggetto esiste solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete. L’aumento di questa “dose”non di rado esclude la coppia dal resto del mondo. Se la dipendenza è reciproca la coppia si alimenta di se stessa. L’altro è visto come un’ evasione, come l’unica forma di gratificazione della vita. Le normali attività quotidiane sono trascurate quotidianamente. L’unica cosa importante è il tempo trascorso con l’altro perché è la prova della propria esistenza, senza di lui non si esiste, diventa inimmaginabile pensare la propria vita senza l’altro. Tutto ciò rivela un basso grado di autostima, seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si è “lucidi” su questo tipo di relazione con l’altro, s’intuisce che la dipendenza è dannosa ed è necessario farne a meno. Ma subentra la considerazione di essere dipendenti e ciò rafforza il basso livello d’autostima personale e quindi spinge ancora di più verso l’altro che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere. Quindi ogni tentativo di riscatto dalla propria dipendenza muore sul nascere.

A queste caratteristiche comune a tutte le dipendenze, elaborate da Giddens, nè aggiungerei, un’altra, non presente nelle altre dipendenze: la PAURA. Paura ossessiva e fobica di perdere la persona amata, che s’alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo che si percepisce. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una telefonata per avere paura di un’abbandono definitivo.

Inoltre nel soggetto affetto da tale tipo di dipendenza è possibile rintracciare una sorta di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: “Non posso stare nè con tè, nè senza di tè”. “Non posso stare con tè” per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant’altro si subisce. “Non posso stare senza di tè” perchè è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.

Riepilogando i sintomi della dipendenza affettiva sono (l’elenco è lungi dall’essere esaustivo):

  • Ossessione dell’altro
  • Paura di perdere l’amore
  • Paura dell’abbandono, della separazione
  • Paura della solitudine e della distanza
  • Paura di mostrarsi per quello che si è
  • Senso di colpa
  • Senso d’inferiorità nei confronti del partner
  • Rancore e Rabbia
  • Coinvolgimento totale e vita sociale limitata
  • Gelosia e possessività

Concluderei con una considerazione:

Un’amore autentico nasce dall’incontro fra due unità e non due metà

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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Invito a visionare il film “Adele H” la storia della prima dipendente affettiva

PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA

“Perdonare è la capacità di scrivere una pagina nuova e di colmare il baratro che si è creato tra le persone” Madre Teresa di Calcutta

 

SINTESI DI UNA DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM

Eccomi qua a parlare di una faccenda che inizia a farmi pressione
L’ultimo passo, ancora non affrontato.
Di che si tratta? Provo un profondo RANCORE verso la DIPENDENZA AFFETTIVA.
E’ un sentimento che è nato nel momento in cui mi sono resa conto di averla acquisita e quanto essa mi aveva condizionata nella vita sotto l’aspetto relazionale.
Per molto tempo sono stata “presa” ad affrontare ogni aspetto, ogni paura… insomma, ogni sfaccettatura…
Poi mi sono dedicata ad altro… del resto avevo raggiunto il mio obiettivo.
Tuttavia, ultimamente, prestando attenzione a me stessa, mi sto rendendo conto che questo rancore verso la dipendenza affettiva mi sta condizionando negativamente. Trovo ingiusto che l’abbia acquisita… non è stata una scelta consapevole,
ero piccola quando è nata… ed anche se l’ho superata sono incavolatissima (il termine non rende ciò che provo, ma almeno a parole, qui nel forum,
mi auto-modero:grin:) perchè ho sofferto, perchè ho perso tempo prezioso… anni della mia vita! E mi fa incavolare ancora perché anche il provare rancore per lei mi fa perdere tempo!
Proprio questa mattina mi sono posta una domanda <<Come faccio a liberarmi dal rancore che provo verso la dipendenza affettiva?>> . Per il momento non so rispondermi.
A me è capitato di provare rancore per qualcuno in passato, ma poi sono riuscita a superarlo perché ho compreso che le ferite ricevute dalle persone in questione non erano state volontarie.
Ma in questo caso la faccenda è diversa, per lo meno, in questo momento mi sembra più complicata…
Allora, il mio obiettivo è : LIBERARMI DAL RANCORE VERSO LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Forse è meglio formularlo in modo positivo: PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Per ora non so altro… non so da dove iniziare… del resto mi è successo anche quando volevo raggiungere l’altro obiettivo : indipendenza affettiva… non sapevo che fare, ma poi, supportata dalle mie risorse interiori – motivazione, volontà e costanza – ci sono riuscita! Accolgo a braccia aperte ogni punto di vista! Barbara

gio62
Non ci ho riflettuto.. ti scrivo di getto e magari poi mi pento e ti riscrivo ….
Secondo me la dipendenza affettiva fa parte di te.. non riesci a perdonare quella parte di te che l’ha immagazzinata e fatta propria. La dipendenza non è un mostro.. ma sei tu, e quindi.. devi perdonare te stessa.
Poi.. da dove cominciare.. non me lo chiedere quando scrivevo della rabbia io provavo un grosso sentimento di rabbia orientato verso di me e adesso mi ha lasciato un po da quando ho cominciato a lavorare su me stessa in modo attivo ed intenso e ho capito che sto facendo tutto il possibile per superare questi limiti che mi sono posta.
Quando parli del tempo perduto è quello che provo in questi giorni riferito ai miei genitori e soprattuto a mio padre. E’ come se non lo avessi mai conosciuto e rischiassi di non conoscerlo mai.. eppure sono 44 anni che lo conosco e ci vediamo ogni giorno. Non l’ho mai voluto vedere perchè gli ho messo addosso la maschera del mostro che mi ha causato tutto questo.
Ma mio padre è una risorsa.. anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo” ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono. Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindì si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro.
Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.
Non so.. era una risposta di getto… Un abbraccio Gio

Questa mattina mi sono svegliata. Di solito mi alzo dal letto
immediatamente, invece sono rimasta lì ad ascoltarmi… cosa che non facevo da diverso tempo.
Come ho già detto mi sono resa conto fino a che punto fossi incavolata con la dipendenza affettiva…
Mi sono alzata, ho fatto le solite cose e intanto continuavo a pensarci. Poi ho acceso il PC con l’intenzione di lavorare un po’ prima di uscire… ma ero “distratta”. Quindi sono venuta qui e ho scritto.
Dopo un po’, poco prima di uscire, arriva la notifica e leggo il tuo punto di vista e queste tue parole mi sorprendono come un arcobaleno improvviso mentre c’è un temporale estivo! … anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo”
ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono.
Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindi si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro. Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.

E’ vero! E’ anche grazie alla dipendenza affettiva che sono quel che sono!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che mi sono messa in cammino verso me stessa… ed ho “viaggiato” alla scoperta di aspetti di me sconosciuti!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che il mio rapporto con me stessa e con gli altri è costruttivo! Potrei dire che la lista è lunga!
Grazie Gio! Grazie di cuore! Sento il cuor leggero e colmo di gioia! barbara

Buongiorno carissima gio!
Mi sono svegliata con un bel sorriso stampato in faccia… non so fino a quando avrò questa espressione tipo “stato di grazia”…
Dunque, come allora avrò modo di testare concretamente se ho superato la faccenda, quindi raggiunto l’obiettivo.
Per me ogni volta è stato così… oltre alla comprensione a livello razionale è stato necessario “testare” le reazioni emotive sul campo (detta così sembra una partita sportiva ).
C’è una situazione particolare che ha stimolato il mio rancore: quando vedevo M. per strada.
Come c’è l’attacco di ansia a me veniva un attacco di rabbia, perchè lui, indirettamente, rappresentava per me la dipendenza affettiva.
Quindi, anche se (grazie a te) mi rendo conto degli aspetti positivi… voglio “testare” concretamente.
Non so se mi sono spiegata! Non farò nulla di particolare per trovarmi nella situazione di cui parlavo… prima o poi accadrà! barbara

Ciao Barbara, sono contenta che con la mia risposta a getto ti sono stata di aiuto.
E’ molto bello stare qui, confrontarsi.
Il mio ingresso qui coincide con un momento ben preciso in cui hanno cominciato a riaffiorare le emozioni in modo più pieno.
Molte volte sento dire da alcuni qui che sembra di vivere periodi in cui non si prova nulla. E’ quello che sembrava a me, ma in realtà non si smette mai di provare emozioni. In realtà ci riferiamo all’amore e alle emozioni positive. Almeno, per me è stato così. C’è stato un momento in cui nella mia storia sono affiorate emozioni negative “scollegandomi” dalla mia parte positiva.E in quel momento mi sentivo vuota, come se non fossi in grado di provare nulla. Non so se riesco a spiegarmi perchè poi tutto sembra chiaro quando lo si prova ma prima no.
Queste riflessioni me le fai venire in mente tu parlando di espressione “da stato di grazia” 🙂 che parlatro so cosa vuole dire..:-)
Per molto tempo io mi sono trascinata senza apparenti emozioni in preda di rabbia, delusione, dolore ( queste sono emozioni!!!!) e poi ho iniziato un viaggio dentro di me ed anche ora che non direi di essere felice ma, al contrario, di provare molto dolore, lo provo nella sua pienezza. Non so come spiegarmi. le emozioni che sto provando in questo momento per mio padre che sta male sono un misto di emozioni ma non sono più solo negative. I sensi di colpa, il dolore e la tristezza, si mescolano con la compassione e anche con quello che credo sia amore ( dico “credo” perchè sono ancora “giovane” per saperlo). E di questo mix io ne ho la consapevolezza. Non ne ho il controllo ma non ne sono succube. E da un momento in cui ero arrivata a non riuscire più a sopportare, adesso è tutto più sopportabile perchè per ogni cosa negativa che affiora vedo e colgo anche la parte positiva. E’ molto bello questo che sto provando perchè credo di non averlo mai provato in modo così consapevole. E’ come se avessi ritrovato la mia strada che sentivo persa che adesso so deve passare attraverso queste emozioni che sono collegate al mio passato, al mio essere anche nel presente.
Sono contenta di avervi trovati.. non so se mi sono spiegata…
Un abbraccio (Gio62

Carissime Gio e Barbara..
Avete toccato una questione, secondo me, importantissima. Una questione che puo’, a seconda di come viene affrontata, far fare enormi passi nel superamento della dipendenza affettiva o nel raggiungimento della serenita’ nella vita in generale, oppure bloccare un passo decisivo.

Premetto che avrei voluto scrivere cio’ che sto per dire tempo fa e, accidenti, Barbara, se avessi saputo che la questione ti creava questo tipo di difficolta’, l’avrei scritta prima!!!
Non l’ho mai fatto perche’ avevo bisogno di ripescare e riportare il pensiero di un autore a proposito di questa visione sulla dipendenza affettiva, e non sono mai riuscita a ritrovarlo..penso di ricordare comunque l’autore, ma visto che non ne sono sicura, non voglio fare citazioni errate..
Dunque, ahivoi (), sono costretta ad esprimere con le mie parole questo pensiero, percio’ scrivero’ sicuramente tre volte tanto di quanto avrei fatto
In realta’ forse e’ meglio, perche’ questa visione io l’ho fatta mia, ci credo molto, e l’ho ampliata con considerazioni personali..

C’e’ un autore (forse molti altri) che ritiene che la dipendenza affettiva abbia in se una forza particolare che le conferisce lo stato di risorsa importantissima per attuare un cambiamento, proprio grazie alle sue caratteristiche.
Insomma Barbara…questa teoria penso fosse condivisa inconsciamente anche da te, perche’ e’ la stessa cosiderazione che hai fatto piu’ volte tu sulle “crisi”..il fatto che una crisi possa essere vista come una risorsa di miglioramento, di consapevolezza. Le crisi, i problemi, quindi anche la dipendenza affettiva, ci portano a riconsiderare alcuni dei nostri atteggiamenti, ad elaborare emotivamente qualcosa, o comunque prima o poi a porci delle domande. Se si guarda la crisi sotto un aspetto positivo, si puo’ scorgere il dono che in essa e’ nascosto. La si puo’ utilizzare per conoscersi, per migliorare, per non cadere negli stessi errori…

Lo stesso vale per la dipendenza affettiva.
In questo pensiero era contenuta l’idea che, proprio grazie alla forte passione, l’esasperazione dei sentimenti, il coinvolgimento, il “sentire” quasi a livello viscerale il dolore e i sentimenti e la forte ricerca dell’amore caratteristici di una persona dipendente affettiva, tale condizione (la dipendenza affettiva, appunto) puo’ incarnare una risorsa molto importante per capire se stessi, la vita, ed attuare un cambiamento.
Perche’ la dipendenza affettiva contiene in se’ un trasporto vitale enorme, una passione che, se viene trasformata in positivo, se vengono fatte di tutte le caratteristiche malate delle sane virtu’, puo’ essere considerata un grande dono, a dispetto di tante altre condizioni nevrotiche o psicopatologiche.

Questo pensiero e’ stato farcito di tutte le mie considerazioni personali sulla dipendenza, ma piu’o meno la linea su cui viaggiava era questa.

Quello che ha scritto Gio incarna perfettamente cio’ che penso io e quello che “provo” nei confronti della dipendenza. Io non sono arrabbiata da molto tempo con “lei”, l’ho accettata e l’ho anche ringraziata. Ultimamente poi, ne ho anche meno paura. Sono consapevole che potrei ricadere in qualche atteggiamento che la caratterizza, sono consapevole che il cambiamento effettivo forse va sempre alimentato e chi lo sa se sara’ mai sara’ totale..ma non m’interessa piu’.
La dipendenza affettiva mi ha fatto diventare la persona che sono, mi ha donato una sensibilita’ che molte persone non hanno (anzi, sono convinta che ce l’hanno, ma non riescono ad attivarla), mi sta facendo vedere la vita per quello che e’ e cioe’ meravigliosa e piena di amore e di sorprese che bisogna solamente scorgere. Mi ha fatto capire cose che non avrei mai compreso, tra cui, prima di tutto, i miei genitori.
Mi ha fatto sentire che anche io, come tutti, merito e posso essere amata e che, se voglio, posso amare con un’intensita’ ed un’autenticita’ enormi.
La dipendenza affettiva e’ stata per me un dono che mi porta ogni giorno sulla strada della felicita’ e della serenita’.
Come dice Gio, non tutti si pongono cosi’ nel profondo delle domande a proposito di loro stessi, non tutti sono portati a mettersi in discussione, a guardarsi dentro, a conoscersi per quello che realmente sono e a cambiare quello che non va delle loro vite…invece, secondo me, in linea generale, un dipendente affettivo che scopre di esserlo, e’ prima o poi portato a farlo!

Voglio fare un esempio assolutamente personale a cui pensavo tempo fa..

Da un po’ di tempo sto studiando la personalita’ “narcisista”, che mi sembra piu’ difficile da comprendere e da delineare della dipendenza affettiva.
Quello che sta sotto allo sviluppo di tale personalita’, senza entrare nei dettagli, e’ il fatto che queste persone, sempre a causa di ferite subite nell’infanzia, tendono a reprimere, a “non sentire” i loro stessi sentimenti.
Io vedo un po’ la personalita’ narcisista, con tutte le dovute differenze, come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dall’apatia e dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano, anche in forma sana.
C’e’ una differenza, tra le tante, che secondo me genera una risorsa in piu’ nella personalita’ del dipendente rispetto al narcisista, ed e’ proprio questo suo sentire ed accogliere a cuore aperto questo sentire dei sentimenti e del dolore (a volte sembra che il dipendente “difenda” quasi questo suo sentire in modo cosi’ accentuato).
Per contro, il narcisista non vuole “sentire”, lo rifiuta, lo nega, ad ogni percezione di sentimento o dolore profondo si spaventa e mette un muro davanti a se stesso e intorno al suo cuore.
Ecco, questo muro, che secondo me il dipendente non ha, fatto di apatia, indifferenza, noncuranza, egocentrismo (fittizi), tipici del narcisista, penso che costituiscano un ostacolo enorme alla comprensione di se stessi. E quindi alla soluzione dei propri problemi e alla messa in discussione dei propri schemi.
Entrambi tendono a situare il problema fuori di se’ e dentro gli altri, ma, a causa della forte pressione dei sentimenti e delle sensazioni, che dal dipendente sono intercettati ed accolti, quest’ultimo secondo me e’ spinto molto piu’ che il narcisista a chiedersi prima o poi: “che cosa succede realmente?”

Questa e’ una mia personalissima conclusione, ma era per far risaltare la potenza risanatrice della dipendenza affettiva.

Anche io, come Gio, penso che la dipendenza affettiva sia una parte di noi.
La dipendenza affettiva non e’ altro che un nome che noi abbiamo dato ad un insieme di caratteristiche e di comportamenti di alcune persone.
Finche’ non scopriamo di cosa potremmo essere capaci potenzialmente (amare veramente), noi SIAMO dipendenti affettivi. E’ uno stato, una condizione, non ne abbiamo colpa, ma lo siamo.
Quindi anche per me, essere arrabbiati con la dipendenza significa essere ancora un pochino arrabbiati con se stessi e non essersi perdonati del tutto. Non abbiamo ancora perdonato la parte bambina di noi che non e’ riuscita a svilupparsi senza farsi male, quella parte bambina che, a causa della sua immaturita’ psicologica ed emotiva, ha scelto l’unica alternativa che le sembrava possibile. Non abbiamo colpe, ma siamo noi che dobbiamo comprenderlo fino in fondo e liberarci da esse.
Penso che considerare la dipendenza affettiva come qualcosa di esterno a noi, sia in minima parte come non accettarci completamente ed attribuire la responsabilita’ del problema ancora a qualcun altro.
Riuscire a vedere la dipendenza come qualcosa d’inglobato in noi, come parte della nostra personalita’ da poter migliorare penso sia un passo decisivo per liberarsene.
Forse, Barbara, non avevi ancora accettato del tutto quello che eri diventata e cio’ che questo tuo modo di essere ti aveva creato. Lo capisco, non e’ facile, ma solo prendendo atto di una cosa la si puo’ comprendere totalmente, accettare e poi dirottarla verso un cambiamento.
Alcune parti di noi si possono cambiare solo se si accetta veramente di averle incorporate, altrimenti e’ come se un po’ si pensasse che non avessero mai fatto parte di noi.
E’ vero che sottostanti ad esse si nascondono un amore ed un’autostima che noi possiamo alimentare, ma quando eravamo dipendenti lo eravamo, in tutta la nostra pienezza. Insomma, non eravamo sotto ipnosi!

Credo che anche la rabbia che ti continuava ad accompagnare quando incontravi lui (non so se succede ancora, ma comunque mi sembra di aver capito che hai paura di questo, o che comunque e’ una cosa che metti in conto possa succedere) fosse un segnale che ancora non “avevi lasciato andare” completamente la dipendenza, oppure lui (che per te la incarna), oppure la Barbara di prima, che non riuscivi a perdonare in modo completo.
E’ il discorso gia’ affrontato della rabbia, del rancore, del non totale perdono: ci tengono legati al nostro passato, ai nostri schemi precedenti (o che stiamo superando piano piano), alle persone che sono state oggetti della nostra dipendenza. In una parola alla dipendenza!

Sono contenta che tu abbia tirato fuori questo tema, perche’ penso sia un punto molto sottile su cui poter riflettere e che puo’ portare ad un vero superamento.
Inoltre, sono contenta che stamattina tu ti sia svegliata con il sorriso e con una sensazione di “stato di grazia”. Spero che tutte queste considerazioni ti possano essere utili, come le tue lo sono state per me quando sono arrivata qui. Un abbraccio infinito.. Yana

Perdonarsi la propria dipendenza affettiva? Più che perdonarsi, io direi accettarla, accettare che c’è un parte di noi (che per i motivi più disparati, ma soprattutto per il nostro modo di interagire con quelle cause) ci ha portati ad essere dipendenti affettivi o anaffettivi. Perché da come la vedo io, da come cerco di guardare tutte le facce della medaglia l’unica differenza tra un “narciso” e un “dipendente” è il modo in cui si è digerito
emotivamente dei fatti inerenti la propria storia personale. C’è chi porta dentro la ferita e se ne assume la colpa cercando di esorcizzarla ripetendo un comportamento di dipendenza dalle persone a cui vuol bene per punirsene, c’è chi rifiuta la responsabilità e decide di non cedere più alle proprie valenze affettive e ogni volta che qualcuno scalfisce la corazza costruita, se ne allontana con violenza e rabbia reiterando il comportamento antico; questi due modi generano altrettanto dolore e infelicità. In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Non è facile, un ex dipendente affettivo rischia di diventare un anaffettivo e viceversa.
Io lotto ogni giorno perché le vecchie abitudini o le nuove paure non diventino un ostacolo alla mia voglia di essere felice. A volte ci si riesce, a volte si fa più fatica del necessario. E’ difficile osare sovvertire il passato, è difficile credere e avere fiducia nella possibilità di innamorarsi ancora con nuove modalità mettendo a rischio l’equilibrio così faticosamente ritrovato. E’ difficile, ma non impossibile.
Quello che mi aiuta e mi incoraggia a proseguire è l’aver constatato (due mie amiche finalmente si sono innamorate della persona giusta quando ormai non ci speravano più) come davvero proprio nel momento in cui è giusto che accada (quando siamo pronti, quando tutte le ferite si sono rimarginate, anche se le cicatrici ci sono ancora) un velo si solleva e ciò che cerchiamo diventa realtà e spesso ciò che desideriamo è proprio sotto i nostri occhi.
E quando il passato è stato analizzato e rivisto nella giusta dimensione, ecco che siamo pronti a cogliere ciò che ci viene porto nel modo giusto, la paura è sempre tanta ma è proprio quella paura che aiuta a non ricadere nei vecchi giochi. Io auguro a tutte, così come auguro a me stessa di riuscire a saper cogliere quel velo che si solleva….e saper tener presente, sempre, ciò che ho vissuto, senza che questo mi impedisca di “amare”
il volto sotto quel velo. Un abbraccio. Pat

Carissima Yana, affermare che le tue considerazioni, insieme a quelle di gio62, siano state “utili” non rende affatto l’idea!
Con amorevolezza mi avete mostrato un aspetto della dipendenza affettiva e un aspetto di me che non avevo valutato e di cui non ero consapevole.
Da dove comincio?… Dall’inizio, è spero di non incartarmi!
Quando ho scoperto la faccenda della dipendenza affettiva, attraverso il libro “Donne che amano troppo” per me è stato uno shoch… non ci volevo credere. In seguito l’ho ammesso (è diverso di accettato) a me stessa, tuttavia ho affrontato per tutto il tempo la faccenda come se fosse sgradita… da eliminare.
C’era… ma volevo a tutti costi che sparisse.
Esattamente com’era accaduto con i miei occhi. Non sono nata con gli occhi sporgenti, sono diventati così perché ad una certa età ho avuto problemi con la tiroide (ipertiroidismo).
Per me la dipendenza affettiva rappresentava solo ed esclusivamente la causa dei miei problemi relazionali.
Chissà, ci devo riflettere ancora, forse un aspetto del narcisismo mi appartiene (Yana, ti cito in parte: la personalità narcisista come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano). Questo mi rispecchia esattamente. Non ho accettato il fatto di dipendere affettivamente!
Sotto l’aspetto “autonomia” ho iniziato molto presto a volermela cavare da sola… non volevo aver bisogno di nessuno sotto l’aspetto pratico della vita… naturalmente ho messo in atto questo meccanismo per difesa, i miei genitori erano poco presenti ed io ho reagito così. E’ stato raro chiedere aiuto a qualcuno… nel tempo era diventata un’abitudine per me tant’è che non mi veniva neppure in mente di farmi aiutare.
Ciò ha il suo lato positivo perché per poter fare qualcosa è necessario imparare, inoltre mi ha reso una persona piena di iniziative… ma è vero anche che con le persone che avrebbero voluto essermi di aiuto, perché era un modo per creare un legame (in senso positivo) con me, creavo una certa “distanza”.
Mi accorgo ora che sto cambiando sotto questo aspetto, perché in passato ero molto rigida… ultimamente accetto più spesso il contributo degli altri.

Forse, ci sono stati due aspetti che hanno giocato a mio favore:
1) La sofferenza e i disagi che vivevo da anni mi hanno MOTIVATA
2) Il non accettare il fatto di dipendere da qualcuno ha rafforzato la FORZA
DI VOLONTA’ e la COSTANZA.
E’ vero Yana, fino a ieri non avevo accettato (inteso come abbracciato, accolto) la dipendenza affettiva, l’avevo solo ammessa guardandola con “distacco” ed è diverso. Era come se la “vita” mi avesse dato una patata bollente ed io me la dovevo pelare. Fino a ieri non vedevo l’altra faccia della medaglia, o meglio, non associavo il fatto che anche grazie alla dipendenza sono ciò che sono.

Grazie gio62 e Yana per il vostro aiuto… non so se nel leggermi ho dato l’idea di quanto abbiate fatto a favore della mia accettazione e gratitudine verso ciò, che fino a ieri, mi ha più o meno, condizionata.
Yana, la questione della rabbia mi ha creato difficoltà solo ultimamente, o meglio, me ne sono resa conto solo ieri.
Penso che le vostre parole siano arrivate nel momento giusto per me, perché ero pronta a percepirle! Barbara

Ciao Pat
Si, si tratta di accettazione…
Ieri ho parlato di “perdono” perchè, come ho spiegato, avevo una percezione diversa (distorta?! ) della dipendenza…poi, grazie a gio62 e Yana, ho compreso.
E dire che in questi anni ho avuto a che fare con l’ACCETTAZIONE molto spesso…
Condivido ogni tua parola, in particolare:
In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Il tuo augurio è bellissimo!
Un abbraccio che vi avvolge tutte

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL PICCOLO PRINCIPE E LA DIPENDENZA AFFETTIVA

“ Certo – disse la volpe – tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”. Ed ancora: “… se tu mi addomestichi la mia vita sarà come illuminata.”(da Il Piccolo Principe)
Così la volpe al Piccolo Principe, ed in queste frasi si potrebbe cogliere quasi l’annullamento della propria personalità, dei propri bisogni e delle proprie esigenze rispetto a quelle di chi amiamo e ci addomestica. “Creare legami…” così poi l’animale spiega al ragazzino il significato del verbo “addomesticare” ma è pur vero che chi viene addomesticato diventa dipendente di chi lo addomestica, quest’ultimo appare ai suoi occhi il punto primario della sua vita e con lui stabilisce un legame esclusivo ed opprimente. Se in un rapporto sano l’esclusività si manifesta ad esempio con la fedeltà verso il proprio partner, in una relazione retta dalla dipendenza affettiva essa è un chiudersi all’esterno, un isolarsi completamente per vivere nutrendosi soltanto dell’altro e di ciò che si può fare per lui. Il partner è origine e fine ultimo di pensieri e gesti, ci si riempie di lui non lasciando spazio per nient’altro che possa dare ossigeno benefico alla coppia, in lui si riversano tutte le aspettative di gratificazione perché solo lui ha il dovere di renderci felici. Non ci si rende conto, invece, che l’altro non può adempiere ad un così assurdo compito e si entra in un rapporto conflittuale con l’esterno a cui addossare le colpe della infelicità che si ricava dalla dipendenza affettiva. Chi ne soffre difatti è possessivo ed estremamente geloso di tutto quello che può rappresentare una sorta di distrazione per il partner. Nulla deve scalfire il mondo ovattato ed asfissiante che ha creato, ed in questa infelicità prodotta a proprio uso e consumo ogni gestualità, ogni parola è amplificata, dilatata fino a che non si arriva al punto di rottura. Quello in cui il partner decide di ribellarsi andando via, lasciando l’altro con un grande e quasi insormontabile senso d’abbandono, figlio della dipendenza affettiva. Così il Piccolo Principe risponde alla volpe quando questa, al momento della sua partenza, gli dice che piangerà: “E’ colpa tua, io,non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…” Questa affermazione è terribile, nessuno si sognerebbe di accusare il partner di essersi innamorato di lui, a meno che chi parla non ha a che fare con il desiderio di scrollarsi di dosso una responsabilità divenuta opprimente.
Un sano legame d’amore, invece, contempla in sé il momento della separazione o di un momentaneo allontanamento, per un viaggio di lavoro ad esempio, mentre il lutto della separazione definitiva è vissuto con un dolore affrontabile, a cui la ragione corre in aiuto sostenendo la ripresa di chi lo prova.

ADELAIDE SPALLINO

BLOG ISOLA EMERSA

IL PICCOLO PRINCIPE (capitolo XXI) di Antoine de Saint-Exupery

In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo… ”
“Chi sei?” domandò il piccolo principe, “sei molto carino… ”
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste… ”
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire “addomesticare”?”
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe.
“Che cosa vuol dire “addomesticare”?”
“Gli uomini” disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire” disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“È possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra… ”
“Oh! non è sulla Terra”, disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta?” “Si”.
“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?” “No”.
“Questo mi interessa. E delle galline?”
“No”.
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano… ”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino… ”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro,dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. Ci vogliono i riti”.
“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi… ”
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore …del grano”.
Poi soggiunse: “Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto”.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa”.
E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”,…disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa… ” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa… ”
“Io sono responsabile della mia rosa… ” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

L’AMAVA A TAL PUNTO…

L’AMAVA A TAL PUNTO…

…che se la sarebbe mangiata con gli occhi. 
Quando l’amore diventa dipendenza.

dipendenza affettiva e disturbi del comportamento alimentare

 

E’ capitato a tutti, durante l’innamoramento, di sperimentare una fase psico-temporale di dipendenza affettiva dall’oggetto del nostro amore.

Capita quando una donna si innamora di un uomo (e viceversa) ma anche in talune amicizie; capita anche tra genitore e figlio.

Ogni rapporto contrassegnato da forti legami affettivi oscilla spontaneamente su un continuum i cui estremi sono la DIPENDENZA e l’INDIPENDENZA reciproca o di un solo membro della coppia rispetto all’altro.

Erroneamente si pensa che l’amore implichi dipendenza psicologica, fisica e materiale tra gli individui: non si riesce a vivere senza l’altro neppure per brevi periodi, non si riescono a prendere decisioni se non dopo averlo consultato (o se è un bimbo, solo in sua funzione), in assenza dell’altro si sperimentano stati di insicurezza, disagio, ansia e si necessita di continue rassicurazioni su quanto egli ci ami.
LA DIPENDENZA NON E’ AMORE, MA UNO STATO PATOLOGICO.

Un buon attaccamento tra madre e figlio, ad esempio, prevede che quest’ultimo riesca serenamente a distaccarsi dalla madre, così come un rapporto d’amore tra due adulti dovrebbe preservare gli spazi di autonomia psicologica e fisica di ciascuno.
Spesso, nei casi in cui la famiglia sia colpita da un DCA evidenziato in uno dei suoi membri, questi complessi meccanismi di DIPENDENZA/INDIPENDENZA sono in qualche modo “bloccati” su stili relazionali invischiati: coloro che condividono una relazione affettiva sono come legati insieme da meccanismi dannosi per tutti.
Non è facile, specialmente per un bambino, esprimere verbalmente o con un comportamento adeguato la sua condizione di OGGETTO D’AMORE DA CUI DIPENDE IL GENITORE. I bambini “sentono”, sono molto percettivi: sentono gli stati d’animo e le tensioni materne anche se la madre li vuole celare, sentono il clima familiare e assorbono come spugne i metamessaggi veicolati attraverso il linguaggio simbolico del corpo (§prossemica, tono della voce) e dei comportamenti.
Ecco che in una famiglia dove la comunicazione non risulta chiara e diretta all’oggetto, il cibo (come altri aspetti del quotidiano) può fungere da veicolo comunicativo, assumendo significati simbolici che vanno al di là del suo valore strumentale.
Se i genitori usano il cibo come simbolo, il bambino imparerà anch’esso ad utilizzare i momenti dei pasti come privilegiati per “dire”, attraverso l’uso degli alimenti, qualcosa che andrebbe invece espresso in altra sede e con altri mezzi comunicativi.
Ecco che CIBO – AMORE – DIPENDENZA possono diventare i vertici di un triangolo che racchiude in sé parte delle cause dell’insorgere di un DCA; non tutte ovviamente, essendo tali Disturbi a genesi multifattoriale.
Diventa allora importante informarsi e formarsi anche ad amare in modo corretto i propri familiari, figli e partner, per consentire ad ogni membro del nucleo familiare uno sviluppo personale autonomo e sano e per non alimentare in seno alla famiglia un rapporto sbagliato con il cibo e l’alimentarsi.
Dott.ssa Chiara Rizzello

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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DIPENDERE DA UN AMORE IMPOSSIBILE

Cosa bisogna fare per una persona che nasce come una pozzo vuoto senza fondo perchè diventi una persona piena capace di amarsi e sentire l’amore come uno stato di diritto? Quale strategia adottare per affrontare il vuoto e trasformarlo in pieno, e dilatare lo spazio? Dilatare l’amore e la coscienza?

Forse appena consideriamo noi stessi e l’altro come un valore inestimabile, entriamo in un’ottica di spontanea attenzione all’amore ed alla felicità che non dipende mai da nessuno se non dalla nostra attitudine!

L’amore è un attitudine spirituale! Da oriente ad occidente e dall’antichità ad oggi dove ridondano sempre gli stessi messaggi. Quando siamo bambini ci dicono di amare i nostri fratellini, Dio ci dice di amare i nostri fratelli … Per vivere bene è deve avere un amore vero. Ma si può fare dell’amore un dovere?

Nessuno ci ha mai detto che amare è uno stile di vita e che non si compra e non si vende e non si impara: si lascia andare, anche per niente! L’amore è una sorta di volontariato. “…pensavo di voler tanto bene a mia madre ma temevo sempre di perdere il suo affetto. La mia affettività è rimasta per numerosi anni ingabbiata in questo amore/paura, e quindi, troppo preoccupata di essere amata, non ho saputo amare…”

Spesso, innamorarsi vuol dire creare relazioni in cui si cerca solo di riconquistare finalmente la madre o quel padre persi da bambini, quando si anelava uno sguardo, una carezza, un tocco, ed il vuoto invece pervadeva la nostra giornata fatta da fantasie e rifugi romantici su come avremmo voluto vicino nostro padre o nostra madre. Siamo persi anche da adulti in quel vuoto con in più l’illusione di riempire quel vuoto con tanti affetti di tante persone che non vediamo, in quanto specchio di figure mai state presenti come e quanto volevamo. Sperimentiamo ancora la fame. A volte ci fermiamo e ci chiediamo chi è questo Dio/amore impossibile, e dolorosamente sentiamo la paura che Dio possa non esistere. Con un lavoro più profondo possiamo giungere alla conclusione che per amare, dobbiamo iniziare ad amare noi stessi, unica garanzia di sincero amore. Inizia così ad avere un senso il grande comandamento: “ama il tuo prossimo come te stesso” .

Non siamo mai soddisfatti delle prestazioni amorose degli altri, sempre in credito di amore anche a cinquant’anni, non sapendo ancora bene cosa l’altro rappresenta per noi. Per sentirci amati accettiamo spesso inconsapevolmente una grossa manipolazione dei sentimenti. La tensione interiore che si produce per riuscire ad avere l’amore vero che ci spetta, paradossalmente ostacola il libero flusso dell’amore. Così rimaniamo stupiti quando scopriamo il sacrosanto diritto che l’altro ama a suo modo e sol così può farlo: in realtà stiamo scoprendo finalmente che l’altro è un altro e che non è neanche nostro padre o nostra madre.

Esiste qualcuno che sa amare? Certo: ad immagine e somiglianza di qualcuno. Di mia madre o mio padre di altri che ho idealizzato. Cerchiamo così di essere accolti, anziché accogliere, di essere amati anziché cedere nel bisogno altrui che reclama amore. Amare è rivelare all’altro la sua bellezza intrinseca, la sua capacità di essere al mondo, e questi non aspetta altro che la nostra fiducia come dono per questo riconoscimento. Appena guardiamo l’altro come un valore, entriamo in un’ottica di spontanea attenzione che ci lascia vedere quanto amiamo. Questo sguardo è purtroppo offuscato da filtri di giudizi, ostacolato dalla paura di soffrire.

La capacità d’amare è arrugginita rimasta bloccata, ripiegata come una fisarmonica non usata per anni. Come spesso i bambini dopo la nascita di un fratello, che appare come rivale o addirittura come negazione del valore di cui si godeva in quanto primogenito, l’adolescente fa di tutto per conquistare l’affetto del padre, come se dovesse per questo sorpassare in tutto gli altri. Diventa più intelligente degli altri dieci fratelli, nati prima di lui da donne meno amate di sua madre dal padre. Diventa uno dei tanti geni che hanno avuto una vita affettiva di una povertà sconcertante! Viene giudicato probabilmente “senza cuore”, senza capire la disperazione nascosta dietro al suo handicap emotivo. Si estenua per dimostrare quanto lui sia bravo o brava (specialmente ad amare).

Questo personaggio infatti prova ancora il bisogno di valorizzarsi, raccontando questa volta la sua bravura a saper amare. La sua ricerca affannosa di conferma lo spinge ad ostentare amore e quindi a farsi rifiutare. Il baratro diventa ancora più spaventoso. Come può un bambino in cerca di conferme, non essere super obbediente ai genitori? Delusi si continua a dimostrare un essere eccezionale. Dovere a tutti costi farsi non solo accettare ma ammirare. Comprato dal bisogno degli altri che si innamorano di lui. Il bisogno di d’essere amati si incontra per ragioni diverse col bisogno di raccontare la proprio storia all’altro, questo suscita innamoramenti continui che spesso rappresentano semplicemente il bisogno di presentarsi e di raccontarsi per scegliere poi se offrirsi all’altro o meno.

A questo punto la preoccupazione di perfezione non permette di percepire la parte di strumentalizzazione che induce a sedurre l’altro pur di non fallire.

C’è un tempo per “rientrare in sé”. Il momento necessario della riflessione sulla relazione che induce a fare autoanalisi, prendere coscienza di tutto quello che capita, di chi in passato ci ha sempre guidato verso la conferma di “essere” e che ora si riproduce sotto mentite spoglie.

Coloro che non ci hanno ascoltato in tempo ora sono assenti e scegliamo gli altri perché ci ascoltino e confondiamo così l’amore per il bisogno di essere accolti nelle nostre richieste.

È necessario non temere più di rivivere il vuoto iniziale dove c’era l’assenza di un ascoltatore, ma fidarsi della presenza attuale di un Lui o di una Lei reale ed attuale. Iniziare ad aprirsi alle ricchezze della vita, a guardarsi intorno anziché restare fissato sul modo di “provocare” l’amore, in una perpetua tensione angosciosa verso la ricerca della perfezione di chi possa sentire i nostri reclami.

Il cuore si dilata ora nella fiducia di essere un valore per l’altro e per se. La fragilità, dovuta al vuoto in cui abbiamo fluttuato per anni, ora si muta poco a poco in una sicurezza incrollabile, dovuta alla presenza dell’altro che, se pur necessario, non è necessario per la nostra sopravvivenza.

Ancora una volta c’è da dire che per amare fino in fondo, è necessario fare un lavoro su di sé, ed in tal modo che si riesce ancora ad innamorarsi di una persona in carne e ossa. L’alternativa è avere un affettività ripiegata su se stessa, accusando continuamente gli altri di essere inefficaci e ritenendosi prigionieri dell’incomprensione. A contatto con questo ambiente interno, fatto di fantasmi e zone d’ombrai si ritorna ad essere continuamente manipolatori della realtà e inconsapevolmente facciamo pagare al coniuge o addirittura ai figli il vuoto affettivo ed esistenziale subito nella la nostra infanzia. Tuttavia, possiamo uscirne facilmente lasciando fluire l’emozione e lasciando affiorare tutta la nostra sensibilità. Il bambino ferito dall’assenza di conferma e che si era indurito, e che non concedeva di provare più emozioni, si libera dall’asprezza che lo ha spinto a sopportare tutto stringendo i denti per offrirsi, con il suo successo strepitoso, la certezza di essere un valore. La fonte della tenerezza si riapre: è il momento di cedere alla gratuità dell’amore.

È necessario però riconoscere il bisognoso del perdono che mette in grado di aprirsi all’altro che a volte si odia paradossalmente come contro altare dell’amore. L’abbandono dell’amor proprio è più forte di tutti gli altri abbandoni. È un abbandono tra i più duri in quanto deve fare i conti con l’orgoglio, ma una volta che ci si è affrancati le emozioni, anziché restate bloccate per la paura di soffrire, ridestano la sensibilità e si riconquista uno stile di vita, che trasforma la paura in disponibilità per il diverso da se: condizione, la diversità, forse necessaria per un amore veramente sincero.

GUGLIELMO DE MARTINO

Maestro Yoga e Shiatsu

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

LOVE ADDICTION (DIPENDENZA D’AMORE)

Con il termine inglese ‘ love addiction ‘ si intende la dipendenza affettiva, la quale non è stata ancora classificata come patologia nei diversi sistemi diagnostici come il DSM IV.

Secondo Geddins , la dipendenza affettiva è un disturbo autonomo e presenta le seguenti caratteristiche:

  • l’EBBREZZA : Il soggetto dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione con l’altro, paragonabile a quella del tossicodipendente quando sta andando a prendersi la dose di eroina o altro;
  • La DOSE: il soggetto dipendente trova nell’altro una sorta di dose e cerca così sempre quantità maggiori in termini di presenza e di tempo per stare con lui.

L’aspetto fondamentale, scoperto da Geddins, è che nel dipendente affettivo è maggiormente presente la PAURA rispetto alle altre dipendenze.

Si tratta di una paura schiacciante, che si può riassumere nella terrificante massima del poeta latino Ovidio: “ NON POSSO STARE NE’ CON TE, NE’ SENZA DI TE” . Con te, per via del dolore che si sente nel subire umiliazioni, maltrattamenti e offese; senza di te perchè non si può assolutamente sopportare l’angoscia che si sente al solo pensiero di perdere la persona amata.

Questo ci fa immediatamente rendere conto della immensa sofferenza che può arrivare a provare un dipendente affettivo.

Nella nostra società, si tratta soprattutto di donne, spesso anche di successo, in carriera, ricche e belle; nel guardarle supeficialmente diresti che sono donne arrivate nella carriera, con una vita piena ed appagante. Ma sotto il vestito della superdonna si nasconde la bambina richiedente, autonoma sul lavoro,apparentemente in grado di difendere le proprie idee, ma accompagnata sempre da un senso di insicurezza, così profondo da chiedere continue rassicurazioni, MAI appaganti del tutto.

Si tratta di donne, perchè la componente affettiva appartiene maggiormente al mondo femminile che al maschile, soprattutto per ragioni culturali. Infatti, fin da piccole, le donne sono invitate ad assumere tutta una serie di comportamenti in sintonia con l’affettività, la comprensione dell’altro, l’essere materne, il sacrificio. Insomma, viene loro inviato un messaggio di invito alla dedizione, perchè altrimenti non saranno delle brave moglie e della brave madri.

Riepilogando, i SINTOMI DELLA DIPENDENZA AFFETTIVA sono:

  • paura di perdere l’amore;
  • paura dell’abbandono;
  • paura dell’isolamento e della distanza;
  • paura di mostrarsi per quello che si è;
  • senso di colpa;
  • senso di inferiorità nei confronti del partner;
  • rancore e rabia;
  • coinvolgimento totale e vita limitata;
  • gelosia e possessività.

Si tratta di donne che hanno chiaramente una bassa autostima di se stesse e che si sentono per questo motivo loro le COLPEVOLI, le POCO MERITEVOLI e quindi destinate a non essere ricambiate dell’immenso amore che provano e dimostrano continuamente.

Riprendendo le parole scritte da Robin Norwood , ci possiamo rendere conto quanto ci sia la possibilità della presenza di un nucleo in parte psicotico:

“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza o li consideriamo conseguenza di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando male;

quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento,ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuose, lui vorrà cambiare per amore nostro, stiamo amando male;

quando la relazione con l’altro mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando male.”

‘ HO BISOGNO CHE TU ABBIA BISOGNO DI ME ‘ è un bisogno di sopravvivenza che spinge la donna ad illudersi di cambiare l’altro.

‘ Gli ho mandato dei messaggi per fargli sapere che sto male e che sono disperata, ma lui non mi ha neanche risposto. Perchè fa così? Perchè non mi telefona almeno per sapere qualcosa?’

La donna insegue un uomo INEVITABILMENTE SFUGGENTE, sempre impegnato in qualcosa di più importante di lei, che la maltratta e non teme di perderla, tanto più lui usa questa forma di SADISMO e TRASCURATEZZA, tanto più lei lo insegue, mettendo in atto una forma di masochismo.

La RICERCA INESAUSTA delle CONFERME DELL’ALTRO proviene dall’INCAPACITA’ DI DARSELE DA SE’: l’altro diventa lo SPECCHIO ed il NUTRIMENTO dal quale finisce col DIPENDERE anche se è qualcuno che non ci ama e NON CI MERITA.

La differenza sostanziale con le altre forme di dipendenza è che la dipendenza affettiva si sviluppa nei confronti di una persona e non di un oggetto, come la droga o l’alcool e questo la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Il dipendente affettivo dedica tutto se stesso all’altro perchè in quello che crede amore la risoluzione a tutti i suoi problemi, che spesso hanno origini antiche, infantili, di ‘vuoti affettivi’. Il partner diventa COLUI CHE LA SALVERA’, quindi lo scopo della sua esistenza, e naturalmente non ne può più fare a meno.

Esaminiamo ora i diversi STILI DI ATTACCAMENTO IN ETA’ ADULTA:

  1. Attaccamento sicuro – l’amore sicuro: il soggetto sicuro ha la capacità di riconoscere le persone alle quali legarsi sentimentalmente. Queste saranno persone altrettanto sicure e insieme saranno consapevoli anche dei momenti di alti e bassi e avranno la capacità di affrontarli insieme. Saranno quindi storie solide, durature.
  2. Attaccamento ansioso ambivalente – l’amore ossessivo: si tratta di persone passionali che pensano sempre di aver trovato la persona giusta. In realtà, si tratta di incontri con persone che presentano proprio quei tratti che loro odiano. Rimangono sempre nella fase dell’innamoramento e quindi la separazione è fortemente ansiogena. Tutto viene vissuto all’estremo. Il rischio di queste relazioni è alto, soprattutto quando si tratta di persone che presentano modelli negativi del sé, non degne di amore, e quindi entreranno facilmente nel tunnel della gelosia, dell’ossessione, della possessività che possono anche condurre a gesti estremi, quali i delitti passionali.
  3. Attacamento evitante/distanziante – l’amore freddo/distaccato: si tratta di persone che soffrono profondamente, perchè non avendo avuto nell’infanzia una base sicura sulla quale fare riferimento, non hanno alcun tipo di sicurezza affettiva. Si tratta di soggetti che hanno un modello del sé come di persona non degna di essere amata, sola, che deve contare solo sulle proprie forze, perchè il modello interno della madre è quello di una madre cattiva che non elargisce alcuna cura e protezione. Per questo, ‘per non correre il rischio di essere rifiutati’, sopprimono la loro emozionalità’.
  4. Attaccamento disorganizzato – l’amore patologico: si tratta di stili di attaccamento che rimandano a storie di abuso o maltrattamento da parte della figura allevante nei confronti del bambino. La conseguenza è che, queste persone, in età adulta, avranno dei modelli interni dell’interpretazione della realtà sempre inquinati e quindi oscurati da una parte di confusione e di mancanza di controllo. Inoltre, sarà presente in loro una visione catastrofica degli eventi. Sono incapaci di scegliere partners affidabili, e quindi rischiano di entrare e farsi poi coinvolgere in relazioni distruttive, con persone violente ed aggressive.

Questa breve descrizione dei vari stili di attaccamento sottolinea l’importanza fondamentale affermata da Freud che riveste l’infanzia e i suoi vissuti nella successiva formazione dei proprio sé e della sua organizzazione. Se, infatti, abbiamo conosciuto nella nostra infanzia esperienze negative che non hanno portato alla strutturazione di un sé sicuro, e non intraprendiamo un percorso di conoscenza di sé per andarci a vedere, naturalmente con dolore, il nostro passato, da adulti, cercheremo incessantemente e inesorabilmente situazioni e persone che ripropongono le nostre antiche relazioni, perchè sono le sole che conosciamo.

Il percorso per arrivare al benessere e alla ‘normale’ esistenza è lungo e tortuoso, prevede periodi di vuoti, sofferenze, solitudini, dove i nostri punti di riferimento, anche se negativi e portatori di sofferenze, spesso anche inconsce, gradualmente vengono a mancare, dandoci una sensazione di confusione e smarrimento difficili da gestire. Ma tutto questo porterà ad una vita finalmente appagante, che mai si poteva anche solo pensare di raggiungere.

Ritornando alle dipendenze affettive, gli ASPETTI PSICOPATOLOGICI sono:

  • disturbo d’ansia di separazione
  • disturbo dipendente di personalità
  • disturbo narcisistico di personalità
  • disturbo borderline di personalità
  • ansia, attacchi acuti di ansia somatizzata
  • autolesionismo
  • depressione
  • amore ossessivo non corrisposto: erotomania.

Naturalmente, possiamo immaginare che la dipendente affettiva troverà sempre partner in qualche modo manipolatori, che approfitteranno della sua totale dedizione e devozione. Questi uomini faranno quindi in modo da mantenere la relazione malata, perchè essi stessi malati, e perchè il cambiamento dell’altro porterebbe ad uno sconvolgimento nella ‘coppia’ che non tollerano perchè è scomodo e non permette più loro di ottenere sempre quello che vogliono.

Possiamo riassumere, attraverso un lungo elenco, le CARATTERISTICHE DEL PARTNER MANIPOLATORE:

. tende a sminuire l’altro come persona;

. cerca di sminuire i suoi successi;

. spesso umilia l’altro in pubblico;

. contraddice in continuazione;

. tende a criticare l’aspetto fisico del partner;

. in una discussione, fa di tutto perchè si accetti la sua opinione;

. racconta spesso bugie;

. recita spesso la parte della vittima;

. adula per ottenere ciò che vuole;

. usa nei confronti del partner l’arma della colpevolizzazione;

. tende a delegittimare il partner nel ruolo genitoriale;

. manipola la realtà a suo favore;

. spesso è aggressivo verbalmente (insulti, parolacce, minacce);

. spesso è aggressivo nei comportamenti;

. è eccessivamente protettivo;

. controlla ogni azione del partner;

. è geloso senza motivo e porta la sua gelosia all’estremo;

. cerca di allontanare il partner dalla sue amicizie e parentele;

. cerca di limitare i movimenti esterni del partner;

. boicotta gli interessi personali del partner;

. tende ad attuare una coercizione sessuale (rapporti intimi non desiderati.

Come possiamo facilmente notare, sono molteplici le caratteristiche appartenenti ai partner manipolatori e, sono quasi certa che, purtroppo, una moltitudine di donne vi ritroverebbe alcune o molte delle caratteristiche del proprio partner.

Sfortunatamente, in un’epoca che ci sembra emancipatoria per le donne, dove si sarebbe raggiunta la fantomatica ‘parità dei sessi’, molte donne si trovano a vivere situazioni e condizioni che farebbero pensare al Medioevo. Persino le nostre nonne esercitavano un potere maggiore al nostro: promettevano ai loro futuri sposi di perdere la loro verginità solo dopo averle sposate. C’era una specie di ‘do ut des’, uno scambio; scambio che molte donne oggi sono incapaci di attuare, perchè chiedere diventa impossibile, perchè ne sono indegne, non valgono abbastanza,’è colpa nostra se lui è così’, e molto altro ancora…

Riguardo le dipendenze affettive, bisogna sottolineare un aspetto molto importante, quello della CODIPENDENZA:codipendenza è quando una persona fa in modo che sia influenzata in modo eccessivo dal comportamento di un altro ed al contempo cerca di controllare in modo eccessivo quello stesso comportamento.

Le CARATTERISTICHE DEL CODIPENDENTE sono:

. concentrano la loro vita sugli altrimenti

. la loro vita dipende dagli altri

. cercano la felicità fuori di sé

. aiutano gli altri invece che se stessi

. desiderano la stima e l’amore degli altri

. controllano i comportamenti altrui

. cercano di cogliere gli altri in errore

. anticipano i bisogni altrui

. attribuiscono agli altri il proprio malessere

. si sentono responsabili del comportamento altrui

. hanno una paura eccessiva di perdere l’altro

. provengono da famiglie con esperienze di codipendenza.

Passiamo quindi ad analizzare i PASSI DEL TRATTAMENTO INDIVIDUALE della dipendenza affettiva:

Primo passo : queste persone sofferenti spesso arrivano a chiedere aiuto perchè percepiscono una sensazione di VUOTO, di perdita di identità, di RABBIA, per la frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione, hanno la sensazione di ‘AVERE QUALCOSA CHE NON VA’;

Secondo passo:

1) concordare l’obiettivo terapeutico, ovvero l’autonomia materiale e psichica

2) acquisizione di consapevolezza

3) scoperta di una fragilità che può coesistere con una forza in grado di permettere la visione di un sé reale

4) capacità di migliorare la propria vita

5) svegliarsi dall’incubp

6) aprirsi a nuove possibilità di scelta

7) curarsi la ferita

8)) rispetto per la propria identità

 

Gli OBIETTIVI DELLA TERAPIA INDIVIDUALE

. Convivenza psichica tra bambina e adulta, abbandonando l’ipercriticità verso se stessi.

. adesione ai propri valori

 

Gli OBIETTIVI DELLA TERAPIA DI GRUPPO

. l’esperienza gruppale incoraggia il dare e ricevere.

. confrontare con chi è all’inizio e chi è alla fine facilita il mentalizzare il percorso, i tempi, le modalità di cambiamento.

. hanno grande valore nel gruppo i racconti di sé, l’esperienza, le vicende quotidiane, i piccoli successi.

. nel gruppo viene portata la PUNTA DELL’ICEBERG del proprio dolore, non le parti più profonde.

La vita, per essere appagante, dovrebbe essere un CAMBIAMENTO CONTINUO.

 

IL CAMBIAMENTO

. la sofferenza ha valore mutativo, è una spinta essenziale nella vita, senza la quale non si può operare alcun cambiamento.

. il dolore personale porta alla crisi, che a sua volta porta al cambiamento della vita, dando una possibilità di rivisitazione del sé.

. la donna deve disabituarsi ad un finto amore che provoca sofferenza. Come tutte le dipendenze, comporta il dolore dell’astinenza ed il senso di essere perdute.

. bisogna vivere nella realtà, abbandonando l’idea del bacio del principe che salverà la principessa dalla morte e dalla desolazione.

 

CONCLUSIONI DEL PERCORSO TERAPEUTICO

. Il recupero è possibile se la MOTIVAZIONE a modificarsi è alta;

. ogni energia va posta su questa impresa che è PRIORITARIA su tutto il resto;

. investire DENARO su ciò (la persona dipendente investe energie per il recupero dell’altro), deve così tradurre ciò in necessità di agire per se stessa;

. la guarigione avviene riuscendo a stare in intimità con l’altro, in una relazione paritaria con la capacità di condividere la propria esistenza interiore.

Se riusciamo in tutto ciò, con tutte le difficoltà e sofferenze che attraverseremo, arriveremo all’autonomia.

 

PER CAMBIARE OCCORRE

Ascoltare la voce interiore

allenare il nostro intuito verso noi stessi

mettere in conto il DISSENSO e la DISAPPROVAZIONE degli altrimenti

tollerare l’ansia scaturita dai contrasti con chi ci sta vicino

resistere a rimproveri e a RICATTI AFFETTIVI, senza sentirsi colpevoli ed ingrati

NON TOGLIERE MAI GLI OCCHI DALLA META

NON ESSERE IMPAZIENTI se non si hanno vantaggi e risultati immediati

…ALL’IMPROVVISO CI SI SCOPRE DIVERSE E NON SI SA DETERMINARE QUANDO E’ INCOMINCIATO IL CAMBIAMENTO!

Il cambiamento porta nel tempo all’ABILITA’ DELL’ESSERE INTIMI.

 

LE ABILITA’ DI ESSERE INTIMI

CONOSCERE cosa si sente e cosa si pensa

ASCOLTARE le proprie sensazioni e attribuire SENSO ai propri vissuti

CONDIVIDERE con l’altro parti di sé arricchenti

ASCOLTARE L’ALTRO

TRASCENDERE se stessi per incontrare l’altro

CREARE con l’altro un ponte di FIDUCIA che permette l’ABBRACCIO reciproco, libero ed autentico

mettere la soggettività al servizio della INTERSOGGETTIVITA’, conservando l’UNICITA’ dell’esperienza personale

esprimersi a parole, con il corpo e con il SILENZIO

L’INTIMITA’ è la scelta di donarsi. Si raggiunge se si è raggiunta una autonomia personale, che ci permette di lasciarci andare nella relazione, di ESPORCI, vincendo la paura di mostrarsi vulnerabili;

INTIMITA’ è riconoscere L’ALTRO, la sua identità, il suo spazio psicologico vitale, la sua unicità, una RECIPROCA unicità che permette di regolare distanza e confini;

l’INTIMITA’ è l’INCONTRO , l’abbraccio, il gioco e la CRESCITA

COMUNE, il SILENZIO APPASSIONATO DI OGNI SOLITUDINE.

Dott.ssa Alessandra Paulillo

UNA LETTURA CORPOREA DEL DISTURBO DA DIPENDENZA AFFETTIVA

Come tutti i tipi di disturbi psicologici, anche nel caso dell’addiction è possibile riscontrare nel corpo difficoltà riconducibili alla relazione e la cui regolarizzazione, effettuata anche per mezzo di esercizi fisici, può influire positivamente nel recupero del disturbo specifico.

 

Nello scrivere questo breve articolo non posso fare a meno di alcune brevi premesse che, presentando il mio punto di vista, rendano più facilmente comprensibile quanto andrò dicendo.

Tali premesse sono tanto più necessarie quanto più mi rendo conto di un taglio particolare, e tuttora imperante, nella lettura delle cose psicologiche, nonostante i notevoli cambiamenti che sollecitano una collaborazione tra i diversi punti di vista.

La realtà psicologica è comunemente intesa come il frutto del funzionamento del cervello e quindi è spesso presentata come un epifenomeno. Ora, dato che il modo di considerare le cose psicologiche determina anche il tipo di approccio terapeutico, e quindi il tipo d’intervento che s’intende adottare nel contesto di un disturbo, ed essendo il cervello un continuo processo chimico, diventa facile pensare alla pillola che risolve il problema.

Ebbene, io non credo che quella che definiamo “la mente” sia prodotta dal solo funzionamento cerebrale e non credo che il cervello sarebbe in grado di funzionare senza il corpo; inoltre sono convinto assertore del fatto che sia il corpo a contenere il cervello e che insieme, cioè tutto il corpo, compongono l’essere che siamo nella sua capacità di leggere il reale e di interagire.

Così sono convinto che non esiste il cosiddetto “controllo dell’Io” se non anche nella capacità della persona di controllare gli occhi, il corpo e le sue funzioni integrate. Mentre quello che definiamo il Sé credo che sia relativo al sentimento che accompagna lo svolgimento delle funzioni stesse e che la sua consapevolezza sia molto più antica di quanto non vogliamo ammettere; forse risale a prima della nascita. Perciò penso che il Sé sia precedente alla nascita dell’Io e che ambedue le istanze, le loro funzioni e i processi, sono legate anche alle espressioni corporee e non credo quindi che siano solo aspetti cognitivi e mentali della nostra personalità. Questo vuol dire anche che i disturbi, e quello che definiamo disfunzionale nell’economia psicologica di una persona, deve essere verificabile anche nella dimensione corporea.

Perciò, quando nel corso dell’articolo parlerò dell’Io e delle sue funzioni, farò riferimento al complesso dell’organismo e alla complessità delle sue funzioni, sia psichiche sia fisiche, e le une avranno sempre un legame di rimando nelle altre, nel senso che il fisico è nello psichico e viceversa. Così tutte le istanze che definiamo psicologiche penso che debbano avere un’eco nel corpo allo stesso modo di come tutto ciò che avviene nel nostro corpo è rappresentato nella mente.

In sintesi, penso che ogni tentativo teorico speso nella definizione e analisi di eventuali disturbi debba tenere conto contemporaneamente dei livelli sia corporei che mentali e lo sforzo terapeutico debba a sua volta tenere conto di ambedue le dimensioni.

Questo deve valere anche per la “dipendenza affettiva”.

Spesso il DAP (Disturbo da Attacchi di Panico) è associato, se non addirittura assimilato, al disturbo che si rivela attraverso una difficile costanza dell’oggetto e che è definibile con la sindrome che esso genera. Appunto disturbo derivante da un’eccessiva dipendenza affettiva.

In realtà esistono similutidini e differenze in queste due evenienze come del resto in tante altre manifestazioni; differenze che vanno annotate e di cui sarebbe opportuno tenere conto in un eventuale intervento sia psicologico sia medico.

Come per la dipendenza affettiva, possiamo dire che l’attacco di panico non è una malattia ma il modo di reagire di alcune persone a determinati eventi della loro vita. Allo stesso modo altre persone, piuttosto che con il panico, reagiscono con lo sconforto, l’accoramento e a volte anche con la conversione.

In questi casi sindromici “quasi” simili la distinzione potrebbe essere ricercata nella genesi dei singoli disturbi supponendo sviluppi alternativi che rendano conto più puntualmente di alcuni aspetti.

Proviamo ad ipotizzare comportamenti risalenti ai primi anni dalla nascita.

Ciò che secondo il mio punto di vista ci porta ad accomunare erroneamente il disturbo di dipendenza affettiva al disturbo di panico, dipende dal fatto che ambedue i disturbi hanno un qualcosa a che vedere con la relazione. Infatti ambedue i casi di disturbo sono, dalla relazione e nell’ambito della stessa, scatenati anche quando, in apparenza, non esistono elementi evidenti cui è possibile ricondurre lo scatenamento.

Ciò che invece notiamo immediatamente come differente sono le diverse manifestazioni comportamentali di ansia, nel caso della dipendenza, e destabilizzazione nel caso del panico.

In alcuni casi la destabilizzazione espressa nel panico viene interpretata come un’espressione esasperata dell’incapacità di fare a meno dell’oggetto e quindi a volte, il portatore di panico viene incluso nella categoria dei sofferenti di addiction.

La manifestazione panica penso possa essere ricondotta all’ipotesi formulata nei miei articoli precedenti pubblicati sul sito della LIDAP ai seguenti indirizzi: http://www.lidap.it/ciardiello.html – http://www.lidap.it/ciardiello2.html).

In quegli articoli ipotizzo che il vissuto di panico possa essere ricondotto ad una realtà infantile in cui l’aggressività prodotta dalla frustrazione materna sia rivolta contro l’Io. Nell’addiction invece ho l’impressione che la dinamica infantile si forma intorno alla difficoltà interna del soggetto di pervenire alla costruzione di un Io che possa fare a meno del supporto di un elemento esterno di relazione che funga da “collante”.

In pratica, mentre nel panico l’aggressività derivante dalla disattenzione o dalla fuga o dalla distrazione materna (o della figura primaria di relazione) si rivolge contro l’Io sottraendogli il collante, che normalmente è vissuto come il “dono” che il bambino ha fatto alle figure importanti, nel caso dell’addiction è possibile ipotizzare che quel bambino non è stato in grado di produrre il collante o non è stato messo in grado di produrlo dalle figure di cura. Per cui la funzione di collante delle funzioni dell’Io continuano per tutta la vita ad essere svolte dalle figure significative di volta in volte diverse. È come dire che la persona affetta da questo disturbo continua a “proiettare” nelle/sulle persone che trova significative della sua vita, la capacità aggregante della sua personalità. Capacità che avrebbe dovuto imparare a fare propria in qualità di dono per la figura primaria.

Questa modalità di relazione è appartenuta praticamente a tutti nel corso della propria esistenza. Cioè ognuno di noi ha avuto un momento della propria vita in cui era importante proiettare sugli altri una capacità aggregante; era come un delegare agli altri significativi, il papà, la mamma o altri che si prendevano cura di noi, la responsabilità di ciò che eravamo.

Era da queste persone che ci arrivava la conferma, la rassicurazione, il supporto e l’appoggio di ciò che eravamo e che dovevamo essere.

Nella relazione di fiducia che si costruiva, e si confermava ogni giorno, si specchiava costantemente l’immagine e l’idea di ciò che eravamo e che negli anni ognuno di noi ha imparato a fare propria. Così io oggi probabilmente sono anche ciò che vedevo rispecchiato negli occhi di mia madre quando mi guardava quindi sono, nel contempo, ciò che voglio, ciò che ho voluto ma anche ciò che lei ha voluto che io diventassi e questo specialmente nelle prime fasi della mia esistenza..

Il momento successivo della nostra crescita è quello che vede il bambino acquisire tanta fiducia in sé, anche grazie a questi rimandi familiari, da cominciare a sentire come un requisito proprio e personale la costituzione di un essere unico. Impara a farlo anche appropriandosi gradatamente del comportamento dei genitori che dall’inizio della vita controllano le sue azioni e ne perfezionano i comportamenti. È un po’ come quando impariamo il corretto uso del cucchiaio che da piccoli si realizza con un graduale controllo interiore di volta in volta confermato dai genitori.

Ora, mentre nella manifestazione di panico si può ipotizzare che l’affetto della figura di riferimento è venuto meno dopoche il bambino ha raggiunto la costruzione dell’io, con la definitiva acquisizione della capacità di fornire le singole funzioni dell’Io del materiale aggregante (la “colla” che, per esempio, tiene insieme la capacità del bambino di tenere in mano il cucchiaio e, dall’altro lato, la capacità di compiere un gesto del braccio che porta il cucchiaio alla bocca. La gioia espressa dagli occhi della madre funge da alimento, sostegno e solidificazione per l’acquisizione di questa capacità che è ulteriormente sostenuta, nel bambino, dal desiderio di gratificare con l’autonomia la madre), nel caso dell’action invece si può pensare che la figura di sostegno non abbia operato alcun “tradimento” nei confronti del bambino, ma che, molto più semplicemente, non ha mai stimolato in lui l’acquisizione della capacità aggregante.

I motivi possono essere stati diversi.

La madre (o chi per lei) potrebbe aver avuto bisogno della dipendenza del bambino perché questa la faceva sentire utile, importante e poteva contribuire a dare senso alla sua vita.

Da questo punto di vista non dobbiamo cercare le colpe perché, malgrado l’apparenza, tale atteggiamento è molto più frequente di quanto non si immagini e inoltre non è affatto consapevole. Il bisogno di dare senso a un’esistenza non è solo delle madri e dei padri ma fa parte dell’essere uomini e individui. E un figlio dà un tale senso all’esistenza che a volte ci riempie tutta la testa e ci lasciamo prendere a tal punto da quest’amore da non riuscire più a distinguere la funzionalità di ciò che dovremmo fare ed essere per lui.

D’altro canto invece può essere accaduto che non ci fosse tempo per questo figlio; che gli eventi della vita fossero così esigenti da richiedere tutta l’attenzione di questa madre, che doveva farsi veramente in quattro, per la sopravvivenza.

Situazioni incresciose e di poco alimento (affettivo emozionale ma anche materiale, di cibo vero) possono aver determinato carenze di sostegno (anche fisico quindi) emotivo in relazione proprio ai vissuti di integrazione funzionale dell’Io. Quando questi eventi si presentano nel periodo di maggiore sensibilità evolutiva nella vita di una persona, e distolgono le attenzioni genitoriali da questa dinamica costruttiva, si rischia che il bisogno di supporto aggragante si “incisti” nella personalità di un individuo e si prefiguri come il frattale maggiormente ridondante nella sua vita.

Quali le conseguenze?

A parte gli aspetti psicologici come l’estrema dipendenza dalle figure importanti e il precipitare di crisi depressive reattive, mi sembra interessante il prefigurare la possibilità di far risalire questo disturbo di “mancanza di stabilità” (emotiva?) alla “mancanza di equilibrio”.

Questa lettura del disturbo ci consentirebbe di pensare ad un intervento terapeutico che preveda la disamina di esperienze psicologiche, associate ad esercitazioni anche fisiche, di appoggio, equilibrio, e focalizzazione dell’attenzione.

Queste esperienze, mirate per ogni singola persona e condotte con competenza tecnica, potrebbero rappresentare valide esperienze per dare un senso all’introiezione della capacità di farcela da soli.

Ulteriori suggestioni inerenti l’articolo possono essere sollecitate dalla lettura dei seguenti libri:

Ramachandran V. S., Blakeslee S., “La donna che morì dal ridere”, Saggi Mondadori, 1999.

Lowen Alexander, “Il linguaggio del corpo”, Feltrinelli Ed. XVIII, 1998

Glen O. Gabbard, “Psichiatria psicodinamica”, Raffaello Cortina Ed., 1995.

Dott. Giuseppe Ciardiello

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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