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IL LUNGO CAMMINO DEL PERDONO

Tratto dalla discussione del forum “ll lungo, lunghissimo cammino del perdono”

Argomento: Perdono

Autore: Zebretta

Selezione a cura di Carlotta Onali

 

Oggi è un giorno particolare per me: esattamente un anno fa mio marito mi ha confessato la sua relazione extraconiugale; un anno fa quella storia è finita….ed è cominciata la mia.
Non ha confessato spontaneamente: l’ho costretto quando ho scelto di smettere di non vedere.
Ricordo tutto di quel giorno: lui che tra le lacrime confessava una storia con una donna che non amava e che ciononostante non era riuscito a chiudere;il tempo; che ora era ed il silenzio…
Sono rimasta seduta sul divano incapace di dire e provare nulla.
L’unica cosa che sono riuscita a dirgli è stata : “non toccarmi”; dopo mesi di dolore, di disperazione, di annullamento di me stessa ho visto per la prima volta il dolore nei suoi occhi.
Ho passato il pomeriggio a parlare con una mia amica, sbrodolandole letteralmente addosso quello che avevo tenuto per me tanto a lungo e lei mi ha detto che ci avrei messo tanto tempo a guarire:” tra un anno sarai ancora qui a cercare di riprenderti”.
Un anno?! No no, un anno così io non lo passo….

Beh, è passato un anno, mi è passato sotto il naso senza che nemmeno me ne accorgessi.
E’ stato così pieno e così intenso che sembra ne siano passati dieci.
Della donna che ero è rimasto poco e su quel poco ho dovuto lavorare tantissimo, rimettendo in discussione tutto di me stessa, di mio marito e del nostro matrimonio.
La cosa buffa è che io ero convinta di essere una donna lineare,con un’idea estremamente radicata e ferma di cosa è giusto e cosa è sbagliato e invece adesso mi ritrovo a fare i conti con una persona complessa, con idee complesse.
E’ come percepirsi non più ad una sola dimensione ma tridimensionale.
Ho ancora tanto da scoprire di me perché sento di avere solo dato una prima piccola occhiatina dell’universo immenso che c’è dentro di me.
Questo da una parte lo trovo molto bello e stimolante, dall’altro mi spaventa.
E’ meraviglioso scoprire di possedere risorse a noi ignote ma proprio questa non conoscenza di sé implica anche non conoscere bene tutti i propri limiti e le proprie incapacità.
Ma non posso e non voglio tornare indietro.

Oggi sono ancora qui, con mio marito: è lui che mi tiene per mano, lui che mi dice che ce la possiamo fare e che mi consola nei, seppur rari oramai, momenti di crisi.
Sicuramente abbiamo camminato tanto e siamo cambiati altrettanto ma siamo anche consapevoli delle difficoltà che ancora dobbiamo affrontare.
Proseguire la nostra storia necessita il perdonare e perdonarsi.
Lui ancora non si è perdonato: per un certo verso questo mi rassicura.
Indubbiamente non è giusto ma mi da la certezza del suo essere in grado di percepire l’errore commesso.
D’altronde mi rendo conto che mi aggrappo a questo facendone una sicurezza per il nostro rapporto: ma non è sano.
Sarebbe opportuno che si perdonasse, che imparasse ad accettare che non è perfetto ed anche io dovrei fare altrettanto.

Ultimamente il tema del perdono è emerso più volte nel corso di varie discussioni e mi sembra importante affrontarlo, per lo meno io lo considero importante forse perché mi ci sto confrontando pienamente.
Ho postato qui perché credo che sia un processo necessario in tutte le storie relazionali, sia che siano finite o ancora in corso.
Ma più che altro per capire come arrivare a perdonare è necessario capire cosa è veramente il perdono

Spesso infatti si tende a confondere il perdono con la riconciliazione ma sono due atti totalmente autonomi.
Perdonare significa riuscire a vedere i limiti di chi ci ha ferito, ridargli una dimensione più reale, di persona con pregi e difetti, comprendere senza per questo giustificare.
E’ un atto che richiede profondo equilibrio interiore nonché l’accettazione profonda di noi stessi.
Comprendere ed accettare i nostri difetti e le nostre fragilità ci permette di farlo poi con gli altri.
Perdonare non significa dimenticare ma far sì che il passato non continui a ferirci, ricordare senza provare dolore.
In quest’ottica il perdono non è qualcosa che serve a chi ci ha offeso per liberarsi delle sue responsabilità ma innanzitutto un processo per liberare noi delle conseguenze dell’offesa che abbiamo ricevuto.
Non è facile perché molto spesso crediamo di aver perdonato e non è vero.

Io ho capito di non averlo fatto ancora veramente perché non riesco a ricordare senza provare dolore o rabbia in alcuni momenti.
E quando non perdoniamo l’offesa rivive nella nostra mente e nel nostro cuore continuando a ferirci.
Sono cosciente di ciò che mi impedisce di perdonare: sono arrabbiata con me stessa per avergli permesso di ferirmi e non mi fido più della mia capacità di giudizio.
Comprendo che questo mi porta sempre al punto di partenza: la scarsa accettazione di me stessa e la conseguente scarsa autostima.
Non so dire in che misura essa fosse comunque presente prima di questa dolorosa esperienza e quanto questa abbia contribuito nell’acutizzarla ma so quanto sia difficile recuperarla.
Cercando di salvare il mio matrimonio ho lavorato, sto lavorando molto sul tema del perdono.
Certo alla fine dovrò trovare dentro di me la forza e la capacità di perdonare, me stessa in primo luogo e so che la strada è ancora lunga.
Tuttavia nel lungo cammino di questo anno il confronto in questo forum mi è stato di grande aiuto e penso che il possa esserlo anche su questo tema.
Ho cercato di condensare in poche righe un argomento così difficile ma poi un post troppo lungo magari può essere faticoso da leggere.
Spero che ne nasca un terreno fertile di discussione …..
Un abbraccio a tutti

Zebretta 

ciao zebretta… dopo aver letto il tuo racconto ci sono in me sentimenti dolorosi e contrastanti: solidarietà, tristezza per quanto ti è accaduto, gioia per aver letto che il tuo matrimonio continua e che tuo marito ti tiene per mano, rammarico e delusione per il ricordo di quanto accaduto a me.
A suo tempo avevo scoperto la tresca e mettendo insieme i pezzi avevo capito quanto era successo. In quel momento ho provato una disperazione che mai avevo provato prima e che mi ha segnato permanentemente in quanto da quel momento una parte di me è cambiata, si è spenta… non sò come descriverlo. Il dolore più grande era, ed è, quando nella mia testa rivivevo i momenti in cui lei era l’oggetto del desiderio, coronato, di un’altro (lo conoscevo pure).
Ho chiesto, voluto ascoltare il suo racconto nel dettaglio per tranquillizzarla, consolarla, liberarla, capire come fosse potuto accadere. Era sera e quella notte mi chiese di dormire semplicemente con lei (ci eravamo lasciati e non ci vedevamo da diversi giorni). Una notte infinita, tormentata, con la voglia di andarmene per la sofferenza che provavo, e il desiderio di restare perchè potevo ancora guardarla mentre dormiva.
In seguito, anche lei rimase segnata da quanto accaduto e io rimasi paziente, cercando di essere il più dolce e sensibile possibile. Rimasi in attesa che le cose migliorassero, che lei superasse i suoi blocchi e le sue difficoltà… per 4 anni! 4 anni che ora mi rendo conto furono devastanti per me, per la mia persona, per la mia autostima. Per tutto quel tempo mi sono annientato: ho vissuto per lei, per far star bene lei, per far ripartire in nostro rapporto. Ho lasciato perdere tutto per concentrarmi su noi, per tornare ad essere felici. 4 anni in cui credevo di aver perdonato ma in cui in realtà soffrivo, il ricordo (frequente) mi logorava, la rabbia per la non curanza del mio dolore cresceva dentro di me. Gli sforzi infiniti per accontentarla, risultare unico, migliore, valido, amabile.
Sorrido ironicamente nel pensare che per 4 anni ho atteso instancabilmente mentre lei si curava unicamente dei fatti suoi! Il comportamento da me adottato doveva essere il suo e viceversa. Invece il mio donarmi agli altri, in particolar modo alla persona che più amavo al mondo, unito al suo egoismo hanno ribaltato quanto doveva naturalmente essere.
A differenza tua zebretta, una volta capito il suo tradimento ho cercato di comprenderla e perdonarla: questo è stato il più grande errore che potessi commettere. Così facendo, lei si è liberata del fardello che portava, passandolo interamente a me, per poi lavarsene le mani: non mi ha mai chiesto perdono, scusa, non ha mai capito quanto mi avesse fatto e quale tremenda agonia stessi vivendo. Non ho mai avuto il piacere di essere preso per mano, consolato, confortato, mai, neppure una volta in tutto questo tempo.
In conclusione, mi ha lasciato: stesso copione di quel tradimento, solo che questa volta ha voluto andare oltre a quello che sostanzialmente fu una notte e via, e mossa dal desiderio di innamorarsi nuovamente, provare forti emozioni mi ha lasciato. In quel momento la gelosia nel pensare lei ancora tra le braccia di un’altro e la rabbia per tutto quello che ho dovuto passare per cercare di farla stare bene mi stavano facendo impazzire e ancora non l’ho superato completamente.
Questo accadde un anno fa e, come per te, pare sia volato in un batter d’occhio: sembra ieri che mi diceva di non amarmi più. Ma allo stesso tempo, se ripenso al ragazzo che ero, ai sentimenti che provavo sembra passata un’eternità.
Ora ho paura di esser diventato più freddo, più razionale e distaccato, più attento a non essere ferito e di conseguenza più distratto, assente nei confronti di chi mi affiancherà nel prossimo futuro.
L’augurio, per entrambi, è che tutta questa sofferenza si traduca in qualcosa di meraviglioso.
Un abbraccio,

Flender


Dal punto di vista etimologico perdonare significa concedere un DONO: è così in tutte le lingue, dall’inglese ‘forgive’ al francese ‘pardonner’ ed al tedesco ‘vergeben’. Non sono molte le persone predisposte all’atto di donare, ed anche se dal punto di vista etico o religioso si può essere d’accordo sul principio,…………… metterlo in pratica è tutt’altra cosa
Il perdono implica la propria liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio.
L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa si che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti.
L’odio crea una dipendenza.
Un forte abbraccio

Ros

Ciao Zebretta.. Ho pensato a lungo su cosa potere scrivere in risposta a questo tuo bellissimo thread e non so se sarà appropriato.
Leggendoti ho pensato al perdono e mi è venuto in mente mio papà. Il percorso che mi ha portata al perdono adesso mi sembra semplice ed inevitabile( ehmm ci sono voluti un po’ di anni). E’ come se semplicemente avessi seguito una strada che era già segnata. Il perdono è stato per me la trasformazione dall’odio all’amore.
Poi ho pensato al mio ex…. Mi ha fatto molto male e gli ho portato molto rancore. Ma poi sono giunta all’indifferenza… dal rancore profondo sono giunta all’accettazione capendo che quell’uomo è più malato di me e che non avrebbe mai potuto amarmi come io desideravo. L’ho scelto apposta! Questo è perdono? Non so
Penso al padre di mia figlia. Non lo perdono. Razionalmente mi dico che lui è fatto così e non potrò mai cambiarlo ma solo accettarlo per quello che è.. ma non riesco ad accettarlo.. mi fa ancora troppo male il suo comportamento.
Perdono? Anche nel suo caso forse dovrebbe essere accettazione.. forse anche affetto perché in fondo abbiamo condiviso e condividiamo la cosa più bella che abbiamo potuto fare: una figlia! Mi verrebbe da dire che forse non è indispensabile perdonare sempre.. ma quando in mezzo ci sono dei figli forse è un cammino che vale la pena di tentare di percorrere.

Poi ho pensato al tradimento.. Io ho vissuto una serie di storie nelle quali il mio compagno mi tradiva ma “il tradimento vero” è stato solo quello di mio marito.. quando, come hai detto tu, ho deciso che volevo smettere di non vedere e, nel mio caso, smettere di permettere di tradirmi. E’ stato un giro di boa nella mia vita. Ringrazio quel tradimento perché è stato l’inizio di un cambiamento molto lento e doloroso che mi ha portata dove sono adesso. Purtroppo per me il tradimento non ci ha portati a riavvicinarci ma ad allontanarci ancora di più e definitivamente perché penso che questa unione avesse delle fondamenta molto fatiscenti..
Gio62

Il tradimento è una grave ferita e va collocata in un contesto. Ha un motivo di essere. Nella maggioranza delle storie il motivo è il non amore o la fine dell’amore e quando è così noi lo sappiamo ( dentro di noi) perchè il tradimento , in questo caso, é la conseguenza di molte cose che non vogliamo vedere o non siamo pronte o non riusciamo. Io la penso così e non solo per la mia esperienza ma anche per quello che vedo intorno a me. In questo senso un tradimento ci obbliga a guardare anche dentro di noi profondamente prendendoci le nostre responsabilità ( non colpe!!!) senza per questo assolvere un tradimento che è davvero un colpo basso.
Gio62
Gio…la tua risposta la aspettavo con impazienza per la verità….ci contavo
Mentre scrivevo pensavo a mio padre, a tuo padre e a te.
Ultimamente mi capita spesso di associarti al pensiero del mio babbo, forse perchè so che devo compiere un cammino simile al tuo e ho tanta ammirazione per te che sei riuscita a risolvere il tuo rapporto con lui.
Mi rendo conto che dovrei perdonare anche papà ma sarà che lui mi ha ferito quando ero più indifesa, sarà che le mie aspettative su di lui erano grandi, io sento di riuscire a perdonarlo con maggiore difficoltà rispetto a mio marito.
Questo mi stupisce perchè se ripenso a me da piccola ricordo il dolore ma molto ovattato, mentre quello di oggi con mio marito è più vivo e acuto.
Si, credo fermamente che il perdono sia accettazione che porta con sè la fine del logorio interno, del dolore.
Sono consapevole, come te, che il tradimento sia stato un giro di boa: mi ha costretto a guardare di me anche ciò che non volevo vedere.
E lo fa ancora ma non riesco, proprio non ce la faccio a ringraziare che sia accaduto benchè sia cosciente che alcuni aspetti di me e della mia vita non li avrei considerati nè modificati altrimenti.
Ma probabilmente dipende dal fatto che ancora mi procura dolore, che ancora non ho perdonato fino in fondo.

Credo anche io che perdonare non sia sempre necessario: penso lo sia in proporzione al dolore che noi avvertiamo.
Ci sono persone che mi hanno ferito molto, volontariamente; che ancora cercano di farlo…le stesse che hanno creato tutte le difficoltà a mio marito dando origine a situazioni tanto complesse da essere ancora in atto.
So per certo che queste persone hanno cercato di farmi del male, ancora, proprio pochi giorni fa.
E mi sono chiesta se ho perdonato: la risposta è no e non credo che lo farò mai.
Non riesco a perdonare chi persevera nel volermi ferire, non ce la faccio proprio.
Le offese che ho subito, le angherie erano e sono grandissime: tempo fa li ho odiati, non mi vergogno a dirlo.
Oggi non più: penso che questo dipenda dal fatto che erano persone che anni fa consideravo amiche ma dalle quali avevo già cominciato a staccarmi perchè percepivo che qualcosa non andava: dunque le mie aspettative su di loro erano ormai bassissime.
Non ho bisogno di perdonarli perchè non sento più dolore dentro di me ma non ho accettato e non lo farò mai.

Caro Flender,
quando ho letto il tuo post mi sono molto dispiaciuta: non volevo alimentare un dolore che so essere enorme.
Capire come agire e reagire nei confronti di un tradimento non è facile.
Ma credo che tu abbia usato la parola chiave: autostima.
Sinceramente penso che tutti noi abbiamo dei buchetti qua e la in essa, nel senso che non sarebbe reale nè sano secondo me pensare ad un autostima totale.
Certo è che le dimensioni dei buchetti contano enormemente quando accade un tradimento.
Perchè il tradimento di per sè è il più potente mezzo di annientamento dell’autostima: non solo ti chiedi cosa c’è in te che non va per aver dovuto subire tanto ma ti domandi anche come hai potuto non vedere e non capire.
Ricostruire l’autostima dopo un tradimento è come ricostruire una città rasa completamente al suolo e deserta.

Gli sforzi infiniti per accontentarla, risultare unico, migliore, valido, amabile .

Questa tua frase mi ha colpito moltissimo: in essa c’è tutta la ferita della tua autostima, della tua ricerca di cambiarti per essere meritevole di amore.
Ma l’amore, quello vero, è quello ti accetta e che non ti cambia.
Il perdono è un processo lungo e doloroso: quando si perdona troppo celermente in realtà stiamo solo cercando un modo di difenderci, stiamo cercando di proteggerci dal dolore.
Cercare di comprendere e giustificare il tradimento credo tecnicamente si chiami NEGAZIONE.
Il perdono per essere tale deve essere rivolto proprio alle persone che non scusiamo.
Ho letto un libro veramente interessante su questa tema: lo consiglierò nell’apposita sezione. Penso che possa essere utile, a parte per il perdono in sè, anche e soprattutto per comprendere quali sono i nostri meccanismi di difesa e le ferite sottese.

Ha aiutato anche me a comprendere quali siano le motivazioni che mi impediscono o comunque rendono difficile il proseguire il mio cammino: sono diverse ma credo che questa frase ne condensi il senso complessivo

perdonare significa anche correre il rischio e superare la paura di essere umiliati una volta di più.

Ecco, credo che non avrei potuto descrivermi meglio in questo momento…

Un grande abbraccio a tutti

Zebretta 

Da dove comincio..
Mio papà per me il vero perdono è quello.. Ho detto che è stato semplice ma lo è stato adesso che lo vedo a ritroso, naturalmente. Mi ricordo ancora quando proprio su questa tastiera piangevo lacrime come fossi un fiume in piena senza riuscire a trattenermi come non ho mai pianto, come se tutte quelle lacrime lavassero via il dolore, quando ho visto mio padre oltre quella cortina di nebbia fittissima perenne. Ma ancora non avevo perdonato. Avevo solo iniziato a vederlo per quello che era: un uomo con tante difficoltà, con tante debolezze, con un infinito timore, tanto, troppo simile a me, al punto tale che per anni ci siamo scontrati. Due bambini che non hanno mai imparato ad esprimere se stessi. Credo che tutto fosse fondato sull’incomunicabilità e il fatto che io abbia iniziato un cammino dentro di me e abbia trovato un pezzetto di persona più adulta, ha fatto in modo di cambiare atteggiamento di fronte e lui e a cominciare a slegarmi da un modello oramai consolidato
Non sarei mai riuscita a dirgli le cose che gli ho detto poco tempo fa. Anzi, solo alcuni mesi fa gli ho urlato addosso il mio odio e proprio di questo poco tempo fa, gli ho chiesto scusa, perché non lo provavo più. Gliel’ho chiesto con il cuore in mano. E’ stato semplice perché nel momento in cui questo processo è iniziato ho solo dovuto seguire me stessa vincendo le mie paura.
Prima delle ferie volevo chiarirmi con lui ma non l’ho fatto perché mi sentivo ancora debole .. ero su un terreno scivoloso e avevo paura che, oltre a non riuscire ad esprimere per il meglio quello che avevo dentro, lui potesse rifiutarmi ancora e non sapevo come lo avei preso.
“perdonare significa anche correre il rischio e superare la paura di essere umiliati una volta di più”.
Ecco era proprio per questo che non trovavo il coraggio.. ma poi,un giorno, ho solo dovuto seguire la strada verso casa sua consapevole che dovevo farlo per me, che l’unico modo per trovare lui era concedere a me stessa di esprimere quello che avevo dentro. E io gli ho sempre voluto bene, lui non me lo avrebbe detto e non avrebbe mai cambiato modo di agire…solo io potevo fare quel passo.
E dopo questo ho visto un miracolo perché lui ha fatto dei piccoli tentativi per cambiare.. e questo mi fa comprendere che avevo visto giusto nel suo cuore. Continuiamo a non parlarci molto ma quel poco è sufficiente. Non vedo più mio padre come un mostro ma neppure solo come una persona debole. Mio padre ha trovato il suo posto e mi sta insegnando ora più di quando ero piccola. In questo momento mi sta accompagnando a comprendere l’abbandono che è il mio terrore e mi sta insegnando la dignità della morte e delle sofferenza.
Lui non voleva farsi ricoverare a luglio, quando gli hanno trovato un tumore, e aveva tutti contro.. anche me in parte.. poi ha fatto altri esami e abbiamo scoperto che è davvero molto compromesso. Anche i medici adesso dicono: lasciamolo stare. Lui, che è sempre taciturno e non ho mai capito, comprende perfettamente la sua situazione ascoltando se stesso e con estrema dignità sta andando contro il suo destino.
Penso che in realtà sia più semplice perdonare un genitore che un partner: perché dentro di noi amiamo i nostri genitori, tanto più li odiamo tanto più li amiamo perché ci hanno feriti, perché ci aspettavamo da loro qualcosa che non potevano o non hanno saputo darci. Il filo che ci lega è fortissimo. Ma i nostri genitori sono esseri umani come noi, non sono gli esseri prefetti che avremmo voluto. Mi viene difficile pensare che un genitore, in genere, non ami un figlio, anche se ho degli esempi molto vicini, di persone cha hanno ripudiato perfino i propri figli. Non so che dire in questi casi…. Per fortuna non è stato il mio caso! ( e già di danni ce ne sono stati!)
Per quanto riguarda i partner.. come vedi essere riuscita in una tale impresa non mi insegna a sapermi gestire con il padre di mia figlia! Ci lavorerò anche perché lo devo a mia figlia.. anche se penso che ogni cosa che superiamo ci rende più forti e il giorno in cui sarò riuscita a separarmi da mio marito senza nessun rancore sarò una persona migliore e quindi devo farlo anche per me.
Un abbraccio forte
Gio62

Ho letto il tuo racconto letteralmente rapita…
In un certo senso mi ci ritrovo: non nelle parti fondamentali( non ancora almeno!) ma anche io comincio ad avvertire il desiderio di parlare con mio padre e come te temo non solo di essere respinta ma che lui non possa capire, nel senso che secondo me mio padre mi vive come figlia poco amorevole ma per causa mia.
In sostanza io sarei quella con il caratteraccio: e non è solo il mio senso di colpa a indurmi a fare questa considerazione( perchè ovviamente sento di essere manchevole, di non comportarmi come una brava figlia dovrebbe) ma anche la consapevolezza che mio padre ha la tendenza a “riaggiustare” gli eventi del passato in modo più gradevole per lui, possibilmente deresponsabilizzandosi.

Credo sarebbe più semplice, dopo un tradimento, lasciarsi pittosto che cercare di ricominciare insieme.

Sapessi quanto mi ha fatto tribulare questo pensiero!
Su questa considerazione ho speso tutte le energie che avevo nel tentativo di stabilire se ero o meno dipendente..
Sia io che mio marito abbiamo sempre considerato che non riuscivamo ad immaginare il nostro futuro senza l’altro.
In un certo senso è ancora così: mi sembra che la sua presenza nel mio futuro sia naturale come l’aria ma adesso sono perfettamente cosciente che potrei vivere benissimo anche senza lui ( e in questo mi è stato utilissimo andarmene di casa per un mese).
Magari a molti sembrerà banale ma io ho accolto questa consapevolezza con immensa gioia e sollievo.

Proprio ieri, dopo aver visto che ero un po’ triste dato il particolare anniversario, mio marito mi ha chiesto se non mi venisse mai la voglia di mollare tutto, di lasciar perdere per evitare la sofferenza.
Beh io mi sono sentita rispondere:”si, eccome!”. Non ci ho nemmeno pensato…
Lui è rimasto un po’ male e mi ha detto che per lui la sofferenza vale il nostro rapporto ma ha anche aggiunto che certo sono io quella che soffre di più….
Io sono contenta, contenta di sapere, adesso, che per me sarebbe più facile andarmene e invece scelgo di restare.

Non so se sono riuscita a spiegarmi….a volte nel tentativo di fare maggiore chiarezza mi ingarbuglio ancora di più
Zebretta
E’ possibile che tu abbia un gran brutto carattere. Anche io l’ho sempre avuto e me lo porto dietro e penso sia il risultato di come siamo cresciute, Zebretta. Ne sarai anche un pò responsabile tu ma lo è anche il rapporto con tuo papà e quindi.. dove sta la colpa? Prova a cambiare l’angolatura con cui vedi la situazione con tuo padre. Io penso sia importante lasciare gli schemi che ci imprigionano.
Il tuo comportamento è la risposta al suo e viceversa. Se nessuno di voi cambierà continuerete così.. allora tu che sei più giovane e più motivata e più sensibile.. cambia! semplice eh? ehmmm lo so che non lo è per niente..
E poi cerca di vincere la paura che hai di non essere compresa. fallo per te. Sai, molte volte andavo dalla psicologa e mi mettevo a piangere perchè dicevo: Ho compreso il modo di comunicare con molte persone.. ma non riesco a trovare un varco per comunicare con mio papà.. con chi porto dentro, perchè metà di me porta i suoi cromosomi! Mi sembrava assurdo.. era come se ci forse un muro insormontabile.. Ma se ti metti in ascolto e soprattutto ti dai fiducia forse arriverai a vedere quello squarcio. Non è detto che debba avvenire.. ma se tu lo vuoi io credo che ci siano buone probabilità che questo avvenga. Non avere fretta, segui le tue emozioni. Per me è stato così.. spero possa esserlo anche per te.
Gio62

Hai ragione cambiare non è semplice soprattutto quando implica perdonare chi ci ha ferito.
So anche che necessariamente uno di noi due deve rompere il circolo vizioso che abbiamo innescato ma lotto ancora con me stessa perchè sento una vocina che mi chiede perchè devo sempre essere io a fare la prima mossa.
E’ infantile, lo so ma è la verità.
La bimba che c’è in me vorrebbe sentire il suo papà che le dice che le vuole bene e la protegge.
Ecco io non mi sono sentita abbandonata, non nel senso stretto del termine: mi sono sentita non protetta.
Sono grande ormai e solo io posso proteggere me stessa, lo so…

Credo che il desiderio di ricostruire il rapporto con mio padre stia nascendo anche per la voglia incredibile che ho di pace, di avere una vita serena.
Voglio chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo, senza nessuno strascico del passato.
Non so se ci riuscirò perchè non dipende solo da me.

Forse, come te, sono impegnata su troppi fronti e devo necessariamente trovare un po’ di equilibrio: non ho la forza necessaria per affrontare due problemi così impegnativi nello stesso momento.
Mi sento ancora fragile e non sufficientemente “attrezzata” per correre il rischio ed essere eventualmente nuovamente umiliata.

Credo comunque che sia solo questione di tempo: basta sapersi ascoltare ( che è più facile a dirsi che a farsi a volte…)
Zebretta

ciao zebretta e ciao gio62
questo thread è iniziato con un primo anniversario speciale che da inizio al “lungo, lunghissimo cammino del perdono” per qualcosa che zebretta, ma in realtà moltissimi di noi, ha ricevuto senza richiedere, qualcosa che ha fatto soffrire moltissimo, qualcosa che nessuno meriterebbe mai,
poi siamo passati al perdono dei papà e la cosa scusate mi ha un po’ infastidito, vi spiego perchè però…

io ho lo stesso identico problema vostro solo che il mio perdono, prima ancora la mia rabbia, coinvolge la mamma, il papà è morto tantissimi anni fa

stesse dinamica, terrore di parlarle, terrore di ascoltare le sue ragioni e per qualche fantomatico circolo vizioso riprendere come sempre sulle mie spalle tutte le colpe

quando è iniziata la crisi con mio marito la prima cosa che mi è stata rinfacciata è stata “ti ho dovuto fare anche da padre” ed io mi sono accollata anche questa colpa, come sempre

sono bastate poche sedute dalla psicoterapeuta per capire che il mio problema non era la mancanza di un papà, ma la presenza stile condor di una madre frustrata sia per infanzia sia per cultura sia per vedovanza sia per carattere

lei stessa pensate all’inizio non voleva che lo sposassi, non proprio ma avrebbe preferito un “medico”, diciamo così un uomo con una posizione migliore, che poi mio marito ha realizzato, io tra l’altro l’ho incontrato ancora studente svogliato

perchè sono arrabbiata? parlavamo di una piccola e grandissima al tempo stesso vittoria di zebretta di cui io ero entusiasta, per andare a sbattere sull’argomento genitori dove ancora sono alla ricerca di serenità, di protezione con un amaro retrogusto di rabbia protratta negli anni

sono molto contorta lo so, il mio lavoro sta anche nello srotolare la matassa che ho negli anni raggomitolato male
buona giornata ad entrambe
un grosso bacio
Laura.m

Cara Laura,
questo thread è nato, nelle mie intenzioni, per confrontarsi su un tema così difficile come il perdono.
Lo è tanto che io ancora ci lotto, anche e soprattutto con mio marito.
Ciò che mi premeva di più era parlare del perdono non come qualcosa dovuto o cercato per gli altri ma come mezzo per il raggiungimento della nostra pace interiore.
E soprattutto il perdono non coincide con la riconciliazione: questo passaggio è fondamentale.
Significa che in fondo io non posso scegliere veramente di restare con mio marito, di riconciliarmi con lui se prima non lo perdono e non viceversa.
Tanti di noi hanno creduto di avere perdonato in certe occasioni ed invece non era vero: io credevo di aver già perdonato mio padre e purtroppo non è così; Gio e Flender pensavano di aver perdonato i rispettivi partners ma anche loro si erano illusi.

Cos’è il vero perdono, come raggiungerlo veramente….questo è il tema di questo thread, che sia perdono per un padre, una madre o un compagno.
Il processo è sempre lo stesso, poi naturalmente i tempi sono diversi a seconda delle persone coinvolte, delle nostre aspettative nei loro confronti e del nostro dolore.

Sicuramente in questo momento io sento più prepotente in me la necessità di trovare un equilibrio vero con mio marito: lui è il mio presente, il mio progetto di vita in un certo senso.
Ma credo fortemente che sia necessario anche il perdono, che per me è vera accettazione, anche nei confronti di mio padre, che rappresenta il mio rapporto con il mondo maschile.
Il perdono di papà mi serve per ricostruire, per perdonare ed accettare anche me stessa: la parte di me che gli assomiglia, quella che si sente in colpa,quella che non si accetta e non si piace.
Non posso perdonare gli altri se non perdono anche me stessa.
E la difficoltà della situazione attuale è forse quella generata dal legame che sento tra questi fronti, diversi eppure simili, di perdono che sto affrontando.
Devo necessariamente perdonare tutti e due, anzi tutti e tre me compresa, ma fatico a farlo contemporaneamente.
D’altra parte so, sento, che essi sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro.

Laura, io credo che il mio cammino per il perdono sia iniziato molto tempo fa: la differenza tra allora, quando questa storia dolorosissima è iniziata, e adesso è che prima io volevo perdonare, ora ne sento il desiderio.
Prima lo volevo perchè volevo il mio matrimonio ( perdono = riconciliazione), ora ne sento la necessità per me, con la consapevolezza che è sì un mezzo assolutamente indispensabile per la riconciliazione ma anche che scelgo il perdono per me stessa prima che per chiunque altro.
In questo senso io sento di aver ottenuto una piccola vittoria: non puoi ottenere ciò che non conosci e soprattutto non lo puoi nemmeno desiderare veramente.

Non sei contorta: solo, forse, avevi voglia di sentire qualcosa di positivo, di vedere che c’è un cammino possibile, tenuto conto anche che da un certo punto di vista le nostre storie si assomigliano tanto, ma poi ti sei ritrovata in un argomento, evidentemente, per te ancora più doloroso del tuo matrimonio.
Nei tuoi ultimi posts si legge un aumento di consapevolezza della reale situazione matrimoniale che stai vivendo, uno spostamento delle responsabilità, che oggettivamente e giustamente, non riconosci più a tuo totale carico.
Piano piano stai diventando “padrona” della situazione e benchè questo possa procurarti dolore unitamente alla consapevolezza che possa anche essere che il tuo matrimonio sia irrecuperabile, tutto ciò ti rende contemporaneamente più autonoma e più forte.
Ed è in ogni caso una bella sensazione.
Al contempo la difficoltà con tua madre ti fa sentire ancora fragile.

Non so Laura, la mia è un’ipotesi che si basa anche sulla mia esperienza.
In questo lungo cammino sono riuscita ad individuare quali sono le motivazioni che mi impediscono di andare oltre, di progredire.
So che è un cammino che nessuno può compiere al posto mio ma credo che parlarne aiuti, specie con chi ha saputo raggiungere il vero perdono, a prescindere dal fatto che sia stato perdonato un padre piuttosto che un marito.
Ti abbraccio forte

Zebretta

Cara zeb,
come vedi il perdono non è legato solo al contingente; anzi spesso quello che non riusciamo a “perdonare” nell’immediato è qualcosa che non riusciamo a fare altrettanto per il passato. Zeb questo thread mi piace molto perché dal dolore ricordato con una data fatidica, poi con naturalezza la tua prospettiva si è spostata su ciò che, probabilmente, ti impedisce di lasciar andare rabbia e dolore e accettare la fragilità dell’altro in pieno, senza per questo sentirti sminuita o meno donna.
“Credo che il desiderio di ricostruire il rapporto con mio padre stia nascendo anche per la voglia incredibile che ho di pace, di avere una vita serena.
Voglio chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo, senza nessuno strascico del passato. Non so se ci riuscirò perchè non dipende solo da me.”
Io credo che questo desiderio nasce dal fatto che oggi ti senti più forte, hai affrontato un “tradimento” doloroso e stai ricostruendo il tuo rapporto con tuo marito, questo ti da la sicurezza che se vuoi, da parte tua c’è la capacità di andare incontro all’altro, hai acquisito la sicurezza dentro di te.
Credo che sì per ricostruire un rapporto con tuo padre serva la sua collaborazione, ma credo fermamente che per non avere nessuno strascico ti serva comunque un confronto con lui, che questo significhi ricostruire un nuovo rapporto o accettare ciò che lui è.
Zeb qualche settimana fa io ho avuto il mio confronto, lo avevo rimandato per molto tempo credendo che non mi fosse più necessario; che non servisse più.
Ora posso dirlo, non solo è servito per chiudere un capitolo lunghissimo della mia vita, ma per lasciare uscire fuori la mia “bambina” ferita, umiliata, non protetta; lasciarla andare costringendo mia madre a lasciare andare la madre “matrigna”, ossessiva, ipercontrollata e costringerla a vedere i suoi errori e capire che sono adulta e deve trattarmi da adulta. Mia madre oggi, pur con grande fatica, “cerca” di avere con me un rapporto maturo. Non so quanto riuscirà a controllarsi o a cambiare, tocca a lei. Io mi sento in pace, anche se la sua “non presenza” ossessiva a volte “mi disorienta”, nel senso che chi ha sempre avuto un ombra ha paura di non farcela a camminare senza.
Zeb quando sarà arrivato il momento di questo confronto accadrà, non ci sarà bisogno di programmarlo, io non l’ho programmato è arrivato così, come una tempesta a dissipare le mie “ombre”.
Zeb stai camminando verso il perdono…quando sentirai di non avere più rabbia verso il tuo lui sarai pronta per cominciare a ritroso il cammino verso tuo padre. Sei vicina, non affrettarti, lasciati portare dalla tua “coscienza interiore”. Un abbraccio

Pat

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA

“Perdonare è la capacità di scrivere una pagina nuova e di colmare il baratro che si è creato tra le persone” Madre Teresa di Calcutta

 

SINTESI DI UNA DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM

Eccomi qua a parlare di una faccenda che inizia a farmi pressione
L’ultimo passo, ancora non affrontato.
Di che si tratta? Provo un profondo RANCORE verso la DIPENDENZA AFFETTIVA.
E’ un sentimento che è nato nel momento in cui mi sono resa conto di averla acquisita e quanto essa mi aveva condizionata nella vita sotto l’aspetto relazionale.
Per molto tempo sono stata “presa” ad affrontare ogni aspetto, ogni paura… insomma, ogni sfaccettatura…
Poi mi sono dedicata ad altro… del resto avevo raggiunto il mio obiettivo.
Tuttavia, ultimamente, prestando attenzione a me stessa, mi sto rendendo conto che questo rancore verso la dipendenza affettiva mi sta condizionando negativamente. Trovo ingiusto che l’abbia acquisita… non è stata una scelta consapevole,
ero piccola quando è nata… ed anche se l’ho superata sono incavolatissima (il termine non rende ciò che provo, ma almeno a parole, qui nel forum,
mi auto-modero:grin:) perchè ho sofferto, perchè ho perso tempo prezioso… anni della mia vita! E mi fa incavolare ancora perché anche il provare rancore per lei mi fa perdere tempo!
Proprio questa mattina mi sono posta una domanda <<Come faccio a liberarmi dal rancore che provo verso la dipendenza affettiva?>> . Per il momento non so rispondermi.
A me è capitato di provare rancore per qualcuno in passato, ma poi sono riuscita a superarlo perché ho compreso che le ferite ricevute dalle persone in questione non erano state volontarie.
Ma in questo caso la faccenda è diversa, per lo meno, in questo momento mi sembra più complicata…
Allora, il mio obiettivo è : LIBERARMI DAL RANCORE VERSO LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Forse è meglio formularlo in modo positivo: PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Per ora non so altro… non so da dove iniziare… del resto mi è successo anche quando volevo raggiungere l’altro obiettivo : indipendenza affettiva… non sapevo che fare, ma poi, supportata dalle mie risorse interiori – motivazione, volontà e costanza – ci sono riuscita! Accolgo a braccia aperte ogni punto di vista! Barbara

gio62
Non ci ho riflettuto.. ti scrivo di getto e magari poi mi pento e ti riscrivo ….
Secondo me la dipendenza affettiva fa parte di te.. non riesci a perdonare quella parte di te che l’ha immagazzinata e fatta propria. La dipendenza non è un mostro.. ma sei tu, e quindi.. devi perdonare te stessa.
Poi.. da dove cominciare.. non me lo chiedere quando scrivevo della rabbia io provavo un grosso sentimento di rabbia orientato verso di me e adesso mi ha lasciato un po da quando ho cominciato a lavorare su me stessa in modo attivo ed intenso e ho capito che sto facendo tutto il possibile per superare questi limiti che mi sono posta.
Quando parli del tempo perduto è quello che provo in questi giorni riferito ai miei genitori e soprattuto a mio padre. E’ come se non lo avessi mai conosciuto e rischiassi di non conoscerlo mai.. eppure sono 44 anni che lo conosco e ci vediamo ogni giorno. Non l’ho mai voluto vedere perchè gli ho messo addosso la maschera del mostro che mi ha causato tutto questo.
Ma mio padre è una risorsa.. anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo” ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono. Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindì si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro.
Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.
Non so.. era una risposta di getto… Un abbraccio Gio

Questa mattina mi sono svegliata. Di solito mi alzo dal letto
immediatamente, invece sono rimasta lì ad ascoltarmi… cosa che non facevo da diverso tempo.
Come ho già detto mi sono resa conto fino a che punto fossi incavolata con la dipendenza affettiva…
Mi sono alzata, ho fatto le solite cose e intanto continuavo a pensarci. Poi ho acceso il PC con l’intenzione di lavorare un po’ prima di uscire… ma ero “distratta”. Quindi sono venuta qui e ho scritto.
Dopo un po’, poco prima di uscire, arriva la notifica e leggo il tuo punto di vista e queste tue parole mi sorprendono come un arcobaleno improvviso mentre c’è un temporale estivo! … anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo”
ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono.
Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindi si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro. Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.

E’ vero! E’ anche grazie alla dipendenza affettiva che sono quel che sono!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che mi sono messa in cammino verso me stessa… ed ho “viaggiato” alla scoperta di aspetti di me sconosciuti!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che il mio rapporto con me stessa e con gli altri è costruttivo! Potrei dire che la lista è lunga!
Grazie Gio! Grazie di cuore! Sento il cuor leggero e colmo di gioia! barbara

Buongiorno carissima gio!
Mi sono svegliata con un bel sorriso stampato in faccia… non so fino a quando avrò questa espressione tipo “stato di grazia”…
Dunque, come allora avrò modo di testare concretamente se ho superato la faccenda, quindi raggiunto l’obiettivo.
Per me ogni volta è stato così… oltre alla comprensione a livello razionale è stato necessario “testare” le reazioni emotive sul campo (detta così sembra una partita sportiva ).
C’è una situazione particolare che ha stimolato il mio rancore: quando vedevo M. per strada.
Come c’è l’attacco di ansia a me veniva un attacco di rabbia, perchè lui, indirettamente, rappresentava per me la dipendenza affettiva.
Quindi, anche se (grazie a te) mi rendo conto degli aspetti positivi… voglio “testare” concretamente.
Non so se mi sono spiegata! Non farò nulla di particolare per trovarmi nella situazione di cui parlavo… prima o poi accadrà! barbara

Ciao Barbara, sono contenta che con la mia risposta a getto ti sono stata di aiuto.
E’ molto bello stare qui, confrontarsi.
Il mio ingresso qui coincide con un momento ben preciso in cui hanno cominciato a riaffiorare le emozioni in modo più pieno.
Molte volte sento dire da alcuni qui che sembra di vivere periodi in cui non si prova nulla. E’ quello che sembrava a me, ma in realtà non si smette mai di provare emozioni. In realtà ci riferiamo all’amore e alle emozioni positive. Almeno, per me è stato così. C’è stato un momento in cui nella mia storia sono affiorate emozioni negative “scollegandomi” dalla mia parte positiva.E in quel momento mi sentivo vuota, come se non fossi in grado di provare nulla. Non so se riesco a spiegarmi perchè poi tutto sembra chiaro quando lo si prova ma prima no.
Queste riflessioni me le fai venire in mente tu parlando di espressione “da stato di grazia” 🙂 che parlatro so cosa vuole dire..:-)
Per molto tempo io mi sono trascinata senza apparenti emozioni in preda di rabbia, delusione, dolore ( queste sono emozioni!!!!) e poi ho iniziato un viaggio dentro di me ed anche ora che non direi di essere felice ma, al contrario, di provare molto dolore, lo provo nella sua pienezza. Non so come spiegarmi. le emozioni che sto provando in questo momento per mio padre che sta male sono un misto di emozioni ma non sono più solo negative. I sensi di colpa, il dolore e la tristezza, si mescolano con la compassione e anche con quello che credo sia amore ( dico “credo” perchè sono ancora “giovane” per saperlo). E di questo mix io ne ho la consapevolezza. Non ne ho il controllo ma non ne sono succube. E da un momento in cui ero arrivata a non riuscire più a sopportare, adesso è tutto più sopportabile perchè per ogni cosa negativa che affiora vedo e colgo anche la parte positiva. E’ molto bello questo che sto provando perchè credo di non averlo mai provato in modo così consapevole. E’ come se avessi ritrovato la mia strada che sentivo persa che adesso so deve passare attraverso queste emozioni che sono collegate al mio passato, al mio essere anche nel presente.
Sono contenta di avervi trovati.. non so se mi sono spiegata…
Un abbraccio (Gio62

Carissime Gio e Barbara..
Avete toccato una questione, secondo me, importantissima. Una questione che puo’, a seconda di come viene affrontata, far fare enormi passi nel superamento della dipendenza affettiva o nel raggiungimento della serenita’ nella vita in generale, oppure bloccare un passo decisivo.

Premetto che avrei voluto scrivere cio’ che sto per dire tempo fa e, accidenti, Barbara, se avessi saputo che la questione ti creava questo tipo di difficolta’, l’avrei scritta prima!!!
Non l’ho mai fatto perche’ avevo bisogno di ripescare e riportare il pensiero di un autore a proposito di questa visione sulla dipendenza affettiva, e non sono mai riuscita a ritrovarlo..penso di ricordare comunque l’autore, ma visto che non ne sono sicura, non voglio fare citazioni errate..
Dunque, ahivoi (), sono costretta ad esprimere con le mie parole questo pensiero, percio’ scrivero’ sicuramente tre volte tanto di quanto avrei fatto
In realta’ forse e’ meglio, perche’ questa visione io l’ho fatta mia, ci credo molto, e l’ho ampliata con considerazioni personali..

C’e’ un autore (forse molti altri) che ritiene che la dipendenza affettiva abbia in se una forza particolare che le conferisce lo stato di risorsa importantissima per attuare un cambiamento, proprio grazie alle sue caratteristiche.
Insomma Barbara…questa teoria penso fosse condivisa inconsciamente anche da te, perche’ e’ la stessa cosiderazione che hai fatto piu’ volte tu sulle “crisi”..il fatto che una crisi possa essere vista come una risorsa di miglioramento, di consapevolezza. Le crisi, i problemi, quindi anche la dipendenza affettiva, ci portano a riconsiderare alcuni dei nostri atteggiamenti, ad elaborare emotivamente qualcosa, o comunque prima o poi a porci delle domande. Se si guarda la crisi sotto un aspetto positivo, si puo’ scorgere il dono che in essa e’ nascosto. La si puo’ utilizzare per conoscersi, per migliorare, per non cadere negli stessi errori…

Lo stesso vale per la dipendenza affettiva.
In questo pensiero era contenuta l’idea che, proprio grazie alla forte passione, l’esasperazione dei sentimenti, il coinvolgimento, il “sentire” quasi a livello viscerale il dolore e i sentimenti e la forte ricerca dell’amore caratteristici di una persona dipendente affettiva, tale condizione (la dipendenza affettiva, appunto) puo’ incarnare una risorsa molto importante per capire se stessi, la vita, ed attuare un cambiamento.
Perche’ la dipendenza affettiva contiene in se’ un trasporto vitale enorme, una passione che, se viene trasformata in positivo, se vengono fatte di tutte le caratteristiche malate delle sane virtu’, puo’ essere considerata un grande dono, a dispetto di tante altre condizioni nevrotiche o psicopatologiche.

Questo pensiero e’ stato farcito di tutte le mie considerazioni personali sulla dipendenza, ma piu’o meno la linea su cui viaggiava era questa.

Quello che ha scritto Gio incarna perfettamente cio’ che penso io e quello che “provo” nei confronti della dipendenza. Io non sono arrabbiata da molto tempo con “lei”, l’ho accettata e l’ho anche ringraziata. Ultimamente poi, ne ho anche meno paura. Sono consapevole che potrei ricadere in qualche atteggiamento che la caratterizza, sono consapevole che il cambiamento effettivo forse va sempre alimentato e chi lo sa se sara’ mai sara’ totale..ma non m’interessa piu’.
La dipendenza affettiva mi ha fatto diventare la persona che sono, mi ha donato una sensibilita’ che molte persone non hanno (anzi, sono convinta che ce l’hanno, ma non riescono ad attivarla), mi sta facendo vedere la vita per quello che e’ e cioe’ meravigliosa e piena di amore e di sorprese che bisogna solamente scorgere. Mi ha fatto capire cose che non avrei mai compreso, tra cui, prima di tutto, i miei genitori.
Mi ha fatto sentire che anche io, come tutti, merito e posso essere amata e che, se voglio, posso amare con un’intensita’ ed un’autenticita’ enormi.
La dipendenza affettiva e’ stata per me un dono che mi porta ogni giorno sulla strada della felicita’ e della serenita’.
Come dice Gio, non tutti si pongono cosi’ nel profondo delle domande a proposito di loro stessi, non tutti sono portati a mettersi in discussione, a guardarsi dentro, a conoscersi per quello che realmente sono e a cambiare quello che non va delle loro vite…invece, secondo me, in linea generale, un dipendente affettivo che scopre di esserlo, e’ prima o poi portato a farlo!

Voglio fare un esempio assolutamente personale a cui pensavo tempo fa..

Da un po’ di tempo sto studiando la personalita’ “narcisista”, che mi sembra piu’ difficile da comprendere e da delineare della dipendenza affettiva.
Quello che sta sotto allo sviluppo di tale personalita’, senza entrare nei dettagli, e’ il fatto che queste persone, sempre a causa di ferite subite nell’infanzia, tendono a reprimere, a “non sentire” i loro stessi sentimenti.
Io vedo un po’ la personalita’ narcisista, con tutte le dovute differenze, come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dall’apatia e dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano, anche in forma sana.
C’e’ una differenza, tra le tante, che secondo me genera una risorsa in piu’ nella personalita’ del dipendente rispetto al narcisista, ed e’ proprio questo suo sentire ed accogliere a cuore aperto questo sentire dei sentimenti e del dolore (a volte sembra che il dipendente “difenda” quasi questo suo sentire in modo cosi’ accentuato).
Per contro, il narcisista non vuole “sentire”, lo rifiuta, lo nega, ad ogni percezione di sentimento o dolore profondo si spaventa e mette un muro davanti a se stesso e intorno al suo cuore.
Ecco, questo muro, che secondo me il dipendente non ha, fatto di apatia, indifferenza, noncuranza, egocentrismo (fittizi), tipici del narcisista, penso che costituiscano un ostacolo enorme alla comprensione di se stessi. E quindi alla soluzione dei propri problemi e alla messa in discussione dei propri schemi.
Entrambi tendono a situare il problema fuori di se’ e dentro gli altri, ma, a causa della forte pressione dei sentimenti e delle sensazioni, che dal dipendente sono intercettati ed accolti, quest’ultimo secondo me e’ spinto molto piu’ che il narcisista a chiedersi prima o poi: “che cosa succede realmente?”

Questa e’ una mia personalissima conclusione, ma era per far risaltare la potenza risanatrice della dipendenza affettiva.

Anche io, come Gio, penso che la dipendenza affettiva sia una parte di noi.
La dipendenza affettiva non e’ altro che un nome che noi abbiamo dato ad un insieme di caratteristiche e di comportamenti di alcune persone.
Finche’ non scopriamo di cosa potremmo essere capaci potenzialmente (amare veramente), noi SIAMO dipendenti affettivi. E’ uno stato, una condizione, non ne abbiamo colpa, ma lo siamo.
Quindi anche per me, essere arrabbiati con la dipendenza significa essere ancora un pochino arrabbiati con se stessi e non essersi perdonati del tutto. Non abbiamo ancora perdonato la parte bambina di noi che non e’ riuscita a svilupparsi senza farsi male, quella parte bambina che, a causa della sua immaturita’ psicologica ed emotiva, ha scelto l’unica alternativa che le sembrava possibile. Non abbiamo colpe, ma siamo noi che dobbiamo comprenderlo fino in fondo e liberarci da esse.
Penso che considerare la dipendenza affettiva come qualcosa di esterno a noi, sia in minima parte come non accettarci completamente ed attribuire la responsabilita’ del problema ancora a qualcun altro.
Riuscire a vedere la dipendenza come qualcosa d’inglobato in noi, come parte della nostra personalita’ da poter migliorare penso sia un passo decisivo per liberarsene.
Forse, Barbara, non avevi ancora accettato del tutto quello che eri diventata e cio’ che questo tuo modo di essere ti aveva creato. Lo capisco, non e’ facile, ma solo prendendo atto di una cosa la si puo’ comprendere totalmente, accettare e poi dirottarla verso un cambiamento.
Alcune parti di noi si possono cambiare solo se si accetta veramente di averle incorporate, altrimenti e’ come se un po’ si pensasse che non avessero mai fatto parte di noi.
E’ vero che sottostanti ad esse si nascondono un amore ed un’autostima che noi possiamo alimentare, ma quando eravamo dipendenti lo eravamo, in tutta la nostra pienezza. Insomma, non eravamo sotto ipnosi!

Credo che anche la rabbia che ti continuava ad accompagnare quando incontravi lui (non so se succede ancora, ma comunque mi sembra di aver capito che hai paura di questo, o che comunque e’ una cosa che metti in conto possa succedere) fosse un segnale che ancora non “avevi lasciato andare” completamente la dipendenza, oppure lui (che per te la incarna), oppure la Barbara di prima, che non riuscivi a perdonare in modo completo.
E’ il discorso gia’ affrontato della rabbia, del rancore, del non totale perdono: ci tengono legati al nostro passato, ai nostri schemi precedenti (o che stiamo superando piano piano), alle persone che sono state oggetti della nostra dipendenza. In una parola alla dipendenza!

Sono contenta che tu abbia tirato fuori questo tema, perche’ penso sia un punto molto sottile su cui poter riflettere e che puo’ portare ad un vero superamento.
Inoltre, sono contenta che stamattina tu ti sia svegliata con il sorriso e con una sensazione di “stato di grazia”. Spero che tutte queste considerazioni ti possano essere utili, come le tue lo sono state per me quando sono arrivata qui. Un abbraccio infinito.. Yana

Perdonarsi la propria dipendenza affettiva? Più che perdonarsi, io direi accettarla, accettare che c’è un parte di noi (che per i motivi più disparati, ma soprattutto per il nostro modo di interagire con quelle cause) ci ha portati ad essere dipendenti affettivi o anaffettivi. Perché da come la vedo io, da come cerco di guardare tutte le facce della medaglia l’unica differenza tra un “narciso” e un “dipendente” è il modo in cui si è digerito
emotivamente dei fatti inerenti la propria storia personale. C’è chi porta dentro la ferita e se ne assume la colpa cercando di esorcizzarla ripetendo un comportamento di dipendenza dalle persone a cui vuol bene per punirsene, c’è chi rifiuta la responsabilità e decide di non cedere più alle proprie valenze affettive e ogni volta che qualcuno scalfisce la corazza costruita, se ne allontana con violenza e rabbia reiterando il comportamento antico; questi due modi generano altrettanto dolore e infelicità. In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Non è facile, un ex dipendente affettivo rischia di diventare un anaffettivo e viceversa.
Io lotto ogni giorno perché le vecchie abitudini o le nuove paure non diventino un ostacolo alla mia voglia di essere felice. A volte ci si riesce, a volte si fa più fatica del necessario. E’ difficile osare sovvertire il passato, è difficile credere e avere fiducia nella possibilità di innamorarsi ancora con nuove modalità mettendo a rischio l’equilibrio così faticosamente ritrovato. E’ difficile, ma non impossibile.
Quello che mi aiuta e mi incoraggia a proseguire è l’aver constatato (due mie amiche finalmente si sono innamorate della persona giusta quando ormai non ci speravano più) come davvero proprio nel momento in cui è giusto che accada (quando siamo pronti, quando tutte le ferite si sono rimarginate, anche se le cicatrici ci sono ancora) un velo si solleva e ciò che cerchiamo diventa realtà e spesso ciò che desideriamo è proprio sotto i nostri occhi.
E quando il passato è stato analizzato e rivisto nella giusta dimensione, ecco che siamo pronti a cogliere ciò che ci viene porto nel modo giusto, la paura è sempre tanta ma è proprio quella paura che aiuta a non ricadere nei vecchi giochi. Io auguro a tutte, così come auguro a me stessa di riuscire a saper cogliere quel velo che si solleva….e saper tener presente, sempre, ciò che ho vissuto, senza che questo mi impedisca di “amare”
il volto sotto quel velo. Un abbraccio. Pat

Carissima Yana, affermare che le tue considerazioni, insieme a quelle di gio62, siano state “utili” non rende affatto l’idea!
Con amorevolezza mi avete mostrato un aspetto della dipendenza affettiva e un aspetto di me che non avevo valutato e di cui non ero consapevole.
Da dove comincio?… Dall’inizio, è spero di non incartarmi!
Quando ho scoperto la faccenda della dipendenza affettiva, attraverso il libro “Donne che amano troppo” per me è stato uno shoch… non ci volevo credere. In seguito l’ho ammesso (è diverso di accettato) a me stessa, tuttavia ho affrontato per tutto il tempo la faccenda come se fosse sgradita… da eliminare.
C’era… ma volevo a tutti costi che sparisse.
Esattamente com’era accaduto con i miei occhi. Non sono nata con gli occhi sporgenti, sono diventati così perché ad una certa età ho avuto problemi con la tiroide (ipertiroidismo).
Per me la dipendenza affettiva rappresentava solo ed esclusivamente la causa dei miei problemi relazionali.
Chissà, ci devo riflettere ancora, forse un aspetto del narcisismo mi appartiene (Yana, ti cito in parte: la personalità narcisista come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano). Questo mi rispecchia esattamente. Non ho accettato il fatto di dipendere affettivamente!
Sotto l’aspetto “autonomia” ho iniziato molto presto a volermela cavare da sola… non volevo aver bisogno di nessuno sotto l’aspetto pratico della vita… naturalmente ho messo in atto questo meccanismo per difesa, i miei genitori erano poco presenti ed io ho reagito così. E’ stato raro chiedere aiuto a qualcuno… nel tempo era diventata un’abitudine per me tant’è che non mi veniva neppure in mente di farmi aiutare.
Ciò ha il suo lato positivo perché per poter fare qualcosa è necessario imparare, inoltre mi ha reso una persona piena di iniziative… ma è vero anche che con le persone che avrebbero voluto essermi di aiuto, perché era un modo per creare un legame (in senso positivo) con me, creavo una certa “distanza”.
Mi accorgo ora che sto cambiando sotto questo aspetto, perché in passato ero molto rigida… ultimamente accetto più spesso il contributo degli altri.

Forse, ci sono stati due aspetti che hanno giocato a mio favore:
1) La sofferenza e i disagi che vivevo da anni mi hanno MOTIVATA
2) Il non accettare il fatto di dipendere da qualcuno ha rafforzato la FORZA
DI VOLONTA’ e la COSTANZA.
E’ vero Yana, fino a ieri non avevo accettato (inteso come abbracciato, accolto) la dipendenza affettiva, l’avevo solo ammessa guardandola con “distacco” ed è diverso. Era come se la “vita” mi avesse dato una patata bollente ed io me la dovevo pelare. Fino a ieri non vedevo l’altra faccia della medaglia, o meglio, non associavo il fatto che anche grazie alla dipendenza sono ciò che sono.

Grazie gio62 e Yana per il vostro aiuto… non so se nel leggermi ho dato l’idea di quanto abbiate fatto a favore della mia accettazione e gratitudine verso ciò, che fino a ieri, mi ha più o meno, condizionata.
Yana, la questione della rabbia mi ha creato difficoltà solo ultimamente, o meglio, me ne sono resa conto solo ieri.
Penso che le vostre parole siano arrivate nel momento giusto per me, perché ero pronta a percepirle! Barbara

Ciao Pat
Si, si tratta di accettazione…
Ieri ho parlato di “perdono” perchè, come ho spiegato, avevo una percezione diversa (distorta?! ) della dipendenza…poi, grazie a gio62 e Yana, ho compreso.
E dire che in questi anni ho avuto a che fare con l’ACCETTAZIONE molto spesso…
Condivido ogni tua parola, in particolare:
In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Il tuo augurio è bellissimo!
Un abbraccio che vi avvolge tutte

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA

“Perdonare è la capacità di scrivere una pagina nuova e di colmare il baratro che si è creato tra le persone” Madre Teresa di Calcutta

 

SINTESI DI UNA DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM

Eccomi qua a parlare di una faccenda che inizia a farmi pressione
L’ultimo passo, ancora non affrontato.
Di che si tratta? Provo un profondo RANCORE verso la DIPENDENZA AFFETTIVA.
E’ un sentimento che è nato nel momento in cui mi sono resa conto di averla acquisita e quanto essa mi aveva condizionata nella vita sotto l’aspetto relazionale.
Per molto tempo sono stata “presa” ad affrontare ogni aspetto, ogni paura… insomma, ogni sfaccettatura…
Poi mi sono dedicata ad altro… del resto avevo raggiunto il mio obiettivo.
Tuttavia, ultimamente, prestando attenzione a me stessa, mi sto rendendo conto che questo rancore verso la dipendenza affettiva mi sta condizionando negativamente. Trovo ingiusto che l’abbia acquisita… non è stata una scelta consapevole,
ero piccola quando è nata… ed anche se l’ho superata sono incavolatissima (il termine non rende ciò che provo, ma almeno a parole, qui nel forum,
mi auto-modero:grin:) perchè ho sofferto, perchè ho perso tempo prezioso… anni della mia vita! E mi fa incavolare ancora perché anche il provare rancore per lei mi fa perdere tempo!
Proprio questa mattina mi sono posta una domanda <<Come faccio a liberarmi dal rancore che provo verso la dipendenza affettiva?>> . Per il momento non so rispondermi.
A me è capitato di provare rancore per qualcuno in passato, ma poi sono riuscita a superarlo perché ho compreso che le ferite ricevute dalle persone in questione non erano state volontarie.
Ma in questo caso la faccenda è diversa, per lo meno, in questo momento mi sembra più complicata…
Allora, il mio obiettivo è : LIBERARMI DAL RANCORE VERSO LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Forse è meglio formularlo in modo positivo: PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Per ora non so altro… non so da dove iniziare… del resto mi è successo anche quando volevo raggiungere l’altro obiettivo : indipendenza affettiva… non sapevo che fare, ma poi, supportata dalle mie risorse interiori – motivazione, volontà e costanza – ci sono riuscita! Accolgo a braccia aperte ogni punto di vista! Barbara

gio62
Non ci ho riflettuto.. ti scrivo di getto e magari poi mi pento e ti riscrivo ….
Secondo me la dipendenza affettiva fa parte di te.. non riesci a perdonare quella parte di te che l’ha immagazzinata e fatta propria. La dipendenza non è un mostro.. ma sei tu, e quindi.. devi perdonare te stessa.
Poi.. da dove cominciare.. non me lo chiedere quando scrivevo della rabbia io provavo un grosso sentimento di rabbia orientato verso di me e adesso mi ha lasciato un po da quando ho cominciato a lavorare su me stessa in modo attivo ed intenso e ho capito che sto facendo tutto il possibile per superare questi limiti che mi sono posta.
Quando parli del tempo perduto è quello che provo in questi giorni riferito ai miei genitori e soprattuto a mio padre. E’ come se non lo avessi mai conosciuto e rischiassi di non conoscerlo mai.. eppure sono 44 anni che lo conosco e ci vediamo ogni giorno. Non l’ho mai voluto vedere perchè gli ho messo addosso la maschera del mostro che mi ha causato tutto questo.
Ma mio padre è una risorsa.. anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo” ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono. Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindì si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro.
Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.
Non so.. era una risposta di getto… Un abbraccio Gio

Questa mattina mi sono svegliata. Di solito mi alzo dal letto
immediatamente, invece sono rimasta lì ad ascoltarmi… cosa che non facevo da diverso tempo.
Come ho già detto mi sono resa conto fino a che punto fossi incavolata con la dipendenza affettiva…
Mi sono alzata, ho fatto le solite cose e intanto continuavo a pensarci. Poi ho acceso il PC con l’intenzione di lavorare un po’ prima di uscire… ma ero “distratta”. Quindi sono venuta qui e ho scritto.
Dopo un po’, poco prima di uscire, arriva la notifica e leggo il tuo punto di vista e queste tue parole mi sorprendono come un arcobaleno improvviso mentre c’è un temporale estivo! … anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo”
ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono.
Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindi si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro. Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.

E’ vero! E’ anche grazie alla dipendenza affettiva che sono quel che sono!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che mi sono messa in cammino verso me stessa… ed ho “viaggiato” alla scoperta di aspetti di me sconosciuti!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che il mio rapporto con me stessa e con gli altri è costruttivo! Potrei dire che la lista è lunga!
Grazie Gio! Grazie di cuore! Sento il cuor leggero e colmo di gioia! barbara

Buongiorno carissima gio!
Mi sono svegliata con un bel sorriso stampato in faccia… non so fino a quando avrò questa espressione tipo “stato di grazia”…
Dunque, come allora avrò modo di testare concretamente se ho superato la faccenda, quindi raggiunto l’obiettivo.
Per me ogni volta è stato così… oltre alla comprensione a livello razionale è stato necessario “testare” le reazioni emotive sul campo (detta così sembra una partita sportiva ).
C’è una situazione particolare che ha stimolato il mio rancore: quando vedevo M. per strada.
Come c’è l’attacco di ansia a me veniva un attacco di rabbia, perchè lui, indirettamente, rappresentava per me la dipendenza affettiva.
Quindi, anche se (grazie a te) mi rendo conto degli aspetti positivi… voglio “testare” concretamente.
Non so se mi sono spiegata! Non farò nulla di particolare per trovarmi nella situazione di cui parlavo… prima o poi accadrà! barbara

Ciao Barbara, sono contenta che con la mia risposta a getto ti sono stata di aiuto.
E’ molto bello stare qui, confrontarsi.
Il mio ingresso qui coincide con un momento ben preciso in cui hanno cominciato a riaffiorare le emozioni in modo più pieno.
Molte volte sento dire da alcuni qui che sembra di vivere periodi in cui non si prova nulla. E’ quello che sembrava a me, ma in realtà non si smette mai di provare emozioni. In realtà ci riferiamo all’amore e alle emozioni positive. Almeno, per me è stato così. C’è stato un momento in cui nella mia storia sono affiorate emozioni negative “scollegandomi” dalla mia parte positiva.E in quel momento mi sentivo vuota, come se non fossi in grado di provare nulla. Non so se riesco a spiegarmi perchè poi tutto sembra chiaro quando lo si prova ma prima no.
Queste riflessioni me le fai venire in mente tu parlando di espressione “da stato di grazia” 🙂 che parlatro so cosa vuole dire..:-)
Per molto tempo io mi sono trascinata senza apparenti emozioni in preda di rabbia, delusione, dolore ( queste sono emozioni!!!!) e poi ho iniziato un viaggio dentro di me ed anche ora che non direi di essere felice ma, al contrario, di provare molto dolore, lo provo nella sua pienezza. Non so come spiegarmi. le emozioni che sto provando in questo momento per mio padre che sta male sono un misto di emozioni ma non sono più solo negative. I sensi di colpa, il dolore e la tristezza, si mescolano con la compassione e anche con quello che credo sia amore ( dico “credo” perchè sono ancora “giovane” per saperlo). E di questo mix io ne ho la consapevolezza. Non ne ho il controllo ma non ne sono succube. E da un momento in cui ero arrivata a non riuscire più a sopportare, adesso è tutto più sopportabile perchè per ogni cosa negativa che affiora vedo e colgo anche la parte positiva. E’ molto bello questo che sto provando perchè credo di non averlo mai provato in modo così consapevole. E’ come se avessi ritrovato la mia strada che sentivo persa che adesso so deve passare attraverso queste emozioni che sono collegate al mio passato, al mio essere anche nel presente.
Sono contenta di avervi trovati.. non so se mi sono spiegata…
Un abbraccio (Gio62

Carissime Gio e Barbara..
Avete toccato una questione, secondo me, importantissima. Una questione che puo’, a seconda di come viene affrontata, far fare enormi passi nel superamento della dipendenza affettiva o nel raggiungimento della serenita’ nella vita in generale, oppure bloccare un passo decisivo.

Premetto che avrei voluto scrivere cio’ che sto per dire tempo fa e, accidenti, Barbara, se avessi saputo che la questione ti creava questo tipo di difficolta’, l’avrei scritta prima!!!
Non l’ho mai fatto perche’ avevo bisogno di ripescare e riportare il pensiero di un autore a proposito di questa visione sulla dipendenza affettiva, e non sono mai riuscita a ritrovarlo..penso di ricordare comunque l’autore, ma visto che non ne sono sicura, non voglio fare citazioni errate..
Dunque, ahivoi (), sono costretta ad esprimere con le mie parole questo pensiero, percio’ scrivero’ sicuramente tre volte tanto di quanto avrei fatto
In realta’ forse e’ meglio, perche’ questa visione io l’ho fatta mia, ci credo molto, e l’ho ampliata con considerazioni personali..

C’e’ un autore (forse molti altri) che ritiene che la dipendenza affettiva abbia in se una forza particolare che le conferisce lo stato di risorsa importantissima per attuare un cambiamento, proprio grazie alle sue caratteristiche.
Insomma Barbara…questa teoria penso fosse condivisa inconsciamente anche da te, perche’ e’ la stessa cosiderazione che hai fatto piu’ volte tu sulle “crisi”..il fatto che una crisi possa essere vista come una risorsa di miglioramento, di consapevolezza. Le crisi, i problemi, quindi anche la dipendenza affettiva, ci portano a riconsiderare alcuni dei nostri atteggiamenti, ad elaborare emotivamente qualcosa, o comunque prima o poi a porci delle domande. Se si guarda la crisi sotto un aspetto positivo, si puo’ scorgere il dono che in essa e’ nascosto. La si puo’ utilizzare per conoscersi, per migliorare, per non cadere negli stessi errori…

Lo stesso vale per la dipendenza affettiva.
In questo pensiero era contenuta l’idea che, proprio grazie alla forte passione, l’esasperazione dei sentimenti, il coinvolgimento, il “sentire” quasi a livello viscerale il dolore e i sentimenti e la forte ricerca dell’amore caratteristici di una persona dipendente affettiva, tale condizione (la dipendenza affettiva, appunto) puo’ incarnare una risorsa molto importante per capire se stessi, la vita, ed attuare un cambiamento.
Perche’ la dipendenza affettiva contiene in se’ un trasporto vitale enorme, una passione che, se viene trasformata in positivo, se vengono fatte di tutte le caratteristiche malate delle sane virtu’, puo’ essere considerata un grande dono, a dispetto di tante altre condizioni nevrotiche o psicopatologiche.

Questo pensiero e’ stato farcito di tutte le mie considerazioni personali sulla dipendenza, ma piu’o meno la linea su cui viaggiava era questa.

Quello che ha scritto Gio incarna perfettamente cio’ che penso io e quello che “provo” nei confronti della dipendenza. Io non sono arrabbiata da molto tempo con “lei”, l’ho accettata e l’ho anche ringraziata. Ultimamente poi, ne ho anche meno paura. Sono consapevole che potrei ricadere in qualche atteggiamento che la caratterizza, sono consapevole che il cambiamento effettivo forse va sempre alimentato e chi lo sa se sara’ mai sara’ totale..ma non m’interessa piu’.
La dipendenza affettiva mi ha fatto diventare la persona che sono, mi ha donato una sensibilita’ che molte persone non hanno (anzi, sono convinta che ce l’hanno, ma non riescono ad attivarla), mi sta facendo vedere la vita per quello che e’ e cioe’ meravigliosa e piena di amore e di sorprese che bisogna solamente scorgere. Mi ha fatto capire cose che non avrei mai compreso, tra cui, prima di tutto, i miei genitori.
Mi ha fatto sentire che anche io, come tutti, merito e posso essere amata e che, se voglio, posso amare con un’intensita’ ed un’autenticita’ enormi.
La dipendenza affettiva e’ stata per me un dono che mi porta ogni giorno sulla strada della felicita’ e della serenita’.
Come dice Gio, non tutti si pongono cosi’ nel profondo delle domande a proposito di loro stessi, non tutti sono portati a mettersi in discussione, a guardarsi dentro, a conoscersi per quello che realmente sono e a cambiare quello che non va delle loro vite…invece, secondo me, in linea generale, un dipendente affettivo che scopre di esserlo, e’ prima o poi portato a farlo!

Voglio fare un esempio assolutamente personale a cui pensavo tempo fa..

Da un po’ di tempo sto studiando la personalita’ “narcisista”, che mi sembra piu’ difficile da comprendere e da delineare della dipendenza affettiva.
Quello che sta sotto allo sviluppo di tale personalita’, senza entrare nei dettagli, e’ il fatto che queste persone, sempre a causa di ferite subite nell’infanzia, tendono a reprimere, a “non sentire” i loro stessi sentimenti.
Io vedo un po’ la personalita’ narcisista, con tutte le dovute differenze, come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dall’apatia e dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano, anche in forma sana.
C’e’ una differenza, tra le tante, che secondo me genera una risorsa in piu’ nella personalita’ del dipendente rispetto al narcisista, ed e’ proprio questo suo sentire ed accogliere a cuore aperto questo sentire dei sentimenti e del dolore (a volte sembra che il dipendente “difenda” quasi questo suo sentire in modo cosi’ accentuato).
Per contro, il narcisista non vuole “sentire”, lo rifiuta, lo nega, ad ogni percezione di sentimento o dolore profondo si spaventa e mette un muro davanti a se stesso e intorno al suo cuore.
Ecco, questo muro, che secondo me il dipendente non ha, fatto di apatia, indifferenza, noncuranza, egocentrismo (fittizi), tipici del narcisista, penso che costituiscano un ostacolo enorme alla comprensione di se stessi. E quindi alla soluzione dei propri problemi e alla messa in discussione dei propri schemi.
Entrambi tendono a situare il problema fuori di se’ e dentro gli altri, ma, a causa della forte pressione dei sentimenti e delle sensazioni, che dal dipendente sono intercettati ed accolti, quest’ultimo secondo me e’ spinto molto piu’ che il narcisista a chiedersi prima o poi: “che cosa succede realmente?”

Questa e’ una mia personalissima conclusione, ma era per far risaltare la potenza risanatrice della dipendenza affettiva.

Anche io, come Gio, penso che la dipendenza affettiva sia una parte di noi.
La dipendenza affettiva non e’ altro che un nome che noi abbiamo dato ad un insieme di caratteristiche e di comportamenti di alcune persone.
Finche’ non scopriamo di cosa potremmo essere capaci potenzialmente (amare veramente), noi SIAMO dipendenti affettivi. E’ uno stato, una condizione, non ne abbiamo colpa, ma lo siamo.
Quindi anche per me, essere arrabbiati con la dipendenza significa essere ancora un pochino arrabbiati con se stessi e non essersi perdonati del tutto. Non abbiamo ancora perdonato la parte bambina di noi che non e’ riuscita a svilupparsi senza farsi male, quella parte bambina che, a causa della sua immaturita’ psicologica ed emotiva, ha scelto l’unica alternativa che le sembrava possibile. Non abbiamo colpe, ma siamo noi che dobbiamo comprenderlo fino in fondo e liberarci da esse.
Penso che considerare la dipendenza affettiva come qualcosa di esterno a noi, sia in minima parte come non accettarci completamente ed attribuire la responsabilita’ del problema ancora a qualcun altro.
Riuscire a vedere la dipendenza come qualcosa d’inglobato in noi, come parte della nostra personalita’ da poter migliorare penso sia un passo decisivo per liberarsene.
Forse, Barbara, non avevi ancora accettato del tutto quello che eri diventata e cio’ che questo tuo modo di essere ti aveva creato. Lo capisco, non e’ facile, ma solo prendendo atto di una cosa la si puo’ comprendere totalmente, accettare e poi dirottarla verso un cambiamento.
Alcune parti di noi si possono cambiare solo se si accetta veramente di averle incorporate, altrimenti e’ come se un po’ si pensasse che non avessero mai fatto parte di noi.
E’ vero che sottostanti ad esse si nascondono un amore ed un’autostima che noi possiamo alimentare, ma quando eravamo dipendenti lo eravamo, in tutta la nostra pienezza. Insomma, non eravamo sotto ipnosi!

Credo che anche la rabbia che ti continuava ad accompagnare quando incontravi lui (non so se succede ancora, ma comunque mi sembra di aver capito che hai paura di questo, o che comunque e’ una cosa che metti in conto possa succedere) fosse un segnale che ancora non “avevi lasciato andare” completamente la dipendenza, oppure lui (che per te la incarna), oppure la Barbara di prima, che non riuscivi a perdonare in modo completo.
E’ il discorso gia’ affrontato della rabbia, del rancore, del non totale perdono: ci tengono legati al nostro passato, ai nostri schemi precedenti (o che stiamo superando piano piano), alle persone che sono state oggetti della nostra dipendenza. In una parola alla dipendenza!

Sono contenta che tu abbia tirato fuori questo tema, perche’ penso sia un punto molto sottile su cui poter riflettere e che puo’ portare ad un vero superamento.
Inoltre, sono contenta che stamattina tu ti sia svegliata con il sorriso e con una sensazione di “stato di grazia”. Spero che tutte queste considerazioni ti possano essere utili, come le tue lo sono state per me quando sono arrivata qui. Un abbraccio infinito.. Yana

Perdonarsi la propria dipendenza affettiva? Più che perdonarsi, io direi accettarla, accettare che c’è un parte di noi (che per i motivi più disparati, ma soprattutto per il nostro modo di interagire con quelle cause) ci ha portati ad essere dipendenti affettivi o anaffettivi. Perché da come la vedo io, da come cerco di guardare tutte le facce della medaglia l’unica differenza tra un “narciso” e un “dipendente” è il modo in cui si è digerito
emotivamente dei fatti inerenti la propria storia personale. C’è chi porta dentro la ferita e se ne assume la colpa cercando di esorcizzarla ripetendo un comportamento di dipendenza dalle persone a cui vuol bene per punirsene, c’è chi rifiuta la responsabilità e decide di non cedere più alle proprie valenze affettive e ogni volta che qualcuno scalfisce la corazza costruita, se ne allontana con violenza e rabbia reiterando il comportamento antico; questi due modi generano altrettanto dolore e infelicità. In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Non è facile, un ex dipendente affettivo rischia di diventare un anaffettivo e viceversa.
Io lotto ogni giorno perché le vecchie abitudini o le nuove paure non diventino un ostacolo alla mia voglia di essere felice. A volte ci si riesce, a volte si fa più fatica del necessario. E’ difficile osare sovvertire il passato, è difficile credere e avere fiducia nella possibilità di innamorarsi ancora con nuove modalità mettendo a rischio l’equilibrio così faticosamente ritrovato. E’ difficile, ma non impossibile.
Quello che mi aiuta e mi incoraggia a proseguire è l’aver constatato (due mie amiche finalmente si sono innamorate della persona giusta quando ormai non ci speravano più) come davvero proprio nel momento in cui è giusto che accada (quando siamo pronti, quando tutte le ferite si sono rimarginate, anche se le cicatrici ci sono ancora) un velo si solleva e ciò che cerchiamo diventa realtà e spesso ciò che desideriamo è proprio sotto i nostri occhi.
E quando il passato è stato analizzato e rivisto nella giusta dimensione, ecco che siamo pronti a cogliere ciò che ci viene porto nel modo giusto, la paura è sempre tanta ma è proprio quella paura che aiuta a non ricadere nei vecchi giochi. Io auguro a tutte, così come auguro a me stessa di riuscire a saper cogliere quel velo che si solleva….e saper tener presente, sempre, ciò che ho vissuto, senza che questo mi impedisca di “amare”
il volto sotto quel velo. Un abbraccio. Pat

Carissima Yana, affermare che le tue considerazioni, insieme a quelle di gio62, siano state “utili” non rende affatto l’idea!
Con amorevolezza mi avete mostrato un aspetto della dipendenza affettiva e un aspetto di me che non avevo valutato e di cui non ero consapevole.
Da dove comincio?… Dall’inizio, è spero di non incartarmi!
Quando ho scoperto la faccenda della dipendenza affettiva, attraverso il libro “Donne che amano troppo” per me è stato uno shoch… non ci volevo credere. In seguito l’ho ammesso (è diverso di accettato) a me stessa, tuttavia ho affrontato per tutto il tempo la faccenda come se fosse sgradita… da eliminare.
C’era… ma volevo a tutti costi che sparisse.
Esattamente com’era accaduto con i miei occhi. Non sono nata con gli occhi sporgenti, sono diventati così perché ad una certa età ho avuto problemi con la tiroide (ipertiroidismo).
Per me la dipendenza affettiva rappresentava solo ed esclusivamente la causa dei miei problemi relazionali.
Chissà, ci devo riflettere ancora, forse un aspetto del narcisismo mi appartiene (Yana, ti cito in parte: la personalità narcisista come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano). Questo mi rispecchia esattamente. Non ho accettato il fatto di dipendere affettivamente!
Sotto l’aspetto “autonomia” ho iniziato molto presto a volermela cavare da sola… non volevo aver bisogno di nessuno sotto l’aspetto pratico della vita… naturalmente ho messo in atto questo meccanismo per difesa, i miei genitori erano poco presenti ed io ho reagito così. E’ stato raro chiedere aiuto a qualcuno… nel tempo era diventata un’abitudine per me tant’è che non mi veniva neppure in mente di farmi aiutare.
Ciò ha il suo lato positivo perché per poter fare qualcosa è necessario imparare, inoltre mi ha reso una persona piena di iniziative… ma è vero anche che con le persone che avrebbero voluto essermi di aiuto, perché era un modo per creare un legame (in senso positivo) con me, creavo una certa “distanza”.
Mi accorgo ora che sto cambiando sotto questo aspetto, perché in passato ero molto rigida… ultimamente accetto più spesso il contributo degli altri.

Forse, ci sono stati due aspetti che hanno giocato a mio favore:
1) La sofferenza e i disagi che vivevo da anni mi hanno MOTIVATA
2) Il non accettare il fatto di dipendere da qualcuno ha rafforzato la FORZA
DI VOLONTA’ e la COSTANZA.
E’ vero Yana, fino a ieri non avevo accettato (inteso come abbracciato, accolto) la dipendenza affettiva, l’avevo solo ammessa guardandola con “distacco” ed è diverso. Era come se la “vita” mi avesse dato una patata bollente ed io me la dovevo pelare. Fino a ieri non vedevo l’altra faccia della medaglia, o meglio, non associavo il fatto che anche grazie alla dipendenza sono ciò che sono.

Grazie gio62 e Yana per il vostro aiuto… non so se nel leggermi ho dato l’idea di quanto abbiate fatto a favore della mia accettazione e gratitudine verso ciò, che fino a ieri, mi ha più o meno, condizionata.
Yana, la questione della rabbia mi ha creato difficoltà solo ultimamente, o meglio, me ne sono resa conto solo ieri.
Penso che le vostre parole siano arrivate nel momento giusto per me, perché ero pronta a percepirle! Barbara

Ciao Pat
Si, si tratta di accettazione…
Ieri ho parlato di “perdono” perchè, come ho spiegato, avevo una percezione diversa (distorta?! ) della dipendenza…poi, grazie a gio62 e Yana, ho compreso.
E dire che in questi anni ho avuto a che fare con l’ACCETTAZIONE molto spesso…
Condivido ogni tua parola, in particolare:
In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Il tuo augurio è bellissimo!
Un abbraccio che vi avvolge tutte

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL LUNGO CAMMINO DEL PERDONO

Tratto dalla discussione del forum “ll lungo, lunghissimo cammino del perdono”

Argomento: Perdono

Autore: Zebretta

Selezione a cura di Carlotta Onali

 

Oggi è un giorno particolare per me: esattamente un anno fa mio marito mi ha confessato la sua relazione extraconiugale; un anno fa quella storia è finita….ed è cominciata la mia.
Non ha confessato spontaneamente: l’ho costretto quando ho scelto di smettere di non vedere.
Ricordo tutto di quel giorno: lui che tra le lacrime confessava una storia con una donna che non amava e che ciononostante non era riuscito a chiudere;il tempo; che ora era ed il silenzio…
Sono rimasta seduta sul divano incapace di dire e provare nulla.
L’unica cosa che sono riuscita a dirgli è stata : “non toccarmi”; dopo mesi di dolore, di disperazione, di annullamento di me stessa ho visto per la prima volta il dolore nei suoi occhi.
Ho passato il pomeriggio a parlare con una mia amica, sbrodolandole letteralmente addosso quello che avevo tenuto per me tanto a lungo e lei mi ha detto che ci avrei messo tanto tempo a guarire:” tra un anno sarai ancora qui a cercare di riprenderti”.
Un anno?! No no, un anno così io non lo passo….

Beh, è passato un anno, mi è passato sotto il naso senza che nemmeno me ne accorgessi.
E’ stato così pieno e così intenso che sembra ne siano passati dieci.
Della donna che ero è rimasto poco e su quel poco ho dovuto lavorare tantissimo, rimettendo in discussione tutto di me stessa, di mio marito e del nostro matrimonio.
La cosa buffa è che io ero convinta di essere una donna lineare,con un’idea estremamente radicata e ferma di cosa è giusto e cosa è sbagliato e invece adesso mi ritrovo a fare i conti con una persona complessa, con idee complesse.
E’ come percepirsi non più ad una sola dimensione ma tridimensionale.
Ho ancora tanto da scoprire di me perché sento di avere solo dato una prima piccola occhiatina dell’universo immenso che c’è dentro di me.
Questo da una parte lo trovo molto bello e stimolante, dall’altro mi spaventa.
E’ meraviglioso scoprire di possedere risorse a noi ignote ma proprio questa non conoscenza di sé implica anche non conoscere bene tutti i propri limiti e le proprie incapacità.
Ma non posso e non voglio tornare indietro.

Oggi sono ancora qui, con mio marito: è lui che mi tiene per mano, lui che mi dice che ce la possiamo fare e che mi consola nei, seppur rari oramai, momenti di crisi.
Sicuramente abbiamo camminato tanto e siamo cambiati altrettanto ma siamo anche consapevoli delle difficoltà che ancora dobbiamo affrontare.
Proseguire la nostra storia necessita il perdonare e perdonarsi.
Lui ancora non si è perdonato: per un certo verso questo mi rassicura.
Indubbiamente non è giusto ma mi da la certezza del suo essere in grado di percepire l’errore commesso.
D’altronde mi rendo conto che mi aggrappo a questo facendone una sicurezza per il nostro rapporto: ma non è sano.
Sarebbe opportuno che si perdonasse, che imparasse ad accettare che non è perfetto ed anche io dovrei fare altrettanto.

Ultimamente il tema del perdono è emerso più volte nel corso di varie discussioni e mi sembra importante affrontarlo, per lo meno io lo considero importante forse perché mi ci sto confrontando pienamente.
Ho postato qui perché credo che sia un processo necessario in tutte le storie relazionali, sia che siano finite o ancora in corso.
Ma più che altro per capire come arrivare a perdonare è necessario capire cosa è veramente il perdono

Spesso infatti si tende a confondere il perdono con la riconciliazione ma sono due atti totalmente autonomi.
Perdonare significa riuscire a vedere i limiti di chi ci ha ferito, ridargli una dimensione più reale, di persona con pregi e difetti, comprendere senza per questo giustificare.
E’ un atto che richiede profondo equilibrio interiore nonché l’accettazione profonda di noi stessi.
Comprendere ed accettare i nostri difetti e le nostre fragilità ci permette di farlo poi con gli altri.
Perdonare non significa dimenticare ma far sì che il passato non continui a ferirci, ricordare senza provare dolore.
In quest’ottica il perdono non è qualcosa che serve a chi ci ha offeso per liberarsi delle sue responsabilità ma innanzitutto un processo per liberare noi delle conseguenze dell’offesa che abbiamo ricevuto.
Non è facile perché molto spesso crediamo di aver perdonato e non è vero.

Io ho capito di non averlo fatto ancora veramente perché non riesco a ricordare senza provare dolore o rabbia in alcuni momenti.
E quando non perdoniamo l’offesa rivive nella nostra mente e nel nostro cuore continuando a ferirci.
Sono cosciente di ciò che mi impedisce di perdonare: sono arrabbiata con me stessa per avergli permesso di ferirmi e non mi fido più della mia capacità di giudizio.
Comprendo che questo mi porta sempre al punto di partenza: la scarsa accettazione di me stessa e la conseguente scarsa autostima.
Non so dire in che misura essa fosse comunque presente prima di questa dolorosa esperienza e quanto questa abbia contribuito nell’acutizzarla ma so quanto sia difficile recuperarla.
Cercando di salvare il mio matrimonio ho lavorato, sto lavorando molto sul tema del perdono.
Certo alla fine dovrò trovare dentro di me la forza e la capacità di perdonare, me stessa in primo luogo e so che la strada è ancora lunga.
Tuttavia nel lungo cammino di questo anno il confronto in questo forum mi è stato di grande aiuto e penso che il possa esserlo anche su questo tema.
Ho cercato di condensare in poche righe un argomento così difficile ma poi un post troppo lungo magari può essere faticoso da leggere.
Spero che ne nasca un terreno fertile di discussione …..
Un abbraccio a tutti

Zebretta 

ciao zebretta… dopo aver letto il tuo racconto ci sono in me sentimenti dolorosi e contrastanti: solidarietà, tristezza per quanto ti è accaduto, gioia per aver letto che il tuo matrimonio continua e che tuo marito ti tiene per mano, rammarico e delusione per il ricordo di quanto accaduto a me.
A suo tempo avevo scoperto la tresca e mettendo insieme i pezzi avevo capito quanto era successo. In quel momento ho provato una disperazione che mai avevo provato prima e che mi ha segnato permanentemente in quanto da quel momento una parte di me è cambiata, si è spenta… non sò come descriverlo. Il dolore più grande era, ed è, quando nella mia testa rivivevo i momenti in cui lei era l’oggetto del desiderio, coronato, di un’altro (lo conoscevo pure).
Ho chiesto, voluto ascoltare il suo racconto nel dettaglio per tranquillizzarla, consolarla, liberarla, capire come fosse potuto accadere. Era sera e quella notte mi chiese di dormire semplicemente con lei (ci eravamo lasciati e non ci vedevamo da diversi giorni). Una notte infinita, tormentata, con la voglia di andarmene per la sofferenza che provavo, e il desiderio di restare perchè potevo ancora guardarla mentre dormiva.
In seguito, anche lei rimase segnata da quanto accaduto e io rimasi paziente, cercando di essere il più dolce e sensibile possibile. Rimasi in attesa che le cose migliorassero, che lei superasse i suoi blocchi e le sue difficoltà… per 4 anni! 4 anni che ora mi rendo conto furono devastanti per me, per la mia persona, per la mia autostima. Per tutto quel tempo mi sono annientato: ho vissuto per lei, per far star bene lei, per far ripartire in nostro rapporto. Ho lasciato perdere tutto per concentrarmi su noi, per tornare ad essere felici. 4 anni in cui credevo di aver perdonato ma in cui in realtà soffrivo, il ricordo (frequente) mi logorava, la rabbia per la non curanza del mio dolore cresceva dentro di me. Gli sforzi infiniti per accontentarla, risultare unico, migliore, valido, amabile.
Sorrido ironicamente nel pensare che per 4 anni ho atteso instancabilmente mentre lei si curava unicamente dei fatti suoi! Il comportamento da me adottato doveva essere il suo e viceversa. Invece il mio donarmi agli altri, in particolar modo alla persona che più amavo al mondo, unito al suo egoismo hanno ribaltato quanto doveva naturalmente essere.
A differenza tua zebretta, una volta capito il suo tradimento ho cercato di comprenderla e perdonarla: questo è stato il più grande errore che potessi commettere. Così facendo, lei si è liberata del fardello che portava, passandolo interamente a me, per poi lavarsene le mani: non mi ha mai chiesto perdono, scusa, non ha mai capito quanto mi avesse fatto e quale tremenda agonia stessi vivendo. Non ho mai avuto il piacere di essere preso per mano, consolato, confortato, mai, neppure una volta in tutto questo tempo.
In conclusione, mi ha lasciato: stesso copione di quel tradimento, solo che questa volta ha voluto andare oltre a quello che sostanzialmente fu una notte e via, e mossa dal desiderio di innamorarsi nuovamente, provare forti emozioni mi ha lasciato. In quel momento la gelosia nel pensare lei ancora tra le braccia di un’altro e la rabbia per tutto quello che ho dovuto passare per cercare di farla stare bene mi stavano facendo impazzire e ancora non l’ho superato completamente.
Questo accadde un anno fa e, come per te, pare sia volato in un batter d’occhio: sembra ieri che mi diceva di non amarmi più. Ma allo stesso tempo, se ripenso al ragazzo che ero, ai sentimenti che provavo sembra passata un’eternità.
Ora ho paura di esser diventato più freddo, più razionale e distaccato, più attento a non essere ferito e di conseguenza più distratto, assente nei confronti di chi mi affiancherà nel prossimo futuro.
L’augurio, per entrambi, è che tutta questa sofferenza si traduca in qualcosa di meraviglioso.
Un abbraccio,

Flender


Dal punto di vista etimologico perdonare significa concedere un DONO: è così in tutte le lingue, dall’inglese ‘forgive’ al francese ‘pardonner’ ed al tedesco ‘vergeben’. Non sono molte le persone predisposte all’atto di donare, ed anche se dal punto di vista etico o religioso si può essere d’accordo sul principio,…………… metterlo in pratica è tutt’altra cosa
Il perdono implica la propria liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio.
L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa si che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti.
L’odio crea una dipendenza.
Un forte abbraccio

Ros

Ciao Zebretta.. Ho pensato a lungo su cosa potere scrivere in risposta a questo tuo bellissimo thread e non so se sarà appropriato.
Leggendoti ho pensato al perdono e mi è venuto in mente mio papà. Il percorso che mi ha portata al perdono adesso mi sembra semplice ed inevitabile( ehmm ci sono voluti un po’ di anni). E’ come se semplicemente avessi seguito una strada che era già segnata. Il perdono è stato per me la trasformazione dall’odio all’amore.
Poi ho pensato al mio ex…. Mi ha fatto molto male e gli ho portato molto rancore. Ma poi sono giunta all’indifferenza… dal rancore profondo sono giunta all’accettazione capendo che quell’uomo è più malato di me e che non avrebbe mai potuto amarmi come io desideravo. L’ho scelto apposta! Questo è perdono? Non so
Penso al padre di mia figlia. Non lo perdono. Razionalmente mi dico che lui è fatto così e non potrò mai cambiarlo ma solo accettarlo per quello che è.. ma non riesco ad accettarlo.. mi fa ancora troppo male il suo comportamento.
Perdono? Anche nel suo caso forse dovrebbe essere accettazione.. forse anche affetto perché in fondo abbiamo condiviso e condividiamo la cosa più bella che abbiamo potuto fare: una figlia! Mi verrebbe da dire che forse non è indispensabile perdonare sempre.. ma quando in mezzo ci sono dei figli forse è un cammino che vale la pena di tentare di percorrere.

Poi ho pensato al tradimento.. Io ho vissuto una serie di storie nelle quali il mio compagno mi tradiva ma “il tradimento vero” è stato solo quello di mio marito.. quando, come hai detto tu, ho deciso che volevo smettere di non vedere e, nel mio caso, smettere di permettere di tradirmi. E’ stato un giro di boa nella mia vita. Ringrazio quel tradimento perché è stato l’inizio di un cambiamento molto lento e doloroso che mi ha portata dove sono adesso. Purtroppo per me il tradimento non ci ha portati a riavvicinarci ma ad allontanarci ancora di più e definitivamente perché penso che questa unione avesse delle fondamenta molto fatiscenti..
Gio62

Il tradimento è una grave ferita e va collocata in un contesto. Ha un motivo di essere. Nella maggioranza delle storie il motivo è il non amore o la fine dell’amore e quando è così noi lo sappiamo ( dentro di noi) perchè il tradimento , in questo caso, é la conseguenza di molte cose che non vogliamo vedere o non siamo pronte o non riusciamo. Io la penso così e non solo per la mia esperienza ma anche per quello che vedo intorno a me. In questo senso un tradimento ci obbliga a guardare anche dentro di noi profondamente prendendoci le nostre responsabilità ( non colpe!!!) senza per questo assolvere un tradimento che è davvero un colpo basso.
Gio62
Gio…la tua risposta la aspettavo con impazienza per la verità….ci contavo
Mentre scrivevo pensavo a mio padre, a tuo padre e a te.
Ultimamente mi capita spesso di associarti al pensiero del mio babbo, forse perchè so che devo compiere un cammino simile al tuo e ho tanta ammirazione per te che sei riuscita a risolvere il tuo rapporto con lui.
Mi rendo conto che dovrei perdonare anche papà ma sarà che lui mi ha ferito quando ero più indifesa, sarà che le mie aspettative su di lui erano grandi, io sento di riuscire a perdonarlo con maggiore difficoltà rispetto a mio marito.
Questo mi stupisce perchè se ripenso a me da piccola ricordo il dolore ma molto ovattato, mentre quello di oggi con mio marito è più vivo e acuto.
Si, credo fermamente che il perdono sia accettazione che porta con sè la fine del logorio interno, del dolore.
Sono consapevole, come te, che il tradimento sia stato un giro di boa: mi ha costretto a guardare di me anche ciò che non volevo vedere.
E lo fa ancora ma non riesco, proprio non ce la faccio a ringraziare che sia accaduto benchè sia cosciente che alcuni aspetti di me e della mia vita non li avrei considerati nè modificati altrimenti.
Ma probabilmente dipende dal fatto che ancora mi procura dolore, che ancora non ho perdonato fino in fondo.

Credo anche io che perdonare non sia sempre necessario: penso lo sia in proporzione al dolore che noi avvertiamo.
Ci sono persone che mi hanno ferito molto, volontariamente; che ancora cercano di farlo…le stesse che hanno creato tutte le difficoltà a mio marito dando origine a situazioni tanto complesse da essere ancora in atto.
So per certo che queste persone hanno cercato di farmi del male, ancora, proprio pochi giorni fa.
E mi sono chiesta se ho perdonato: la risposta è no e non credo che lo farò mai.
Non riesco a perdonare chi persevera nel volermi ferire, non ce la faccio proprio.
Le offese che ho subito, le angherie erano e sono grandissime: tempo fa li ho odiati, non mi vergogno a dirlo.
Oggi non più: penso che questo dipenda dal fatto che erano persone che anni fa consideravo amiche ma dalle quali avevo già cominciato a staccarmi perchè percepivo che qualcosa non andava: dunque le mie aspettative su di loro erano ormai bassissime.
Non ho bisogno di perdonarli perchè non sento più dolore dentro di me ma non ho accettato e non lo farò mai.

Caro Flender,
quando ho letto il tuo post mi sono molto dispiaciuta: non volevo alimentare un dolore che so essere enorme.
Capire come agire e reagire nei confronti di un tradimento non è facile.
Ma credo che tu abbia usato la parola chiave: autostima.
Sinceramente penso che tutti noi abbiamo dei buchetti qua e la in essa, nel senso che non sarebbe reale nè sano secondo me pensare ad un autostima totale.
Certo è che le dimensioni dei buchetti contano enormemente quando accade un tradimento.
Perchè il tradimento di per sè è il più potente mezzo di annientamento dell’autostima: non solo ti chiedi cosa c’è in te che non va per aver dovuto subire tanto ma ti domandi anche come hai potuto non vedere e non capire.
Ricostruire l’autostima dopo un tradimento è come ricostruire una città rasa completamente al suolo e deserta.

Gli sforzi infiniti per accontentarla, risultare unico, migliore, valido, amabile .

Questa tua frase mi ha colpito moltissimo: in essa c’è tutta la ferita della tua autostima, della tua ricerca di cambiarti per essere meritevole di amore.
Ma l’amore, quello vero, è quello ti accetta e che non ti cambia.
Il perdono è un processo lungo e doloroso: quando si perdona troppo celermente in realtà stiamo solo cercando un modo di difenderci, stiamo cercando di proteggerci dal dolore.
Cercare di comprendere e giustificare il tradimento credo tecnicamente si chiami NEGAZIONE.
Il perdono per essere tale deve essere rivolto proprio alle persone che non scusiamo.
Ho letto un libro veramente interessante su questa tema: lo consiglierò nell’apposita sezione. Penso che possa essere utile, a parte per il perdono in sè, anche e soprattutto per comprendere quali sono i nostri meccanismi di difesa e le ferite sottese.

Ha aiutato anche me a comprendere quali siano le motivazioni che mi impediscono o comunque rendono difficile il proseguire il mio cammino: sono diverse ma credo che questa frase ne condensi il senso complessivo

perdonare significa anche correre il rischio e superare la paura di essere umiliati una volta di più.

Ecco, credo che non avrei potuto descrivermi meglio in questo momento…

Un grande abbraccio a tutti

Zebretta 

Da dove comincio..
Mio papà per me il vero perdono è quello.. Ho detto che è stato semplice ma lo è stato adesso che lo vedo a ritroso, naturalmente. Mi ricordo ancora quando proprio su questa tastiera piangevo lacrime come fossi un fiume in piena senza riuscire a trattenermi come non ho mai pianto, come se tutte quelle lacrime lavassero via il dolore, quando ho visto mio padre oltre quella cortina di nebbia fittissima perenne. Ma ancora non avevo perdonato. Avevo solo iniziato a vederlo per quello che era: un uomo con tante difficoltà, con tante debolezze, con un infinito timore, tanto, troppo simile a me, al punto tale che per anni ci siamo scontrati. Due bambini che non hanno mai imparato ad esprimere se stessi. Credo che tutto fosse fondato sull’incomunicabilità e il fatto che io abbia iniziato un cammino dentro di me e abbia trovato un pezzetto di persona più adulta, ha fatto in modo di cambiare atteggiamento di fronte e lui e a cominciare a slegarmi da un modello oramai consolidato
Non sarei mai riuscita a dirgli le cose che gli ho detto poco tempo fa. Anzi, solo alcuni mesi fa gli ho urlato addosso il mio odio e proprio di questo poco tempo fa, gli ho chiesto scusa, perché non lo provavo più. Gliel’ho chiesto con il cuore in mano. E’ stato semplice perché nel momento in cui questo processo è iniziato ho solo dovuto seguire me stessa vincendo le mie paura.
Prima delle ferie volevo chiarirmi con lui ma non l’ho fatto perché mi sentivo ancora debole .. ero su un terreno scivoloso e avevo paura che, oltre a non riuscire ad esprimere per il meglio quello che avevo dentro, lui potesse rifiutarmi ancora e non sapevo come lo avei preso.
“perdonare significa anche correre il rischio e superare la paura di essere umiliati una volta di più”. 
Ecco era proprio per questo che non trovavo il coraggio.. ma poi,un giorno, ho solo dovuto seguire la strada verso casa sua consapevole che dovevo farlo per me, che l’unico modo per trovare lui era concedere a me stessa di esprimere quello che avevo dentro. E io gli ho sempre voluto bene, lui non me lo avrebbe detto e non avrebbe mai cambiato modo di agire…solo io potevo fare quel passo.
E dopo questo ho visto un miracolo perché lui ha fatto dei piccoli tentativi per cambiare.. e questo mi fa comprendere che avevo visto giusto nel suo cuore. Continuiamo a non parlarci molto ma quel poco è sufficiente. Non vedo più mio padre come un mostro ma neppure solo come una persona debole. Mio padre ha trovato il suo posto e mi sta insegnando ora più di quando ero piccola. In questo momento mi sta accompagnando a comprendere l’abbandono che è il mio terrore e mi sta insegnando la dignità della morte e delle sofferenza.
Lui non voleva farsi ricoverare a luglio, quando gli hanno trovato un tumore, e aveva tutti contro.. anche me in parte.. poi ha fatto altri esami e abbiamo scoperto che è davvero molto compromesso. Anche i medici adesso dicono: lasciamolo stare. Lui, che è sempre taciturno e non ho mai capito, comprende perfettamente la sua situazione ascoltando se stesso e con estrema dignità sta andando contro il suo destino.
Penso che in realtà sia più semplice perdonare un genitore che un partner: perché dentro di noi amiamo i nostri genitori, tanto più li odiamo tanto più li amiamo perché ci hanno feriti, perché ci aspettavamo da loro qualcosa che non potevano o non hanno saputo darci. Il filo che ci lega è fortissimo. Ma i nostri genitori sono esseri umani come noi, non sono gli esseri prefetti che avremmo voluto. Mi viene difficile pensare che un genitore, in genere, non ami un figlio, anche se ho degli esempi molto vicini, di persone cha hanno ripudiato perfino i propri figli. Non so che dire in questi casi…. Per fortuna non è stato il mio caso! ( e già di danni ce ne sono stati!)
Per quanto riguarda i partner.. come vedi essere riuscita in una tale impresa non mi insegna a sapermi gestire con il padre di mia figlia! Ci lavorerò anche perché lo devo a mia figlia.. anche se penso che ogni cosa che superiamo ci rende più forti e il giorno in cui sarò riuscita a separarmi da mio marito senza nessun rancore sarò una persona migliore e quindi devo farlo anche per me.
Un abbraccio forte
Gio62

Ho letto il tuo racconto letteralmente rapita…
In un certo senso mi ci ritrovo: non nelle parti fondamentali( non ancora almeno!) ma anche io comincio ad avvertire il desiderio di parlare con mio padre e come te temo non solo di essere respinta ma che lui non possa capire, nel senso che secondo me mio padre mi vive come figlia poco amorevole ma per causa mia.
In sostanza io sarei quella con il caratteraccio: e non è solo il mio senso di colpa a indurmi a fare questa considerazione( perchè ovviamente sento di essere manchevole, di non comportarmi come una brava figlia dovrebbe) ma anche la consapevolezza che mio padre ha la tendenza a “riaggiustare” gli eventi del passato in modo più gradevole per lui, possibilmente deresponsabilizzandosi.

Credo sarebbe più semplice, dopo un tradimento, lasciarsi pittosto che cercare di ricominciare insieme.

Sapessi quanto mi ha fatto tribulare questo pensiero!
Su questa considerazione ho speso tutte le energie che avevo nel tentativo di stabilire se ero o meno dipendente..
Sia io che mio marito abbiamo sempre considerato che non riuscivamo ad immaginare il nostro futuro senza l’altro.
In un certo senso è ancora così: mi sembra che la sua presenza nel mio futuro sia naturale come l’aria ma adesso sono perfettamente cosciente che potrei vivere benissimo anche senza lui ( e in questo mi è stato utilissimo andarmene di casa per un mese).
Magari a molti sembrerà banale ma io ho accolto questa consapevolezza con immensa gioia e sollievo.

Proprio ieri, dopo aver visto che ero un po’ triste dato il particolare anniversario, mio marito mi ha chiesto se non mi venisse mai la voglia di mollare tutto, di lasciar perdere per evitare la sofferenza.
Beh io mi sono sentita rispondere:”si, eccome!”. Non ci ho nemmeno pensato…
Lui è rimasto un po’ male e mi ha detto che per lui la sofferenza vale il nostro rapporto ma ha anche aggiunto che certo sono io quella che soffre di più….
Io sono contenta, contenta di sapere, adesso, che per me sarebbe più facile andarmene e invece scelgo di restare.

Non so se sono riuscita a spiegarmi….a volte nel tentativo di fare maggiore chiarezza mi ingarbuglio ancora di più
Zebretta
E’ possibile che tu abbia un gran brutto carattere. Anche io l’ho sempre avuto e me lo porto dietro e penso sia il risultato di come siamo cresciute, Zebretta. Ne sarai anche un pò responsabile tu ma lo è anche il rapporto con tuo papà e quindi.. dove sta la colpa? Prova a cambiare l’angolatura con cui vedi la situazione con tuo padre. Io penso sia importante lasciare gli schemi che ci imprigionano.
Il tuo comportamento è la risposta al suo e viceversa. Se nessuno di voi cambierà continuerete così.. allora tu che sei più giovane e più motivata e più sensibile.. cambia! semplice eh? ehmmm lo so che non lo è per niente..
E poi cerca di vincere la paura che hai di non essere compresa. fallo per te. Sai, molte volte andavo dalla psicologa e mi mettevo a piangere perchè dicevo: Ho compreso il modo di comunicare con molte persone.. ma non riesco a trovare un varco per comunicare con mio papà.. con chi porto dentro, perchè metà di me porta i suoi cromosomi! Mi sembrava assurdo.. era come se ci forse un muro insormontabile.. Ma se ti metti in ascolto e soprattutto ti dai fiducia forse arriverai a vedere quello squarcio. Non è detto che debba avvenire.. ma se tu lo vuoi io credo che ci siano buone probabilità che questo avvenga. Non avere fretta, segui le tue emozioni. Per me è stato così.. spero possa esserlo anche per te.
Gio62

Hai ragione cambiare non è semplice soprattutto quando implica perdonare chi ci ha ferito.
So anche che necessariamente uno di noi due deve rompere il circolo vizioso che abbiamo innescato ma lotto ancora con me stessa perchè sento una vocina che mi chiede perchè devo sempre essere io a fare la prima mossa.
E’ infantile, lo so ma è la verità.
La bimba che c’è in me vorrebbe sentire il suo papà che le dice che le vuole bene e la protegge.
Ecco io non mi sono sentita abbandonata, non nel senso stretto del termine: mi sono sentita non protetta.
Sono grande ormai e solo io posso proteggere me stessa, lo so…

Credo che il desiderio di ricostruire il rapporto con mio padre stia nascendo anche per la voglia incredibile che ho di pace, di avere una vita serena.
Voglio chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo, senza nessuno strascico del passato.
Non so se ci riuscirò perchè non dipende solo da me.

Forse, come te, sono impegnata su troppi fronti e devo necessariamente trovare un po’ di equilibrio: non ho la forza necessaria per affrontare due problemi così impegnativi nello stesso momento.
Mi sento ancora fragile e non sufficientemente “attrezzata” per correre il rischio ed essere eventualmente nuovamente umiliata.

Credo comunque che sia solo questione di tempo: basta sapersi ascoltare ( che è più facile a dirsi che a farsi a volte…)
Zebretta

ciao zebretta e ciao gio62
questo thread è iniziato con un primo anniversario speciale che da inizio al “lungo, lunghissimo cammino del perdono” per qualcosa che zebretta, ma in realtà moltissimi di noi, ha ricevuto senza richiedere, qualcosa che ha fatto soffrire moltissimo, qualcosa che nessuno meriterebbe mai,
poi siamo passati al perdono dei papà e la cosa scusate mi ha un po’ infastidito, vi spiego perchè però…

io ho lo stesso identico problema vostro solo che il mio perdono, prima ancora la mia rabbia, coinvolge la mamma, il papà è morto tantissimi anni fa

stesse dinamica, terrore di parlarle, terrore di ascoltare le sue ragioni e per qualche fantomatico circolo vizioso riprendere come sempre sulle mie spalle tutte le colpe

quando è iniziata la crisi con mio marito la prima cosa che mi è stata rinfacciata è stata “ti ho dovuto fare anche da padre” ed io mi sono accollata anche questa colpa, come sempre

sono bastate poche sedute dalla psicoterapeuta per capire che il mio problema non era la mancanza di un papà, ma la presenza stile condor di una madre frustrata sia per infanzia sia per cultura sia per vedovanza sia per carattere

lei stessa pensate all’inizio non voleva che lo sposassi, non proprio ma avrebbe preferito un “medico”, diciamo così un uomo con una posizione migliore, che poi mio marito ha realizzato, io tra l’altro l’ho incontrato ancora studente svogliato

perchè sono arrabbiata? parlavamo di una piccola e grandissima al tempo stesso vittoria di zebretta di cui io ero entusiasta, per andare a sbattere sull’argomento genitori dove ancora sono alla ricerca di serenità, di protezione con un amaro retrogusto di rabbia protratta negli anni

sono molto contorta lo so, il mio lavoro sta anche nello srotolare la matassa che ho negli anni raggomitolato male
buona giornata ad entrambe
un grosso bacio
Laura.m

Cara Laura,
questo thread è nato, nelle mie intenzioni, per confrontarsi su un tema così difficile come il perdono.
Lo è tanto che io ancora ci lotto, anche e soprattutto con mio marito.
Ciò che mi premeva di più era parlare del perdono non come qualcosa dovuto o cercato per gli altri ma come mezzo per il raggiungimento della nostra pace interiore.
E soprattutto il perdono non coincide con la riconciliazione: questo passaggio è fondamentale.
Significa che in fondo io non posso scegliere veramente di restare con mio marito, di riconciliarmi con lui se prima non lo perdono e non viceversa.
Tanti di noi hanno creduto di avere perdonato in certe occasioni ed invece non era vero: io credevo di aver già perdonato mio padre e purtroppo non è così; Gio e Flender pensavano di aver perdonato i rispettivi partners ma anche loro si erano illusi.

Cos’è il vero perdono, come raggiungerlo veramente….questo è il tema di questo thread, che sia perdono per un padre, una madre o un compagno.
Il processo è sempre lo stesso, poi naturalmente i tempi sono diversi a seconda delle persone coinvolte, delle nostre aspettative nei loro confronti e del nostro dolore.

Sicuramente in questo momento io sento più prepotente in me la necessità di trovare un equilibrio vero con mio marito: lui è il mio presente, il mio progetto di vita in un certo senso.
Ma credo fortemente che sia necessario anche il perdono, che per me è vera accettazione, anche nei confronti di mio padre, che rappresenta il mio rapporto con il mondo maschile.
Il perdono di papà mi serve per ricostruire, per perdonare ed accettare anche me stessa: la parte di me che gli assomiglia, quella che si sente in colpa,quella che non si accetta e non si piace.
Non posso perdonare gli altri se non perdono anche me stessa.
E la difficoltà della situazione attuale è forse quella generata dal legame che sento tra questi fronti, diversi eppure simili, di perdono che sto affrontando.
Devo necessariamente perdonare tutti e due, anzi tutti e tre me compresa, ma fatico a farlo contemporaneamente.
D’altra parte so, sento, che essi sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro.

Laura, io credo che il mio cammino per il perdono sia iniziato molto tempo fa: la differenza tra allora, quando questa storia dolorosissima è iniziata, e adesso è che prima io volevo perdonare, ora ne sento il desiderio.
Prima lo volevo perchè volevo il mio matrimonio ( perdono = riconciliazione), ora ne sento la necessità per me, con la consapevolezza che è sì un mezzo assolutamente indispensabile per la riconciliazione ma anche che scelgo il perdono per me stessa prima che per chiunque altro.
In questo senso io sento di aver ottenuto una piccola vittoria: non puoi ottenere ciò che non conosci e soprattutto non lo puoi nemmeno desiderare veramente.

Non sei contorta: solo, forse, avevi voglia di sentire qualcosa di positivo, di vedere che c’è un cammino possibile, tenuto conto anche che da un certo punto di vista le nostre storie si assomigliano tanto, ma poi ti sei ritrovata in un argomento, evidentemente, per te ancora più doloroso del tuo matrimonio.
Nei tuoi ultimi posts si legge un aumento di consapevolezza della reale situazione matrimoniale che stai vivendo, uno spostamento delle responsabilità, che oggettivamente e giustamente, non riconosci più a tuo totale carico.
Piano piano stai diventando “padrona” della situazione e benchè questo possa procurarti dolore unitamente alla consapevolezza che possa anche essere che il tuo matrimonio sia irrecuperabile, tutto ciò ti rende contemporaneamente più autonoma e più forte.
Ed è in ogni caso una bella sensazione.
Al contempo la difficoltà con tua madre ti fa sentire ancora fragile.

Non so Laura, la mia è un’ipotesi che si basa anche sulla mia esperienza.
In questo lungo cammino sono riuscita ad individuare quali sono le motivazioni che mi impediscono di andare oltre, di progredire.
So che è un cammino che nessuno può compiere al posto mio ma credo che parlarne aiuti, specie con chi ha saputo raggiungere il vero perdono, a prescindere dal fatto che sia stato perdonato un padre piuttosto che un marito.
Ti abbraccio forte

Zebretta

Cara zeb,
come vedi il perdono non è legato solo al contingente; anzi spesso quello che non riusciamo a “perdonare” nell’immediato è qualcosa che non riusciamo a fare altrettanto per il passato. Zeb questo thread mi piace molto perché dal dolore ricordato con una data fatidica, poi con naturalezza la tua prospettiva si è spostata su ciò che, probabilmente, ti impedisce di lasciar andare rabbia e dolore e accettare la fragilità dell’altro in pieno, senza per questo sentirti sminuita o meno donna.
“Credo che il desiderio di ricostruire il rapporto con mio padre stia nascendo anche per la voglia incredibile che ho di pace, di avere una vita serena.
Voglio chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo, senza nessuno strascico del passato. Non so se ci riuscirò perchè non dipende solo da me.”
Io credo che questo desiderio nasce dal fatto che oggi ti senti più forte, hai affrontato un “tradimento” doloroso e stai ricostruendo il tuo rapporto con tuo marito, questo ti da la sicurezza che se vuoi, da parte tua c’è la capacità di andare incontro all’altro, hai acquisito la sicurezza dentro di te.
Credo che sì per ricostruire un rapporto con tuo padre serva la sua collaborazione, ma credo fermamente che per non avere nessuno strascico ti serva comunque un confronto con lui, che questo significhi ricostruire un nuovo rapporto o accettare ciò che lui è.
Zeb qualche settimana fa io ho avuto il mio confronto, lo avevo rimandato per molto tempo credendo che non mi fosse più necessario; che non servisse più.
Ora posso dirlo, non solo è servito per chiudere un capitolo lunghissimo della mia vita, ma per lasciare uscire fuori la mia “bambina” ferita, umiliata, non protetta; lasciarla andare costringendo mia madre a lasciare andare la madre “matrigna”, ossessiva, ipercontrollata e costringerla a vedere i suoi errori e capire che sono adulta e deve trattarmi da adulta. Mia madre oggi, pur con grande fatica, “cerca” di avere con me un rapporto maturo. Non so quanto riuscirà a controllarsi o a cambiare, tocca a lei. Io mi sento in pace, anche se la sua “non presenza” ossessiva a volte “mi disorienta”, nel senso che chi ha sempre avuto un ombra ha paura di non farcela a camminare senza.
Zeb quando sarà arrivato il momento di questo confronto accadrà, non ci sarà bisogno di programmarlo, io non l’ho programmato è arrivato così, come una tempesta a dissipare le mie “ombre”.
Zeb stai camminando verso il perdono…quando sentirai di non avere più rabbia verso il tuo lui sarai pronta per cominciare a ritroso il cammino verso tuo padre. Sei vicina, non affrettarti, lasciati portare dalla tua “coscienza interiore”. Un abbraccio

Pat

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PERDONARE

PERDONARE ? Quante volte dopo aver subito un’offesa, un torto, un aggressione, superata la fase della rabbia ci chiediamo se perdonare o meno? Rispondere a tale domanda non è facile, ma proverò ad evidenziare gli aspetti positivi di un eventuale perdono.

Innanzitutto effettuiamo una disamina storica del perdono. Da sempre sono le religioni che sensibilizzano al perdono, portando ad esempio il perdono di Dio, che deve essere d’esempio a tutti gli altri perdoni umani. I seguenti aforismi sono tratti dalle sacre scritture:

Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare.

Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu.

Ma fra filosofi e studiosi, diversi non sono d’accordo.

Friederich Nietzsche che era contrario al cristianesimo, in quanto religione degli schiavi, era contrario anche al perdono che riteneva caratteristica dei deboli, degli incapaci ad affermare i propri diritti, degli incapaci di ribellarsi e di vendicarsi. Il filosofo Schopenauer era dello stesso parere sul perdono, anche se con motivazioni diverse.

Ma sopratutto contrario al perdono è stato il padre della psicanalisi, Freud.

Egli lo considerava pericoloso per l’equilibrio psicologico della persona, in quanto mette a repentaglio la capacità dell’Io di fronteggiare le pulsioni inonscie, causando o una rivolta o la nevrosi. Per Freud le uniche concessioni al perdono potevano avvenire solo nel caso di una sottomissione strategica al più forte, per ridurre la sua aggressività o per lo scopo narcisistico di sentirsi superiore agli altri perdonando.

Attualmente la psicologia stà rivalutando il perdonare. Al di là della concessione del perdono come gesto di bontà, empatia, altruismo, c’è anche un utilizzo pragmatico perdonare, a scopo personale. Perdonare infatti, spesso produce sollievo, eliminando la relazione d’odio che lega vittima e carnefice e che danneggia sopratutto la vittima. In questo caso Il perdono può essere concesso sia ai vivi che morti, e nel caso dei vivi indipendentemente da una loro più o meno esplicita richiesta. Inoltre il perdono può essere parziale (il più delle volte) totale (accade raramente) e può riguardare sia la persona che ha offeso o agito il torto che l’azione dell’offesa o del torto.

La capacità di perdonare, naturalmente, è anche legata all’entita dell’offesa o torto subito ed allimportanza che riveste per l’offeso la persona che le ha inflitte.

La stessa psicoterapia fà del perdono uno dei moventi principali del percorso terapeutico e dell’esito finale dello stesso. Nella psicoterapia il perdono , producendo una diminuzione di amarezza e risentimento, ha un effetto catartico, di liberazione, perché è capace di eliminare o attenuare i sentimenti di rabbia, di vendetta, di vergogna e di risentimento, liberando delle energie, che possono essere dunque meglio spese su altri fronti.

Ma il perdono richiede tempo: può avvenire solo dopo che vi sia stato una rielaborazione mentale dell’offesa o del torto subito, che permetta di placare , la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione di chi ha inflitto il tutto.

Dimenticare non è sinonimo di perdonare in quanto col perdono non cerchiamo di dimenticare l’offesa ricevuta, ma solo fare in modo che essa, pur presente nel ricordo, non sia più dolorosa.

Allo stesso modo perdonare non significa riconciliarsi. Possiamo non nutrire più rabbia per l’offesa ricevuta e perdonare l’offensore, ma non intendiamo più avere nessuna relazione con quest’ultimo.

Approfondiamo la dinamica dell’odio che è sottesa al non perdonare. L’odio può essere un sentimento che lega per sempre. Il filosofo Cioran era del parere che se non vogliamo più dimenticare una persona dobbiamo arrivare ad odiarla. Nello stesso modo l’odio mantiene sempre vivo l’offensore e le sue azioni nella mente dell’offeso. Tutto questo crea dipendenza. Nella stessa dipendenza affettiva l’odio è l’altra faccia della medaglia.

Per perdonare bisogna guardare la realtà dal punto di vista dell’offensore, comprendendo quelle che possono essere state le motivazioni o le pulsioni delle quali possa essere stato, a sua volta, vittima chi ha offeso. Bisogna anche riconoscere eventuali propri errori che possono aver contribuito alla genesi dell’offesa o del torto. Questo insieme di considerazioni può agevolare la concessione del perdono.

Ma anche se fossimo così bravi ad attuare tutto il percorso del perdono, questo non impedisce che la rabbia relativa all’offesa o al torto subito scompaia per sempre. Potrebbe continuare ad albergare dentro di noi e dare segni di vita in determinate circostanze che possono riattivare il rimosso. Ma tali riattivazioni non vranno mai l’impatto doloroso ante-perdono.

Perdonare, quindi, come gesto di amore per sè stessi, per perdonare anche sè stessi di aver permesso all’altro di farci del male. Non dimentichiamo che gli altri ci trattano come noi li permettiamo di trattarci. In questo senso l’offesa ed il relativo perdono possono rappresentare un occasione di crescita personale perchè quello che è accaduto non si verifichi più.

Dott. Roberto Cavaliere

Perdonare fa bene alla salute ma soltanto se si è sinceri
di ALESSIA MANFREDI


LA vendetta potrà anche essere dolce, ma il perdono alla lunga è molto meglio. Se ne sta accorgendo anche la scienza, che dedica sempre più studi ai benefici psicologici e fisici che si innescano quando si smette di provare risentimento, rancore, rabbia, sostituendoli invece con sentimenti positivi. 

Perdonare, arrivando ad augurarsi il bene di chi ci ha fatto soffrire, si traduce in un calo della pressione, minori sintomi depressivi e un senso di benessere generale. Un balsamo non solo per l’anima, quindi, ma anche per il corpo. Ne è convinto uno dei guru della nuova “scienza del perdono”, lo psicologo Robert D. Enright dell’Università del Wisconsin, ma la tendenza è in atto già da una decina d’anni, durante i quali – riferisce il Los Angeles Times – i ricercatori hanno ammassato una discreta mole di dati sugli effetti terapeutici di quella che finora è stata considerata più che altro come una virtù insegnata dalla religione o tutt’al più un arte per pochi eletti. 

Per chi ha subito uno sgarro o un vero e proprio trauma – compresi casi estremi come la violenza fisica, l’assassinio di un familiare, le mutilazioni dei conflitti etnici – pensare di andare oltre, superare il dolore augurandosi la felicità del proprio aguzzino, può suonare improbabile o essere vissuto come una provocazione. Eppure, sostengono gli scienziati, è questa la chiave per diminuire il rischio di sviluppare malattie cardiache e disturbi mentali scatenati dal ricordo ossessivo di cosa ci ha fatto male. 

Proprio come correre o giocare a tennis, il perdono è qualcosa che si può imparare allenandosi: ci sono corsi specifici, in cui si comincia a stare meglio anche dopo poche sedute. Pioniera in questo campo è stata l’équipe dello psicologo Loren Toussaint della Luther University di Decorah, in Iowa, che per prima ha stabilito un nesso fra la salute e la propensione al perdono. Uno loro studio nazionale, pubblicato nel 2001 sul Journal of Adult Development , mostrava che solo il 52 per cento degli americani dicevano di essere riusciti a perdonare chi aveva fatto loro del male. Ma fra questi, quelli che avevano 45 anni o più, godevano di miglior salute rispetto agli altri che non erano riusciti a perdonare.

Gli scatti d’ira aumentano il rischio di aritmie, attacchi cardiaci e causano un aumento della pressione sanguigna, spiega alLos Angeles Times il dottor Douglas Russell, cardiologo, che in uno studio del 2003 ha documentato come dopo sole 10 ore di “corso di perdono” le funzionalità coronariche dei pazienti già migliorassero. 

Il campo è in evoluzione ed ha suscitato molto entusiasmo; eppure l’insistenza sul superamento felice del trauma ad ogni costo non convince tutti. A volte, come nel caso delle vittime dell’incesto, parlare di perdono può essere troppo, sostiene Linda Davis, a capo della associazione Survivors of Incest Anonymous : “arrivare ad una forma di accettazione è già abbastanza. Il perdono è un di più, non è necessario raggiungerlo”. Non solo. Qualcuno fa anche notare che se il perdono arriva troppo facilmente, potrebbe nascondere ben altro, come un senso di colpa che porta la vittima ad assolvere gli altri prendendo su di sé la responsabilità di una violenza: atteggiamento tutt’altro che terapeutico. 

In uno studio su pazienti che hanno contratto l’Hiv Lydia Temoshok, dell’Istituto di virologia umana dell’Università del Maryland, ha identificato in modo specifico questa tipologia di pazienti, che ha classificato come “C”. Se il tipo “A” è arrabbiato e può andare incontro a problemi cardiaci a causa della propria ira e il tipo “B”, invece, riesce ad avere uno stato di salute migliore degli altri perché affronta la malattia nel modo giusto, il tipo “C” nega i problemi e sopprime i propri reali sentimenti: proprio quest’ultima categoria va incontro ad una maggiore possibilità di sviluppare l’Aids e il melanoma per lo stress eccessivo in cui vive e cui sottopone il proprio sistema immunitario. 

( 3 gennaio 2008 )

AFORISMI SUL PERDONO

Si perdona finché si ama. (François de La Rochefoucauld)

– Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura. (Voltaire)

– Ognuno dovrebbe perdonare i propri nemici, ma non prima che questi siano impiccati. (Heinrich Heine)

– Ama la verità ma perdona l’errore. (Voltaire)

– Finchè dura il pentimento, dura la colpa. (Jorge Luis Borges)

– Amare non significa trovare la perfezione, ma perdonare terribili difetti. (Rosamunde Pilcher)

– Importante è ricordare, ma più importante è dimenticare. (Rainer Maria Rilke)

– L’amore scusa tutto ciò che fa. (Molière)

– Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi. (John Fitzgerald Kennedy)

– Si dimentica prima una ferita che un insulto. (Philip Dormer Chesterfield)

– L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe. (Tito Livio)

– La passione non ottiene mai il perdono. (Pier Paolo Pasolini)

– Un Dio tutto misericordia è un Dio ingiusto. (Edward Young)

– Si può ben perdonare a un uomo di essere sciocco per un’ora, quando ci sono tanti che non smettono mai di esserlo nemmeno per un’ora in tutta la loro vita. (Francisco de Quevedo)

– Perdona sempre i tuoi nemici. (Nulla li fa arrabbiare di più. (Oscar Wilde)

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

AMORE E TRADIMENTO – PERDONARE IL TRADIMENTO

Il seguente brano è tratto dal libro “Le cose dell’amore” edito da Feltrinelli e la cui pubblicazione su sito avviene per gentile concessione dell’autore il Prof. Umberto Galimberti

 

Non si dà amore senza possibilità di tradimento, così come non si dà tradimento se non all’interno di un rapporto d’amore. A tradire infatti non sono i nemici e tanto meno gli estranei, ma i padri, le madri, i figli, i fratelli, gli amanti, le mogli, i mariti, gli amici. Solo loro possono tradire, perchè su di loro un giorno abbiamo investito il nostro amore. Il tradimento appartiene all’amore come il giorno alla notte.

Non è infatti vero giorno quello che non conosce la notte, e perciò concede una vita e un’amore solo là dove ci possiamo fidare, dove siamo al sicuro, compresi, contenuti e contenti, dove non possiamo essere feriti e delusi, dove la parola data non e mai ritirata.

(….) Nel saggio Il tradimento , che è possibile leggere in Puer Aeternus , James Hillman prende in esame le possibili reazioni al tradimento, indicando tra queste quelle che bloccano la coscienza e quelle che la emancipano.

Innanzitutto la vendetta , che è una risposta emotiva che salda il conto ma non emancipa la coscienza perché quando è immediata non ha altro significato se non quello di scaricare una tensione, mentre quando è procrastinata, quando attende l’occasione buona, restringe la coscienza in fantasie di astiosità e crudeltà, impedendole di fare qualsiasi altra esperienza. La vendetta rattrappisce l’anima.

Non diversamente opera il meccanismo della negazione . Quando in un rapporto uno dei sue subisce una delusione, la tentazione è quella di negare il valore dell’altro prima idealizzato. Non si è voluto vedere l’ombra dell’altro quando si era innamorati, ora, dopo il tradimento, si ricaccia l’altro per intero nella sua ombra. Due eccessi, dove prima l’amore cieco e poi il cieco odio dicono quanto infantile e primitiva è la nostra anima.

Più pericoloso è il cinismo , che non solo nega il valore dell’altro, ma fa dire che l’amore è sempre una delusione, che i grandi amori sono per gli ingenui, cercando, in questo mondo, di cicatrizzare la fiducia infranta. Con i cocci dell’idealismo si costruisce la filosofia del rude cinismo, capace solo di offrire un ghigno a quella che un tempo era la propria stella.

Ma forse ancora più preoccupante del cinismo è il tradimento di se , per cui una confessione, una poesia, una lettera d’amore, un progetto fantastico, un segreto, un sogno, insomma i nostri valori emotivi più profondi diventano cose ridicole, da sbeffeggiare sguaiatamente, per evitare di vergognarsi di averle un giorno provate. E’ una strana esperienza quella di trovarsi a tradire se stessi e a trattare le proprie esperienze emotive vissute nel tempo dell’amore come esperienze negative e spregevoli.

Ma con la vendetta, la negazione, il cinismo, il tradimento di se non siamo ancora all’ultimo stadio in cui, per proteggerci dall’eventualità di essere nuovamente traditi, optiamo per la scelta paranoide che, per instaurare un rapporto esente dalla possibilità del tradimento, mette in atto ingenue liturgie, quali le dichiarazioni di fedeltà eterna, le prove di devozione, i giuramenti di mantenere il segreto. Sono atteggiamenti, questi, che attengono più alla sfera del potere che alla sfera dell’amore. Quando infatti un marito, un amante, un discepolo, o un amico si sforzano di soddisfare i requisiti di un rapporto paranoide, dando assicurazioni di fedeltà per cancellare la possibilità del tradimento, è garantito che ci si sta allontanando dall’amore, perchè amore e tradimento attingono alla stessa fonte.

Se evitiamo di cadere nei pericoli fin qui descritti e quindi di rimanere in essi sterilmente fissati, allora l’esperienza del tradimento può rivelare il suo aspetto più creativo ed evolutivo della coscienza che, per Hillman, come del resto per la tradizione cristiana, trova la sua espressione nel perdono. Riconoscendo il tradimento e passando oltre, il perdono toglie all’amore il suo aspetto più infantile, che è l’ingenuità e l’incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d’ombra. Del resto, scrive Hillman:

Senza l’esperienza del tradimento, ne fiducia ne perdono acquisterebbero piena realtà. Il tradimento è il lato oscuro dell’una e dell’altro, ciò che conferisce loro significato, ciò che li rende possibili.

Ma si può davvero perdonare, se è vero che l’Io si mantiene vitale solo grazie al suo amor proprio, al suo orgoglio, al suo senso dell’onore? Anche quando vorremmo sinceramente perdonare, scopriamo che proprio non riusciamo, perchè il perdono non viene dall’Io. E allora forse, meglio del perdono, che probabilmente è pratica insincera, a me sembra più costruttivo percorrere il sentiero del reciproco riconoscimento , dove chi ha tradito deve reggere la tensione senza cercare di rappezzare la situazione e, con brutalità cosciente, deve al limite rifiutare di rendere conto di se.

Il rifiuto di spiegare significa da un lato non misconoscere il tradimento ma lasciarlo intatto nella sua cruda realtà, e dall’altro che la spiegazione deve venire sempre dalla parte offesa. Del resto chi, dopo essere stato tradito, sarebbe in grado di ascoltare le spiegazioni dell’altro?

Lo stimolo creativo presente nel tradimento dà i suoi frutti solo se è l’individuo tradito a fare un passo avanti, dandosi da se una spiegazione dell’accaduto. Ma per questo è necessario che il traditore non giustifichi il suo tradimento, non tenti di attenuarlo con spiegazioni razionali, perchè questa elusione di ciò che è realmente accaduto è, di tutte le offese, la più bruciante per il tradito, e allora il tradimento continua, anzi si accentua.

Siccome i due sono ancora legati in un rapporto nei nuovi ruoli di traditore e di tradito, possono soccorrersi solo se il traditore non attenua la crudeltà del tradimento e, riconoscendolo senza ammorbidirlo con false giustificazioni, consente all’altro di trovare da se la spiegazione, e così di passare dalla beata innocenza della fiducia originaria, dove mai neanche lontanamente si profilava il male, a quella coscienza adulta, la quale sa che il bene e il male sono inanellati, il piacere si intreccia con il dolore, la maledizione con la benedizione, la luce del giorno con il buio della notte, perchè tutte le cose sono incatenate, intrecciate, innamorate e insieme tradite, senza una visibile distinzione, perchè l’abisso dell’anima, vuole che così si ami il mondo.

Del resto, se vogliamo seguire il messaggio di Nietszche che ci ha insegnato a scoprire, sotto ogni virtù, il vizio che lo origina, la paura inconfessata che la genera, la debolezza che si vuole nascondere, scopriamo che, ogni volta che siamo in relazione con l’altro, mettiamo in atto anche il nostro desiderio di non annullarci nell’altro. Vogliamo essere con l’altro, ma nello stesso tempo, per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Di qui quell’esserci e non-esserci, quel rincorrersi e tradire, che fa parte della relazione amorosa. Perchè l’amore è una relazione, non una fusione. Se infatti non esistessimo come individualità autonome, non solo non potremmo incontrare l’altro e metterci in relazione, ma non avremmo neppure nulla da raccontare all’altro fuso simbioticamente con noi.

Come dice Gabriella Turnaturi nel suo libro Tradimenti , quando lei o lui iniziano un viaggio fuori dal “noi”, e che prescinde dal “noi”, solo per le attese sociali, solo per i precetti religiosi tradiscono, mentre in realtà salvano la loro individualità dell’abbraccio mortale del “noi” che non emancipa, non consente nè crescite nè arricchimenti, e neppure parole da scambiare che non siano già dette o già sapute prima che siano pronunciate.

Tutto questo per dire che l’amore non è possesso, perchè il possesso non tende al bene dell’altro, ne alla lealtà verso l’altro, ma solo al mantenimento della relazione che, lungi dal garantire la felicità, che è sempre nella ricerca e nella conoscenza di se, la sacrificano in cambio della sicurezza. Siamo in due, non sappiamo più chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate, ma tutelate.

Amore è cosa intricata, perchè sempre ci confonde a non ci si chiarisce se si ama l’altro o si ama la relazione, se si soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità, ma non la sua noia. Amore è un gioco di forze dove si decide a quale dio offrire la propria vita: al dio della felicità che sempre accompagna la realizzazione di se, o al dio della sicurezza che molto spesso si affianca alla negazione di se.

Una cosa è certa: che nella relazione, nel “noi” non ci si può seppellire come in una tomba. Ogni tanto bisogna uscire, se non altro per sapere chi siamo senza di lei o di lui. solo gli altri, infatti, ci raccontano le parti sconosciute di noi. Gli altri, se li lasciamo parlare, senza soffocarli con il nostro bisogno di conferme che di solito, sbagliando, siamo soliti chiamare bisogno d’amore.

Nel viaggio che si intraprende fuori dal “noi” e che prescinde dal “noi”, è il “noi” che si tradisce, raramente il “tu”. Quel che si imputa al traditore è di essere diventato diverso e di muoversi non più in sintonia, ma da solo. Soltanto se si accetta il cambiamento dell’altro e lo si accoglie come una sfida a ridefinirsi e a ridefinire la relazione, il tradimento non è più percepito come tale. Ma ridefinirsi è difficile, così come accettare il cambiamento. Per questo le vie più combattute sono quelle della fedeltà, o in alternativa quelle del risentimento e della vendetta.

Se queste considerazioni hanno una loro plausibilità occorre riscattare, almeno in parte, i traditori dell’infamia di cui solitamente si sono ricoperti, perchè in ogni tradimento c’è un lampeggiare di verità e autenticità che ci è tradito non vuol mai vedere. Tradire un amore, tradire un amico, tradire un’idea, tradire un partito, tradire persino la patria significa svincolarsi da un’appartenenza e creare uno spazio d’identità non protetta da alcun rapporto fiduciario,e quindi in un certo senso più autentica e vera.

Nasciamo infatti nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma non possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a coloro che per primi ci hanno amato e a tutti quelli che dopo di loro sono venuti, un giorno sappiamo dire: “Non sono come tu mi vuoi”.

C’è infatti in ogni amore, da quello dei genitori a quello dei mariti, delle mogli, degli amici, degli amanti, una forma di possesso che arresta la nostra crescita e costringe la nostra identità a costituirsi solo all’interno di quel recinto che è l’amore che non dobbiamo tradire. Ma in ogni amore che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c’è troppa infanzia, troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se appena si annuncia un profilo d’ombra.

Eppure senza profilo d’ombra, quella che puerilmente chiamiamo “amore”, c’è l’incapacità di abbandonare lidi protetti, di uscire a briglia sciolta e a proprio rischio verso le regioni sconosciute della vita, che si offrono solo a quanti sanno dire per davvero addio. E in ogni addio c’è lo stigma del tradimento e insieme dell’emancipazione. C’è il lato oscuro dell’amore, che però è anche ciò che gli conferisce il suo significato e che lo rende possibile.

Amore e tradimento devono infatti l’un l’altro la densità del loro essere, che emancipa non solo per il traditore ma anche il tradito, risvegliando l’un l’altro dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa, impropriamente scambiata per amore. Gioco di prestigio di parole per confondere le carte e barare al gioco della vita.

Il traditore di solito queste cose le sa, meno il tradito che, quando non si rifugia nella vendetta, nel cinismo, nella negazione o nella scelta paranoide, finisce per consegnarsi a quel tradimento di se che è la svalutazione di se stesso per non essere più amato dall’altro, senza così accorgersi che allora, nel tempo dell’amore, la sua identità ara solo un dono dell’altro. Tradendolo, l’altro lo consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come “un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino”.

Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà. Forse perchè la vita preferisce chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in una casa protetta, dove il camuffamento dei nomi fa chiamare “amore” quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi si è davvero, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PERDONARE IL TRADIMENTO

Il perdono è un processo lungo durante il quale si attraversano diverse fasi, ciascuna è indispensabile per riuscire realmente a superare la frattura creata dal tradimento

Per capire come arrivare a perdonare è necessario capire cosa è veramente il perdono. Spesso, infatti, si tende a confondere il perdono con la riconciliazionema sono due atti distinti. Perdonare significa riuscire a vedere i limiti di chi ci ha ferito, ridargli una dimensione più reale, di persona con pregi e difetti, comprendere senza per questo giustificare.

E’ un atto che richiede profondo equilibrio interiore nonché l’accettazione piena di noi stessi. Comprendere e accettare i nostri difetti e le nostre fragilità ci permette di farlo poi con gli altri. Perdonare non significa dimenticare ma far sì che il passato non continui a ferirci, ricordare senza provare dolore. In quest’ottica il perdono non è qualcosa che serve a chi ci ha offeso per liberarsi delle sue responsabilità ma innanzitutto un processo per liberare noi delle conseguenze dell’offesa che abbiamo ricevuto.

Non è facile perché molto spesso crediamo di aver perdonato e non è vero. Dopo aver preso consapevolezza di ciò per perdonare un tradimento è necessario compiere una serie di passaggi. Il tradimento rappresenta una profonda ferita personale per chi lo subisce, quasi assimilabile a un vero e proprio lutto.

Quindi, nella fase iniziale della scoperta non è possibile perdonare, è come chiedere a chi ha subito un lutto di dimenticare la persona che non c’è più. E’ necessario vivere la fase emotiva del dolore e della rabbia che segue la scoperta di un tradimento. Al contempo la persona che ha tradito deve permettere allavittima del tradimento di esprimere anche con forza tutto il dolore e la rabbia che ha dentro.

Tentare da parte dell’autore del tradimento di trovare subito delle spiegazioni razionali al proprio gesto non fa altro che amplificare dolore e rabbia della vittima che non solo si sente tale ma paradossalmente anche colpevolizzata. Solo dopo che si è attenuata la fase emotiva descritta, è possibile comunicare nella coppia e chiedersi perché sia successo.

Quindi alla fase emotiva ne segue una cognitiva di consapevolezza dell’accaduto. Solo alla fine di questa fase è possibile veramente perdonare. Il perdono non potrà essere mai totale, la ferita rimane, ha bisogno di tempo per cicatrizzarsi. Ilperdono è quindi un processo lungo e doloroso e non un atto isolato

Quando è un atto isolato e prematuro, non è vero perdono ma potrebbe solo nascondere la paura di perdere il partner, anche se ha tradito o rivelare un’incapacità di prendere atto di un disagio nella coppia che ha prodotto il tradimento. Un perdono come processo emotivo e cognitivo invece può rappresentare anche un momento di crescita psico-affettiva per la coppia.

Dottor Roberto Cavaliere

“Ma si può davvero perdonare, se è vero che l’Io si mantiene vitale solo grazie al suo amor proprio, al suo orgoglio, al suo senso dell’onore? Anche quando vorremmo sinceramente perdonare, scopriamo che proprio non riusciamo, perchè il perdono non viene dall’Io. E allora forse, meglio del perdono, che probabilmente è pratica insincera, a me sembra più costruttivo percorrere il sentiero del reciproco riconoscimento , dove chi ha tradito deve reggere la tensione senza cercare di rappezzare la situazione e, con brutalità cosciente, deve al limite rifiutare di rendere conto di sé. Il rifiuto di spiegare significa da un lato non misconoscere il tradimento ma lasciarlo intatto nella sua cruda realtà, e dall’altro che la spiegazione deve venire sempre dalla parte offesa. Del resto chi, dopo essere stato tradito, sarebbe in grado di ascoltare le spiegazioni dell’altro? Lo stimolo creativo presente nel tradimento dà i suoi frutti solo se è l’individuo tradito a fare un passo avanti, dandosi da sé una spiegazione dell’accaduto. Ma per questo è necessario che il traditore non giustifichi il suo tradimento, non tenti di attenuarlo con spiegazioni razionali, perchè questa elusione di ciò che è realmente accaduto è, di tutte le offese, la più bruciante per il tradito, e allora il tradimento continua, anzi si accentua.”

Da Le cose dell’amore di Umberto Galimberti, Feltrinelli

PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA

“Perdonare è la capacità di scrivere una pagina nuova e di colmare il baratro che si è creato tra le persone” Madre Teresa di Calcutta

 

SINTESI DI UNA DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM

Eccomi qua a parlare di una faccenda che inizia a farmi pressione
L’ultimo passo, ancora non affrontato.
Di che si tratta? Provo un profondo RANCORE verso la DIPENDENZA AFFETTIVA.
E’ un sentimento che è nato nel momento in cui mi sono resa conto di averla acquisita e quanto essa mi aveva condizionata nella vita sotto l’aspetto relazionale.
Per molto tempo sono stata “presa” ad affrontare ogni aspetto, ogni paura… insomma, ogni sfaccettatura…
Poi mi sono dedicata ad altro… del resto avevo raggiunto il mio obiettivo.
Tuttavia, ultimamente, prestando attenzione a me stessa, mi sto rendendo conto che questo rancore verso la dipendenza affettiva mi sta condizionando negativamente. Trovo ingiusto che l’abbia acquisita… non è stata una scelta consapevole,
ero piccola quando è nata… ed anche se l’ho superata sono incavolatissima (il termine non rende ciò che provo, ma almeno a parole, qui nel forum,
mi auto-modero:grin:) perchè ho sofferto, perchè ho perso tempo prezioso… anni della mia vita! E mi fa incavolare ancora perché anche il provare rancore per lei mi fa perdere tempo!
Proprio questa mattina mi sono posta una domanda <<Come faccio a liberarmi dal rancore che provo verso la dipendenza affettiva?>> . Per il momento non so rispondermi.
A me è capitato di provare rancore per qualcuno in passato, ma poi sono riuscita a superarlo perché ho compreso che le ferite ricevute dalle persone in questione non erano state volontarie.
Ma in questo caso la faccenda è diversa, per lo meno, in questo momento mi sembra più complicata…
Allora, il mio obiettivo è : LIBERARMI DAL RANCORE VERSO LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Forse è meglio formularlo in modo positivo: PERDONARE LA DIPENDENZA AFFETTIVA !
Per ora non so altro… non so da dove iniziare… del resto mi è successo anche quando volevo raggiungere l’altro obiettivo : indipendenza affettiva… non sapevo che fare, ma poi, supportata dalle mie risorse interiori – motivazione, volontà e costanza – ci sono riuscita! Accolgo a braccia aperte ogni punto di vista! Barbara

gio62
Non ci ho riflettuto.. ti scrivo di getto e magari poi mi pento e ti riscrivo ….
Secondo me la dipendenza affettiva fa parte di te.. non riesci a perdonare quella parte di te che l’ha immagazzinata e fatta propria. La dipendenza non è un mostro.. ma sei tu, e quindi.. devi perdonare te stessa.
Poi.. da dove cominciare.. non me lo chiedere quando scrivevo della rabbia io provavo un grosso sentimento di rabbia orientato verso di me e adesso mi ha lasciato un po da quando ho cominciato a lavorare su me stessa in modo attivo ed intenso e ho capito che sto facendo tutto il possibile per superare questi limiti che mi sono posta.
Quando parli del tempo perduto è quello che provo in questi giorni riferito ai miei genitori e soprattuto a mio padre. E’ come se non lo avessi mai conosciuto e rischiassi di non conoscerlo mai.. eppure sono 44 anni che lo conosco e ci vediamo ogni giorno. Non l’ho mai voluto vedere perchè gli ho messo addosso la maschera del mostro che mi ha causato tutto questo.
Ma mio padre è una risorsa.. anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo” ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono. Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindì si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro.
Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.
Non so.. era una risposta di getto… Un abbraccio Gio

Questa mattina mi sono svegliata. Di solito mi alzo dal letto
immediatamente, invece sono rimasta lì ad ascoltarmi… cosa che non facevo da diverso tempo.
Come ho già detto mi sono resa conto fino a che punto fossi incavolata con la dipendenza affettiva…
Mi sono alzata, ho fatto le solite cose e intanto continuavo a pensarci. Poi ho acceso il PC con l’intenzione di lavorare un po’ prima di uscire… ma ero “distratta”. Quindi sono venuta qui e ho scritto.
Dopo un po’, poco prima di uscire, arriva la notifica e leggo il tuo punto di vista e queste tue parole mi sorprendono come un arcobaleno improvviso mentre c’è un temporale estivo! … anche la dipendenza affettiva è una risorsa. Ci ha fatto “perdere tempo”
ma a causa sua stiamo aprendo gli occhi vedendo cose che non tutti vedono.
Conoscere se stessi non è un obiettivo che si pongono tutti.. ci si arriva quando si sta male e quindi si è obbligati a cercare “una cura”. Io non vorrei cambiarmi con un altro. Ringrazio la mia dipendenza perchè attraverso lei sto imparando a conoscere me stessa.

E’ vero! E’ anche grazie alla dipendenza affettiva che sono quel che sono!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che mi sono messa in cammino verso me stessa… ed ho “viaggiato” alla scoperta di aspetti di me sconosciuti!
E’ grazie alla dipendenza affettiva che il mio rapporto con me stessa e con gli altri è costruttivo! Potrei dire che la lista è lunga!
Grazie Gio! Grazie di cuore! Sento il cuor leggero e colmo di gioia! barbara

Buongiorno carissima gio!
Mi sono svegliata con un bel sorriso stampato in faccia… non so fino a quando avrò questa espressione tipo “stato di grazia”…
Dunque, come allora avrò modo di testare concretamente se ho superato la faccenda, quindi raggiunto l’obiettivo.
Per me ogni volta è stato così… oltre alla comprensione a livello razionale è stato necessario “testare” le reazioni emotive sul campo (detta così sembra una partita sportiva ).
C’è una situazione particolare che ha stimolato il mio rancore: quando vedevo M. per strada.
Come c’è l’attacco di ansia a me veniva un attacco di rabbia, perchè lui, indirettamente, rappresentava per me la dipendenza affettiva.
Quindi, anche se (grazie a te) mi rendo conto degli aspetti positivi… voglio “testare” concretamente.
Non so se mi sono spiegata! Non farò nulla di particolare per trovarmi nella situazione di cui parlavo… prima o poi accadrà! barbara

Ciao Barbara, sono contenta che con la mia risposta a getto ti sono stata di aiuto.
E’ molto bello stare qui, confrontarsi.
Il mio ingresso qui coincide con un momento ben preciso in cui hanno cominciato a riaffiorare le emozioni in modo più pieno.
Molte volte sento dire da alcuni qui che sembra di vivere periodi in cui non si prova nulla. E’ quello che sembrava a me, ma in realtà non si smette mai di provare emozioni. In realtà ci riferiamo all’amore e alle emozioni positive. Almeno, per me è stato così. C’è stato un momento in cui nella mia storia sono affiorate emozioni negative “scollegandomi” dalla mia parte positiva.E in quel momento mi sentivo vuota, come se non fossi in grado di provare nulla. Non so se riesco a spiegarmi perchè poi tutto sembra chiaro quando lo si prova ma prima no.
Queste riflessioni me le fai venire in mente tu parlando di espressione “da stato di grazia” 🙂 che parlatro so cosa vuole dire..:-)
Per molto tempo io mi sono trascinata senza apparenti emozioni in preda di rabbia, delusione, dolore ( queste sono emozioni!!!!) e poi ho iniziato un viaggio dentro di me ed anche ora che non direi di essere felice ma, al contrario, di provare molto dolore, lo provo nella sua pienezza. Non so come spiegarmi. le emozioni che sto provando in questo momento per mio padre che sta male sono un misto di emozioni ma non sono più solo negative. I sensi di colpa, il dolore e la tristezza, si mescolano con la compassione e anche con quello che credo sia amore ( dico “credo” perchè sono ancora “giovane” per saperlo). E di questo mix io ne ho la consapevolezza. Non ne ho il controllo ma non ne sono succube. E da un momento in cui ero arrivata a non riuscire più a sopportare, adesso è tutto più sopportabile perchè per ogni cosa negativa che affiora vedo e colgo anche la parte positiva. E’ molto bello questo che sto provando perchè credo di non averlo mai provato in modo così consapevole. E’ come se avessi ritrovato la mia strada che sentivo persa che adesso so deve passare attraverso queste emozioni che sono collegate al mio passato, al mio essere anche nel presente.
Sono contenta di avervi trovati.. non so se mi sono spiegata…
Un abbraccio (Gio62

Carissime Gio e Barbara..
Avete toccato una questione, secondo me, importantissima. Una questione che puo’, a seconda di come viene affrontata, far fare enormi passi nel superamento della dipendenza affettiva o nel raggiungimento della serenita’ nella vita in generale, oppure bloccare un passo decisivo.

Premetto che avrei voluto scrivere cio’ che sto per dire tempo fa e, accidenti, Barbara, se avessi saputo che la questione ti creava questo tipo di difficolta’, l’avrei scritta prima!!!
Non l’ho mai fatto perche’ avevo bisogno di ripescare e riportare il pensiero di un autore a proposito di questa visione sulla dipendenza affettiva, e non sono mai riuscita a ritrovarlo..penso di ricordare comunque l’autore, ma visto che non ne sono sicura, non voglio fare citazioni errate..
Dunque, ahivoi (), sono costretta ad esprimere con le mie parole questo pensiero, percio’ scrivero’ sicuramente tre volte tanto di quanto avrei fatto
In realta’ forse e’ meglio, perche’ questa visione io l’ho fatta mia, ci credo molto, e l’ho ampliata con considerazioni personali..

C’e’ un autore (forse molti altri) che ritiene che la dipendenza affettiva abbia in se una forza particolare che le conferisce lo stato di risorsa importantissima per attuare un cambiamento, proprio grazie alle sue caratteristiche.
Insomma Barbara…questa teoria penso fosse condivisa inconsciamente anche da te, perche’ e’ la stessa cosiderazione che hai fatto piu’ volte tu sulle “crisi”..il fatto che una crisi possa essere vista come una risorsa di miglioramento, di consapevolezza. Le crisi, i problemi, quindi anche la dipendenza affettiva, ci portano a riconsiderare alcuni dei nostri atteggiamenti, ad elaborare emotivamente qualcosa, o comunque prima o poi a porci delle domande. Se si guarda la crisi sotto un aspetto positivo, si puo’ scorgere il dono che in essa e’ nascosto. La si puo’ utilizzare per conoscersi, per migliorare, per non cadere negli stessi errori…

Lo stesso vale per la dipendenza affettiva.
In questo pensiero era contenuta l’idea che, proprio grazie alla forte passione, l’esasperazione dei sentimenti, il coinvolgimento, il “sentire” quasi a livello viscerale il dolore e i sentimenti e la forte ricerca dell’amore caratteristici di una persona dipendente affettiva, tale condizione (la dipendenza affettiva, appunto) puo’ incarnare una risorsa molto importante per capire se stessi, la vita, ed attuare un cambiamento.
Perche’ la dipendenza affettiva contiene in se’ un trasporto vitale enorme, una passione che, se viene trasformata in positivo, se vengono fatte di tutte le caratteristiche malate delle sane virtu’, puo’ essere considerata un grande dono, a dispetto di tante altre condizioni nevrotiche o psicopatologiche.

Questo pensiero e’ stato farcito di tutte le mie considerazioni personali sulla dipendenza, ma piu’o meno la linea su cui viaggiava era questa.

Quello che ha scritto Gio incarna perfettamente cio’ che penso io e quello che “provo” nei confronti della dipendenza. Io non sono arrabbiata da molto tempo con “lei”, l’ho accettata e l’ho anche ringraziata. Ultimamente poi, ne ho anche meno paura. Sono consapevole che potrei ricadere in qualche atteggiamento che la caratterizza, sono consapevole che il cambiamento effettivo forse va sempre alimentato e chi lo sa se sara’ mai sara’ totale..ma non m’interessa piu’.
La dipendenza affettiva mi ha fatto diventare la persona che sono, mi ha donato una sensibilita’ che molte persone non hanno (anzi, sono convinta che ce l’hanno, ma non riescono ad attivarla), mi sta facendo vedere la vita per quello che e’ e cioe’ meravigliosa e piena di amore e di sorprese che bisogna solamente scorgere. Mi ha fatto capire cose che non avrei mai compreso, tra cui, prima di tutto, i miei genitori.
Mi ha fatto sentire che anche io, come tutti, merito e posso essere amata e che, se voglio, posso amare con un’intensita’ ed un’autenticita’ enormi.
La dipendenza affettiva e’ stata per me un dono che mi porta ogni giorno sulla strada della felicita’ e della serenita’.
Come dice Gio, non tutti si pongono cosi’ nel profondo delle domande a proposito di loro stessi, non tutti sono portati a mettersi in discussione, a guardarsi dentro, a conoscersi per quello che realmente sono e a cambiare quello che non va delle loro vite…invece, secondo me, in linea generale, un dipendente affettivo che scopre di esserlo, e’ prima o poi portato a farlo!

Voglio fare un esempio assolutamente personale a cui pensavo tempo fa..

Da un po’ di tempo sto studiando la personalita’ “narcisista”, che mi sembra piu’ difficile da comprendere e da delineare della dipendenza affettiva.
Quello che sta sotto allo sviluppo di tale personalita’, senza entrare nei dettagli, e’ il fatto che queste persone, sempre a causa di ferite subite nell’infanzia, tendono a reprimere, a “non sentire” i loro stessi sentimenti.
Io vedo un po’ la personalita’ narcisista, con tutte le dovute differenze, come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dall’apatia e dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano, anche in forma sana.
C’e’ una differenza, tra le tante, che secondo me genera una risorsa in piu’ nella personalita’ del dipendente rispetto al narcisista, ed e’ proprio questo suo sentire ed accogliere a cuore aperto questo sentire dei sentimenti e del dolore (a volte sembra che il dipendente “difenda” quasi questo suo sentire in modo cosi’ accentuato).
Per contro, il narcisista non vuole “sentire”, lo rifiuta, lo nega, ad ogni percezione di sentimento o dolore profondo si spaventa e mette un muro davanti a se stesso e intorno al suo cuore.
Ecco, questo muro, che secondo me il dipendente non ha, fatto di apatia, indifferenza, noncuranza, egocentrismo (fittizi), tipici del narcisista, penso che costituiscano un ostacolo enorme alla comprensione di se stessi. E quindi alla soluzione dei propri problemi e alla messa in discussione dei propri schemi.
Entrambi tendono a situare il problema fuori di se’ e dentro gli altri, ma, a causa della forte pressione dei sentimenti e delle sensazioni, che dal dipendente sono intercettati ed accolti, quest’ultimo secondo me e’ spinto molto piu’ che il narcisista a chiedersi prima o poi: “che cosa succede realmente?”

Questa e’ una mia personalissima conclusione, ma era per far risaltare la potenza risanatrice della dipendenza affettiva.

Anche io, come Gio, penso che la dipendenza affettiva sia una parte di noi.
La dipendenza affettiva non e’ altro che un nome che noi abbiamo dato ad un insieme di caratteristiche e di comportamenti di alcune persone.
Finche’ non scopriamo di cosa potremmo essere capaci potenzialmente (amare veramente), noi SIAMO dipendenti affettivi. E’ uno stato, una condizione, non ne abbiamo colpa, ma lo siamo.
Quindi anche per me, essere arrabbiati con la dipendenza significa essere ancora un pochino arrabbiati con se stessi e non essersi perdonati del tutto. Non abbiamo ancora perdonato la parte bambina di noi che non e’ riuscita a svilupparsi senza farsi male, quella parte bambina che, a causa della sua immaturita’ psicologica ed emotiva, ha scelto l’unica alternativa che le sembrava possibile. Non abbiamo colpe, ma siamo noi che dobbiamo comprenderlo fino in fondo e liberarci da esse.
Penso che considerare la dipendenza affettiva come qualcosa di esterno a noi, sia in minima parte come non accettarci completamente ed attribuire la responsabilita’ del problema ancora a qualcun altro.
Riuscire a vedere la dipendenza come qualcosa d’inglobato in noi, come parte della nostra personalita’ da poter migliorare penso sia un passo decisivo per liberarsene.
Forse, Barbara, non avevi ancora accettato del tutto quello che eri diventata e cio’ che questo tuo modo di essere ti aveva creato. Lo capisco, non e’ facile, ma solo prendendo atto di una cosa la si puo’ comprendere totalmente, accettare e poi dirottarla verso un cambiamento.
Alcune parti di noi si possono cambiare solo se si accetta veramente di averle incorporate, altrimenti e’ come se un po’ si pensasse che non avessero mai fatto parte di noi.
E’ vero che sottostanti ad esse si nascondono un amore ed un’autostima che noi possiamo alimentare, ma quando eravamo dipendenti lo eravamo, in tutta la nostra pienezza. Insomma, non eravamo sotto ipnosi!

Credo che anche la rabbia che ti continuava ad accompagnare quando incontravi lui (non so se succede ancora, ma comunque mi sembra di aver capito che hai paura di questo, o che comunque e’ una cosa che metti in conto possa succedere) fosse un segnale che ancora non “avevi lasciato andare” completamente la dipendenza, oppure lui (che per te la incarna), oppure la Barbara di prima, che non riuscivi a perdonare in modo completo.
E’ il discorso gia’ affrontato della rabbia, del rancore, del non totale perdono: ci tengono legati al nostro passato, ai nostri schemi precedenti (o che stiamo superando piano piano), alle persone che sono state oggetti della nostra dipendenza. In una parola alla dipendenza!

Sono contenta che tu abbia tirato fuori questo tema, perche’ penso sia un punto molto sottile su cui poter riflettere e che puo’ portare ad un vero superamento.
Inoltre, sono contenta che stamattina tu ti sia svegliata con il sorriso e con una sensazione di “stato di grazia”. Spero che tutte queste considerazioni ti possano essere utili, come le tue lo sono state per me quando sono arrivata qui. Un abbraccio infinito.. Yana

Perdonarsi la propria dipendenza affettiva? Più che perdonarsi, io direi accettarla, accettare che c’è un parte di noi (che per i motivi più disparati, ma soprattutto per il nostro modo di interagire con quelle cause) ci ha portati ad essere dipendenti affettivi o anaffettivi. Perché da come la vedo io, da come cerco di guardare tutte le facce della medaglia l’unica differenza tra un “narciso” e un “dipendente” è il modo in cui si è digerito
emotivamente dei fatti inerenti la propria storia personale. C’è chi porta dentro la ferita e se ne assume la colpa cercando di esorcizzarla ripetendo un comportamento di dipendenza dalle persone a cui vuol bene per punirsene, c’è chi rifiuta la responsabilità e decide di non cedere più alle proprie valenze affettive e ogni volta che qualcuno scalfisce la corazza costruita, se ne allontana con violenza e rabbia reiterando il comportamento antico; questi due modi generano altrettanto dolore e infelicità. In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Non è facile, un ex dipendente affettivo rischia di diventare un anaffettivo e viceversa.
Io lotto ogni giorno perché le vecchie abitudini o le nuove paure non diventino un ostacolo alla mia voglia di essere felice. A volte ci si riesce, a volte si fa più fatica del necessario. E’ difficile osare sovvertire il passato, è difficile credere e avere fiducia nella possibilità di innamorarsi ancora con nuove modalità mettendo a rischio l’equilibrio così faticosamente ritrovato. E’ difficile, ma non impossibile.
Quello che mi aiuta e mi incoraggia a proseguire è l’aver constatato (due mie amiche finalmente si sono innamorate della persona giusta quando ormai non ci speravano più) come davvero proprio nel momento in cui è giusto che accada (quando siamo pronti, quando tutte le ferite si sono rimarginate, anche se le cicatrici ci sono ancora) un velo si solleva e ciò che cerchiamo diventa realtà e spesso ciò che desideriamo è proprio sotto i nostri occhi.
E quando il passato è stato analizzato e rivisto nella giusta dimensione, ecco che siamo pronti a cogliere ciò che ci viene porto nel modo giusto, la paura è sempre tanta ma è proprio quella paura che aiuta a non ricadere nei vecchi giochi. Io auguro a tutte, così come auguro a me stessa di riuscire a saper cogliere quel velo che si solleva….e saper tener presente, sempre, ciò che ho vissuto, senza che questo mi impedisca di “amare”
il volto sotto quel velo. Un abbraccio. Pat

Carissima Yana, affermare che le tue considerazioni, insieme a quelle di gio62, siano state “utili” non rende affatto l’idea!
Con amorevolezza mi avete mostrato un aspetto della dipendenza affettiva e un aspetto di me che non avevo valutato e di cui non ero consapevole.
Da dove comincio?… Dall’inizio, è spero di non incartarmi!
Quando ho scoperto la faccenda della dipendenza affettiva, attraverso il libro “Donne che amano troppo” per me è stato uno shoch… non ci volevo credere. In seguito l’ho ammesso (è diverso di accettato) a me stessa, tuttavia ho affrontato per tutto il tempo la faccenda come se fosse sgradita… da eliminare.
C’era… ma volevo a tutti costi che sparisse.
Esattamente com’era accaduto con i miei occhi. Non sono nata con gli occhi sporgenti, sono diventati così perché ad una certa età ho avuto problemi con la tiroide (ipertiroidismo).
Per me la dipendenza affettiva rappresentava solo ed esclusivamente la causa dei miei problemi relazionali.
Chissà, ci devo riflettere ancora, forse un aspetto del narcisismo mi appartiene (Yana, ti cito in parte: la personalità narcisista come una dipendenza affettiva inconsapevole e schermata dalla non accettazione assoluta del dipendere da un qualsiasi essere umano). Questo mi rispecchia esattamente. Non ho accettato il fatto di dipendere affettivamente!
Sotto l’aspetto “autonomia” ho iniziato molto presto a volermela cavare da sola… non volevo aver bisogno di nessuno sotto l’aspetto pratico della vita… naturalmente ho messo in atto questo meccanismo per difesa, i miei genitori erano poco presenti ed io ho reagito così. E’ stato raro chiedere aiuto a qualcuno… nel tempo era diventata un’abitudine per me tant’è che non mi veniva neppure in mente di farmi aiutare.
Ciò ha il suo lato positivo perché per poter fare qualcosa è necessario imparare, inoltre mi ha reso una persona piena di iniziative… ma è vero anche che con le persone che avrebbero voluto essermi di aiuto, perché era un modo per creare un legame (in senso positivo) con me, creavo una certa “distanza”.
Mi accorgo ora che sto cambiando sotto questo aspetto, perché in passato ero molto rigida… ultimamente accetto più spesso il contributo degli altri.

Forse, ci sono stati due aspetti che hanno giocato a mio favore:
1) La sofferenza e i disagi che vivevo da anni mi hanno MOTIVATA
2) Il non accettare il fatto di dipendere da qualcuno ha rafforzato la FORZA
DI VOLONTA’ e la COSTANZA.
E’ vero Yana, fino a ieri non avevo accettato (inteso come abbracciato, accolto) la dipendenza affettiva, l’avevo solo ammessa guardandola con “distacco” ed è diverso. Era come se la “vita” mi avesse dato una patata bollente ed io me la dovevo pelare. Fino a ieri non vedevo l’altra faccia della medaglia, o meglio, non associavo il fatto che anche grazie alla dipendenza sono ciò che sono.

Grazie gio62 e Yana per il vostro aiuto… non so se nel leggermi ho dato l’idea di quanto abbiate fatto a favore della mia accettazione e gratitudine verso ciò, che fino a ieri, mi ha più o meno, condizionata.
Yana, la questione della rabbia mi ha creato difficoltà solo ultimamente, o meglio, me ne sono resa conto solo ieri.
Penso che le vostre parole siano arrivate nel momento giusto per me, perché ero pronta a percepirle! Barbara

Ciao Pat
Si, si tratta di accettazione…
Ieri ho parlato di “perdono” perchè, come ho spiegato, avevo una percezione diversa (distorta?! ) della dipendenza…poi, grazie a gio62 e Yana, ho compreso.
E dire che in questi anni ho avuto a che fare con l’ACCETTAZIONE molto spesso…
Condivido ogni tua parola, in particolare:
In fondo la soluzione sarebbe accorgerci che l’infanzia è passata, che ciò che di buono o di negativo ci ha portato ci ha reso più forti e unici e quindi assumersi la responsabilità di ciò che si desidera per sè stessi. Il tuo augurio è bellissimo!
Un abbraccio che vi avvolge tutte

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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