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LA DANZA INCONTROLLATA: OSSESSIONE E DIPENDENZA

“Scarpette Rosse” La danza incontrollata: Ossessione e Dipendenza

 

La dipendenza si connota attraverso un esplosivo agire “furtivamente” che si verifica laddove l’individuo sopprime ampie parti dell’Io tra le ombre della psiche. Egli reprime gli istinti positivi e negativi, i bisogni e i sentimenti dell’inconscio e fa si che essi dimorino nel regno delle ombre. Succede così che tale individuo si trovi a condurre una vita simulata, come se non volesse sentire o vedere qualcosa: una parte sconosciuta di sé che egli avverte in modo angoscioso. E allora procede furtivamente, ingannando sé stesso, gettando via il tesoro dei propri bisogni, delle proprie tensioni di dolore e di paura, che gli potrebbero indicare una strada per colmarli e ritrovare una gioia reale. In questo modo egli è costretto a rubacchiare morsi e pezzetti ovunque.

Quando non accettiamo una parte di noi o una nostra emozione rimaniamo soli. Fingiamo di non essere così e combattiamo in silenzio. E’ come se non respirassimo: o forse alcune volte proviamo a respirare troppo velocemente o non respiriamo affatto rifacendoci ad un ideale di perfezione del tutto o niente. L’unica alternativa al furto del piacere è un atto di coraggio rispetto all’affermazione di ciò che sentiamo e siamo fino in fondo. Ciò significa imparare ad ascoltarci anche nelle tensioni spiacevoli: imparare ad essere noi fino in fondo con i nostri limiti e le nostre risorse.

Abbiamo un’alternativa di fronte ad una falsa vita rubata: guardare e riconoscere la fame del bambino deprivato che è dentro di noi e che protesta a gran voce. Nascondere la fame di questo bambino ed il dolore e il senso di vuoto che questo comporta significa rischiare che essa ci bruci e ci consumi attraverso atti rubati compiuti come un rito magico da non rivelare agli altri.

Quando non riconosciamo la fame ci illudiamo che altri ci regalino “Le scarpette rosse” che sono in grado di stordirla e di non sentirla, di farci danzare in un mondo meraviglioso e fantastico in cui non esistono bisogni. In questo modo, ci rifiutano di vivere la vita con i suoi cicli ed i suoi ritmi di crescita e decrescita, di vita e di morte per poi arrivare ancora alla vita. Intanto la nostra fame non viene saziata ma continua ogni volta a crescere ed a diventare un buco incolmabile che ci divora.

Con le nostre scarpette ideali diamo inizio all’ultima danza: una danza nel vuoto dell’inconsapevolezza. Siamo come bambini che volteggiano lontano dalla vita e ci rifiutiamo di prendere il cibo adatto e concreto per saziarci, perché questo costa fatica e lotta. Continuiamo a danzare frenetici pensando che qualcosa di magico ci fermi o che ci fermeremo quando lo decideremo.

Ma non è così: finché non riconosciamo la fame e non sappiamo procurarci un cibo che costa fatica, dolore ma anche gioia di un pieno concreto, continueremo la nostra infinita azione senza mai fermarci. E’ necessario riappropriarci del nostro istinto vitale per riconoscere le trappole di un facile paradiso e saper dire basta. Non è la gioia di questo paradiso irreale a rendere sempre più grande il nostro vuoto, ma piuttosto la mancanza di gioia che sentiamo mentre siamo all’interno di esso.

Quando non ci rendiamo conto della nostra fame, continuiamo a danzare ed a nascondere il nostro dolore e la nostra tristezza di fronte a qualcosa che è rimasto vuoto in noi, sia solo per guardare e sentire questo vuoto, per poi decidere l’azione adeguata per poterlo colmare.

Dipendenza e fame del nostro bambino deprivato sono connesse. Finché non ci assumiamo la responsabilità della nostra parte adulta che può essere in grado di nutrire e colmare la fame del nostro io bambino continueremo a negare le nostre libertà interiori ed esterne accettando continui soprusi su di noi e le persone che amiamo. Finche non riconosciamo questo bambino deprivato, sarà lui a prendere l’intero controllo su di noi ed a ricercare qualsiasi cosa: sostanza, persona, azione, lavoro, ecce… che in quel momento subito lo possa placare. E’ necessario riprendere la capacità di sentire fino in fondo tutte le emozioni di questo bambino interiore: piacevoli e spiacevoli, per poi imparare ad essere “Buoni genitori” che sanno prendersi cura di lui. Nessun altro lo potrà fare se non noi.

Le persone trascinate dalle “Scarpette Rosse” all’inizio pensano che possa esistere un intervento esterno da parte di qualcuno o di qualcosa (es. la sostanza) che in qualche modo possa colmarle e ritrovare la risoluzione illusoria di tutte le loro tensioni. E’ come se fossero dei neonati e cercassero un grande seno con un latte non nutriente in grado di placare ogni loro bisogno. In realtà la dipendenza è una grande mamma che divora tutti i bambini che si sono perduti e li getta sulla porta del Boia.

E’ necessario tornare alla vita fatta a mano, modellata giorni per giorno: è necessario riprenderci l’adulto in grado di provvedere al bambino, anche se ciò comporta dolore.

Separarsi dalle “Scarpette Rosse” e dalla vita ideale è doloroso. Ma la separazione è una benedizione.

Troveremo la nostra strada e ricominceremo a correre con le scarpe fatte da noi magari più imperfette, ma che ci daranno la gioia di una nostra creazione.

Dott.ssa Flavia Accini

Formatrice, Psicodrammatista, esperta in tecniche di conduzione di gruppo.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

AMORE CRIMINALE

“Perchè tu possa correre dal tuo nuovo amante. No, davvero, mi costasse pure la vita, no, non partirò, e la catena che ci lega ci legherà fino alla morte… Tu non mi ami più, che importa, dal momento che ti amo ancora, io. Questa mano è abbastanza forte per rispondere di te. Io ti tengo, donna dannata, e ti costringerò a subire il destino che inchioda la ta alla mia sorte. Mi costasse pure la vita, no, io non partirò, e la catena che ci lega, ci legherà fino alla morte”. Opera Carmen di Georges Bizet

 

In Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla: nel 2005 sono state 134 e nel 2006 sono state 112 le donne assassinate da mariti, compagni, fidanzati e amanti che, una volta lasciati, non hanno fatto altro che pensare “O mia, o di nessun altro”.

Le notizie riportate sono più eloquenti di qualsiasi altra considerazione e coprono tutta la possibile statistica dei crimini per amore.

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03.08.2008 Vessy (GE): anziano uccide moglie affetta da Alzheimer. Una donna di 77 anni è stata ritrovata morta venerdì sera in una casa per anziani medicalizzata a Vessy (GE). In base ai primi elementi dell’inchiesta il marito di 79 anni l’avrebbe uccisa perché non sopportava più di veder soffrire la moglie affetta dal morbo di Alzheimer. In seguito l’uomo avrebbe tentato di togliersi la vita.

Uccide la moglie davanti ai carabinieri Repubblica — 12 gennaio 2008   pagina 1   sezione: MILANO Uccide con una coltellata la moglie, che stanca dei maltrattamenti subiti sta andando via di casa. L’ uxoricida, Amerigo Maira, 34 anni, tossicodipendente, a San Vittore fino a marzo per droga, tira fuori un coltello e con un solo fendente alla pancia compie la tragedia. Barbara Belotti, 32 anni, muore nella sua casa di via Kennedy 60, a Garbagnate, proprio mentre i carabinieri entrano nell’ appartamento per tentare di salvarla. «Un tipico caso di maltrattamenti in famiglia reiterati» dicono gli investigatori. L’ uomo era in cura per la sua dipendenza dalle droghe ed era stato dimesso mercoledì dall’ ospedale psichiatrico. «Abbiamo inviato una relazione in procura – dice Maria Teresa Ferla, primario del reparto di psichiatria dell’ ospedale di Garbagnate – segnalando la pericolosità sociale dell’ uomo».

 

Strangolata in casa, si cerca il fidanzato Tra le ipotesi, una lite poi degenerata –Giovani, belli e appassionati di bici amatoriale, così erano descritti i due giovani conviventi da chi li conosceva. Eppure qualcosa di ancora troppo misterioso si è abbattuto su quella giovane coppia: lei trovata morta con i vestiti addosso, sul letto del suo appartamento a Sansepolcro (Arezzo) completamente in ordine. Lui scomparso e irraggiungibile telefonicamente

Sansepolcro (Arezzo), 23 agosto – Per tutti quelli che li conoscevano erano come i fidanzatini di Peynet: giovani, belli, innamorati, persino accomunati dalla stessa passione, la bici amatoriale. Lei l’ha trovata la madre alle undici di mattina, sdraiata sul letto, morta, ancora col collo segnato dalle mani che l’hanno strangolata. Di lui invece non c’è traccia. Sparito, come un fantasma, come uno inseguito da un rimorso che non gli dà tregua. E’ stato lui ad uccidere? E’ stato lui a stringere la presa attorno alla gola del suo amore? I carabinieri lo hanno cercato per tutto il giorno e continuano a cercarlo. Il sottinteso è fin troppo ovvio, anche se è impossibile avere certezze in questa primissima fase dell’indagine.

L’auto con la quale Luca Ferri, 26 anni, si è allontanato dall’appartamento in cui è rimasto solo il corpo di Silvia Zanchi, appena 23 anni, la fidanzata di una vita. Cosa possa essere successo dopo è un mistero. Può essere che Luca sia scappato, può essere che divorato dal dolore di un attimo di follia abbia scelto anche lui di farla finita (ipotesi che i carabinieri non scartano affatto), può essere persino (ma è uno scenario residuale allo stato attuale delle indagini) che con questa storiaccia non c’entri niente, che fosse fuori di casa, che non abbia ancora saputo niente. In questo puzzle tutto da comporre si inserisce pure una tessera che non torna. Nella tarda serata di ieri, ad Anghiari, paese di origine di lui, è stato trovato il cadavere di un trentenne che si è impiccato. E’ un’altra storia, garantiscono gli inquirenti. Quella di Silvia e Luca comincia ufficialmente intorno alle undici del mattino, quando la madre di lei, Fabrizia, si precipita nella casa di via delle Città Gemellate, a Sansepolcro, in cui i due fidanzati vivono insieme da dicembre, in attesa del matrimonio che stanno già progettando. La figlia non ha mai risposto al telefono, ma certo neppure la madre si aspetta quel che si trova davanti in camera da letto: Silvia ormai fredda, seppure vestita, i segni bluastri sul collo. Il medico del 118 si rifiuta di firmare il certificato di morte: questo non è un decesso naturale. Il resto è il classico scenario di un omicidio. I periti della medicina legale di Siena, giunti a metà pomeriggio, datano la fine di Silvia alle undici e mezzo-mezzanotte. Quel che sia successo si può soloprovare ad immaginarlo in attesa che si sappia che fine ha fatto Luca. E’ possibile che ci sia stata una lite, magari il classico scontro fra innamorati, che in un attimo di smarrimento e di rabbia una mano si sia stretta troppo attorno al collo, che quando la coscienza è tornata fosse ormai troppo tardi. Poi, forse, il rimorso, un dolore sordo per l’eutanasia di un amore, la fuga lontano dalla memoria e a caccia dell’oblio.

Di certo, dicono all’unisono vicini, amici e parenti, Silvia e Luca non litigavano mai. Non c’erano mai stati segni di gelosia, non c’erano mai stati screzi, almeno in pubblico. La classica coppia invidiata da tutti, anche se la vita non era mai stata facile: operai entrambi, lui in un nastrificio, lei in un maglificio, si guadagnavano il futuro passo passo, a costo di sacrifici. Per pagare la casa che avevano comprato e nella quale Silvia è stata strangolata, la ragazza lavorava come cameriera in un hotel durante il week-end. I fidanzati frequentavano un circolo cicloturistico di Anghiari, la ‘Dynamis’: lui è un bell’atleta, lei dava una mano nell’organizzazione. Sempre insieme anche nell’ultima vacanza, pochi giorni fa, sulla riviera adriatica, pare. Chi l’avrebbe pensato allora che Silvia sarebbe finita strangolata e Luca l’unico sospettato?

Salvatore Mannino e Federico D’Ascoli

Fontehttp://lanazione.ilsole24ore.com/2008/08/23/113169 strangolata_casa_cerca_fidanzato.shtml

 

Usa/ Assolda killer per uccidere la moglie con spada da samurai Rockefeller Auguste era convinto che la donna lo tradisse

New York, 23 ago. (Ap) – Rockefeller Auguste pensava che sua moglie lo tradisse e ne ha fatto una questione di onore. Per questo ha pensato di lavare l’onta con una spada da samurai, ma, non volendo commettere in prima persona l’omicidio, ha cercato di assoldare un uomo che la uccidesse e le tagliasse una mano, in modo da recuperare, se non l’amore della donna, almeno il diamante da 27.000 dollari che le aveva regalato al matrimonio. Per sua sfortuna, il killer era in realtà un poliziotto sotto copertura e la donna, 26 anni, ha scampato il pericolo, viva e con entrambe le mani attaccate al corpo.

Auguste è stato tratto in arresto mentre si trovava nel suo ufficio di Manhattan e deve ora rispondere dell’accusa di essere il mandante di un omicidio e per il possesso illegale di arma. Secondo quanto reso noto dalla polizia, l’uomo, 35 anni, sarebbe un designer di uno studio di architettura e avrebbe dato al killer l’arma e un anticipo di 500 dollari.

L’uomo avrebbe cercato di assoldare l’assassino perché era molto arrabbiato per avere speso migliaia di dollari per un matrimonio che non è mai stato celebrato, i due erano infatti sposati solo con rito civile. La donna aveva lasciato la casa dove vivevano alcuni mesi fa, dopo avere sporto denuncia per violenze domestiche. Secondo quanto reso noto da Kevin Morgan, avvocato di Auguste, l’uomo non avrebbe precedenti penali.

http://notizie.alice.it

 

TRAGEDIA FIGLIA DI UN’OSSESSIONE Temeva che la donna volesse tornare dal marito. Una lettera d’addio alla madre per ricordare i suoi fallimenti in amore <Non mi lascerai anche tu>: uccide la convivente Fano: la colpisce con 4 coltellate, poi sale in auto e si da’ fuoco

FANO <TI amo>, ha scritto in un biglietto che ha posato vicino al cadavere della donna che aveva appena ucciso a coltellate. <Ti raggiungo>, ha poi segnato in un altro foglio, poco prima di darsi fuoco nella loro auto, dopo essersi cosparso di benzina. Era un grande AMORE, quello che legava Gabriele Daniele Cordara a Donatella Barbanti, conviventi da circa un mese in un paesino dell’entroterra di Fano, Calcinelli di Saltara. Un AMORE che l’uomo temeva di perdere. La sua compagna infatti, una donna appena separata dal marito, forse cominciava ad avere qualche dubbio sulla tenuta del nuovo rapporto, e forse non escludeva la possibilita’ di tornare assieme al marito. Ma Daniele e Donatella erano una coppia che si voleva bene, <molto affiatata>, raccontano ora i vicini di casa. Originario di Milano ma residente a Calcinelli da diverso tempo Cordara, che aveva 35 anni, faceva il parrucchiere in un negozio di Pesaro. La sua compagna, invece, 36 anni, disoccupata, era originaria della vicina Fossombrone. Poco piu’ di un mese fa aveva accettato di andare a vivere con lui. La donna aveva un figlio. In questo periodo lo aveva mandato in vacanza da alcuni parenti, per completare in tutta calma le pratiche della separazione dal marito. La possibilita’ di costruire un rapporto piu’ profondo era stata una spinta in piu’ per poter uscire dalla monotonia di un AMORE ritenuto esaurito con l’uomo che e’ il padre del suo bambino. Poi, pero’, aveva avuto qualche ripensamento, normale in un momento difficile come quello della separazione. E di questi tentennamenti di Donatella, Cordara soffriva moltissimo. Avrebbe ingigantito le difficolta’ della decisione della compagna, che gli aveva confessato i propri dubbi, le proprie inquietudini e di considerare anche la possibilita’ di poter un giorno tornare con il padre di suo figlio. Temeva di perderla per sempre. Cosi’ potrebbe essere nato il diverbio di domenica sera, da cui e’ scaturita la tragedia. La lite tra i due e’ avvenuta attorno alle 22 di domenica. I vicini di casa hanno udito urla, voci alterate, ed hanno pensato ad una lite. Poi, improvvisamente, il silenzio. Cordara aveva ucciso la compagna. Secondo la prima ricostruzione dell’OMICIDIO, l’uomo l’ha colpita con un lungo coltello da cucina. L’ha colpita tre, forse quattro volte, all’addome e alle braccia mentre la donna si accasciava sul pavimento. Poi ha sollevato il cadavere e l’ha adagiato sul letto. Ha scritto alcuni bigliettini con le frasi <ti amo> e <ti raggiungo>. Quindi, in cucina, ha scritto una breve lettera alla madre dove ha ricordato i suoi precedenti fallimenti sentimentali, il timore che anche Donatella lo abbandonasse e la crisi che stava attraversando. Subito dopo Cordara e’ salito sulla Fiat Tipo della coppia ed e’ partito alla volta di San Venanzio, un paese vicino Calcinelli. Qui, nei pressi di una cava di pietra, in un luogo appartato, e’ sceso dall’auto, si e’ cosparso il corpo di liquido infiammabile, forse benzina, e’ risalito sulla vettura e si e’ dato fuoco. Il bagliore ha richiamato l’attenzione di una persona che ha avvisato i carabinieri. Poco dopo i militari si sono recati a casa della coppia per avvertire Donatella della morte dell’uomo, ma l’hanno trovata uccisa e adagiata sul letto. La casa era in perfetto ordine, i bigliettini scritti da Cordara erano li’, vicino al cadavere. La donna non era riuscita neanche a difendersi. (j. p.)

http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=1613181

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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FINE AMORE

Ecco, vedi, io mi sono innamorato due volte nella vita, ma sul serio, e tutt’e due le volte ero sicuro che sarebbe stato per sempre e fino alla morte, e tutt’e due le volte è finita e non sono morto.Hesse

 

Dal punto di vista teorico e scientifico la fine di un amore è riconducibile agli stessi processi della separazione, del lutto.

Il primo studioso ad occuparsi delle esperienze di separazione o lutto è John Bowlby che raccoglie in maniera sistematica, le reazioni di angoscia messe in atto da una bambina di soli due anni, ricoverata in ospedale, senza la possibilità di avere accanto la propria madre. Estendendo ad altri casi i risultati della ricerca condotta, Bowlby si accorge dell’analogia del comportamento osservato nella bambina ospedalizzata, con quello messo in atto da altri bambini e da macachi separati dalle proprie madri, da persone rimaste vedove e, in generale, da adulti che hanno subito una separazione o un divorzio doloroso dal loro coniuge. Si potrebbe parlare di un vero e proprio pattern universale, articolato in tre fasi, che si succedono le une alle altre: protesta, disperazione e distacco.

La prima fase, ossia quella della protesta, è caratterizzata da reazioni piuttosto smoderate, quali pianto, grida, agitazione, ansia, panico. La persona lasciata, abbandonata, inconsapevolmente, agisce in tal modo, con l’intento di influenzare il ritorno della persona andata via.

Durante la seconda fase, quella della disperazione , ai comportamenti di iperattività e protesta attiva, subentrano altri di totale inattività, astenia, depressione. Fanno, inoltre, la loro comparsa alterazioni fisiologiche, quali disturbi del sonno, diarrea, alterazioni del comportamento alimentare, accelerazione del battito cardiaco. Alla delusione dovuta agli esiti negativi dei comportamenti messi in atto durante la prima fase, che non hanno garantito il ritorno della persona scomparsa o andata via, subentra un periodo di passiva disperazione, generata dalla consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno.

La terza fase riguarda il distacco . La persona abbandonata, cioè, dopo un determinato lasso temporale, si distacca, a sua volta, affettivamente ed emotivamente dalla persona persa, riorganizzandosi a livello emotivo e ricominciando le normali attività che contraddistinguevano la sua vita prima di restare sola.

Al di là delle tre fasi individuate sopra, nella fine di un amore, un amore che ci ha profondamente coinvolti, si prova una sofferenza indicibile, si pensa che non si può più continuare a vivere, si provano sentimenti quali: tristezza, delusione, senso d’angoscia, sensi di colpa e fallimento. Forte è l’ossessione che l’accompagna, ben descritta dal brano d’apertura. Sopratutto se quell’amore ha preso tutte le nostre forze, ha preso la nostra vita, perchè come in ogni amore che viviamo, pensiamo sempre che sia quello “giusto”, quello che durerà in “eterno”. Ed è doloroso accettare che possa finire, che ci siamo sbagliati.

Il più delle volte non si riesce a comprendere perchè sia finito, non rendendosi conto che quella fine non è stata improvvisa ma era in qualche modo preannunciata in tanti piccoli gesti, occasioni, sfumature, o pur avendo notate quest’ultime si viveva comunque nell’illusione che nonostante tutto non sarebbe mai finito quell’amore.

Nella stragrande maggioranza dei casi ci si dimena, non ci si arrende, si tenta l’impossibile per recuperare quell’amore. Sopratutto si continua ad amare la persona perduta, a volte più di prima. A volte si prova qualche timida speranza di recuperare l’amore perduto, sopratutto se l’altra parte, incautamente, manifesta qualche piccolo segnale d’affetto o di comprensione, che si tende subito ad interpretare come segnale di una rinnovata disponibilità ad amarci e non lo si vede nel suo reale significato (tipica la frase “forse mi ama ancora un pò? forse non è tutto finito?”).

Quando finisce un amore, sopratutto se si è lasciati, si compie una vera e propria analisi di quelle che sono state le cause che hanno portato alla fine. Il più delle volte la persona lasciata tende ad attribuirsi le colpe, imputando a propri comportamenti errati la fine della relazione. Questo perchè permette di poter sperare che cambiando il proprio comportamento la relazione può iniziare di nuovo, se l’altro ci dà un altra possibilità. Non ci si vuole rendere conto che molto più semplicemente l’altro non ama più. Per quanto doloroso possa essere prendere coscienza di quest’amara verità, rappresenta l’unico modo per poterne uscire. Si soffrirà in maniera spaventosa ma il tempo ci aiuterà a porre definitivamente la parola fine. Altrimenti, sperando in un altra possibilità, prolunghiamo solo la sofferenza entrando in un tunnel che ci sembrerà senza uscita.

Ma, per quanto possa essere lontano nel tempo, dopo aver pianto tutte le lacrime di questo mondo, dopo aver espresso tutta la disperazione di questo mondo, arriverà il momento in cui si toccherà il fondo del baratro. Ed in quel momento, quasi senza rendersene conto, si inizierà una lenta ma inesorabile risalita. Si accetterà la realtà delle cose. Si scoprirà che il più grande amore è quello che deve ancora venire.

Infine non dobbiamo dimenticare che il nostro modo di vivere la fine di un amore è legato ai nostri primi “abbandoni” quelli infantili. Non ricordo chi affermava “il bambino è il padre dell’uomo”. Mai come in questo caso ha ragione. Infatti a seconda di come siamo stati “abbandonati” ed abbiamo vissuto tali “abbandoni” da piccoli, che rivivremo quelli attuali e futuri. Ma non dimentichiamo che gli “abbandoni” rappresentano anche un momento di crescita.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email: cavalierer@iltuopsicologo.it

OSSESSIONE D’AMORE

Per parlare dell’ossessione d’amore cito un brano del bel libro di Todisco “Rimedi per il mal d’amore” edito nella collana Oscar Mondadori. Purtroppo il libro non è più in commercio.

Il brano che riporto fà riferimento ad un uomo che è stato lasciato dalla sua compagna dopo una relazione lunga e tormentata. Egli ha una corrispondenza epistolare col suo terapeuta (che chiama maestro) in cui descrive il suo tormento, la sua ossessione d’amore

Il seguente brano esplica molto di più di qualsiasi altro discorso.

Il maestro mi dice di cancellarla dalla mente, di fare il vuoto. Non ci riesco. Mi impongo che il fantasma di lei non penetri nella mia coscienza. Mi mobilito a erigere schermi, barriere contro la sua invasione, ma il fantasma passa attraverso ogni più piccola distrazione della guardia: e me la ritrovo davanti più vivo e reale delle persone fisiche che posso toccare con la mano. Il maestro mi dice di dimenticarla. e io che da sempre ho la memoria labile, non perdo, invece, una molecola di ciò che la riguarda. Mi sento posseduto dalla sua immagine come gli indemoniati. Non ho nessun potere di allontanarla. Quando mi lascia in pace per poco, di sua iniziativa, io vivo, e quando rientra da padrona eludendo la mia guardia io non vivo, mi distruggo.

C’è qualcosa nella mia testa che agisce sul ricordo di lei come l’acqua sopra i mosaici archeologici appannati da secoli, che restituisce loro i vividi colori originali. Se appena la sua figura si affievolisce ecco che automaticamente un getto liquido del mio cervello la investe e la rinvigorisce.

Quando smetto di pensare a lei, provo la riposante sensazione di entrare in un bunker dove mi riparo dall’inferno di fuoco che fuori imperversa. Ma la tregua dura poco.

Come l’ago della bussola volge forzosamente al Nord, così l’ago magnetico del mio pensiero non può fare a meno di puntare su Parigi.

La mia lotta contro il suo spettro e senza requie. Più cerco di fugarlo, più trova mille vie per farsi avanti. Le astuzie delle quali si serve per aggirare la mia sorveglianza sono inesauribili. Per esempio, basta la mappa della previsione del tempo che la sera vedo in tv con le nuvole che passano sulla Francia a evocare trepidamente il cielo di Parigi, la felicità del suo nuovo amore.

L’altro giorno sono andato a trovare una amica che non vedevo da tanto tempo. La bottoniera del vecchio ascensore invece della lettera T del piano terra, portava la lettera R, iniziale di rez-de-chaussèe: ed è stato sufficiente perchè il pensiero di Parigi mi cadesse addosso come una pioggia torrenziale. La rete che fa scattare le più diverse memorie legate alla sua persona, si fa sempre più fitta e assediante. Non posso vedere un cielo azzurro intenso, senza ricordare con struggimento il cielo del sahara, meta preferita dei nostri viaggi invernali in Africa.

Dura ogni giorno la fatica di disfare la tela dei sentimenti che mi legano a lei così tenacemente. Quel poco che di giorno ci riesco, di notte si ricompone e la mattina me la ritrovo intatta, quasi fossi una Penelope all’incontrario.

Sono preda di un paradosso insensato. Ciò che mi impedisce di districarmi dalla sua ombra è la forza dell’attaccamento troppo forte che lei non vuole perchè la fa sentire oppressa, e che ha incentivato la sua fuga. E io, anche ora che è lontana, invece di sciogliermi mi ci stringo dentro sempre di più, con la logica dannata del laccio.

Questo lato di me che continua a pensarla senza tregua, senza la forza di staccarsene, non può che essere un mio nemico, un mio torturatore, un mio persecutore. Per quale disguido del mio essere questo testardo si ostina a impedire che la parte consapevole di quanto è assurdo rimanere incollato emotivamente a una donna che non mi vuole, che dà la felicità a un altro, si faccia valere?

Purtroppo, nemmeno il mio rapporto con Gaetana serve a togliermela dalla testa. Gaetana è bella,mi piace, mi vuole bene, ma non ne sono coinvolto. In un altro momento della mia vita mi sarei potuto innamorare di lei, ma l’esperienza dolorosa che sto attraversando è già molto se mi lascia qualche spiraglio. Io, pur comprendendo che vale, non ne sono preso. Non sono spinto a guardarla con la parzialità con cui guardo Costanza, non mi sbilancio favore sfumandone i difetti fisici e portando alle stelle i suoi pregi. Guardo Gaetana con occhio neutrale, non mi nascondo gli aspetti che non mi vanno tanto a genio, la bocca un pò troppo tumida, la pelle non perfettamente glabra, eccetera. Gaetana mi distoglie da Costanza, non mi toglie da lei.

Mi trovo nella situazione paradossale per cui il ricordo degli anni che ho vissuto con Costanza è così vividamente presente che, al confronto, le cose reali mi sembrano un pallido sogno. Il mio persecutore, con una perfidia che mi spaventa, riesce a manipolare le cose in questo modo: impedisce che le nuove esperienze che vado facendo scaccino i fantasmi della memoria – come sarebbe naturale – e arriva a far sì che questi fantasmi trasformino a loro vantaggio i contenuti emotivi della mia vita attuale.

Da una delle finestre della casa di Gaetana, dove spesso mi fermo a dormire, si domina un bel paesaggio di montagna con cime aspre e solitarie, declivi ed altro. Per me è una visione forte e inconsueta che sembra fatta apposta per distrarmi. Ma non è così. La mattina presto, quando mi alzo, mi affaccio alla finestra col desiderio di godere di quadro incontaminato: ma mentre ho gli occhi affondati in esso, ecco che il ricordo di lei sale e lo avvolge come una nuvola di tristezza.

Così, un pò alla volta, il paesaggio che non aveva niente a che fare con lei, il paesaggio assolutamente “vergine”, viene contaminato, viene caricato, per sovrapposizione, della sua immagine. Il vederlo, che dovrebbe portarmi via da Costanza, diventa un’esca per ricordarla. Con un simile gioco di rimbalzi, temo che le mie nuove esperienze non mi portino a nessuna via di uscita. Tutto il mio futuro può diventare una prigione.

Non so cosa darei per liberarmi dalla tirannia dello spettro. Il maestro mi dice: non pensare a lei, raccogliti presso di te, allenati alla solitudine. Ma lo stare solo con me non vuol dire stare solo, vuol dire stare dolorosamente con il ricordo di lei, che entra nella mia solitudine come una lama.

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Dal punto di vista teorico e clinico l’ossessione d’amore ha analogie col disturbo ossessivo -compulsivo nella sua componente ossessiva.

Il manuale statistico-diagnostico DSM-IV-TR* per le ossessioni utilizza i seguenti criteri diagnostici :

  1. pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi o inappropriati e che causano ansia o disagio marcati
  2. i pensieri, gli impulsi, o le immagini non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale
  3. la persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni
  4. la persona riconosce che i pensieri, gli impulsi, o le immagini ossessivi sono un prodotto della propria mente (e non imposti dall’esterno come nell’inserzione del pensiero).

Come possiano dedurre, entrambe causano la perdita, in misura maggiore o minore, della capacità di controllare il contenuto della propria mente. L’attenzione è monopolizzata da pensieri e immagini che la qualsiasi sforzo di volontà non riesce a mandare via. In entrambi i casi, si hanno difficoltà di concentrazione e di impegno in attività quotidiane. Non solo, ma gli innamorati, come le persone con OCD, diventano superstiziosi e confondono pensiero e azione. Uno studio della psichiatra Donatella Marazziti conferma tali analogie. La psichiatra ha scoperto che i livelli del neurotrasmettitore serotonina sono più bassi del 40 per cento, tanto in chi ha una diagnosi di OCD quanto in soggetti sani che si dichiarano innamorati, rispetto a soggetti normali.

In ogni caso la presenza di pensieri ossessivi e compulsioni nei riguardi dell’altro è normale nelle fasi d’innamoramento, assume già caratteristiche meno normali all’interno di una dipendenza affettiva, fino ad arrivare a vera e propria patologia in determinati casi come lo stalking.

Dott. Roberto Cavaliere

 

COSA NON E’ AMORE ?

non e'amoreNON E’ AMORE 

  1. IL CONTROLLO OSSESSIVO
  2. L’ISOLAMENTO DA TUTTI
  3. ATTRIBUIRTI SEMPRE LA COLPA
  4. UMILIARTI