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FINE DI UN AMORE (DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM)

Sono uscito dal tunnel della sofferenza per la fine di un amore. Ne sono uscito del tutto. Prima di poterlo dire con certezza ho aspettato del tempo… ho aspettato al varco i “flashback” che mi riportassero indietro nel tempo procurandomi angoscia… ma non ce ne sono stati. Dal sogno di cui ho parlato in un mio thread è passato più di un mese; già allora mi sentivo ormai relativamente tranquillo, ma quel sogno è stata un’importante conferma e da allora è iniziato un inarrestabile percorso che mi ha portato ad essere oggi quello che sono. 

No, non ho risolto tutti i miei problemi. Non può essere così semplice. Le dinamiche “malate” che hanno caratterizzato la mia ultima relazione affondano, come sempre accade, le loro radici nel mio contesto familiare di origine. Si trattava (e si tratta) di un malessere legato a privazioni di affetto subite nel passato (evito il termine “dipendenza affettiva” che è un po’ inflazionato). Affrontare il rancore che si crea nell’ambito familiare e i traumi da abbandono che si sono provati nell’infanzia/adolescenza è ben più difficile che dimenticare una persona che si pensava fosse la “donna della propria vita”. Sui rapporti familiari dovrò ancora lavorare tanto. “Lei” invece era ormai solo un “tappo” che teneva chiuse dentro tutte le angosce, le frustrazioni, le paure… Ho sofferto tanto (questo forum è pieno delle mie testimonianze), sono sceso in basso, ho visto il fondo ma poi ho iniziato a risalire… il tappo è saltato, è venuto tutto fuori e io non ho voluto inseguire questi pensieri irrazionali per rimetterli dentro di me e poterli ancora una volta trattenere… Sono andati via, li guardo allontanarsi sempre di più e per la prima volta nella mia vita mi sento me stesso… guardo fuori dalla finestra e vedo quel mondo che per tanti anni mi sono negato mentre ero impegnato ad inseguire le mie ossessioni, le sovrastrutture che erano stratificate sopra di me… il senso del dovere, l’inseguire la perfezione, il non sentirmi mai abbastanza “all’altezza”, il voler tenere tutto sotto controllo… ne avvertivo il peso, sì, ma pensavo che fosse la mia essenza ad essere “sbagliata”, non riuscivo a vedere questi aspetti come slegati dalla mia persona, perché distorcevano la mia visuale dal mio interno… e invece non erano parte di me… 

Non era amore, o meglio non lo era più, era solo un ossessivo contrarsi a difesa di tutte quelle sovrastrutture nocive. Quando sono arrivato a sentire questo è cambiata drasticamente la situazione. La potenza del pensiero ha spiazzato me stesso… il cambiamento è andato ben al di là di quella che sembrava essere solo una sofferenza per amore (e invece era ben di più)… oggi sento di esistere… qualunque cosa succeda io sono me stesso, sono unico e non mi sforzerò mai più di cambiare… la porta è aperta e chi vuole accettarmi per quello che sono può entrare, chi vuole cambiarmi e violentare la mia essenza non avrà più strada. 

Amici… la fine di un amore finisce e io sono semplicemente qui a testimoniarlo. Con la “fine” intendo non il momento esatto in cui il rapporto si interrompe (momento che di per sé ha un’importanza relativa), ma il percorso più o meno lungo e tortuoso che ci porta ad elaborare la conclusione della nostra storia. E’ sempre, quando più quando meno, una lunga fine, ma per quanto lunga arriva al capolinea. Inutile stare a spiegare tutte le “parole chiave” che utilizzo continuamente nei miei interventi… oltre che autoreferente sarebbe inutile… distacco, rancore, rammarico, consapevolezza, autostima, de-idealizzazione, amore per sé stessi, tempo, accettazione… ci vuole anche cautela nel capire quando si è davvero “fuori pericolo” e quando è solo un miglioramento temporaneo… in ogni caso non c’è un modello da seguire, siamo tutti diversi e abbiamo tutti storie diverse, per cui ognuno deve affrontare la propria situazione in un modo specifico per trovare il suo personale percorso. 

Ma non siamo soli , o comunque dobbiamo fare di tutto per non esserlo. La forza dobbiamo trovarla dentro di noi e dobbiamo mettere noi stessi al centro di tutto. Ma non è la solitudine la risposta. E non è soltanto continuando a guardare dentro sé stessi, a leggere libri e a rifletterci sopra che si può acquistare forza, lucidità, determinazione. Abbiamo sempre bisogno di interagire, di confrontarci, di aprirci al mondo. 

Io non sono stato solo. Ci sono stati amici (pochi ma buoni, anzi ottimi) che mi sono stati vicini, i miei genitori che mi hanno aiutato, i parenti che a loro modo mi hanno sostenuto e c’è stato il forum a cui devo tanto. E c’è stata in particolare, e c’è ancora, una persona… 

Auguro a chi ancora sta lottando che la fine della sofferenza arrivi presto. 
Vi abbraccio… Dent

Solo poche righe per scrivere qui quello che mi è già capitato di dirti, o forse quello che ho sempre pensato di dirti e che non ti ho detto se non in modo sbrigativo… 
mi fa felice leggere del tuo cammino verso la serenità, dei passi avanti che hai fatto, di quelli che mi hai raccontato, di quelli che ho visto, di quelli che testimoni qui… 
mi fa felice per te, per il dolore che provavi e che ora sta sananddo, con difficoltà a volte, con maggiore semplicità altre volte…e mi fa felice per me, perchè in un modo che non so neanche spiegarti bene, questo mi fortifica. Un abbraccio stretto, Giorgia


Ho chiuso la mia storia dopo 6 anni passati a distanza…ad aspettare tutte le sere la sua telefonata.. negandomi tanti piccoli piaceri della vita,perchè lui preferiva così, perchè il giorno dopo avevo da studiare e nn potevo perdere tempo a litigare…e cosi ho nascosto la testa nella sabbia, mi sono data delle giustificazioni assurde,mi sono fatta un male pazzesco;alla fine finisci per guardare la vita attraverso il buco di una serratura.. tutto il mondo è dietro quella porta e dall’altro lato ci sei tu con la sua voce appesa ad un filo.. é stata una pseudovita la mia; ed ora che è finita e nn tornerò mai più indietro mi rendo conto di quanto maledetto tempo tempo ho perso,di quanti anni ho lasciato che mi venissero risucchiati. E per quanto ci ho creduto fino in fondo in questa storia, al punto da decidere di andare a vivere da lui, io adesso nn posso altro che domandarmi dove ho messo il mio cervello per tutto questo tempo..come ho potuto soffocare me stessa, la mia libertà, il mio diritto alla felicità, e alla fine nn posso far altro che pensare che il vero nemico di me stessa sono stata IO; nn dobbiamo combattere per dimenticare qualcuno, ma per ricordarci di noi stessi, di come eravamo fatti prima che qualche bastardo/a ci plasmasse, di quello che desideravamo fare da grandi,di quello che ci faceva battere il cuore. 
quanti di voi si guardano allo specchio e nn si piacciono? io l’ ho fatto tante volte e per tante volte mi sono delusa, mi sono tradita; ora che ho avuto la forza di mettere un punto a questa storia sono orgogliosa di me, sento di avere quelle che chiamano palle.. che immaginavo solo gli altri avessero.e anche se la strada è lunga e stasera sono qui a scrivere invece di uscire come vorrei,io voglio ricominciare e nesun rammarico o senso di colpa o nostalgia subdola me lo deve impedire; é sale su una ferita, brucia.. ma alla fine cicatrizza.

Cari amici…pensate che sia giunto il momento del congedo, eh?! E invece no! 
Un grazie davvero con tutto il cuore a questa storia maledetta. 
Grazie al dolore sono cresciuta, grazie alla sofferenza ho aperto il cuore all’amore, grazie alla delusione riesco ad apprezzare maggiormente le cose che ho e che consideravo di poco conto. 
Ho sbagliato in tutta sta storia, ho sbagliato l’approccio, l’inizio, l’iter amoroso e ho sbagliato pure la fine. La rabbia con me stessa mi dilaniava, mi causava sensi di colpa allucinanti; sono arrivata ad incolparmi anche per le sue colpe, per la lavatrice che si rompeva, per l’essere nata. 
Credevo di essere invincibile, ero viziata e perennemente insoddisfatta. 
Il mio farmi desiderare ed allontanarlo non era altro che una “tattica del contrario”. Un ruffianare le attenzioni altrui. Avrei dovuto parlare, spiegare. Ma purtroppo l’abitudine a volte vince, ed io ero abituata a fare così. Era tutto così difficile da cancellare. 
Io dovevo provare, capire, rendermi conto dei miei errori, toccarli con mano, arrivare al limite. Bruciarmi e starci male….poi starci male ancora e non fare nulla, perchè dovevo scoprire come ci si sta. E capire cosa volevo, cosa cercavo. Perché cercavo sempre il contrario di ciò che avevo. Perché invece di essere sua complice diventavo sua nemica. 
Io penso davvero di non aver capito come trasmettere i miei bisogni, come vivere la coppia: in passato sono stata abituata ad un rapporto di dipendenza affettiva e una volta superata (almeno così mi sembrava, ma evidentemente mi sbagliavo), sono caduta nell’errore grave tanto quanto il primo, di vivere una relazione nel modo esattamente opposto. 
Io, come già ho scritto, penso di aver influito molto alla rovina del rapporto. Non perché solo io abbia difetti e lui no… perché per la mia guarigione e il mio processo di miglioramento interiore non m’importa sapere se e in che modo lui abbia sbagliato, ma UNICAMENTE dove IO ho sbagliato e dove IO posso porre rimedio per la prossima storia. 
Ho imparato ad essere più spontanea, aperta, semplice, fresca e meno egoista; ho imparato ad amare…nel senso più bello e puro del termine e ho imparato ad amarmi, ad essere contenta di quello che con tanta fatica mi sono costruita. 
Non importa se ho sbagliato, non importa se lui ha sbagliato… Dio perdona tutti… perché non dovrei farlo io con la persona che mi sta più a cuore di tutti e cioè me stessa? Tutti possono sbagliare… perché uccidermi nel dolore di non essere perfetta come pensavo? Ho capito, cazzo se ho capito… non è la più grande delle soddisfazioni? 
La vita è davvero bella e imprevedibile e a volte ci si lascia andare per paura, per difesa, per egoismo e col tempo quasi involontariamente questi sentimenti prendono il sopravvento su tutto. Conoscere persone è straordinario, per questo ho capito che devo cercare il più possibile di farmi conoscere per quello che sono. Ho imparato mio malgrado che la comunicazione, un sorriso, la sincerità e l’affetto sono le cose più importanti che meritano di essere coltivate e affinate. Non è più possibile vivere nel proprio guscio alzando tutti gli scudi del mondo per difesa e perché nessuno mai meriterà di avermi davvero. Amare se stessi prima di tutto, amare gli altri nello stesso modo. 
Come ho letto proprio oggi, il “bello” della rottura di una storia d’amore, sta proprio nell’equilibiro che si instaura a distanza di tempo tra chi lascia e chi subisce l’abbandono: se all’inizio c’è squilibrio dalla parte di chi lascia perché più forte e non cade nella desolazione (anzi, si sente sollevato e libero di un peso), col passare del tempo il meccanismo s’inverte; posso assicurarvi che si diventa talmente forti, in pace e sicuri dei proprio bisogni e del percorso di conoscenza di se stessi, che da vinti si passa a vincitori. 
Grazie… mai come ora sono cresciuta così tanto!

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

FINE DI UN AMORE (DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM)

Sono uscito dal tunnel della sofferenza per la fine di un amore. Ne sono uscito del tutto. Prima di poterlo dire con certezza ho aspettato del tempo… ho aspettato al varco i “flashback” che mi riportassero indietro nel tempo procurandomi angoscia… ma non ce ne sono stati. Dal sogno di cui ho parlato in un mio thread è passato più di un mese; già allora mi sentivo ormai relativamente tranquillo, ma quel sogno è stata un’importante conferma e da allora è iniziato un inarrestabile percorso che mi ha portato ad essere oggi quello che sono. 

No, non ho risolto tutti i miei problemi. Non può essere così semplice. Le dinamiche “malate” che hanno caratterizzato la mia ultima relazione affondano, come sempre accade, le loro radici nel mio contesto familiare di origine. Si trattava (e si tratta) di un malessere legato a privazioni di affetto subite nel passato (evito il termine “dipendenza affettiva” che è un po’ inflazionato). Affrontare il rancore che si crea nell’ambito familiare e i traumi da abbandono che si sono provati nell’infanzia/adolescenza è ben più difficile che dimenticare una persona che si pensava fosse la “donna della propria vita”. Sui rapporti familiari dovrò ancora lavorare tanto. “Lei” invece era ormai solo un “tappo” che teneva chiuse dentro tutte le angosce, le frustrazioni, le paure… Ho sofferto tanto (questo forum è pieno delle mie testimonianze), sono sceso in basso, ho visto il fondo ma poi ho iniziato a risalire… il tappo è saltato, è venuto tutto fuori e io non ho voluto inseguire questi pensieri irrazionali per rimetterli dentro di me e poterli ancora una volta trattenere… Sono andati via, li guardo allontanarsi sempre di più e per la prima volta nella mia vita mi sento me stesso… guardo fuori dalla finestra e vedo quel mondo che per tanti anni mi sono negato mentre ero impegnato ad inseguire le mie ossessioni, le sovrastrutture che erano stratificate sopra di me… il senso del dovere, l’inseguire la perfezione, il non sentirmi mai abbastanza “all’altezza”, il voler tenere tutto sotto controllo… ne avvertivo il peso, sì, ma pensavo che fosse la mia essenza ad essere “sbagliata”, non riuscivo a vedere questi aspetti come slegati dalla mia persona, perché distorcevano la mia visuale dal mio interno… e invece non erano parte di me… 

Non era amore, o meglio non lo era più, era solo un ossessivo contrarsi a difesa di tutte quelle sovrastrutture nocive. Quando sono arrivato a sentire questo è cambiata drasticamente la situazione. La potenza del pensiero ha spiazzato me stesso… il cambiamento è andato ben al di là di quella che sembrava essere solo una sofferenza per amore (e invece era ben di più)… oggi sento di esistere… qualunque cosa succeda io sono me stesso, sono unico e non mi sforzerò mai più di cambiare… la porta è aperta e chi vuole accettarmi per quello che sono può entrare, chi vuole cambiarmi e violentare la mia essenza non avrà più strada. 

Amici… la fine di un amore finisce e io sono semplicemente qui a testimoniarlo. Con la “fine” intendo non il momento esatto in cui il rapporto si interrompe (momento che di per sé ha un’importanza relativa), ma il percorso più o meno lungo e tortuoso che ci porta ad elaborare la conclusione della nostra storia. E’ sempre, quando più quando meno, una lunga fine, ma per quanto lunga arriva al capolinea. Inutile stare a spiegare tutte le “parole chiave” che utilizzo continuamente nei miei interventi… oltre che autoreferente sarebbe inutile… distacco, rancore, rammarico, consapevolezza, autostima, de-idealizzazione, amore per sé stessi, tempo, accettazione… ci vuole anche cautela nel capire quando si è davvero “fuori pericolo” e quando è solo un miglioramento temporaneo… in ogni caso non c’è un modello da seguire, siamo tutti diversi e abbiamo tutti storie diverse, per cui ognuno deve affrontare la propria situazione in un modo specifico per trovare il suo personale percorso. 

Ma non siamo soli , o comunque dobbiamo fare di tutto per non esserlo. La forza dobbiamo trovarla dentro di noi e dobbiamo mettere noi stessi al centro di tutto. Ma non è la solitudine la risposta. E non è soltanto continuando a guardare dentro sé stessi, a leggere libri e a rifletterci sopra che si può acquistare forza, lucidità, determinazione. Abbiamo sempre bisogno di interagire, di confrontarci, di aprirci al mondo. 

Io non sono stato solo. Ci sono stati amici (pochi ma buoni, anzi ottimi) che mi sono stati vicini, i miei genitori che mi hanno aiutato, i parenti che a loro modo mi hanno sostenuto e c’è stato il forum a cui devo tanto. E c’è stata in particolare, e c’è ancora, una persona… 

Auguro a chi ancora sta lottando che la fine della sofferenza arrivi presto. 
Vi abbraccio… Dent

Solo poche righe per scrivere qui quello che mi è già capitato di dirti, o forse quello che ho sempre pensato di dirti e che non ti ho detto se non in modo sbrigativo… 
mi fa felice leggere del tuo cammino verso la serenità, dei passi avanti che hai fatto, di quelli che mi hai raccontato, di quelli che ho visto, di quelli che testimoni qui… 
mi fa felice per te, per il dolore che provavi e che ora sta sananddo, con difficoltà a volte, con maggiore semplicità altre volte…e mi fa felice per me, perchè in un modo che non so neanche spiegarti bene, questo mi fortifica. Un abbraccio stretto, Giorgia


Ho chiuso la mia storia dopo 6 anni passati a distanza…ad aspettare tutte le sere la sua telefonata.. negandomi tanti piccoli piaceri della vita,perchè lui preferiva così, perchè il giorno dopo avevo da studiare e nn potevo perdere tempo a litigare…e cosi ho nascosto la testa nella sabbia, mi sono data delle giustificazioni assurde,mi sono fatta un male pazzesco;alla fine finisci per guardare la vita attraverso il buco di una serratura.. tutto il mondo è dietro quella porta e dall’altro lato ci sei tu con la sua voce appesa ad un filo.. é stata una pseudovita la mia; ed ora che è finita e nn tornerò mai più indietro mi rendo conto di quanto maledetto tempo tempo ho perso,di quanti anni ho lasciato che mi venissero risucchiati. E per quanto ci ho creduto fino in fondo in questa storia, al punto da decidere di andare a vivere da lui, io adesso nn posso altro che domandarmi dove ho messo il mio cervello per tutto questo tempo..come ho potuto soffocare me stessa, la mia libertà, il mio diritto alla felicità, e alla fine nn posso far altro che pensare che il vero nemico di me stessa sono stata IO; nn dobbiamo combattere per dimenticare qualcuno, ma per ricordarci di noi stessi, di come eravamo fatti prima che qualche bastardo/a ci plasmasse, di quello che desideravamo fare da grandi,di quello che ci faceva battere il cuore. 
quanti di voi si guardano allo specchio e nn si piacciono? io l’ ho fatto tante volte e per tante volte mi sono delusa, mi sono tradita; ora che ho avuto la forza di mettere un punto a questa storia sono orgogliosa di me, sento di avere quelle che chiamano palle.. che immaginavo solo gli altri avessero.e anche se la strada è lunga e stasera sono qui a scrivere invece di uscire come vorrei,io voglio ricominciare e nesun rammarico o senso di colpa o nostalgia subdola me lo deve impedire; é sale su una ferita, brucia.. ma alla fine cicatrizza.

Cari amici…pensate che sia giunto il momento del congedo, eh?! E invece no! 
Un grazie davvero con tutto il cuore a questa storia maledetta. 
Grazie al dolore sono cresciuta, grazie alla sofferenza ho aperto il cuore all’amore, grazie alla delusione riesco ad apprezzare maggiormente le cose che ho e che consideravo di poco conto. 
Ho sbagliato in tutta sta storia, ho sbagliato l’approccio, l’inizio, l’iter amoroso e ho sbagliato pure la fine. La rabbia con me stessa mi dilaniava, mi causava sensi di colpa allucinanti; sono arrivata ad incolparmi anche per le sue colpe, per la lavatrice che si rompeva, per l’essere nata. 
Credevo di essere invincibile, ero viziata e perennemente insoddisfatta. 
Il mio farmi desiderare ed allontanarlo non era altro che una “tattica del contrario”. Un ruffianare le attenzioni altrui. Avrei dovuto parlare, spiegare. Ma purtroppo l’abitudine a volte vince, ed io ero abituata a fare così. Era tutto così difficile da cancellare. 
Io dovevo provare, capire, rendermi conto dei miei errori, toccarli con mano, arrivare al limite. Bruciarmi e starci male….poi starci male ancora e non fare nulla, perchè dovevo scoprire come ci si sta. E capire cosa volevo, cosa cercavo. Perché cercavo sempre il contrario di ciò che avevo. Perché invece di essere sua complice diventavo sua nemica. 
Io penso davvero di non aver capito come trasmettere i miei bisogni, come vivere la coppia: in passato sono stata abituata ad un rapporto di dipendenza affettiva e una volta superata (almeno così mi sembrava, ma evidentemente mi sbagliavo), sono caduta nell’errore grave tanto quanto il primo, di vivere una relazione nel modo esattamente opposto. 
Io, come già ho scritto, penso di aver influito molto alla rovina del rapporto. Non perché solo io abbia difetti e lui no… perché per la mia guarigione e il mio processo di miglioramento interiore non m’importa sapere se e in che modo lui abbia sbagliato, ma UNICAMENTE dove IO ho sbagliato e dove IO posso porre rimedio per la prossima storia. 
Ho imparato ad essere più spontanea, aperta, semplice, fresca e meno egoista; ho imparato ad amare…nel senso più bello e puro del termine e ho imparato ad amarmi, ad essere contenta di quello che con tanta fatica mi sono costruita. 
Non importa se ho sbagliato, non importa se lui ha sbagliato… Dio perdona tutti… perché non dovrei farlo io con la persona che mi sta più a cuore di tutti e cioè me stessa? Tutti possono sbagliare… perché uccidermi nel dolore di non essere perfetta come pensavo? Ho capito, cazzo se ho capito… non è la più grande delle soddisfazioni? 
La vita è davvero bella e imprevedibile e a volte ci si lascia andare per paura, per difesa, per egoismo e col tempo quasi involontariamente questi sentimenti prendono il sopravvento su tutto. Conoscere persone è straordinario, per questo ho capito che devo cercare il più possibile di farmi conoscere per quello che sono. Ho imparato mio malgrado che la comunicazione, un sorriso, la sincerità e l’affetto sono le cose più importanti che meritano di essere coltivate e affinate. Non è più possibile vivere nel proprio guscio alzando tutti gli scudi del mondo per difesa e perché nessuno mai meriterà di avermi davvero. Amare se stessi prima di tutto, amare gli altri nello stesso modo. 
Come ho letto proprio oggi, il “bello” della rottura di una storia d’amore, sta proprio nell’equilibiro che si instaura a distanza di tempo tra chi lascia e chi subisce l’abbandono: se all’inizio c’è squilibrio dalla parte di chi lascia perché più forte e non cade nella desolazione (anzi, si sente sollevato e libero di un peso), col passare del tempo il meccanismo s’inverte; posso assicurarvi che si diventa talmente forti, in pace e sicuri dei proprio bisogni e del percorso di conoscenza di se stessi, che da vinti si passa a vincitori. 
Grazie… mai come ora sono cresciuta così tanto!

 

Dott. Roberto Cavaliere

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DISILLUSIONE AMOROSA E FINE DI UN AMORE

Il principe ritornando a palazzo sosta presso la casa di un saggio sufi e gli espone il suo tormento e la sua tristezza. Il saggio gli dice: “ Quando vuoi vendicarti di qualcuno lasci solo che quel qualcuno continui a farti del male. Prima di tornare al tuo palazzo devi liberarti dai ricordi che ti tormentano.” e gli narra di un giardino agli antipodi del mondo, dove crescono delle rose magiche il cui profumo ha il potere di dare l’oblio. Il principe parte con i suoi fidi e durante i mesi e poi gli anni capitano avventure insolite, incontri strabilianti, battaglie vinte e perse, paesi e costumi meravigliosi, finché dopo sette anni di viaggio, in cui ha perso la maggior parte della sua scorta, rimanendo solo con pochi amici, giunge al giardino e scorge il cespuglio dove fioriscono le magiche rose. Si avvicina al cespuglio ma, improvvisamente si chiede. “Perché devo sentire il profumo di queste rose?”  LE MAGICHE ROSE dalle MILLE E UNA NOTTE

 

La condizione di disillusione pone innanzitutto la persona non più amata, o quanto meno non amata in modo idealizzato come prima, di fronte a vissuti abbandonici e di fine della relazione. La disillusione pone infatti colui che vive l’esperienza in una condizione di risentimento nei confronti dell’Altro già amato. Il rimprovero è quello di non essere stato all’altezza della sua idealizzazione ed è pervaso anche da una sensazione di tradimento, quasi che l’Altro, non solo non abbia potuto, ma anche non abbia voluto, comportarsi come si sarebbe desiderato. Da qui la possibilità di comportamenti di rimprovero («… perché non sei così e così») ed aggressivi («… ti comporti in modo scorretto ed io te la faccio pagare …). Il deluso si può, dunque, non rassegnare alla perdita del proprio sogno d’amore e far subentrare consapevolezza di ciò è difficile.

Ma ancora più difficile sarà affrontare la perdita di un amore che si è vissuto con il senso di appagamento che dà la realizzazione di un proprio sogno, con la conseguente perdita di quelle parti del proprio Sé (spesso le parti migliori, quelle più idealizzate) che sull’Altro erano state proiettate.

La perdita non voluta dell’Altro, il suo abbandono, dà luogo ad un dolore di fondo, una pena con sentimenti di abbandono e conseguente relativa perdita di senso della vita. E’ presente anche un rinchiudersi in sé stessi, un’incapacità a svolgere le normali occupazioni, spesso una difficoltà di concentrazione con conseguenti disturbi della memoria (sopra tutto della capacità di ordinare i ricordi).

Un lutto amoroso non superato porta continuamente il paziente alla ricerca di una risolvere della rottura, di un ripristino della unione senza la quale non può vivere. In particolare, l’innamorato abbandonato può cercare di raggiungere l’obiettivo di essere presente nella vita dell’Altro, di non cadere nell’oblio, di essere riconosciuto. Obiettivo questo che si può raggiungere anche con quei comportamenti molesti che fanno comunque avvicinare all’Altro, magari suscitando in lui sentimenti forti: ira, rancore, paura. Su questa base s’innestano episodi acuti di esplosioni di dolore, caratterizzati da crisi di pianto e disperazione. Sono inoltre frequenti i «passaggi all’atto» sostenuti dalla indifferibile necessità di ricontattare la persona amata che si può tradurre in una ricerca spasmodica dell’Altro con pedinamenti, telefonate, lettere, biglietti … Da qui i tipici comportamenti di amore molesto comuni nella vita di tutti i giorni, fino ad arrivare a veri e propri episodi di Stalking, che spesso arrivano agli onori della cronaca. Infatti E c’è l’estrema possibilità dell’attacco aggressivo, potenzialmente anche omicida. Questo tipo di agiti è spesso presente in persone che hanno già la predisposizione ad agiti esplosivi. Leggendo i resoconti di cronaca, ascoltando persone coinvolte nei relativi fatti di sangue, si ha la sensazione che spesso, a far precipitare la situazione, possano essere state circostanze secondarie come l’atteggiamento di sfida dell’Altro, il suo porre degli ultimatum o più semplicemente la presenza di strumenti atti a provare lesioni gravi.

Altre volte la volontà aggressiva è preintenzionale, studiata in tutti i particolari, al fine di esercitare un controllo sull’Altro che sfugge. I mezzi possono essere duplici:

1) attraverso un agito di reciproca eliminazione, omicidio seguito da suicidio, al fine di ritrovare nella morte quella fusionalità che si è persa nella vita;

2) attraverso lo svilimento, l’umiliazione dell’Altro, in maniera esecrabile e drammatica quale la violenza sessuale, talvolta anche di gruppo. Ciò, probabilmente al fine di far allontanare dall’Altro l’immagine idealizzata che sostiene lo stato passionale del soggetto.

 

Dott. Roberto Cavaliere

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GLI UOMINI E LA FINE DI UN AMORE

Un uomo onesto, un uomo probo, si innamorò perdutamente 
di una che non lo amava niente.
Gli disse portami domani il cuore di tua madre per i miei cani
lui dalla madre andò e la uccise
dal petto il cuore le strappò e dal suo amore ritornò.
Non era il cuore, non era il cuore non le bastava quell’orrore
voleva un’altra prova del suo cieco amore.
Gli disse amor se mi vuoi bene tagliati dei polsi le quattro vene.
Le vene ai polsi lui si tagliò, e come il sangue ne sgorgò
correndo come un pazzo da lei tornò.
Gli disse lei ridendo forte l’ultima tua prova sarà la morte.
E mentre il sangue lento usciva e ormai cambiava il suo colore
la vanità fredda gioiva un uomo si era ucciso per il suo amore.
Fuori soffiava forte il vento ma lei fu presa da sgomento
quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato quando a lei niente era restato
non il suo amore non il suo bene ma solo il sangue secco delle sue vene. 

(Ballata dell’amore cieco. F. De Andrè, 1966)

 

Il seguente articolo è l’originale completo dell’articolo ‘ Uomini e mal d’Amore’ apparso su Bella Style del 19.04.07

Perchè gli uomini decidono di chiudere una relazione ?

Diversi sono i motivi per cui gli uomini decidono di chiudere una relazione.
Innanzitutto, semplicemente, perché sentono di non amare più. In questi casi anche se inizialmente erano presenti tutte le principali componenti di un autentica relazione d’amore – affettività, passione ed impegno, c’è il venir meno del sentimento nella sua interezza, od in una delle sue parti. A quest’ultimo riguardo frequente è il chiudere la relazione perché viene meno da parte dell’uomo l’impegno a costruire una progettualità di coppia futura, soprattutto in una società di forte ‘disimpegno’ come quella attuale. Il classico esempio dell’eterno Peter Pan che vuole vivere la relazione solo come passione, al massimo affettività, ma senza nessun impegno a più lungo termine.
Spesso la relazione parte sin dall’inizio , con la mancanza di una delle componenti nel sentimento maschile, per cui la possibile fine è come se fosse già scritta. In questi casi, anche la donna non si rende conto o non vuole rendersi conto che la relazione è deficitaria in taluni aspetti sin dal principio. Un’altra causa ricorrente è il tradimento della persona amata. Per condizionamenti culturali, l’uomo si sente colpito nella sua virilità e non accetta il possesso fisico della propria donna, da parte di un altro. Anche se ultimamente la mentalità maschile al riguardo stà cambiando.

Perchè gli uomini vengono lasciati ?

I motivi per cui gli uomini vengono lasciati sono da una parte gli stessi per cui lasciano, seppur con significative differenze. La componente impegno che negli uomini è spesso deficitaria sin dall’inizio è molto più presente nelle donne ed appunto questa mancanza nell’uomo che poi conduce la donna a lasciarli. Sul tema del tradimento le donne, legate più ad un possesso affettivo dell’uomo, perdonano quello fisico, per cui, a meno che non intervengono altre cause non interrompono la relazione.

Come vive un uomo la fine di un amore ?

Lo scrittore ‘Pavese’ scriveva ‘Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.’ Un uomo, qualunque uomo, anche il più ‘narciso’ il più sicuro di sé, di fronte alla fine di un amore, di un amore che riteneva autentico, dimostra tutta la sua fragilità, le sue debolezze, come nella frase di Pavese. In questi casi amo usare la metafora di ‘un bambino che implora l’affetto materno’. Ed infatti la reazione è legata a precedenti esperienze di distacco dalla figura materna. L’uomo mette in atto un copione, poco ‘virile’ culturalmente in molti aspetti, per recuperare l’amore perduto.Telefonate, sms, colloqui ‘chiarificatori’ fino a rasentare o ad arrivare, talvolta, a quello che è un comportamento di stalking. I comportamenti tipici del fenomeno dello stalking, oltre quelli sopraccitati, sono : pedinamenti, lettere e fiori, appostamenti vari (casa, lavoro, ecc…), violazione di domicilio, visita sul luogo di lavoro, minacce di violenza, violenza fisica e sessuale di diversa entità.

Come supera un uomo la fine di un amore ?

La vera elaborazione di un lutto, soprattutto di quello sentimentale, richiede due diversi tempi, secondo una concezione greca del tempo. Cronos che è il tempo cronologico, quello delle ore, dei giorni e dei mesi. Lo scorrere di Cronos e importante per superare la fine di un amore. L’altro concetto di tempo è Kairòs che è un tempo individuale , un tempo necessario per dire “basta”, vale a dire il tempo del cambiamento interno. E’ in quel momento che ci si rende conto che è tempo di voltare pagina, che l’amore è davvero finito. Anche sul piano dell’elaborazione personale, distinguiamo un elaborazione esterna, più superficiale e di facciata, ed una interna, più profonda ma anche più dolorosa, che porta alla vera accettazione del lutto premessa per il suo effettivo superamento. L’uomo, pur di fronte ad un ‘lutto sentimentale’ profondo e dilaniante, tende, generalmente, rispetto alla donna, ad elaborarlo in più breve tempo di tipo Cronos e prevalentemente a livello d’elaborazione esterna. Conseguentemente, mette maggiormente in atto, la tecnica del ‘chiodo schiaccia chiodo’ con le prevedibili conseguenze future per la ‘vittima’ che si presta a questo copione. Inoltre, capita anche che s’instaura subito un odio per il genere ‘femminile’ che porta ad instaurare una relazione per il solo scopo, più o meno inconscio, di vendicarsi, della persona che l’ha lasciato. Manca, quindi, nell’uomo, spesso, quella concezione dell’elaborazione del lutto sentimentale che è legato ad una concezione sia di tempo Kairos che di autentica elaborazione interiore. A livello individuale l’elaborazione del lutto è anche legata alle precedenti esperienze vissute d’elaborazione del lutto ed a copioni familiari presenti e passati.
Vorrei terminare con un significativo brano dello scrittore J. Kerouac
‘Nessun uomo dovrebbe vivere senza aver sperimentato almeno una volta la sana anche se noiosa solitudine di una dimora tra i boschi, scoprire di dover dipendere solo da se stessi, e per questo tirar fuori la vera forza interiore.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL RESTO E’ NELLE NOSTRE MANI

Tratto dalla discussione del forum “….il resto è nelle nostre mani….” (forum “fine di un amore”)

Autore: Dana

Sezione: Messaggi di Speranza

Selezione a cura di Carlotta Onali

 

Ciao amici miei,
ogni tanto sento la voglia di scrivervi, non so bene perché e, a volte, non so neanche bene cosa… Così, spesso, decido di lasciar perdere e mi limito a leggervi. Ma oggi no. Oggi ho il cuore in subbuglio e, anche se mi appresto a scrivere in modo sconclusionato, ho deciso di non reprimere quest’impulso e lasciare che le mie dita si muovano su questa tastiera sull’onda dell’emozione più che del pensiero.

Sono innamorata. Ecco. L’ho detto. Semplice e conciso. L’amore ha bussato di nuovo alla mia porta. Ed è magnifico…

Conosci un ragazzo, inizi a parlarci, a frequentarlo, il rapporto si stringe, diventa un’amicizia “molto speciale” (cerchi di chiamarla così…o almeno ci provi) e poi….e poi non te lo sai spiegare perché le regole dell’attrazione funzionano in maniera a noi sconosciuta, ma smetti di pensare a lui come all’amico speciale. Non sai bene come e quando è successo, sai solo che ora lui è la prima persona a cui pensi al mattino e l’ultima che ti accompagna mentre sei lì lì per abbandonarti al sonno.

Iniziare una storia è una bella sensazione. E’ sempre così…beh, sì dai…altrimenti non la inizieresti proprio… Ma scoprirsi innamorati è un colpo al cuore. Sarà che l’ultima volta che mi sono sentita così avevo 17 anni…ma avevo dimenticato cosa volesse dire il passaggio dal “mi piace” al “sono innamorata di lui”…cosa volesse dire ammetterlo a sé stessi…..ma soprattutto dirlo A LUI.
Fare uscire quelle parole dopo che per giorni hanno vagato tra la mente e il cuore, provocando strane fitte allo stomaco…è stato un momento che non dimenticherò mai.

Stavolta è successo ad un’età e dopo la fine di un’esperienza che mi hanno consentito di vedere le cose in un’ottica diversa. Più consapevole. Ho detto per la prima volta “ti amo” da adolescente… quando pensavo ingenuamente che ogni cotta era amore. Poi con quel ragazzo sono stata 11 anni. Non so se quel primo “ti amo” fosse la misura dei miei reali sentimenti di allora. So solo che negli anni il sentimento è cresciuto e si è consolidato e che quelle due parole hanno avuto un senso per molto molto tempo. Poi quella storia è finita e per un attimo ho persino pensato che, se è vero che l’Amore, quello con la A maiuscola, è così raro, se è vero che lo provi una volta, se ti va bene, e che a qualcuno non è dato di provarlo mai…beh, per un attimo ho pensato che allora mi ero giocata la mia occasione….che il destino non mi avrebbe concesso una seconda possibilità. Perché avrebbe dovuto?

Questi pensieri li ho condivisi un po’ con voi quando sono approdata su questo forum e mai avrei pensato che dopo 7 mesi avrei potuto scrivere un post come quello che sto scrivendo oggi.
Perché vi dico tutto questo? Principalmente perché ho voglia di condividermi, e poi perché tra le righe dei messaggi che leggo si nasconde troppo spesso una mancanza di fiducia nel domani. Mancanza di fiducia che mi apparteneva qualche mese fa e che, ricordo bene, era una delle principali fonti di sofferenza.

La fine della mia relazione, alla luce delle riflessioni che ne sono seguite, era imminente e inevitabile. Non me n’ero accorta perché ero “distratta” dalla convinzione che dopo 11 anni i giochi erano fatti. Avevo trovato il vero amore, avevo un progetto di vita, avevo delle ambizioni, avevo delle certezze. Certezze che qualunque cosa potesse succedere il nostro essere “una coppia” non sarebbe mai stato messo in discussione. Quanto mi sbagliavo… E non lo dico con rimpianto o rammarico. Lo dico semplicemente constatando che nulla viene da sé, nulla è immutabile, nulla è prevedibile, nulla è immune…La mia sofferenza di allora, l’ho compreso più tardi, era legata, sì, alla perdita dell’uomo che amavo…ma soprattutto al fallimento di un progetto, al fatto che ero impreparata a veder cambiare il mio mondo, la mia certissima e rassicurante realtà.
Ecco il perché dei miei tentativi estenuanti di recupero… Ma poi mi sono arresa all’evidenza dei fatti: non si può costringere qualcuno ad amarci. Nel momento stesso in cui ho capito che dovevo andare avanti con la mia vita ho smesso di pensare alla possibilità di un suo ritorno e cominciato a pensare al come e al perché eravamo arrivati a quel punto, per poter ricominciare la mia vita con una nuova consapevolezza….per poter fare tesoro dell’esperienza e dare un senso a tutto quel dolore.
Risultato? Tutta colpa mia come voleva farmi credere? No. Responsabilità condivise. Ognuno ha fatto il suo e le cose sono andate così. Amen. L’importante è imparare dai propri errori.

Un’amica mi ha detto: “l’atto d’amore più grande che ha fatto nei tuoi confronti è stato lasciarti. Con lui vivevi al di sotto delle tue potenzialità”. Sul momento ci sono rimasta di sasso. Poi dal nulla, quando meno me l’aspettavo, la vita mi ha regalato qualcosa per cui essere di nuovo felice…e pensando a tante lacrime versate, l’unica cosa che mi viene da fare ora è sorridere. Ho smesso di aspettare il suo ritorno e questo mi ha permesso di vedere al di là del mio naso quello che di bello stava per succedere. Gli sono andata incontro, sono andata incontro alla vita, e ora sono felice. Ora le parole della mia amica suonano chiare, cristalline. Ho recuperato me stessa e mi sto esprimendo senza vincoli avendo di fronte una persona che non fa altro che accogliermi e donarsi.

Si chiama amore? Non so, probabilmente lo è…..io l’ho chiamato così. Ma dare un’etichetta a quello che provo è l’ultima cosa che mi interessa. E’ sicuramente libertà, è condivisione, è supporto, è emozione, è attrazione, è fiducia, è impegno, è speranza, è amicizia, è vicinanza, è contatto, è promessa….è VITA!!!

Volevo condividere tutto questo con voi, miei compagni di viaggio, perché, al di là dell’ormai acquisita consapevolezza che niente va dato per scontato, l’altra lezione che ho imparato da quello che mi è successo è che solo alla morte non c’è rimedio. IL RESTO E’ NELLE NOSTRE MANI.

Un abbraccio sincero

Dana

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

SINTOMI PSICO-FISICI DELLA FINE DI UN AMORE

«La fine dell’amore porta con sé un aumento della rabbia e dell’aggressività dirette ora contro l’amante che li ha abbandonati, ora contro il Sé. Si ha l’impressione che in precedenza l’odio fosse trattenuto dall’amore, ma che ora le chiuse dell’odio e della depressione minaccino di schiacciare la persona colpita dal lutto». Martin S. Bergmann “Anatomia dell’ amore” (Einaudi, Torino, 1992)

 

Diversi studi psicologici sono stati condotti per cercare di capire quali sono le reazioni psicologiche degli esseri umani alla fine di un amore o di una relazione . Tra i sintomi più frequentemente mostrati da chi subisce un abbandono o una separazione ci sono l’ insonnia e la depressione, ma anche l’ abuso di alcol e psicofarmaci, la perdita di peso, l’ insorgenza di malattie fisiche, come se l’ organismo fosse in qualche modo debilitato dalla perdita dell’ oggetto d’ amore.

Fra le varie ricerche condotte in tal senso segnalo, di seguito quella di un gruppo di ricercatori inglesi guidati dal professore Man Cheng del dipartimento di Psicologia dell’Università di Playmouth in Gran Bretagna. “La nostra idea iniziale – spiegano i ricercatori autori della ricerca – era quella di investigare sull’ ipotesi che sintomi del disturbo post-traumatico da stress possano essere presenti anche in persone che hanno subito eventi stressanti diversi dai disastri tecnologici o naturali, dagli incidenti e dalle aggressioni. Ambito della ricerca è stato quello dei rapporti d’ amore che si chiudono. Lo studio è stato realizzato su 60 studenti dall’ età media 22 anni, che sono stati reclutati attraverso annunci lasciati in università. I giovani presentatisi avevano interrotto una relazione affettiva in media da circa sei mesi e la durata media delle relazioni era stata di 20 mesi».

I QUESTIONARI Il professor Chung e i suoi collaboratori hanno sottoposto diversi questionari a questi giovani, con l’ intento di arrivare a misurare alcuni aspetti della loro risposta psicologica all’ interruzione del rapporto d’ amore, questionari come l’ Impact of Event Scale che misura i comportamenti di evitamento e il ripresentarsi intrusivo di pensieri relativi al partner, e il General Health Questionnaire, che valuta la presenza di sintomi di tipo psichiatrico. «I risultati dello studio hanno confermato l’ esistenza di stress in persone che hanno sperimentato una rottura affettiva – dice Chung. «Il 72% del campione ha avuto alti punteggi all’ Impact of Event Scale, ed è emersa una relazione significativa tra i pensieri intrusivi, il comportamento di evitamento e le condizioni di salute».

ANSIA E DEPRESSIONE Queste conseguenze psicologiche si sono sviluppate in giovani che avevano avuto relazioni tutto sommato molto brevi, un elemento che lascia intendere quanto devastanti possano essere le conseguenze psicologiche della fine di una storia d’ amore durata molti anni. Dagli studi realizzati negli anni precedenti si sapeva anche che alla fine dell’ amore è associato un elevato rischio di sviluppare uno stato depressivo, ma lo studio di Chung non ha confermato il dato. Più che dalla depressione i ragazzi sembravano tormentati dall’ ansia, ma anche questa deve essere una caratteristica tipica della loro giovane età. A 20 anni si ha la consapevolezza dell’ alta probabilità di aprire entro breve una nuova relazione, esattamente il contrario di quello che avviene a chi è avanti negli anni. I ragazzi studiati dal professor Chung avevano dallo loro parte la speranza, il miglior vaccino nei confronti della depressione. Infine, come il buon senso già sa da tempo, gli psicologi oggi riconoscono che altri fattori possono incidere sulla profondità della ferita affettiva inferta da un partner che se ne va, come la durata della relazione e la sua intensità, la facilità con la quale si riesce a trovare un altro partner, e anche il ruolo attivo o passivo giocato nella risoluzione di un rapporto d’ amore. Come sempre, chi subisce è colui che impiega più tempo a far rimarginare le sue ferite psicologiche.

Inoltre il professor Chung afferma: «Ad esempio, le donne divorziate tendono a provare più facilmente depressione rispetto alle donne sposate. Le divorziate facilmente si accusano di essere state responsabili per la rottura del matrimonio, – sostiene l’ esperto – si sentono sole e tristi, si preoccupano in maniera esagerata e si sentono molto più prive di speranza rispetto a quelle che sono sposate». «Altre risposte psicologiche conseguenti alla fine di un rapporto – ricorda il professor Chung – sono: paura, rabbia, astio, sensazione di essere respinti, autocommiserazione, sensazione di vuoto, abbassamento del proprio livello di autostima e, talvolta, sensazione di essere perduti».

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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PERCHE’ FINISCE UN AMORE

C’era un innamorato che amava senza speranza. Si ritirò del tutto nella propria anima e gli parve che il fuoco d’amore l’avrebbe consumato. Perdette il mondo, non vedeva più il cielo azzurro e il verde bosco, il torrente per lui non frusciava, l’arpa per lui non suonava, tutto era sprofondato e lui era caduto in miseria. Ma il suo amore cresceva e lui avrebbe preferito morire e rovinarsi piuttosto che rinunciare al possesso della bella donna che amava. Sentì allora che il suo amore avrebbe bruciato in lui ogni altra cosa, e l’amore divenne potente e tirò e tirò, e la bella donna dovette obbedire, venne, e lui era lì a braccia aperte per attirarla a sé. Ma quando gli fu davanti si era del tutto trasformata, e con un brivido egli sentì che aveva attirato a sé tutto il mondo perduto. Era davanti a lui e gli si arrendeva, cielo e bosco e torrente, tutto gli veniva in contro in nuovi colori, fresco e splendido, gli apparteneva, parlava il suo linguaggio. E invece di conquistare soltanto una donna egli aveva tra le braccia il mondo intero, e ogni stella del cielo ardeva in lui e scintillava voluttà nella sua anima. – Aveva amato e amando aveva trovato se stesso. Ma i più amano per perdersi “ (Hermann Hesse)

 

Affronteremo la fine di un amore o di qualsiasi altra relazione affettiva secondo due visioni teoriche: una più recente di uno studioso americano Sternberg e quella classica psicanalitica.

Visione di Sternberg

In questa visione , più legata alla ricerca empirica, è sottintesa l’idea che molto spesso le relazioni falliscano perché la scelta è stata fatta in base a quello che conta di più nell’immediato e non a quello che conta di più nel lungo periodo.
Sternberg, Professore di psicologia e pedagogia a Jale, ha teorizzato, suffragato da alcune sue ricerche, un concetto di amore completo, sulla base di tre componenti fondamentali:

  • l’impegno come componente cognitiva,
  • l’intimità come componente emotiva e
  • la passione come componente motivazionale dell’amore.

Si può visualizzare l’amore come un triangolo in cui quanto maggiori sono impegno-intimità-passione, tanto più grande è il triangolo e più intenso l’amore.
Da questa teoria scaturisce una tipologia collegata alla combinazione dei tre diversi fattori, dando luogo a otto possibili tipi di relazione.

La prima è ” l’assenza di amore “: tutte e tre le componenti mancano; è la situazione della grande maggioranza delle nostre relazioni personali, casuali o funzionali.

Il secondo tipo è la ” simpatia” . C’è solo l’intimità, si può parlare con una persona, parlare di noi, ci si riferisce ai sentimenti che si provano in una autentica amicizia e comporta cose come la vicinanza, il calore umano (ma non i sentimenti forti della passione e dell’impegno).

Il terzo tipo è “l ‘infatuazione “: quando c’è solo la passione. Quell’amore a prima vista che può nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Vi interviene una intensa eccitazione fisiologica, ma senza intimità o impegno. La passione è come una droga, rapida a svilupparsi e rapida a spegnersi, brucia alla svelta e dopo un po’ non fa più l’effetto che si voleva: ci si abitua, arriva l’assuefazione.

” L’amore vuoto “ è il quarto tipo di relazione, dove l’impegno è privo di intimità e di passione: tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme. Un rapporto stagnante che si osserva talora in certe coppie sposate da molti anni: un tempo c’era l’intimità, ma ormai non si parlano più; c’era la passione, ma anche quella si è spenta da un pezzo.

” L’amore romantico “ è una combinazione di intimità e di passione (tipo Giulietta e Romeo). Più di una infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione fisica e dell’eccitazione, ma senza l’impegno, come un’avventura estiva che si sa che finisce.

” Amore fatuo “ è quello che comporta la passione e l’impegno, ma senza intimità. E’ l’amore da fotoromanzo: i due si incontrano, dopo una settimana sono fidanzati, e dopo un mese si sposano. S’impegnano reciprocamente in base all’attrazione fisica., ma dato che l’intimità ha bisogno di tempo per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno. E’ un tipo d’amore che di solito non dà buon esito nel lungo periodo.

” Sodalizio d’amore “ è chiamato un rapporto d’intimità e impegno reciproco, ma senza passione. E’ come un’amicizia destinata a durare nel tempo. Quel tipo di amore che spesso si osserva nei matrimoni dove l’attrazione fisica è scomparsa.

Infine quando tutti e tre gli elementi si combinano in una relazione, abbiamo quello che Sternberg chiama ” amore perfetto o completo “. Raggiungere un perfetto amore, dice quest’autore, è come cercare di perdere un po’ di peso, difficile ma non impossibile; la cosa davvero ardua è mantenere il peso forma una volta che ci si è arrivati o tenere in vita un amore completo quando lo si è raggiunto. E’ un compito aperto, non una tappa raggiunta una volta per tutte. La relazione tende a finir male se non c’è corrispondenza tra quello che si vuole dall’altro e quello che si pensa di riceverne: chiunque ha amato senza essere ricambiato altrettanto, sa quanto può essere frustrante. Alle volte si potrebbe consigliare di ridurre le proprie aspettative e diminuire il proprio coinvolgimento: ma è un consiglio difficile da seguire.
La gente è davvero così stupida da fare sempre la scelta sbagliata? Probabilmente no: il fatto è che sceglie troppo spesso in base a quello che conta di più nell’immediato. Ma quello che conta nel lungo periodo è diverso: i fattori che contano cambiano, cambiano le persone e cambiano le relazioni.
Nella ricerca fatta sui fattori che tendono a diventare più importanti con l’andare del tempo, si sono rilevati questi tre:
– la disponibilità a cambiare in funzione delle esigenze dell’altro
– la disponibilità ad accettare le sue imperfezioni
– la comunanza di valori.
Queste sono cose che è difficile giudicare all’inizio di una relazione: l’idea che l’amore vinca tutti gli ostacoli è molto romantica, ma poco reale. Quando si devono prendere delle decisioni, quando arrivano i figli e si devono fare alcune scelte, una cosa che sembrava poco importante, lo diventa. Altri fattori invece nel lungo periodo diventano secondari: come l’idea che l’altro sia “interessante” (all’inizio c’è il timore che se cala l’interesse la relazione svanisce). In realtà quasi tutto tende a diminuire col tempo (nelle coppie studiate statisticamente): calano la capacità di comunicare, l’attrazione fisica, il piacere di stare insieme, gli interessi in comune, la capacità di ascoltare, il rispetto reciproco, il trasporto romantico… può essere deprimente, ma è importante fin dall’inizio sapere che cosa aspettarsi col tempo, avere aspettative realistiche circa quello che si potrà ottenere e quello che finirà con l’essere più importante a lungo andare.

Visione psicanalitica

Parte dall’idea che la problematicità della coppia sia da collegare a immaturità evolutiva, o a vera e propria patologia, per il prevalere di dinamiche inconsce nel rapporto; ecco i vari tipi di relazione secondo questa visione:

C’è la relazione cosiddetta a ” collusione narcisistica “. In questa relazione l’amore è inteso prevalentemente in funzione simbiotica, “amore come essere uno”, dove l’unione simbiotica è un rapporto sado-masochista (dove il più forte fagocita il più debole) e in cui va perduta l’identità e la “noità” della coppia (l’essere noi). La relazione matura comporta invece una unione nella distinzione, il rispetto dell’altro come distinto, l’accettazione della diversità, ecc.

C’è la relazione cosiddetta a ” collusione orale “: qui l’amore è inteso come “aver cura dell’altro”. E’ un amore di tipo materno, che comporta un partner passivo, introverso, con scarsa autostima. L’amore maturo invece è caratterizzato da mutualità, reciprocità, essere contemporaneamente soggetto e oggetto nella relazione; non solo capacità di dare, ma anche di ricevere.

C’è la relazione cosiddetta a ” collusione sadico-anale “. Qui l’amore è inteso come possesso totale; l’oggetto dell’amore è considerato proprio dominio e tenuto continuamente sotto il proprio controllo. . L’amore maturo invece è caratterizzato da libertà, autonomia, fiducia. Mutualità, interdipendenza reciproca di due soggetti indipendenti e liberi.

C’è la relazione cosiddetta a ” collusione fallico-edipica “ dove l’amore è vissuto soprattutto come autoaffermazione antagonista (virile) e il partner è vissuto sostanzialmente come rivale e luogo della propria affermazione.L’amore maturo è caratterizzato invece da solidarietà, compartecipazione, parità di possibilità di autorealizzazione al cento per cento. Senza eccessiva competitività.

Secondo quest’ottica si esce dalla crisi rivelando le dinamiche inconsce sottese al rapporto.

Al di là di queste due visioni teoriche, molto più semplicemente, non dimentichiamo che anche nella più perfetta e duratura delle unioni può capitare che uno dei due cessi di amare l’altro o s’innamori di un’altra persona.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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FINE DI UN AMORE, DI UNA RELAZIONE

Se un piatto o un bicchiere cadono a terra senti un rumore fragoroso.

Lo stesso succede se una finestra sbatte, se si rompe la gamba di un tavolo o se un quadro si stacca dalla parete. 
Ma il cuore, quando si spezza, lo fa in assoluto silenzio.
 
Data la sua importanza, ti verrebbe da pensare che faccia uno dei rumori più forti del mondo, o persino che produca una sorta di suono cerimonioso, come l’eco di un cembalo o il rintocco di una campana.
 
Invece è silenzioso, e tu arrivi a desiderare un suono che ti distragga dal dolore.
 
Se rumore c’è, è interno.
 
Un urlo che nessuno all’infuori di te può sentire.
 
Un boato così forte che le orecchie rintronano e la testa fa male.
 
Si dimena nel petto come un grande squalo bianco intrappolato nel mare; ruggisce come la mamma orsa a cui è stato rapito il cucciolo.
 
Ecco cosa sembra e che rumore fa.
 
È un’enorme bestia intrappolata che si agita, presa dal panico; e grida come un prigioniero davanti ai propri sentimenti.
 
L’amore è così…nessuno ne è indenne.
 
È selvaggio, infiammato come una ferita aperta esposta all’acqua salata del mare, però quando si spezza il cuore non fa rumore.
 
Ti ritrovi a urlare dentro e nessuno ti sente”.

(Se tu mi vedessi ora – Cecelia Ahern)

 

Dal punto di vista teorico e scientifico la fine di un amore è riconducibile agli stessi processi della separazione, del lutto.

Il primo studioso ad occuparsi delle esperienze di separazione o lutto è John Bowlby che raccoglie in maniera sistematica, le reazioni di angoscia messe in atto da una bambina di soli due anni, ricoverata in ospedale, senza la possibilità di avere accanto la propria madre. Estendendo ad altri casi i risultati della ricerca condotta, Bowlby si accorge dell’analogia del comportamento osservato nella bambina ospedalizzata, con quello messo in atto da altri bambini e da macachi separati dalle proprie madri, da persone rimaste vedove e, in generale, da adulti che hanno subito una separazione o un divorzio doloroso dal loro coniuge. Si potrebbe parlare di un vero e proprio pattern universale, articolato in tre fasi, che si succedono le une alle altre: protesta, disperazione e distacco.

La prima fase, ossia quella della protesta, è caratterizzata da reazioni piuttosto smoderate, quali pianto, grida, agitazione, ansia, panico. La persona lasciata, abbandonata, inconsapevolmente, agisce in tal modo, con l’intento di influenzare il ritorno della persona andata via.

Durante la seconda fase, quella della disperazione , ai comportamenti di iperattività e protesta attiva, subentrano altri di totale inattività, astenia, depressione. Fanno, inoltre, la loro comparsa alterazioni fisiologiche, quali disturbi del sonno, diarrea, alterazioni del comportamento alimentare, accelerazione del battito cardiaco. Alla delusione dovuta agli esiti negativi dei comportamenti messi in atto durante la prima fase, che non hanno garantito il ritorno della persona scomparsa o andata via, subentra un periodo di passiva disperazione, generata dalla consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno.

La terza fase riguarda il distacco . La persona abbandonata, cioè, dopo un determinato lasso temporale, si distacca, a sua volta, affettivamente ed emotivamente dalla persona persa, riorganizzandosi a livello emotivo e ricominciando le normali attività che contraddistinguevano la sua vita prima di restare sola.

Al di là delle tre fasi individuate sopra, nella fine di un amore, un amore che ci ha profondamente coinvolti, si prova una sofferenza indicibile, si pensa che non si può più continuare a vivere, si provano sentimenti quali: tristezza, delusione, senso d’angoscia, sensi di colpa e fallimento. Forte è l’ossessione che l’accompagna, ben descritta dal brano d’apertura. Sopratutto se quell’amore ha preso tutte le nostre forze, ha preso la nostra vita, perchè come in ogni amore che viviamo, pensiamo sempre che sia quello “giusto”, quello che durerà in “eterno”. Ed è doloroso accettare che possa finire, che ci siamo sbagliati.

Il più delle volte non si riesce a comprendere perchè sia finito, non rendendosi conto che quella fine non è stata improvvisa ma era in qualche modo preannunciata in tanti piccoli gesti, occasioni, sfumature, o pur avendo notate quest’ultime si viveva comunque nell’illusione che nonostante tutto non sarebbe mai finito quell’amore.

Nella stragrande maggioranza dei casi ci si dimena, non ci si arrende, si tenta l’impossibile per recuperare quell’amore. Sopratutto si continua ad amare la persona perduta, a volte più di prima. A volte si prova qualche timida speranza di recuperare l’amore perduto, sopratutto se l’altra parte, incautamente, manifesta qualche piccolo segnale d’affetto o di comprensione, che si tende subito ad interpretare come segnale di una rinnovata disponibilità ad amarci e non lo si vede nel suo reale significato (tipica la frase “forse mi ama ancora un pò? forse non è tutto finito?”).

Quando finisce un amore, sopratutto se si è lasciati, si compie una vera e propria analisi di quelle che sono state le cause che hanno portato alla fine. Il più delle volte la persona lasciata tende ad attribuirsi le colpe, imputando a propri comportamenti errati la fine della relazione. Questo perchè permette di poter sperare che cambiando il proprio comportamento la relazione può iniziare di nuovo, se l’altro ci dà un altra possibilità. Non ci si vuole rendere conto che molto più semplicemente l’altro non ama più. Per quanto doloroso possa essere prendere coscienza di quest’amara verità, rappresenta l’unico modo per poterne uscire. Si soffrirà in maniera spaventosa ma il tempo ci aiuterà a porre definitivamente la parola fine. Altrimenti, sperando in un altra possibilità, prolunghiamo solo la sofferenza entrando in un tunnel che ci sembrerà senza uscita.
Ma, per quanto possa essere lontano nel tempo, dopo aver pianto tutte le lacrime di questo mondo, dopo aver espresso tutta la disperazione di questo mondo, arriverà il momento in cui si toccherà il fondo del baratro. Ed in quel momento, quasi senza rendersene conto, si inizierà una lenta ma inesorabile risalita. Si accetterà la realtà delle cose. Si scoprirà che il più grande amore è quello che deve ancora venire.

Infine non dobbiamo dimenticare che il nostro modo di vivere la fine di un amore è legato ai nostri primi “abbandoni” quelli infantili. Non ricordo chi affermava “il bambino è il padre dell’uomo”. Mai come in questo caso ha ragione. Infatti a seconda di come siamo stati “abbandonati” ed abbiamo vissuto tali “abbandoni” da piccoli, che rivivremo quelli attuali e futuri. Ma non dimentichiamo che gli “abbandoni” rappresentano anche un momento di crescita.

 

Dott. Roberto Cavaliere

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