IL TRADIMENTO DI COPPIA: COSA ACCADE, COME SUPERARLO?

Tradire in amore significa rompere un equilibrio che è stato accordato, che è stato  voluto, che è stato costruito dall’azione congiunta di due persone.

Il tradimento di coppia in genere rappresenta più che la ricerca di un’evasione sessuale, una risposta a un generico senso d’insoddisfazione nel rapporto, soprattutto coniugale. L’infedeltà può dare luogo a due tipi di sentimenti diversi: delusione e rimorso verso il partner abituale oppure senso di soddisfazione, psicologico e sessuale, tanto è vero che in alcuni casi l’esperienza occasionale riesce perfino a influenzare positivamente l’esperienza abituale…

Una domanda che ci si pone spesso riguardo al tema del tradimento è: ”meglio raccontarsi tutto o tacere?”. La risposta è, senza dubbio: “tacere!”.  Infatti la sincerità in sé non deve essere considerato un valore assoluto: può ferire, deludere, schiacciare il partner. Una sincerità totale può essere anche una forma mascherata di aggressività e il bisogno di raccontare ogni minimo particolare deve far nascere qualche sospetto di disinnamoramento. In questo campo vale forse la vecchia regola che è meglio non dire sempre tutto ciò che si pensa, ma pensare tutto ciò che si dice; in senso più generale, bisogna essere fedeli a se stessi, per poterlo essere anche con gli altri…

Se scoprite di essere stati traditi, quindi, è inutile aspettare una confessione poiché chi l’ha fatto, ha già preso precisa posizione nei vostri confronti e poi sarebbe difficile stabilire un tempo massimo di attesa oltre il quale sarete voi a rivelare la vostra scoperta: meglio affrontare subito il problema e discuterne. Dall’altro lato bisognerebbe sbarazzarsi  dal senso di colpa che può scaturire dal non essersi accorti o dall’essersi  fidati ciecamente e valutare piuttosto non tanto le proprie colpe ma quelle altrui. Il proprio obiettivo deve essere, quindi, quello di ricostruire in senso positivo il senso di sé e far lavorare l’autostima, quindi la capacità di amarsi. Come difendersi allora da ciò che ci può portare a una sofferenza che a volte raggiunge anche livelli molto intensi? Le emozioni legate all’essere traditi riguardano l’altro (rabbia e desiderio di vendetta) e noi stessi (delusione e senso di colpa). La volontà di rivalsa pura e semplice dovrebbe essere trasformata nel desiderio concomitante di far rivalere la propria persona, di riporre all’attenzione dell’altro la propria presenza. Ciò preclude la comunicazione, il segnalare e il porre l’accento gli aspetti negativi del tradimento che ci è stato inflitto. Subire semplicemente, riflettere in solitudine sul significato di ciò che è accaduto senza cercare un contatto con l’altra persona contribuirebbe a indebolire ulteriormente l’idea già provata della nostra identità.

Se invece siete voi ad aver tradito, rivelarlo significherebbe mostrare pentimento e sarebbe comunque preferibile a continuare a tenerlo nascosto: non peggiorate una situazione che già di per sé farà soffrire l’altra persona.

E’ possibile superare un tradimento e, anzi, innamorarsi di nuovo del partner? Cercando di immaginare il panorama emotivo di chi diviene consapevole di essere stato tradito, vengono in mente due estremi: la delusione, la sensazione che il mondo stia franando tutt’intorno a noi, l’improvviso sentimento di vuoto incolmabile e di solitudine senza soluzione… stati d’animo che si alternano o che si accompagnano alla rabbia e, perché no, al desiderio di vendetta.

In seguito al black out generato dall’esplosione dei nostri sentimenti, non appena ci sembra di poter ricominciare a pensare, una domanda inizia a girarci per la testa senza sosta riguardo alla necessità di una soluzione sul piano pratico: cosa fare? Troncare o meno il rapporto col partner che ci ha tradito? A questo punto si apre un mondo diverso per ognuno di noi.  Talvolta le coppie che stanno insieme da tempo è probabile che continuino a stare insieme; più è alto il livello di coinvolgimento o di soddisfazione nella relazione, maggiori sono le probabilità che la relazione sia stabile in futuro. E’ più verosimile che un tradimento venga “perdonato” all’interno di una relazione che dura da molto tempo perché non solo essa è costituita da prospettive future ma anche dalla condivisione di una storia che ha dato un identità unica a questo piccolo nucleo; è anche vero che proprio per gli stessi motivi la delusione e la rabbia, possibili conseguenze del tradimento, possono essere più intensi. Il grado di soddisfazione della relazione prima del tradimento appare fondamentale: quanto siamo disposti a lottare per ciò che ci ha reso felici? Nella risposta a questa domanda rientrano anche le sfumature di personalità di ognuno di noi: Quale sarebbe la risposta giusta per voi?  Lottereste per la vostra coppia e continuereste la relazione, nonostante il tradimento? Non c’è una risposta giusta o sbagliata in questi casi: è importante imparare a leggere quale può essere la più giusta per noi.

Maria Letizia Rotolo

Psicologa-psicoterapeuta

Studi a Bologna: via Cellini 18, via Masserenti 472

3286852606

marialetizia.rotolo@homail.it

www.marialetiziarotolo.it

LA LETTERATURA DEL TRADIMENTO

Denis de Rougement è stato chiaro: “Senza l’adulterio, che ne sarebbe di tutte le nostre letterature?”. Identico il parere di un altro studioso quale Tony Tanner: “Forse è l’adulterio, con il suo triangolo instabile, piuttosto che il matrimonio, con la sua statica simmetria, ad essere la forma generativa della letteratura occidentale”. Queste due citazioni, vere colonne d’ Ercole, delimitano un tema che è alla base della nostra cultura. Passiamo a qualche esempio, cominciando da quell’ amore di Elena e Paride che condurrà alla distruzione di Troia. Dopo Omero (e la lunga parentesi dei costumi, talvolta molto liberi, della società romana), l’ adulterio ritorna a sfolgorare nel Medioevo. Se da un lato ci imbattiamo nella passione “privata” di Tristano e Isotta, dall’ altro incontriamo il legame interdetto fra Lancillotto e Ginevra, destinato a far crollare l’ordine della Tavola Rotonda. Ma l’ossessione prosegue incontrollabile, prima con Dante, che modella l’unione di Paolo e Francesca, poi con Shakespeare, che dedica all’ adulterio (sia pure solamente immaginario) Otello e Cimbelino. Tuttavia, dopo la pausa di un Settecento libertino e razionalista, sarà il XIX secolo a produrre quattro romanzi addirittura paradigmatici del tradimento sentimentale: Le affinità elettive di Wolfgang Goethe (1809), Madame Bovary di Gustave Flaubert (1857), Anna Karenina di Lev Tolstoj (1877) e Effi Briest di Theodor Fontane (1894). Di lì a poco, Henry James noterà: “È il matrimonio, dunque, quel che tu chiami il mostro?” Insomma, anche tralasciando la letteratura spagnola o la portoghese, non sarebbe azzardato definire l’Ottocento “il secolo d’ oro dell’adulterio”. È quanto propone Emilia Fiandra in un saggio dove spicca il capitolo “L’ Ottocento infelice”. Con ciò arriviamo a un punto cruciale: possibile che “il carattere intrinsecamente romanzesco dell’adulterio” debba portare sempre alla tragedia? La risposta sta in un paradossale articolo nel 1891, in cui Emile Zola si scagliò contro un progetto di legge sulla separazione, sostenendo che l’abolizione dell’adulterio avrebbe seriamente danneggiato i romanzieri… In effetti, se il tradimento esprime quella che Max Horkheimer chiamò la ribellione dell’eros contro l’autorità, tale trasgressione verrà meno con l’introduzione del divorzio. Al termine di questa parabola, troviamo infatti Coppie, un romanzo di John Updike del 1968, nel quale l’ infedeltà, con la moda dello scambio di partner, è decaduta a mero gioco mondano. Sparita l’indissolubilità matrimoniale, però, non sparirà il dolore del tradimento. Lo dimostra il capolavoro di Philip Roth, Pastorale americana (1997), a riprova di come l’adulterio sia un fuoco che non cessa di bruciare.

Maria Letizia Rotolo

Psicologa psicoterapeuta

Studi a Bologna: via Cellini 18, via Masserenti 472

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LA POSITIVITA’ DELL’ “AMORE BISOGNO”

Lo studioso C.S. Lewis nel suo libro “I Quattri amori” edito da JacaBook Reprint nell’effettuare la distinzione tra “amore dono” ed “amore bisogno” tende a riabilitare quest’ultimo in contrasto con l’opinione dominante che tende a considerarlo in termini negativi.

Riporto di seguito i passaggi essenziali del libro che ‘riabilitano’ l’ ‘amore bisogno’

“…”amore dono” e “amore bisogno”: appartiene alla prima catogoria il sentimento che spinge un uomo a lavorare, fare progetti, risparmiare per il benessere futuro della sua famiglia che, pure, la morte gli impedirà di condividere o di vedere realizzato; è del secondo tipo, invece, l’amore che spinge un bambino a rifugiarsi nelle braccia della madre quando si sente solo o spaventato. …

… non credo sia giusto negare all’ “amore bisogno” la qualifica di amore…

… bisogna andarci cauti nel definire l’ “amore bisogno” un’espressione di “mero egoismo”: l’uso di questo aggettivo è sempre pericoloso. E’ vero che si può indulgere egoisticamente all’ amore bisogno come a tante altre nostre debolezze, e di certo è riproverevole una pretesa d’amore tirranica e vorace, ma nella nostra esperienza quotidiana non chiamamo certamente egoista il bambino che si rivolge alla madre per essere consolato, o l’adulto che cerca compagnia “per non sentirsi solo”.

Quei bambini o quegli adulti, che piu’ si sforzano di combattere questo istinto, raramente posseggono le doti dell’autentico altruista. So bene che chi prova questo “amore bisogno” può avere dei buoni motivi per cercare di  sopprimerlo o di mortificarlo, ma l’esserne del tutto privi è un marchio che contraddistingue il freddo egoista. Dal momento che il nostro bisogno degli altri è reale (“Non è bene che l’uomo sia solo”), il venir meno nella nostra coscienza, del senso di questo bisogno che si esprime attraverso l’ “amore bisogno”-in altre parole, la convinzione, ingannevole, che sia bene per noi stare da soli-è un brutto sintomo spirituale, proprio cone l’inappetenza è un cattivo sintomo sotto il profilo medico, perchè l’uomo ha veramente bisogno del cibo.”

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

 

MEGLIO SINGLE O IN COPPIA ?

Secondo un rapporto dell’ufficio del censimento statunitense, il numero di adulti non sposati ha raggiunto nel 2017 livelli record: più del 45% dei residenti – circa 110 milioni di persone di età superiore ai 18 anni – è divorziata, vedova o è sempre stata single. Ed è aumentata l’età in cui si si sposa: negli anni 70, 8 persone su 10 si sposavano entro i 30 anni di età, mentre oggi, invece, per osservare lo stesso rapporto numerico si devono aspettare i 45 anni: l’età media del primo matrimonio è salita a 29,5 anni negli uomini e a 27,4 anni nelle donne ed è probabile che quando i giovani di oggi raggiungeranno i 50 anni, circa una persona su quattro di loro sarà stata single per tutta la vita.

Il rapporto rivela inoltre che per più della metà del campione analizzato non ritiene il matrimonio o il concepimento di un figlio una pietra miliare importante dell’età adulta. Le energie degli adulti convergono maggiormente sull’istruzione e sulla ricerca di un lavoro stabile. Poi c’è il discorso legato all’attività sessuale: le persone single fanno più sesso rispetto alle persone sposate o divorziate, sebbene si stia facendo strada anche la tendenza all’asessualità – una scelta, non dovuta a disfunzioni o disturbi sessuali, né tanto meno a quelli psichiatrici – che interessa il 3% della popolazione mondiale.

Avere una relazione non significa per forza avere maggiore autostima. Gli esperti Eva C. Luciano e Ulrich Orth, che hanno condotto uno studio su 9mila adulti in Germania in materia, spiegano infatti che “l’inizio di una relazione migliora l’autostima solo se la relazione funziona in modo stabile per un certo periodo, un anno o più”. Le persone sposate prese in analisi dai ricercatori, infatti, non godevano di una maggiore autostima rispetto a chi era single.

Inoltre alcuni studi rivelano che il matrimonio o una relazione stabile non è per forza indice di un maggior benessere psico-fisico: in uno di questi studi i ricercatori hanno preso in esame per 3 anni più di 79mila donne statunitensi di età compresa tra 50 e 79 anni, chiedendo loro quale fosse la relativa situazione sentimentale (se erano sposate, separate, divorziate o single) e hanno misurato alcuni parametri fisici, come l’indice di massa corporea e la pressione arteriosa, e richiesto informazioni sui loro stili di vita (dieta, esercizio fisico, alcol, fumo). Le donne che erano rimaste single invece di sposarsi o che avevano divorziato invece di restare sposate mostravano i risultati migliori.

Dottor Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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NOI SIAMO IL RISULTATO DELLE RELAZIONI CHE RIUSCIAMO AD AVERE

“Le prime relazioni vengono vissute all’interno dell’ambiente familiare ma in seguito, via via che ci sviluppiamo, a queste se ne aggiungeranno molte altre. Quando parliamo di rapporti, non intendiamo riferirci solo a quelli di tipo sentimentale.
I rapporti umani rappresentano per la nostra psiche degli stimoli importantissimi. Ogni relazione, di qualunque tipo essa sia, determina sempre il nostro coinvolgimento a livello emozionale, implica il sentirci chiamati in causa con la nostra sensibilità. Ma il coinvolgimento emotivo ha anche una valenza conoscitiva, perchè una persona che si lascia coinvolgere emotivamente è una persona che può davvero comprendere il senso della vita. Attraverso l’amore, attraverso il coinvolgimento emotivo, il mondo diventa più comprensibile, si offre e si apre a noi come mai era accaduto. Fin quando non avremo l’opportunità di vivere questo tipo di esperienze, capiremo molto poco del mondo che ci circonda. L’esperienza di un rapporto autentico, infatti, agisce come se fosse una lente di ingrandimento che ci permette di vedere dei fenomeni, delle dinamiche umane, da una prospettiva completamente diversa da quella a cui siamo abituati. Noi siamo il risultato delle relazioni che riusciamo ad avere.”
Aldo Carotenuto in L’anima delle donne.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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IL MATRIMONIO MODERNO E’ UN ISTITUZIONE DI SALVEZZA E NON DI BENESSERE

Di seguito riporto uno scritto sul matrimonio che condivido come pensiero e che invito a commentare

….Il matrimonio moderno è soprattutto un’istituzione di salvezza e non di benessere. Ma gli psicologi, i consulenti matrimoniali, gli psichiatri ecc. continuano a ripetere che soltanto i matrimoni felici sono buoni matrimoni, ovvero che i matrimoni dovrebbero essere felici. In verità ogni percorso di salvezza passa anche per l’inferno. La felicità, nel modo in cui viene proposta ai coniugi d’oggi, rientra nella sfera del benessere e non in quella della salvezza. Il matrimonio è un’istituzione volta prima di tutto alla salvezza, per questo è così pieno di alti e di bassi; è fatto di sacrifici, di gioie e di dolori. Ciascun partner, ad esempio, prima o poi è destinato a scontrarsi con il lato psicopatico dell’altro, vale a dire con quel lato del suo carattere che non è modificabile e che tuttavia ha conseguenze dolorose per entrambi. Affinché il matrimonio non vada in pezzi, uno dei due partner deve arrendersi, e generalmente è proprio quello che nella relazione si dimostra meno psicopatico. Se uno dei due è emotivamente freddo, all’altro non resta che dimostrare in continuazione sentimenti d’amore, anche quando la reazione del partner è debole e spesso inadeguata. Tutti i buoni consigli che si danno alle mogli o ai mariti, del genere: “Questo non và bene, è intollerabile, una moglie/un marito non può lasciarsi trattare così”, sono perciò sbagliati e dannosi.
Un matrimonio funziona soltanto quando si riesce a tollerare proprio ciò che altrimenti sarebbe per noi intollerabile. E’ logorandosi e smarrendosi che si impara a conoscere se stessi, Dio e il mondo. Come ogni percorso di salvezza, anche quello del matrimonio è duro e faticoso. Uno scrittore che crea opere di valore non vuole essere felice, vuole essere creativo. In questo senso raramente i coniugi riescono a portare avanti un matrimonio felice e armonioso come il tipo di matrimonio al quale, mistificando, gli psicologi vorrebbero far loro credere.
Il terrorismo legato all’immagine del ‘matrimonio felice’ procura notevoli danni.
A.Guggenbuhl-Craig – Il matrimonio. Vivi o morti, Moretti e Vitale, Bergamo.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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CONTRIBUTI VARI

CONTRIBUTO DELLA DOTT.SSA ROBERTA CARECHINO

Di seguito pubblico un contributo pervenutomi dalla Dott.ssa Roberta Carechino.
“….. Di fronte ad ognuno di noi, ci sono due possibilità: quella che ci puòportare alla chiusura, al rimanere nel ruolo degli incapaci, degli stupidi, deipazzi; dall’altra, la possibilità di uscire da quel ruolo, rivelando le propriecapacità e le proprie doti.La scelta reale è quella di “scegliere” se stessi, la propria veritàindividuale, i propri desideri nascosti.Spesso, ognuno di noi si sente legato ad una modalità limitante e incapace, maspesso dentro c’è il desiderio di cercare e creare nuove armonie.Le idee sono tante. Bisogna trasformare i buchi incolmabili del bisogno, incornici pronte ad ospitare le tele bellissime dei desideri ancora inespressi;trasformare ogni “non posso” (che poi è un ” non voglio”), in un deciso”voglio”;trasformare tutta l’energia, usata per bloccare, per erigere muriinvalicabili, in energia aperta e circolare… Rendere possibile l’impossibile…..…. La molla che ci fa catapultare fuori dai vicoli ciechi si chiama : perdono:Perdono verso se stessi,e verso gli altri. Il perdono ci permette di rompere illegame di rancore, la catena di odio coltivata lungo gli anni e liberare quelleparti di noi imprigionate, soffocate, rafforzando le parti positive e creando lo spazio per una riparazione autentica e per l’amore…”

PROGRAMMA DI RECUPERO DALLA DIPENDENZA RELAZIONALE

(contributo pervenuto in maniera anonima)

> > PRIMO PROPONIMENTO
Ci accetteremo pienamente, anche durante il tentativo di cambiarci in parte. coltiveremo con cura l’amore e il rispetto verso se stessi.
> > SECONDO PROPONIMENTO
Accetteremo gli altri per quello che sono, rinunciando a cambiarli a seconda dei nostri bisogni
> > TERZO PROPONIMENTO
Non perderemo mai di vista gli atteggiamenti che assumiamo e i sentimenti che proviamo in ogni dimensione della nostra esistenza, compresa la sessualità.
> > QUARTO PROPONIMENTO
Avremo caro ogni nostro aspetto: la personalità., l’aspetto fisico, le opinioni e i valori, gli interessi e le nostre doti.
> > piuttosto che cercare una relazione in cui trovare conferma di quanto valiamo, saremo noi stesse ad apprezzarci da sole.
> > QUINTO PROPONIMENTO
La nostra autostima sarà sufficientemente grande da permetterci di godere della compagnia di altre persone, soprattutto uomini, che stanno bene cosi’ come sono. non avremo bisogno di sentirci necessarie per essere sicure del nostro valore.
> > SESTO PROPONIMENTO
Saremo aperte e fiduciose con le persone che se lo meritano. non avremo paura di approfondire i nostri rapporti personali ma, allo stesso tempo, non ci esporremmo allo sfruttamento di chi non si preoccupra del nostro benessere psicofisico.
> > SETTIMO PROPONIMENTO
Impareremo a domandarci: quale relazione fa al caso mio? mi permette di esprimere tutte le nostre potenzialità?
> > OTTAVO PROPONIMENTO
Quando una relazione è distruttiva, ce ne libereremo senza cadere in una depressione debilitante. avremo una cerchia di amici e sani interessi che ci aiuteranno a superare la crisi.
> > NONO PROPONIMENTO
La nostra serenità sarà la nostra priorità assoluta. tutte le sofferenze, i drammi e il caos del passato perderanno il loro fascino. proteggeremo noi stesse, la nostra salute e il nostro benessere.
> > DECIMO PROPONIMENTO
Terremo a mente che una relazione per funzionare deve avvenire tra partner che dividano valori, interessi e obiettivi simili, e che sappiano instaurare un rapporto di vera intimità. e non dimenticheremo mai che ci meritiamo quanto di meglio la vita abbia da offrirci.

e.v.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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DELL’AMORE

Quando finisce un amore o quando un legame viene reciso, la prima vera domanda che ci balena nella mente, quando la delusione non è più fresca è: ma sarà stato amore? Ma l’amore esiste?
Io me lo sono chiesto e la terza domanda che mi sono posta è stata: che cos’è l’amore per me? Ho dovuto analizzare, non solo cosa ne sapevo io, ma che cosa ne pensano le figure importanti della mia famiglia, quello che volontariamente o involontariamente mi hanno insegnato cosa fosse. 
Sono nata in una generazione (tra il 1960 e il 1970) che è stata la prima a dover vivere la perdita di quelle certezze sui ruoli maschile e femminile. La rivoluzione femminile del 1968, che ci aveva preceduto, aveva seminato un po’ alla rinfusa, i principi per porre la donna all’interno della società civile, come destinataria di pari diritti; una dimensione della donna, che la ponesse, non più come compagna di qualcuno, madre di qualcuno, ma soggetto capace di autodeterminarsi Non più qualificate come “femmine” (quasi ad indicarne una possibile mancanza) della specie, ma persone, impedendo così alla connotazione sessuale di discriminarci, così come era da sempre accaduto. 
La vera lotta sulla parità sessuale e sull’integrazione sociale della donna è iniziata sul campo, nella vita vera, con le nostre vite. Abbiamo vissuto da figlie, i drammi dei primi divorzi; abbiamo sopportato il tentativo di marchiarci come “poco serie” (per dire poco) solo perché facevamo sesso con i nostri coetanei e non lo nascondevamo. Siamo cresciute sotto due spinte controverse: da una parte essere le brave ragazze che mamma e papà, l’oratorio e la società volevano fossimo (basterebbe dare un’occhiata alla pubblicità degli anni 80); dall’altra donne che riscattassero le proprie madri con lo studio e il lavoro, per dimostrare al mondo di poter pretendere secondo i nostri desideri, donne che non vogliono essere scelte, ma scegliere. 
E abbiamo provato ad essere tutto: donne secondo la nostra natura e maschi secondo la volontà del costume che cambiava. Ma non si possono cambiare le regole del gioco delle relazioni, soltanto per un solo fronte, tutti e due i fronti dovrebbero cambiare armoniosamente. 
I nostri coetanei maschi sono usciti sviliti da questa lotta e in fondo, rimpiangono i benefici dei loro padri. Sono cambiati nella superficie, ma non nella sostanza. Hanno saputo però, sfruttare al meglio il cambiamento, alimentando la competizione e la mancanza di solidarietà delle donne. Le nostre nuove sicurezze e la nostra forza, li hanno fatti sentire inadeguati, e in larga parte autorizzati a esonerarsi di ogni responsabilità affettiva. Nel bene e nel male la mia generazione di donne ha racchiuso in sé ogni ordine di eccessi.

Attorno a me sento gente d’ogni sesso, affermare di cercare l’amore. Mi sono andata a cercare libri, riviste, definizioni psicologiche e poetiche su questo sentimento, a cui ognuno dà una connotazione: vaga, personale, evanescente, clinica. La prima risposta che mi sono data è che non esiste un solo tipo di amore, ve ne sono un infinità e che ad ogni particolare tipo corrisponde una motivazione. Quindi per deduzione se voglio trovare “amore”, la prima cosa che devo chiedermi è: perché? Mi spiego meglio, lo voglio: per combattere la solitudine? Per formare una famiglia? Per farmi sorreggere nei momenti di crisi? Per cambiare la mia vita? Per sentirmi protetta e rassicurata? Riuscire a darsi una risposta secondo me, già vuol dire aver preso coscienza di un bisogno urgente e inderogabile di noi stessi. Ma purtroppo non è così facile rispondere. Qualcuno di voi dirà che è per tutti i motivi suesposti, ma è davvero così? 
A venti anni quando mi sono innamorata per la prima volta, io non avevo nessuna voglia di pensare di farmi una famiglia, né di pensare che il ragazzo di cui ero innamorata fosse il mio compagno per la vita. Non ci volevo pensare, avevo altre urgenze. Quando durava da un po’ di anni sono stati gli altri a costringermi a pensarci anche se poi non mi aiutavano a chiarirmi. Il messaggio inconscio era: il tempo di percorrenza rispondeva dell’affidabilità del rapporto. Ma non mi bastava; tanto è che ad un certo punto cercai in ogni modo di ottenere cose che chiaramente l’altro non era pronto a darmi, non mi aveva scelto con quell’intento. L’intento a venti anni era di vivere l’emozione, accompagnarsi con qualcuno che ci renda più facile crescere, che ci metta al riparo dalla vita, dalle delusioni. Inconsapevolmente, ci eravamo scelti per questo entrambi. E qui ho scoperto un’altra cosa, la reciprocità. Non è possibile provare alcunché per chi non sente altrettanto per noi, l’altro o noi possiamo non esserne consapevoli o non accettarlo (e a meno che non si tratti di un sentimento malato, nato nei sogni e lontano dal nostro mondo) e quindi decidere di non vederlo o di non corrisponderlo; ma la corrente dell’energia e le sensazioni sono reciproche tra le persone. 
Rispondere anche ad una sola domanda sul perché si voglia l’amore, non è facile, vi è la necessità di avere un buon rapporto con se stessi, saper tirar fuori anche quello che teniamo nascosto a noi stessi. 
Nella vita pratica le domande avvengono nell’inconscio e noi facciamo le scelte che solo più tardi ci spiegheremo (sempre che lo vogliamo). 
Ecco perché, anche come ci è stato insegnato ad amare, è molto importante e la dice lunga su ciò che ci aspettiamo da questo sentimento. Spesso ciò che cerchiamo è un sentimento rassicurante che ci ricordi l’affetto esclusivo della madre o meritorio del padre. Ed è anche per questo che la nostra storia affettiva d’origine ha molta importanza e spiega il nostro modo di amare e di essere amati. Le instabilità affettive hanno origine dal modo in cui abbiamo digerito più o meno il modo in cui siamo stati amati nell’infanzia. Se ci siamo sentiti amati e se abbiamo accettato il modus amandi dei nostri genitori, sapremo trovare il nostro modo per amare e sentirci amati.

Un altro fattore di incidenza è la storia socio-culturale della società occidentale. Fino a tutto l’ottocento e inizi novecento, l’amore è sempre stato considerato un fattore impeditivo di una relazione stabile; considerato alla stregua di una momentanea debolezza, una passione che distrugge, più che costruire. L’amore (in qualunque accezione fosse inteso) non era essenziale, la cosa essenziale era la stabilità economica e la morale e le unioni erano decise in base alla convenienza e a un minimo di conoscenza. 
Ancora oggi, nonostante spesso ci illudiamo di costruire delle unioni sull’amore, spesso sono unioni di “convenienza” nel senso che entrambi i partner convengono che la persona che scelgono è il male minore oppure, si sceglie secondo l’istinto del momento, la passione. Tendiamo cioè a dare spazio: o alla razionalità o all’emotività; praticamente è come dividere la nostra anima o mente a metà, perché ragione e sentimento non dovrebbero essere in antitesi ma coniugarsi tra loro per avere un equilibrio psichico. 
Generalizzando, se chiediamo ad uomini e donne che cos’è l’amore risponderanno: la passione che stravolge la vita ed i sensi, facendo fare quelle scelte che razionalmente non si compierebbero; oppure il sentimento, la concretezza, l’affidabilità, la tenerezza, la stima. Praticamente non vi è una sostanziale differenza tra la componente maschile e femminile, la vera differenza sono i fattori psicologici, le conditio personali del pregresso affettivo che fanno prediligere la scelta razionale piuttosto che quella emozionale. 
L’unica vera differenza tra uomini e donne, a parte l’aspetto fisiologico, è la comunicazione: le donne utilizzano e sfruttano l’analisi; gli uomini utilizzano la sintesi. Tenere presente questa differenza significa poter comunicare con l’altro sesso in un linguaggio che gli sia comprensibile. Ad es. se devo comunicare con un uomo e sono una donna: devo imparare a parlare con lui in modo sintetico e chiaro, senza utilizzare sottintesi e senza aspettarmi che lui capisca quello che io non dico esplicitamente, anzi sforzarmi di essere esplicita; se sono un uomo devo prevenire i retro-pensieri che assillano una donna, chiarendo che se sto affermando qualcosa non gli sto dando connotazioni diverse da quelle che appaiono, cercando di spiegarsi in modo chiaro ed efficace. Dovremmo sempre metterci nei panni dell’altro. 
Ora che sento di sapere un po’ più di cose sull’amore in generale, la domanda è: ma quando l’incontrerò? In ogni momento si può incontrare qualcuno che potrebbe essere vicino a noi per esperienze, affinità e fisicamente compatibile, ma spesso siamo noi che non siamo pronti a donare noi stessi in una relazione. 
Nella mia esperienza personale, posso dire che capita più spesso di quanto non ci sembri, di incontrare chi potrebbe essere il partner giusto per noi, ma siamo così obnubilati dalle paure e dai condizionamenti che spesso non riusciamo a vederlo. 
Nella vita di una persona ci sono diversi tipi di condizionamenti: quelli legati all’infanzia, al clima affettivo familiare; quelli dovuti ad esperienze di fallimento affettivo dell’età adulta. Tanto più grande è stata la non accettazione di qualcosa che ci è stato negato o che abbiamo perso, tanto più facciamo fatica a lasciarci andare ad un nuovo amore. 
Non riusciamo a prenderci il tempo per digerire qualcosa che ci ha fatto male, l’io non riesce ad essere obiettivo (né con il passato né con il presente) quindi, invece di imparare dall’esperienza, tendiamo a sostituire, così come facciamo con le cose materiali e ad accumulare il dolore da qualche parte nell’inconscio. E spesso facciamo pagare a chi si mette sulla nostra strada il dolore che ci portiamo dietro. 
Interrompere questa catena di sofferenza è, secondo me, il primo passo verso un chiarimento in se stessi.

La conclusione a cui sono arrivata è che nessuno può rispondere su che cosa sia l’amore, senza dare una propria intima opinione acclarata dalla propria esperienza. 
Non esiste una definizione obiettiva dell’amore, così come di ogni altro sentimento, qualcuno in un aforisma diceva:

“L’amore chiede solo di essere sentito e amato”.

Ognuno sente e prova secondo la propria capacità e predisposizione, anche se questa capacità è chiaro che può e dovrebbe essere alimentata. Perciò nessuno è in grado di stabilire se ciò che per me è valido può esserlo anche per un altro, l’importante è, secondo me, che l’amore (per qualunque persona lo proviamo e per qualsiasi motivazione personale) sia accrescimento e non diminuzione: capacità di donare per la gioia che il dono ha in sé e non per ciò che vorremmo e capacità di saper accettare-ricevere il tipo d’amore che ci viene reciprocamente donato.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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L’ESPERIENZA PSICOCORPOREA

Encuentro en una noche de verano (Incontro in una notte d’estate)

 

1 – Un po’ di teoria
Qualcuno, leggendo quest’articolo penserà “Pietro s’è bevuto il cervello!”
Non importa. Oggi si parla tanto di far moto, di andare in palestra, di tecniche di rilassamento psico-corporee.
Ebbene, il ballo racchiude in sé tutto quel che serve per socializzare, per recuperare un rapporto sano e sereno con la propria fisicità e quella altrui, per esprimere la propria creatività, per superare la timidezza, unendo l’utile al dilettevole, cullati dalla magia del ballo e della musica.
Parlo di ballo e non di “Dance-Therapy” o cose simili, perchè ritengo quantomeno assurdo il tentativo di ridurre qualcosa di grande e sconfinato, quali sono la musica e le altre espressioni artistiche, a “terapia”, ad un qualcosa di puramente “tecnico” (lo stesso vale per le religioni o filosofie religiose, dalle quali vengono estrapolate e commercializzate “meditazioni e tecniche antistress” dai nomi esotici ed ammiccanti…).
Sembra che, finiti i tempi dei balli “da soli”, si stia riscoperto il piacere del contatto fisico con l’altro. E tornano i balli più sensuali. Ballare in coppia è un modo divertente per imparare a stare insieme: aiuta a riscoprirsi, fa ritrovare il piacere di sfiorarsi in una seduzione esplicita, ma codificata… Salsa, merengue e tango: sono questi i balli che oggi coinvolgono sempre più persone, senza limiti di età. I loro meriti? Servono a mantenersi in forma, senza palestra, e hanno un’ottima funzione antistress.
Più adatti agli spiriti solari ed estroversi la salsa e il merengue, di origine caraibica, conservano nella musica la vitalità del mare, del sole e dei profumi tropicali.
Entrambi hanno ritmi facili, passi regolari, ed offrono spazio all’improvvisazione nonché un senso gioioso dell’esistenza e dell’amore.Avere già un compagno, o una compagna, non è fondamentale, lo/la si può trovare senza fatica nelle sale o nelle scuole di ballo.
Il tango argentino in particolare, si addice invece agli animi romantici e introversi: viene definito “una conversazione senza parole assai profonda” o “un ballo che, più che un ballo è un modo di intendere e vivere la vita”. Nel tango servono meno doti atletiche rispetto alle danze caraibiche, ma è necessaria una grande partecipazione emotiva alla musica ed un buon equilibrio, per eseguire senza fatica le diverse figure.
Sta poi alla sensibilità degli interpreti variare la successione dei passi e inserire ad arte incroci di gambe: ciò richiede applicazione, disciplina ed una buona conoscenza dei propri compagni o compagne di ballo. Solo così si può esprimerne la passionalità e bellezza estetica.
Il cuore pulsa più forte? Viene il fiatone? La testa gira? Potrà succedere le prime volte (ed è del tutto normale, in qualsiasi esercizio fisico), poi passa. Ma ne vale la pena!
E, parlando di ballo di coppia, è inutile ignorarne aspetti quali l’istintualità, la sensualità, la passionalità, il piacere del contatto fisico. Aspetti associati in genere, nella nostra cultura, ad una concezione egoistica, trasgressiva, talvolta addirittura peccaminosa, della vita, ignorandone o stravolgendone, del tutto o in parte, il significato e la semantica (lo studio teorico e storico del significato).
“Un altruismo che non passi per la felicità del corpo-proprio, per la pienezza del suo piacere, è immorale” e ancora “la gioia è il progetto biologico intrinseco all’intera storia dell’umanità: e il corpo, dotato della capacità di godere, ne è la prova più perfetta.” (N.Ghezzani, Volersi male, pag. 136-137).
In tanti anni di DAP e di impegno alla Lidap, ho maturato la convinzione che ogni percorso di apprendimento di modalità comunicative intrapersonali ed interpersonali più autentiche e, quindi, sane (mi riferisco anche ai gruppi di auto-mutuo aiuto), per essere veramente efficace non può scindere l’aspetto verbale da quello gestuale-affettivo e nemmeno privilegiare il primo a discapito del secondo, perché noi esseri umani ci esprimiamo ed interagiamo verbalmente, per circa un 30%, e gestualmente, per un 60%.
Riscoprire la nostra fisicità significa riscoprire il piacere di un abbraccio, di una carezza, di un bacio, di una coccola, del “sentire l’altro”, insomma. L’abbracciare e l’essere abbracciati equivale ad “accogliere” e ad “essere accolti”, a “riconoscere, accettare l’altro” e ad “essere riconosciuti, accettati dall’altro” per quello che siamo.
Il piacere corporeo è un che di genetico, del tutto naturale, quanto l’istintualità, la sensualità e la passionalità: caratteristiche umane che non è detto debbano prescindere dall’essere coscienti – e perciò responsabili – della nostra vita emotiva e morale.
Ciononostante tendiamo, più o meno velatamente, ad evitare il piacere (del corpo-proprio) e la sensazione gradevole e gioiosa che ne deriva. Forse, o senza forse, il solo pensiero di far emergere i nostri sentimenti, emozioni ed aspirazioni/desideri più profondi, di metterci a nudo, di mostrarci per quel che siamo, ci turba e ci spaventa. Imbottiti come siamo di condizionamenti sociali, culturali, di tabù, di valori imprescindibili (o pseudo-valori perbenistici?) che mascherano un nostro bisogno di esercitare controllo e possesso sull’altro, e di un bisogno estremo di sicurezza costi quel che costi, ci sentiamo “protetti” dagli schemi, dagli stereotipi, dall’abitudinarietà e, talora e paradossalmente, anche dal malessere e/o dal disagio e sintomi che inevitabilmente ne scaturiscono.
E’ vero che, in alcuni casi, le resistenze ad una comunicazione gestuale più sana e libera possono essere alimentate da vissuti oggettivamente traumatici o dolorosi (es.: una persona vittima di molestie o violenze sessuali), è vero che “il piacere non ha memoria, il dolore invece sì”, è altrettanto vero che non esistono motivi validi per vittimizzarci, soffocando parti/aspetti importanti della nostra natura e del nostro interagire umano che possono reindirizzarci verso una vita più gioiosa e piena.
Esiste poi il timore d’essere o di sentirci disapprovati o giudicati “trasgressivi” da chi ci circonda. Trasgressivi, solo perché riscopriamo in noi il piacere di comunicare/interagire con persone dell’altro sesso, ballando, sedendoci al tavolino di un bar a bere un caffè, o girando a braccetto con loro?
Beh, se questa è trasgressione, il codice morale sociale attuale andrebbe rivisto e modificato sotto molti aspetti perché qualunque espressione edonica (correlata al piacere di qualsiasi tipo: il dipingere, il fare footing, ecc.) riappropriata in funzione del nostro Sé, viene avvertita di per se stessa come trasgressiva.
Ricordo la proibizione del ballo, in auge 30/40 anni fa, da parte delle autorità religiose, ma non solo da quelle: erano molte le ragazze accompagnate a ballare, e sorvegliate a vista, da genitori, zii e fratelli, indipendentemente dal fatto che le famiglie fossero “credenti e praticanti”); ricordo, altrettanto bene, che la proibizione non valeva, ad esempio, per la danza classica (che non è mai stata priva di contatto fisico).
La proibizione poi era più rigida, e lo è ancora, quando il ballo era “al di fuori della coppia, del matrimonio”, in virtù di un’ipervalorizzazione del “legame” (leggi: dell’essere legati). Il leit-motiv erano, e sono, le solite frasi “la carne è debole”, “la paglia vicino al fuoco brucia” ecc., ecc..

2 – La gelosia
Sempre in tema, a questo punto, riterrei onesto ed obiettivo, onde non scaricare ingiustamente ogni colpa sulla cultura religiosa, aprire una parentesi sulla “gelosia”.
“Amor vuol dir gelosia…” è il refrain di una vecchia canzone. In effetti è difficile non esser gelosi di qualcuno e/o di qualcosa, specie se quel qualcuno o qualcosa ci attraggono o costituiscono motivo di vita per noi. Ma la gelosia, in quanto passione, e non emozione, presenta molte sfumature e può trasformarsi in qualcosa di soffocante e distruttivo, dai risvolti imprevedibili, che nulla ha a che vedere con l’amore.

  1. la gelosia da possessoindividua nell’altro una nostra necessità personale a cui non vogliamo rinunciare, quindi l’altro non deve crescere, perché il crescere realizza la possibilità di diventare “libero”. Rende incapaci di accettare e sopportare la libertà dell’altro, di perderlo, di esserne abbandonati (le canzonette di qualche tempo fa eran farcite di “Io son tuo” e “tu sei mia”). Un’estremizzazione della gelosia da possesso può degenerare, anzi pare degeneri sempre più di frequente, in caso d’abbandono, in quelle forme delittuose che potrebbero esser riassunte in “ti amo, quindi ti distruggo o, peggio ancora, t’uccido t’uccido!”.
  2. la gelosia da pregiudizio(o gelosia ideologica). E’ una gelosia che nasce dal presupposto ideologico che la relazione è un valore, l’individualità un disvalore o addirittura una colpa. Quindi chi sin muove da solo (con altri) sbaglia.
  3. la gelosia fobica: il geloso proietta sull’altro l’avvento di una libertà di cui ha paura. Quindi la reprime non solo in se stesso ma anche nell’altro (reprime la libertà ipotetica di poter vivere emozioni nuove, del tutto sconosciute).4 – Trasgressione?
    Di anni ne son passati, son cambiate tante cose, ma la visione/lettura/percezione del piacere psico-corporeo e della “trasgressione” sono tuttora confusi, distorti, e generano sensi di colpa (nelle persone più sensibili, in genere).
    I limiti posti da questa nostra società schizofrenica (in parte “moralista/sessuofobica”, in parte “neoliberista”) alla comunicazione ed alla crescita/maturazione/espressione del nostro Sé sono tanti. In parte, legati allo “status” individuale: da bambini dovremmo adattarci ad un determinato cliché, da adolescenti, ad un altro, da adulti, ad altri ancora, a seconda dei casi: se siamo fidanzati, celibi, nubili, coniugati, con alcune variabili, tra le quali, l’età e lo status sociale (economico). Un esempio: due persone anziane che si baciano sulla panchina di un parco potrebbero essere visti come “trasgressivi”, da gran parte dei passanti (qualcuno potrebbe storcere il naso o addirittura apostrofarli malamente… i più sensibili proverebbero un senso di tenerezza); non farebbe certo scalpore ed il termine “trasgressione” acquisirebbe un significato più morbido, se a baciarsi su quella stessa panchina, ci fossero un’industriale o un divo dello spettacolo, pur 60/70enne, e la sua compagna o moglie “di turno”. Ma tant’è…
    Se desiderate approfondire queste problematiche e ricavarne spunti utili, vi invito a leggere attentamente le pagine di questo sito ed i libri di Nicola Ghezzani (ci terrei a sottolineare che la mia non è una sorta di “P&P”, Pubblicità e Progresso, fine a se stessa: apprezzo e condivido il pensiero di Ghezzani perché ne ho sperimentato personalmente l’efficacia pratica).5 – E veniamo alla pratica
    Ora vorrei riportare un’esperienza personale recente. Un’esperienza “trasgressiva” (10 giorni al mare, senza moglie, ospite di un amico). Un’esperienza trasgressiva “soft”, comunque sana, espressione di una mia ribellione personale a certi schemi prefissati di carattere sociale.
    Lo scorso luglio, nella consueta passeggiata del dopocena, a Marina di Massa, in compagnia di un amico, eravamo sulla strada che costeggia il Parco Olivetti. Attraverso la recinzione, s’intravedevano, qui e là nei vialetti e nei prati, tra il via vai di persone, molti coniglietti, quelli piccoli, alcuni seduti tranquillamente, altri, invece, si muovevano goffi a brucare erba e foglioline. Dal porticato, al centro del parco, s’udiva musica di fisarmonica. Giunti al cancello d’entrata, c’eravamo fermati a leggere le locandine e manifesti appiccicati ad una grossa bacheca, curiosi di sapere se c’era una festa da ballo o cos’altro. “Ogni lunedì e mercoledì, alle 21,30, lezioni di tango”.
    Era un mercoledì ed erano circa le 22. “Entriamo a vedere?”, dico. Il mio amico, di qualche anno più anziano di me, pare un po’ restio, e sì che è appassionato di liscio!… Mi riferirà, più tardi, della sua scarsa propensione “a giocare (ballare) fuori casa”: preferisce le nostre feste paesane, dove ci si conosce tutti. Lui è in pantaloni lunghi, camicia e scarpe; io, in pantaloncini corti, maglietta e sandali. Entriamo nel piccolo bar, posto in una sorta di corridoio che immette sotto una tettoia. Ordiniamo un caffè. Ci sono alcune persone lì in piedi, accanto a noi, perlopiù donne, tutte eleganti in abito scuro, alcune carine. Tutte quante hanno, comunque, un portamento gradevole. Non occorre molto intuito: sono allieve o ballerine della “scuola”. Non m’è difficile chieder loro: “Scusate… è qui la lezione di tango?”. “Sì, è qui”, mi rispondono gentilmente. Mi sento un po’ goffo, vuoi per i miei 55 anni, vuoi per il po’ di pancetta che ho messo su. Eppoi non sono proprio in tenuta da ballo… Accenno, tuttavia, un “ma è possibile partecipare alla lezione?”. “Sì, certo! Perché no?”, rispondono sempre gentilmente. Il ghiaccio è rotto. Mi presento a due di loro, Rosalia e Nenè: “Ma… mi fate ballare anche se ho i sandali e i pantaloni corti?”. “Questo proprio no! Puoi andarti a cambiare, ti aspettiamo”, esclamano con un fare sorridente, leggermente ironico. A loro s’aggiunge il mio amico, seduto comodo al tavolino: “Eddai Pietro, e che ti ci vuole? Son due passi. Tutte queste donne son qui per te!…” M’avesse detto una frase del genere, qualche anno prima, timido com’ero, sarei sprofondato nel pavimento della pista da ballo, per l’imbarazzo. “Due passi, un corno!”, gli avrei risposto “Tra andata e ritorno c’è minimo un chilometro… e dimmi: quali sono le donne-qui-per-me?”. E’ caldo, sono sudato, sento la pelle appiccicosa.
    Arrivo all’appartamento, ancor più sudato, faccio una bella doccia e mi cambio. Scendo le scale e mi riavvio verso il parco. Non è che ami granché camminare, e penso tra me “Va a finire che arrivo là sudato fradicio più di prima!”.
    Sono quasi le 23. Allungo il passo ed arrivo che stan già ballando. Mi siedo un po’ a riprender fiato ed osservo. “Caspita, come ballano bene!!!”. E’ un piacere, una delizia, guardarli. Non sembrano per niente “dilettanti”. Le donne, poi, sfoggiano una grazia, una naturalezza, flessuosità e sinuosità, uniche, nei loro movimenti, nell’incrociare le gambe, nell’inclinare il loro corpo, lasciandosi trascinare. Senza falsa modestia, penso “E’ molto meglio che me ne stia qui seduto, bello calmo, o ci rimedio una figuraccia! E poi, quelle lì, belle e brave come sono, non perdono certo il loro tempo a ballare con me!…”.
    Prima che quel brano finisca, mi s’avvicina Hèctor, il loro insegnante. E’ un ragazzo argentino, scuro di capelli, la pelle olivastra, alto come me ma con un fisico asciutto da ballerino di danza classica. Mi dice “Ei Pietro, m’han detto che sei venuto qui per imparare a ballare. Seguimi!”
    La cosa mi stupisce non poco. “Chi gliel’avrà mai detto che mi chiamo Pietro e che sono venuto qui per ballare?”. Mi colpisce la sua cordialità inusuale. Scambiamo due parole, io mi sento titubante, anzi, per dirla tutta, avverto tensione, tremo…
    “Sei il benvenuto, il nostro è un gruppo di amici, aperto a tutti. Ti vedo un po’ teso, rilassati.”, “Hèctor, sai com’é… io ballo da molto tempo ma non il tango argentino… mi sentirei goffo, ridicolo… non mi va di farvi perdere tempo. Dai, ballate voi!”.
    Mi ripete: “Rilassati e non farti problemi, OK? Qui siamo tutti amici, un gruppo. Vedi, ci sono donne di tutte le età, e nessuna di loro se la tira. Adesso t’insegniamo i passi fondamentali, “la salida” (la camminata, l’ocho, e la chiusura)”. E fa un cenno a Laura, una bella ragazza mora di 24 anni, alta una spanna più di me. “Oddiooo! Qui sbiello!”. La tensione e l’imbarazzo aumentano. Hèctor segue i miei movimenti, attento e paziente, mi corregge una volta, due, tre… “Sei troppo teso, ansioso. Rilassati!”. E’ una parola, rilassarsi! Ci provo.
    Il brano finisce e ne inizia un altro. “Non scappare, Pietro! Adesso ti faccio provare con Maria”. Con Maria, mi trovo leggermente meglio, le esprimo il mio imbarazzo, mi risponde sorridente: “Eddai Pietro, non si nasce maestri, vedrai che, col tempo, impari!” . Continuo a sbagliare qualche passo, sono passi semplici, ma… Hèctor interviene ancora col “Rilassati, Pietro!” ed aggiunge: “Vieni qui, ti insegno io”. Non ho problemi a ballare con lui. Mi spiega che, nel tango, è l’uomo che deve comandare e guidare la donna. Sto il più attento possibile. Arriva Maddalena, una bella ragazza giovane, bionda. E’ simpatica e cordiale quanto Maria e Laura. Con Maddalena, e grazie a lei, riesco finalmente ad ingranare un po’ di più con quei primi passi. Arrivo a fine tango, soddisfatto. Sorrido io e sorride Maddalena. E’ solo l’inizio ed è la prima volta che son lì a cimentarmi col tango argentino.
    Hèctor non mi dà tregua: mi fa ballare con Rosalia, con Marta, con Nenè, con Angela. Sette balli con sette donne diverse. Incredibile! Tra un tango e l’altro, ho modo di scambiare due chiacchiere (si fa per dire) con Romeo, Alberto, Andrea. C’è anche Paolo, abbastanza indaffarato.
    La lezione finisce all’una di notte. Il mio amico se n’è andato da un bel pezzo. Non ha ballato. M’aveva detto “Ciao Pietro, io ho sonno, vado a casa. Tu stai pure lì.”.
    Saluto tutti e tutte e m’avvio a casa, fischiettando come un merlo. Giunto a casa, m’accorgo d’esser senza sigarette. Prendo la bici e raggiungo un distributore automatico in via Roma. Pedalo, tranquillo ed euforico. E’ bello assaporare l’aria fresca, sentirsi liberi. Non c’è un anima viva in giro, tutti bar sono chiusi e le insegne dei negozi, spente… Non avverto sintomi né sensi di colpa.
    Torno “a lezione” il lunedì successivo. Hèctor & Company stanno preparando uno spettacolo. Mi salutano. Mi siedo ed assisto alle loro prove. Non è per nulla noioso, anzi. Hèctor è piuttosto indaffarato ad osservare e sistemare scrupolosamente i dettagli (l’entrata in scena di ogni coppia, la loro collocazione, il saluto finale, gli inchini, ecc.). Si siede non lontano da me, a dare istruzioni alle coppie. D’un tratto, lo vedo alzarsi e venire da me: “Pietro scusami, prima t’ho salutato un po’ di fretta. Non vorrei che ti fossi offeso…”. “Ma figurati Hèctor!”. In pista, c’è una coppia che, mercoledì scorso non c’era: Enzo e Nadia. Bravi e molto affiatati (non ci vuol molto a capire che ballano insieme da tempo).
    Arriva mezzanotte e mezzo, le prove finiscono. Mi alzo per salutare per poi andarmene a casa. “Il nostro amico Pietro è stato seduto fino adesso, a guardarci… C’è qualcuna di voi disposta a fargli ripassare la “salida”?”. E’ ancora lui: diavolo d’un Hèctor!… La sorpresa è stata tale che non ricordo nemmeno quale delle ragazze m’era venuta incontro: erano comunque più di due.
    M’occorrerebbero pagine per descrivere lo spettacolo che hanno tenuto il mercoledì sera successivo nella piazza di Ronchi. Gli spettatori erano tanti (200 o più) ed attenti, e lo spettacolo, uno dei più coinvolgenti cui mi sia capitato di assistere (non inferiore, qualitativamente, a quelli trasmessi in TV). Tango argentino, flamenco, fandango.
    Il coreografo di tutti i balli, nonché interprete, è lui: Hèctor. Finito il tutto, alcuni della compagnia m’invitano a tavola con loro, a festeggiare il compleanno di Alberto. “No, grazie. Vi siete mostrati sin troppo gentili e non voglio abusarne.”. Qualcuno s’offre di accompagnarmi in auto. Rispondo ancora “No, grazie” e m’incammino verso l’auto, verso il posto in cui l’aveva parcheggiata il mio amico. Non la trovo e non trovo nemmeno lui. Giro per almeno mezzora nella piazza. Provo a chiamarlo tre, quattro, cinque volte, sul cellulare. Niente da fare, è sempre spento. Mi dispiace di averlo perso di vista a fine spettacolo, lasciandomi prendere dalla foga del momento: so che mi conosce bene, ma… Dai Ronchi a casa, c’è più d’un chilometro: un’occasione per un’altra passeggiata notturna.
    La morale della favola non è il “tutti a tavola” dello slogan pubblicitario. Non tutti amano il ballo né sono obbligati a ballare per star bene.
    Quest’esperienza estiva, unica nel suo genere, che spero abbia un seguito, è stata per me una riconferma in più di alcuni principi, che ho appreso in 10 anni di volontariato allaLidap Onlus (nella quale opero tuttora) e di frequenza ai gruppi di auto-mutuo aiuto Lidap, che ho cercato di far miei e di tradurre in pratica quotidiana: la disponibilità ad aprirmi, a comunicare, a chiedere, ad imparare, a non limitarmi ad osservare bensì ad entrare in gioco, nella mischia (quand’è possibile, ovvio). Senza falsa modestia e, men che meno, autoglorificazione (a chi e a cosa servirebbe?), posso affermare che “qualcosa, anzi molto, è cambiato” nella mia vita.
    Per concludere, tango, altri balli o meno, non possiamo non interrogarci sul perché, paradossalmente, in questa nostra società moderna “più libera” nei costumi (forse solo in apparenza?) permanga, anzi vada aumentando, proprio la paura/fobia del contatto fisico e della comunicazione affettivo-gestuale tra persone di sesso opposto. L’infoltirsi crescente di persone, di età giovane, alla ricerca di rapporti interpersonali virtuali, a distanza, parebbe sostenere tale ipotesi. Che dire, poi, della crescente carenza di parole e coccole anche in ambito familiare? Ci vergogniamo di manifestare i nostri bisogni originari più autentici, quasi fossero cose obsolete, “da bambini”?


Pietro Adorni

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

CERCHIAMO DI CAPIRCI, CERCHIAMO DI PIACERCI

Si tratta di due cose non facili ma veramente molto importanti. Chi vi scrive è un medico specialista in malattie allergiche e respiratorie, diplomato in medicina psicosomatica ed in psicografologia nonché counselor rogersiano ma è soprattutto una persona che studia da 25 anni le reazioni del nostro corpo e della nostra psiche a tutto gli eventi che capitano… e che non capitano.
Come molti di voi forse già sapranno, il nostro corpo ci parla. Continuamente.
Se ad esempio la pressione si alza vuol dire che forse siamo arrabbiati per qualcosa o più specificamente, se è la pressione minima che si alza, che probabilmente siamo “compressi” da qualche cosa (che può anche essere un pensiero, una paura, una mancanza , anche una rabbia per qualcosa che appunto non abbiamo fatto).
Se si riacutizza la gastrite o peggio ancora l’ulcera potrebbe darsi che siamo costretti a “sorbirci” una situazione (o una compagnia, o un lavoro) che non ci piace, e cioè, simbolicamente, un “nutrimento” che ci fa male , ci irrita, che intimamente e profondamente vorremmo evitare o magari sostituire con qualche altra “pietanza” più consona ai nostri gusti.
A questo proposito mi capita sempre più spesso di vedere persone che in maniera conscia (quindi con la mente e con la verbalizzazione) oppure in maniera inconscia (quindi con il corpo e con segni e sintomi vari) esprimono il loro disagio ed il loro malessere perché vorrebbero accoppiarsi, incontrare una persona con cui condividere qualcosa.
Vi posso dire che molti sintomi e addirittura molte malattie sono campanelli d’allarme del nostro organismo che chiede qualcosa di più dalla nostra vita , che desidera un attenzione, un affetto, un contatto fisico. In questo caso il sintomo o la malattia esprimono spesso il disappunto, la rabbia perché la cosa desiderata non avviene.
D’altra parte è stato dimostrato che lo scambio affettivo, l’accoppiamento, la convivenza , così come l’attività sessuale fanno bene, riducono l’incidenza di svariate patologie, allungano e migliorano la vita.
Purchè naturalmente questa relazione o questa convivenza non diventino un’inferno!
Come avrete notato abbiamo parlato di diversi gradi di relazione (lo scambio affettivo, l’accoppiamento, la convivenza..la semplice attività sessuale…).
Ed ecco spiegato il mio titolo: cerchiamo di capirlo , cioè cerchiamo di capirci !
Per tante ragioni questo può non essere facile!
Molte volte infatti non è chiaro il tipo di rapporto che si desidera: uno sposo/a, un compagno/a, un amico/a; un amante; una persona con cui avere rapporti occasionali ? Possiamo provare a capirlo , cioè a ritagliarci l’abito su misura, quello adatto per noi e questo ci faciliterà l’incontro con la persona giusta.
Magari ci troviamo in una condizione tale che non possiamo (cioè non vogliamo) sposarci o non possiamo (non vogliamo) avere una convivenza. Non c’è problema .. troveremo un’amicizia piacevole con cui condividere le nostre cose per il momento e poi, eventualmente si vedrà.
E quando l’incontro avviene il corpo e la mente ci potranno aiutare a capire! Ma dobbiamo stare attenti a non sfuggire o se questo succede per lo meno a capire perché accade !
E quindi ancora una volta, cerchiamo di capirci !
Ma cerchiamo anche di piacerci. Se siamo veramente convinti di stare bene come stiamo e di stare bene con noi stessi allora va bene così. Niente di meglio. Se invece no, cerchiamo di capire cos’è che non va ! Dobbiamo forse migliorare il nostro look ? E allora facciamolo. Non stiamo a sentire le pedanterie di qualche falso filosofo castigatore dei costumi. Anche solo un particolare ricercato, un accessorio elegante, un “vestito bello”, una pettinatura diverso, degli occhiali più belli se sono in sintonia con noi stessi potrebbero aiutarci ad incontrare la persona giusta.
Perché non dirci: oggi metto il vestito più bello o meglio, lo ripeto, l’abito più adatto a noi, anche in senso strettamente materiale!
Tutte le cose in cui ci identifichiamo, che riflettono in maniera particolarmente efficace la nostra personalità possono aiutarci e possono catturare l’attenzione degli altri e, in effetti, la ricerca delle cose che sono in sintonia con la nostra energia psico-fisica, ma anche delle attività , delle occupazioni, degli hobby, degli amici a noi più consoni ci aiuterà a ritrovarci in questo senso.
In fondo questa ricerca , rappresenta uno degli scopi della vita!
Se poi sentiamo c’è qualcosa che proprio non va dentro di noi, di più profondo, perché non provare a guardarci dentro… oggi abbiamo a disposizione un ventaglio di professionisti qualificati di cui possiamo avvalerci! Mi sapete dire perché non possiamo farlo. Dobbiamo solo scegliere la persona giusta, magari fidandoci più di un sano passaparola tra i nostri amici e conoscenti e della nostra sana impressione istintiva , piuttosto che di titoli o di targhe fuori al portone.
Tutti ( e dico veramente TUTTI) siamo persone interessanti se: A) stiamo bene con noi stessi B) sappiamo valorizzarci e le due cose di solito vengono di pari passo e si influenzano a vicenda.
Se vogliamo veramente stare meglio cerchiamo di raccogliere questa sfida, ma prendendola senza drammi, quasi come un gioco. Impariamo a gestire al meglio questa dote che abbiamo avuto in sorte dal destino.
Allora cerchiamo di piacerci e di piacere! E stiamo anche attenti falsi amici che vogliono buttarci addosso le loro depressioni e magari farci ingollare l’ennesima pizza inutile per accumulare ancora chili di troppo e anche al nostro “nemico” interno, le nostre resistenze, che ci fanno magari aspirare a mete (leggi anche persone ) irraggiungibili e non ci fanno vedere tutte le persone e le cose valide ed interessanti che abbiamo intorno.
Non importa se siamo alti, bassi, magri o grassi, belli o brutti. Chi vi parla ha senz’altro diversi chili di troppo che regolarmente cerca di smaltire ed ha i suoi problemi psichici e fisici, ma ciò nondimeno non ha mai avuto problemi ad interessare chi poteva interessargli.
E’ la cura che abbiamo di noi che conta ! Dentro e fuori.
E quindi ancora una volta cerchiamo di capirci, cerchiamo di piacerci.

Invito alla psicografologia
Uno dei tanti modi per aiutarci a capire meglio noi stessi e quindi per aiutarci a stare meglio è l’interpretazione della scrittura.
La scrittura libera è uno dei più semplici test proiettivi dell’io oggi esistenti. La sua validità è stata documentata dalle varie Scuole che a livello internazionale hanno studiato ed elaborato le teorie e le tecniche della psico-grafologia.
Saggi e perizie grafologiche vengono oggi utilizzati oltre che come metodo di autenticazione di firme e di scritti a livello legale (essendo la scrittura quasi una sorta di impronta digitale psichica del soggetto), come supporto a perizie psichiatriche per vari scopi, come test valutativo per la selezione del personale e per le assunzioni nelle Aziende e anche come test valutativo dalle agenzie matrimoniali!

Questo sito vi offre la possibilità di un saggio psico-grafologico effettuato secondo i canoni del Metodo Marchesan (Università Internazionale della Nuova Medicina Milano) su alcuni dei caratteri salienti della vostra scrittura.
Per effettuare il saggio potete inviare via fax un saggio della vostra scrittura su foglio A4 senza righe e riempiendo completamente il foglio con un brano a vostro piacere scritto possibilmente senza andare a capo.
Inizieremo dal mese di Aprile 2006!
Il brano dovrà essere scritto in posizione comoda e con penna a scelta del candidato ma di colore nero.
Verranno esaminati ogni mese, naturalmente gratuitamente e senza alcun impegno i primi cinque scritti che perverranno al numero di fax 0815609514.
Le risposte verranno inviate al vostro indirizzo e-mail che indicherete nell’ultimo rigo dello scritto.
Gli scritti a cui non verrà risposto potranno essere inviati nuovamente il mese successivo.

 

Dott. Carlo Masi

Medico – Counsellor

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it