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UNA LETTURA CORPOREA DEL DISTURBO DA DIPENDENZA AFFETTIVA

Come tutti i tipi di disturbi psicologici, anche nel caso dell’addiction è possibile riscontrare nel corpo difficoltà riconducibili alla relazione e la cui regolarizzazione, effettuata anche per mezzo di esercizi fisici, può influire positivamente nel recupero del disturbo specifico.

 

Nello scrivere questo breve articolo non posso fare a meno di alcune brevi premesse che, presentando il mio punto di vista, rendano più facilmente comprensibile quanto andrò dicendo.

Tali premesse sono tanto più necessarie quanto più mi rendo conto di un taglio particolare, e tuttora imperante, nella lettura delle cose psicologiche, nonostante i notevoli cambiamenti che sollecitano una collaborazione tra i diversi punti di vista.

La realtà psicologica è comunemente intesa come il frutto del funzionamento del cervello e quindi è spesso presentata come un epifenomeno. Ora, dato che il modo di considerare le cose psicologiche determina anche il tipo di approccio terapeutico, e quindi il tipo d’intervento che s’intende adottare nel contesto di un disturbo, ed essendo il cervello un continuo processo chimico, diventa facile pensare alla pillola che risolve il problema.

Ebbene, io non credo che quella che definiamo “la mente” sia prodotta dal solo funzionamento cerebrale e non credo che il cervello sarebbe in grado di funzionare senza il corpo; inoltre sono convinto assertore del fatto che sia il corpo a contenere il cervello e che insieme, cioè tutto il corpo, compongono l’essere che siamo nella sua capacità di leggere il reale e di interagire.

Così sono convinto che non esiste il cosiddetto “controllo dell’Io” se non anche nella capacità della persona di controllare gli occhi, il corpo e le sue funzioni integrate. Mentre quello che definiamo il Sé credo che sia relativo al sentimento che accompagna lo svolgimento delle funzioni stesse e che la sua consapevolezza sia molto più antica di quanto non vogliamo ammettere; forse risale a prima della nascita. Perciò penso che il Sé sia precedente alla nascita dell’Io e che ambedue le istanze, le loro funzioni e i processi, sono legate anche alle espressioni corporee e non credo quindi che siano solo aspetti cognitivi e mentali della nostra personalità. Questo vuol dire anche che i disturbi, e quello che definiamo disfunzionale nell’economia psicologica di una persona, deve essere verificabile anche nella dimensione corporea.

Perciò, quando nel corso dell’articolo parlerò dell’Io e delle sue funzioni, farò riferimento al complesso dell’organismo e alla complessità delle sue funzioni, sia psichiche sia fisiche, e le une avranno sempre un legame di rimando nelle altre, nel senso che il fisico è nello psichico e viceversa. Così tutte le istanze che definiamo psicologiche penso che debbano avere un’eco nel corpo allo stesso modo di come tutto ciò che avviene nel nostro corpo è rappresentato nella mente.

In sintesi, penso che ogni tentativo teorico speso nella definizione e analisi di eventuali disturbi debba tenere conto contemporaneamente dei livelli sia corporei che mentali e lo sforzo terapeutico debba a sua volta tenere conto di ambedue le dimensioni.

Questo deve valere anche per la “dipendenza affettiva”.

Spesso il DAP (Disturbo da Attacchi di Panico) è associato, se non addirittura assimilato, al disturbo che si rivela attraverso una difficile costanza dell’oggetto e che è definibile con la sindrome che esso genera. Appunto disturbo derivante da un’eccessiva dipendenza affettiva.

In realtà esistono similutidini e differenze in queste due evenienze come del resto in tante altre manifestazioni; differenze che vanno annotate e di cui sarebbe opportuno tenere conto in un eventuale intervento sia psicologico sia medico.

Come per la dipendenza affettiva, possiamo dire che l’attacco di panico non è una malattia ma il modo di reagire di alcune persone a determinati eventi della loro vita. Allo stesso modo altre persone, piuttosto che con il panico, reagiscono con lo sconforto, l’accoramento e a volte anche con la conversione.

In questi casi sindromici “quasi” simili la distinzione potrebbe essere ricercata nella genesi dei singoli disturbi supponendo sviluppi alternativi che rendano conto più puntualmente di alcuni aspetti.

Proviamo ad ipotizzare comportamenti risalenti ai primi anni dalla nascita.

Ciò che secondo il mio punto di vista ci porta ad accomunare erroneamente il disturbo di dipendenza affettiva al disturbo di panico, dipende dal fatto che ambedue i disturbi hanno un qualcosa a che vedere con la relazione. Infatti ambedue i casi di disturbo sono, dalla relazione e nell’ambito della stessa, scatenati anche quando, in apparenza, non esistono elementi evidenti cui è possibile ricondurre lo scatenamento.

Ciò che invece notiamo immediatamente come differente sono le diverse manifestazioni comportamentali di ansia, nel caso della dipendenza, e destabilizzazione nel caso del panico.

In alcuni casi la destabilizzazione espressa nel panico viene interpretata come un’espressione esasperata dell’incapacità di fare a meno dell’oggetto e quindi a volte, il portatore di panico viene incluso nella categoria dei sofferenti di addiction.

La manifestazione panica penso possa essere ricondotta all’ipotesi formulata nei miei articoli precedenti pubblicati sul sito della LIDAP ai seguenti indirizzi: http://www.lidap.it/ciardiello.html – http://www.lidap.it/ciardiello2.html).

In quegli articoli ipotizzo che il vissuto di panico possa essere ricondotto ad una realtà infantile in cui l’aggressività prodotta dalla frustrazione materna sia rivolta contro l’Io. Nell’addiction invece ho l’impressione che la dinamica infantile si forma intorno alla difficoltà interna del soggetto di pervenire alla costruzione di un Io che possa fare a meno del supporto di un elemento esterno di relazione che funga da “collante”.

In pratica, mentre nel panico l’aggressività derivante dalla disattenzione o dalla fuga o dalla distrazione materna (o della figura primaria di relazione) si rivolge contro l’Io sottraendogli il collante, che normalmente è vissuto come il “dono” che il bambino ha fatto alle figure importanti, nel caso dell’addiction è possibile ipotizzare che quel bambino non è stato in grado di produrre il collante o non è stato messo in grado di produrlo dalle figure di cura. Per cui la funzione di collante delle funzioni dell’Io continuano per tutta la vita ad essere svolte dalle figure significative di volta in volte diverse. È come dire che la persona affetta da questo disturbo continua a “proiettare” nelle/sulle persone che trova significative della sua vita, la capacità aggregante della sua personalità. Capacità che avrebbe dovuto imparare a fare propria in qualità di dono per la figura primaria.

Questa modalità di relazione è appartenuta praticamente a tutti nel corso della propria esistenza. Cioè ognuno di noi ha avuto un momento della propria vita in cui era importante proiettare sugli altri una capacità aggregante; era come un delegare agli altri significativi, il papà, la mamma o altri che si prendevano cura di noi, la responsabilità di ciò che eravamo.

Era da queste persone che ci arrivava la conferma, la rassicurazione, il supporto e l’appoggio di ciò che eravamo e che dovevamo essere.

Nella relazione di fiducia che si costruiva, e si confermava ogni giorno, si specchiava costantemente l’immagine e l’idea di ciò che eravamo e che negli anni ognuno di noi ha imparato a fare propria. Così io oggi probabilmente sono anche ciò che vedevo rispecchiato negli occhi di mia madre quando mi guardava quindi sono, nel contempo, ciò che voglio, ciò che ho voluto ma anche ciò che lei ha voluto che io diventassi e questo specialmente nelle prime fasi della mia esistenza..

Il momento successivo della nostra crescita è quello che vede il bambino acquisire tanta fiducia in sé, anche grazie a questi rimandi familiari, da cominciare a sentire come un requisito proprio e personale la costituzione di un essere unico. Impara a farlo anche appropriandosi gradatamente del comportamento dei genitori che dall’inizio della vita controllano le sue azioni e ne perfezionano i comportamenti. È un po’ come quando impariamo il corretto uso del cucchiaio che da piccoli si realizza con un graduale controllo interiore di volta in volta confermato dai genitori.

Ora, mentre nella manifestazione di panico si può ipotizzare che l’affetto della figura di riferimento è venuto meno dopoche il bambino ha raggiunto la costruzione dell’io, con la definitiva acquisizione della capacità di fornire le singole funzioni dell’Io del materiale aggregante (la “colla” che, per esempio, tiene insieme la capacità del bambino di tenere in mano il cucchiaio e, dall’altro lato, la capacità di compiere un gesto del braccio che porta il cucchiaio alla bocca. La gioia espressa dagli occhi della madre funge da alimento, sostegno e solidificazione per l’acquisizione di questa capacità che è ulteriormente sostenuta, nel bambino, dal desiderio di gratificare con l’autonomia la madre), nel caso dell’action invece si può pensare che la figura di sostegno non abbia operato alcun “tradimento” nei confronti del bambino, ma che, molto più semplicemente, non ha mai stimolato in lui l’acquisizione della capacità aggregante.

I motivi possono essere stati diversi.

La madre (o chi per lei) potrebbe aver avuto bisogno della dipendenza del bambino perché questa la faceva sentire utile, importante e poteva contribuire a dare senso alla sua vita.

Da questo punto di vista non dobbiamo cercare le colpe perché, malgrado l’apparenza, tale atteggiamento è molto più frequente di quanto non si immagini e inoltre non è affatto consapevole. Il bisogno di dare senso a un’esistenza non è solo delle madri e dei padri ma fa parte dell’essere uomini e individui. E un figlio dà un tale senso all’esistenza che a volte ci riempie tutta la testa e ci lasciamo prendere a tal punto da quest’amore da non riuscire più a distinguere la funzionalità di ciò che dovremmo fare ed essere per lui.

D’altro canto invece può essere accaduto che non ci fosse tempo per questo figlio; che gli eventi della vita fossero così esigenti da richiedere tutta l’attenzione di questa madre, che doveva farsi veramente in quattro, per la sopravvivenza.

Situazioni incresciose e di poco alimento (affettivo emozionale ma anche materiale, di cibo vero) possono aver determinato carenze di sostegno (anche fisico quindi) emotivo in relazione proprio ai vissuti di integrazione funzionale dell’Io. Quando questi eventi si presentano nel periodo di maggiore sensibilità evolutiva nella vita di una persona, e distolgono le attenzioni genitoriali da questa dinamica costruttiva, si rischia che il bisogno di supporto aggragante si “incisti” nella personalità di un individuo e si prefiguri come il frattale maggiormente ridondante nella sua vita.

Quali le conseguenze?

A parte gli aspetti psicologici come l’estrema dipendenza dalle figure importanti e il precipitare di crisi depressive reattive, mi sembra interessante il prefigurare la possibilità di far risalire questo disturbo di “mancanza di stabilità” (emotiva?) alla “mancanza di equilibrio”.

Questa lettura del disturbo ci consentirebbe di pensare ad un intervento terapeutico che preveda la disamina di esperienze psicologiche, associate ad esercitazioni anche fisiche, di appoggio, equilibrio, e focalizzazione dell’attenzione.

Queste esperienze, mirate per ogni singola persona e condotte con competenza tecnica, potrebbero rappresentare valide esperienze per dare un senso all’introiezione della capacità di farcela da soli.

Ulteriori suggestioni inerenti l’articolo possono essere sollecitate dalla lettura dei seguenti libri:

Ramachandran V. S., Blakeslee S., “La donna che morì dal ridere”, Saggi Mondadori, 1999.

Lowen Alexander, “Il linguaggio del corpo”, Feltrinelli Ed. XVIII, 1998

Glen O. Gabbard, “Psichiatria psicodinamica”, Raffaello Cortina Ed., 1995.

Dott. Giuseppe Ciardiello

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

LA DIPENDENZA AFFETTIVA: LE FASI DI UNA PATOLOGIA

Da quando è stata isolata e descritta nella sua autonomia strutturale, la sindrome delle «donne che amano troppo», della dipendenza affettiva, o love addiction – come viene definita nei paesi anglosassoni –, è balzata agli onori della cronaca. Da allora gli interventi sui media si sono moltiplicati a ritmo vertiginoso. Vorrei riportare in questa pagina il testo di una delle prime interviste che ho dato sull’argomento, per l’immediatezza e la spontaneità con le quali i concetti si sono organicamente disposti nel corso del piacevole dialogo.
Domanda: Gentile dott. Ghezzani, confrontandomi con alcune donne (mi pare siano loro ad essere le più colpite dalla patologia della «dipendenza affettiva»), mi è capitato di riscontrare da parte di molte di esse un’identificazione con i comportamenti descritti da lei nei suoi libri Volersi male e Quando l’amore e una schiavitù, entrambi editi da Franco Angeli, e di cui ho ritrovato traccia anche nel famoso libro Donne che amano troppo di Robin Norwood. Lei parla di psicopatologia, e anche la Norwood presenta casi molto estremi di disturbi, con alle spalle precedenti di famiglie lacerate o in generale gravi traumi. Ma l’ampia diffusione del problema non sta forse a indicare che, al di là dei casi più estremi e propriamente patologici, esista una generale tendenza di molte donne ad affrontare in questo modo deviante il rapporto amoroso? Non si può parlare, a fianco della vera e propria patologia, di una fenomenologia di minore gravità, ma molto estesa, legata a fattori sociali? Un senso di insicurezza generale che spinge molte donne ad adottare almeno in parte i comportamenti ossessivi tipici della love addiction.

Risposta: In effetti, la sindrome della dipendenza affettiva sembra avere ormai una diffusione da pandemia, sembra cioè una «malattia» in via di diffusione ovunque esistano rapporti fra uomini e donne. Da ciò possiamo dedurre che, per quanto la storia la documenti anche in altre epoche, la sua diffusione odierna testimonia di un malessere specifico dell’epoca attuale. La mia disciplina, la Psicoterapia dialettica, è una psicoanalisi di tipo socio-storico, e va appunto alla ricerca dei fattori ambientali (storici e sociali) che stanno alla base di tutte le psicopatologie, maggiori o minori.
Nel caso delle «donne che amano troppo» io vedo innanzitutto quei fattori storici e sociali che insegnano e impongono da millenni alle donne la devozione amorosa come la virtù massima che una donna debba possedere per sentirsi realmente donna. La devozione amorosa non riguarda solo il marito (o il «partner», nella versione moderna), ma anche un proprio genitore, i propri figli, spesso intere reti di parentela. Per la donna queste sono persone da amare in modo assoluto, in virtù di un vero e proprio annullamento di sé che rappresenta, in un certo senso, un vero e proprio «test di femminilità». Senza questa «abilità» a devolversi nel bene altrui e a farsi riconoscere «amabile», una donna semplicemente non si sente donna. Per cui, se un uomo la rifiuta, la donna rifiutata non solo si sente brutta o odiosa, ma non si sente più donna: la sua identità di genere è distrutta.

D: Quali sono i principali sintomi che una persona può cercare di riscontrare da sé?

R: Ansia più o meno marcata ad ogni distacco, sentimenti di vuoto e di smarrimento quando si è soli, gelosie immotivate e ossessive, controllo telefonico o anche fisico del partner, a gradi estremi odio mortale cui segue il bisogno di essere puniti, talvolta un dolore lacerante, lancinante al petto, apparentemente senza motivo, che rappresenta la sensazione di poter morire a causa dell’assenza della persona amata.

D: Ha avuto esperienze di questo genere tra le sue pazienti o ha conoscenza diretta di casi simili? Ce ne può raccontare uno che ritiene più emblematico?

R: Ci sono persone che sembrano del tutto perse nel loro malessere, incapaci di capirlo in alcuno dei suoi aspetti, ma che invece mancano solo di pochi nessi logici, di poche rigorose deduzioni, per comprenderlo a fondo e risolverlo. Cristina è una di queste. La conobbi attraverso Internet, dopo aver pubblicato sul mio sito Psicoterapia dialettica, (indirizzo www.psyche.altervista.org), un articolo sulla dipendenza affettiva. Dalle sue parole vorrei estrapolare i concetti più interessanti, punteggiandoli con delle interpretazioni.
Dice Cristina:
«E’ da quando ho diciassette anni che sono consapevole di essere una donna che ama troppo (ora ho venticinque anni). Ho avuto un’infanzia molto tormentata con genitori che chiunque ha sempre definito pazzi, infatti uno dei due si è tolto la vita qualche anno fa. A diciotto anni ho conosciuto un uomo che ha fatto cambiare in negativo il corso della mia vita… In quei durissimi tre anni ho affrontato per la prima volta la mia «malattia»… Non riuscivo a darmi una spiegazione dell’ansia, degli struggimenti, del mio farmi calpestare in tutti i modi…»
Cristina pone alla base del suo malessere la crisi di coppia dei genitori e il suicidio di uno dei due: intuisce che la loro autodistruzione esistenziale ha prodotto in lei un’analoga tendenza masochistica. Di conseguenza, si rende anche conto che, alla base della sua dipendenza affettiva c’è una vocazione non solo ad amare, ma soprattutto a «farsi calpestare in tutti i modi», intuisce, dunque, la relazione esistente fra masochismo e ricerca dell’umiliazione amorosa.
Prosegue:
«In conseguenza di questa prima storia, ho avuto un esaurimento nervoso, ho dovuto abbandonare il lavoro per curarmi…, ma alla fine sono riuscita a lasciare quell’uomo, e sono diventata dai vent’anni in poi di un cinismo incredibile, dovevo apparire sempre a me stessa e agli altri forte, magnetica, indistruttibile. Il mio amor proprio aveva preso in passato troppi duri colpi. Ora, volevo essere io a fare la parte della stronza con i ragazzi, purtroppo anche con chi amavo e quindi con le storie importanti che sono seguite».
Cristina è consapevole anche di questo secondo passaggio. Dopo la ricerca dell’umiliazione masochistica, il soggetto malato di dipendenza affettiva vuole «vendicarsi».
Ecco cosa dice:
«Sono consapevole di aver trattato il mio nuovo ragazzo veramente male. Mi ha dimostrato una dolcezza, una comprensione e una devozione incredibili anche quando soffriva a causa mia. E’ una via di mezzo tra il ragazzo che a noi «donne che ci vogliamo male» può piacere – per le sue negatività – e un bravo ragazzo. A noi la negatività maschile ci eccita particolarmente…»
Questo è un passaggio importante per capire lo strutturarsi della patologia da dipendenza. Chi è affetto da dipendenza affettiva patologica ha: 1) una tendenza masochistica di base, dovuta a una bassa autostima. 2) L’asservimento affettivo è il primo tentativo che egli fa per ottenere dal partner segni di gratitudine e stima e riscattare questa penosa autopercezione. Tuttavia, se pure questi segni arrivano, il soggetto dipendente finisce per sentirsi umiliato della sua condizione servile, pensa di essere ingannato e sfruttato, sicché avvia una nuova fase. 3) Tenta a questo punto di riscattare la percezione negativa di sé mediante una «ribellione»: il soggetto diviene insensibile, aggressivo, sfidante, fino a livelli di esaltazione maniacale, per ribaltare il rapporto di potere. 4) Ma così facendo aggrava il senso di colpa originario e l’autostima peggiora. Infine, 5) il soggetto ha bisogno di farsi punire a causa della sua ripetuta negatività, e lo fa attraverso vecchi o nuovi partner.
Dice ancora Cristina:
«Ovviamente mi sono sempre scelta persone che non facevano per me, persone nevrotiche o psicopatiche: i classici stronzi. All’inizio era splendido ripagare persone che sapevo mi avrebbero già dall’inizio fatta soffrire usando le loro stesse tattiche e strategie. Mi sentivo forte, potente. Ai miei compagni ne ho fatte passare di tutti i colori, mi piaceva vederli soffrire. Sono consapevole di essermi comportata da pazza, ma volevo farmi vedere pericolosa per tutelarmi, per dimostrare che nessuno poteva più umiliarmi e farmi del male. Ho recitato questa parte per anni… Infine ho capito che ero io a trovare loro dei pretesti per farmi trattare male, e che usavo poi quegli stessi pretesti contro di me, per potermi dire che se loro mi facevano del male era tutta colpa mia…».

Questa complessa dinamica può infine facilmente cronicizzare nella depressione.
Sono dunque queste in sintesi le fasi di instaurazione della dipendenza affettiva:
1) Soggezione morale e fisica (tendenza masochista di base): il soggetto (uomo o donna che sia) si sente di scarso valore o di valore negativo, quindi ha bisogno di «servire» qualcuno per ottenere da lui un giudizio positivo. All’idea di averlo ottenuto, sperimenta un esaltante sentimento di sollievo e di gratitudine.
2) Ciclicità depressivo-maniacale: il soggetto prende coscienza della propria immagine interna negativa (di persona debole o cattiva o pervertita), si addolora di ciò e se dapprima si sacrifica per il bene del partner poi, sentendosi umiliato, odia il proprio servilismo e/o il dominio da parte del partner, quindi si vuole vendicare.
3) Vendetta: egli/ella si vendica divenendo freddo e sfidante nei confronti del partner.
4) Senso di colpa: di conseguenza, prova sensi di colpa e bisogno di essere punito.
5) Ciclicità sadomasochista (bisogno di punizione e rilancio della sfida): alla fine, il soggetto scivola in una nuova e più grave depressione. La depressione può implicare giudizi negativi su di sè o sul mondo, quindi di bisogno di mortificarsi o di farsi punire o può sfociare in un drammatico senso di vuoto. Oppure può virare – per ribellione – verso una nuova sfida.
Dice Cristina:
«A parte certe tragedie famigliari, non mi manca veramente niente… ho buoni amici, quest’anno ho ottenuto il lavoro che sognavo, leggo, scrivo, coltivo anche un interesse artistico in una compagnia teatrale. Ma anche se mi sento appagata, avverto puntuale una sorta di vuoto, di depressione latente, un senso di noia e di inutilità. Sicché mi rimetto alla ricerca di una relazione totalizzante per colmare quel terribile sentimento. La mia è stata una continua fuga più che da me stessa, da questa atroce sensazione di non essere viva, da questa impalpabile percezione che va oltre qualsiasi razionalità. Ciò che faccio ogni giorno lo faccio per dimenticare questa sensazione. Da qui anche le relazioni: quando ci si attacca a «quel tipo» di persone non è per vero amore. Io, quando trovo un uomo di «quel genere», ho una sensazione di innamoramento non perché lo amo davvero, ma perché amo quel senso di totalità che mi dà l’illusione di sentirmi viva, annullando la sensazione del vuoto. Arrivando al bandolo della matassa, della mia matassa, il punto da cui iniziano certi orrori nasce proprio da questo grande vuoto iniziale, o esistenziale».

Per capire appieno il significato di questo angoscioso senso di vuoto occorre prendere la parola «vuoto» non come una metafora ma alla lettera. In effetti, la donna che ha annullato se stessa in funzione delle esigenze maschili, e che ha fatto il deserto intorno a sé (deserto di persone, di interessi, di vocazioni personali e di futuro…) ha realmente fatto il vuoto intorno e dentro di sé. Ogni cosa che non sia il suo uomo è allontanata dall’angoscia di perderlo e dal senso di colpa di «tradirlo»: il vuoto che infine la donna sperimenta è dunque la sua oggettiva realtà, è l’angoscia morale per ciò che ha fatto a se stessa.
Dal mio punto di vista, dunque, questo sentimento di nullità è l’inizio e la fine del percorso. Si comincia con la bassa stima di sé (legata all’educazione tradizionale, cioè dal vuoto imposto dalla cultura familiare e sociale), e si finisce con una stima ancora più bassa, dovuta alla percezione di una negatività personale irrimediabile.

D: Dottor Ghezzani, per finire, qual è in questi casi, in genere, il ruolo giocato dai partner?

R: Spesso il partner tipico che si lega a persone affette da love addiction ha una patologia affine. Di solito è una persona fortemente insicura e allo stesso tempo narcisista, che ottiene un lenimento delle sue angosce e una certa soddisfazione dell’autostima proprio grazie all’adorazione e al masochismo del suo partner dipendente affettivo. Ormai si parla infatti di co-dipendenza. Questo termine tecnico vuol dire che entrambi i contraenti di questo tipo di rapporto sono dipendenti l’uno dall’altro, ma in modi diversi. Nei miei libri, io chiamo questa forma complessa di rapporto a due patologie «collusione sado-masochista».

di NICOLA GHEZZANI
Psicoterapeuta – Roma 

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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AMARE SE STESSI PER ESSERE AMATI ANCHE DALL ’ALTRO

PERCHE’ AMARE SE STESSI PER ESSERE AMATI ANCHE DALL ’ALTRO ?

Una possibile risposta a tale domanda la fornisce lo scrittore Oscar Wilde nel libro “Il ritratto di Doran Gray”.

Il protagonista del libro, Dorian Gray, s’innamora, di una ragazza giovane e molto bella che si chiama Cybil e fa l’attrice ed a parere di orian è un’artista molto brava ed è incantato dal suo modo di recitare.

Ma ad un certo punto Dorian si disamora di Cybil.

Succede quando Dorian decide di portare i suoi amici, ricchi, nobili e snob, come lui, al teatro dove recita lei.

“Venite a vedere com’è meravigliosa, la mia amata!”.

Ma lei recita veramente in modo orribile. Lui ci rimane malissimo, va in camerino arrabbiato . “Ma che fai? Ma che figura mi hai fatto fare? Io porto tutti gli amici miei a vederti e tu reciti malissimo?”.

Cybil gli risponde: “Ma io ti amo, da quando amo te, non mi interessa più niente dell’arte, della recitazione. Io amo solo te, l’amore per te è talmente forte che non conta più niente, nemmeno il teatro. Che senso ha recitare bene quando ho conosciuto che cosa significa amare te?”.

E lui… la lascia. La scena è tremenda, perché lui è spietato in camerino, però si sente che pure lui soffre.

Soffre perché non la ama più.

Già lì, nel camerino, da quel momento, non la ama più. Perché non la ama più? Apparentemente perché lei ha recitato male.

In realtà avendola lui idealizzata anche come una brava attrice, non essendo lei più tale, cade l’ideale che lui si era costruito di lei.

Perché lei si è messa troppo nella posizione di oggetto d’amore e non di soggetto che significa non rinunciare alla propria individualità.

In poche parole cosa ha fatto questa donna, Cybil?

Ha amato il prossimo suo più di se stessa.

Il comandamento dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, no di più. Lei che ha fatto? Ah esisti solo tu, al diavolo la recitazione, al diavolo se stessa.

Amare se stessi significa mantenere la propria individualità, quell’individualità, quel modo di essere che ha contribuito anche a far innamorare l’altro. Rinunciarvi per un amore totale, assoluto, paradossalmente, delude l’altro.

Roberto Cavaliere

AVERE CURA DELL’ALTRO: SINDROME DELLA CROCEROSSINA

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, 
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te. 

Vagavo per i campi del Tennessee 
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. 
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

TESTO CANZONE “LA CURA” DI BATTIATO

 

Nelle problematiche e dipendenze affettive e relazionali ed in particolare nella Codipendenza, prendersi “cura” dell’altro, nel senso della canzone di Battiato, è un ritornello di fondo del proprio amore.

Ma siamo sicuri che prendersi cura, anche nella canzone di Battiato, abbia una valenza affettivo-assistenziale? O non è piuttosto un anelito, una speranza che si scontra con ben altra realtà? O addirittura tale atteggiamento sortisce l’effetto contrario? Come afferma la Norwood:

“Donne che amano troppo sviluppano relazioni in cui il loro ruolo è quello di comprendere, incoraggiare e migliorare il partner; questo produce risultati contrari a quelli sperati: invece di diventare grato e leale, devoto e dipendente, il partner diventa sempre più ribelle, risentito e critico nei confronti della compagna. Lui, per poter conservare autonomia e rispetto di se stesso, deve smettere di vedere in lei la soluzione di tutti i suoi problemi, e considerarla invece la fonte di molti se non della maggior parte di questi. Allora la relazione si sgretola e la donna piomba nella disperazione più profonda. Il suo insuccesso è totale: se non si riesce a farsi amare neppure da un uomo così misero e inadeguato, come può sperare di conquistare l’amore di un uomo migliore e più adatto a lei? Si spiega così come mai queste donne fanno seguire a una cattiva relazione una peggiore: perchè con ciascuno di questi fallimenti sentono diminuire il loro valore. E sarà per loro difficile rompere questa catena finchè non saranno giunte a una comprensione profonda del bisogno che le riduce a comportarsi così.”

Non dimentichiamo che prima di prendersi cura dell’altro, capire i suoi bisogni, è necessario prendersi cura di sè stessi, comprendere i propri di bisogni.

 

Testimonianza dal Forum

Mia madre non ha mai creduto fosse un danno negarmi le sensazioni che vivevo, così le risposte senza senso alle mie domande scomode, invece di chiarire, mi confondevano al punto che ero giunta a credermi incapace di sentire. C’è da dire pure che nella mia famiglia non servivano le parole perché tutto era chiaro per tutti, ma io ero molto piccola e non sapevo come fare, portavo diligentemente e silenziosamente la mia parte di fardello ma non ne capivo il senso. Mi sentivo una pazza. Con il tempo e il confronto con il mondo esterno, mi sono resa conto che non solo sentivo ma lo facevo prima degli altri, fino quasi alla chiaroveggenza. Figuriamoci! Sembravo matta peggio di prima. Un giorno di molti anni fa diedi una risposta a quello che oggi è il mio ex marito rispondendo alla fine di un discorso che però lui non aveva ancora fatto! Ne scaturì una lite furibonda e impiegai due ore per fargli capire quello che intendevo. Mi avevano insegnato che le situazioni scomode vanno risolte in fretta e senza spiegazioni come quando c’è una situazione di pericolo imminente: se vedo un bambino arrampicato su un cornicione al terzo piano, non mi metto a spiegare che si potrebbe far male, prima lo afferro e lo tiro via, poi gli spiego perché.

Ho sempre vissuto così: io giudico che una cosa che ti potrebbe far male, la risolvo prima che accada perché è così che si fa, tu non sai cosa sia accaduto, io mi offendo perché sei un ingrato che non apprezza! Ma è roba da matti! …e pure da presuntuosi. Che diritto ho io di togliere a qualcuno un pezzo di vita fosse pure doloroso? Ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di capire quel momento e oggi quando mi succede di percepire in anticipo certe cose, ho la pazienza di aspettare che il mio interlocutore mi faccia tutte le domande del caso oppure faccio la domanda “dove vuoi andare a parare?” e di questo ringrazio la mia analista. Non anticipo più gli altri nei loro percorsi e non fornisco più risposte a domande prima che mi vengano poste.

L’esempio lampante della mia guarigione definitiva l’ho avuto l’anno scorso quando mio figlio ha manifestato un certo calo di entusiasmo per lo studio :“vedi ma’, io lo so come ci si sente a prendere ottimo, lo faccio spesso! …allora hai deciso di vedere come ci si sente a prendere insufficiente? “Non so…” …lo studio è una cosa tua, e anche se io la considero una cosa importante, non lo fai per me. Nella vita ci sono cose che si devono fare, altre che si possono fare. Nella tua testa hai chiara la scala dei valori…vedi tu…sappi che molto probabilmente non ne sarai soddisfatto…
Alla pagella di metà anno i professori mi hanno chiamata e io dentro di me sorridevo già! INSUFFICIENTE! Solo in tre materie ma… pazientemente ho spiegato agli insegnanti quanto stava accadendo, quali erano le mie intenzione e con una certa soddisfazione, ho riscontrato che anche loro erano in accordo con me: questa prova con se stesso, gli sarebbe stata utile.
Tornata a casa ho dato la pagella a mio figlio che era così impaziente di leggerla…che faccia! Sembrava un fantasma! Dopo un po’ mi dice “ma’ avevi ragione…non mi piace mica prendere insufficiente.” 
…bèh meno male…sappi che adesso dovrai riparare.
Ecco ho imparato che non tutte le situazioni sono di grave pericolo! Ho avuto fiducia nella mia capacità di giudizio e in quella di mio figlio. Ho capito che non devo e non posso intervenire se il caso non lo richiede. Ho imparato a valutare e a fidarmi sia di me sia degli altri e anche se l’impulso primario sarebbe quello di intromettermi sempre e comunque, cerco di astenermi dal farlo.
Non è stato facile. Ho dovuto capire cosa scattava dentro di me in certi momenti e come fosse stata una serratura reale, ho dovuto riconoscere il clak. Adesso so che quando sento quel clak devo prendere fiato e ragionare: dico a me stessa che nessuno da un momento all’altro sarà travolto da una valanga, se non intervengo; mi fermo a sentire cosa emana la persona che ho di fronte e tutta la fiducia che mi ispira; mi fermo a ragionare su quali conseguenze può comportare realmente quel suo atteggiamento; non mi assumo responsabilità che non sono mie.
Se e quando intervengo, lo faccio in maniera molto chiara e sempre per me, cercando di non aspettarmi in cambio nulla. Presto favori solo quando le richieste sono esplicite e pretendo che lo siano, non mi faccio ingannare dal gioco “tu sai quello che voglio perché sei così sensibile”.

Rispetto le esigenze degli altri ma prima vengono i miei bisogni.

Averlo fatto prima! Ma forse non e mai troppo tardi per essere felici.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL PARTNER MANIPOLATORE

Considerare l’agire violento degli uomini soltanto come l’espressione di una patologia, come uno sviluppo psicologico o sociologico errato, non conduce ad alcun risultato. Dobbiamo invece accettare il fatto che la violenza è parte della natura dell’uomo in quanto creatura – e la cosa ci inquieta profondamente. (Adolf Guggenbuhl-Craig, Il bene del male)

 

La figura del partner manipolatore è ricorrente nelle situazioni di dipendenza affettiva. Tale figura, generalmente, è la persona con cui lega il dipendente affettivo ma, spesso, anche quest’ultimo è manipolatore.

Passiamo a vedere quali sono le caratteristiche del partner manipolatore:

  1. •  Tende a sminuire l’altro come persona
  2. •  Cerca di sminuire i suoi successi
  3. •  Spesso umilia l’altro in pubblico
  4. •  Contraddice in continuazione
  5. •  Tende a criticare l’aspetto fisico del partner
  6. •  Tende a criticare il suo abbigliamento
  7. •  In una discussione fa di tutto perché si accetti la sua opinione
  8. •  Racconta spesso bugie
  9. •  Recita spesso la parte della vittima
  10. •  Adula per ottenere ciò che vuole
  11. •  Usa nei confronti del partner l’arma della colpevolizzazione
  12. •  Tende a delegittimare il partner nel ruolo genitoriale
  13. •  Manipola la realtà a suo favore
  14. •  Spesso è aggressivo verbalmente (insulti, parolacce, minacce)
  15. •  Spesso è’ aggressivo nei comportamenti
  16. •  È eccessivamente protettivo
  17. •  Controlla ogni azione del partner
  18. •  È geloso senza motivo
  19. •  Porta la sua gelosia all’estremo
  20. •  Cerca di allontanare il partner dalle sue amicizie e parentele
  21. •  Cerca di limitare i movimenti esterni del partner
  22. •  Boicotta gli interessi personali del partner
  23. •  Vuole coinvolgere l’altro nei suoi interessi personali
  24. •  Tende a controllare le finanze personali del partner e quelle di coppia
  25. •  Tende ad attuare una coercizione sessuale nei confronti del partner (rapporti intimi non desiderati)
  26. •  Pressa ad effettuare pratiche sessuali che il partner non approva

    Tale elenco di caratteristiche del partner manipolatore è lungi dall’essere esaustivo e potrebbe essere completato con caratteristiche specifiche di ogni individuo e/o coppia.

Inoltre il partner manipolatore presenta, generalmente, tali situazioni specifiche del suo passato affettivo e relazionale: –

  1. •  E’ stato vittima d’abusi di qualsiasi tipo nell’infanzia
  2. •  Ha subito abusi in età adulta
  3. •  La relazione tra i suoi genitori era simile a quella che tende ad instaurare col proprio partner
  4. •  Ha abusato e/o abusa di alcool, droghe e quant’altro
  5. •  Ha un temperamento aggressivo.

In presenza di un partner manipolatore s’innesta nella coppia un meccanismo di reciproco cambiamento. Il partner manipolatore attraverso le sue modalità vuole indurre un cambiamento nell’altro partner. Quest’ultimo, spesso ignaro di tale manipolazione, spera che il partner manipolatore col tempo cambi modalità di relazionarsi. In tale ‘attesa’ subentra un meccanismo d’assefuazione tipico delle relazioni manipolative, per cui in virtù di tale meccanismo si finisce col cambiare.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

TESTIMONIANZE SULLE DIPENDENZE AFFETTIVE VERSO I FIGLI

“I vostri figli non sono figli vostri. Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benchè vivano con voi non vi appartengono. Potete donare loro amore, ma non i vostri pensieri: essi hanno i loro pensieri. Potete rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime: esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi: la vita procede e non s’attarda sul passato. Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti. L’arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinchè le sue frecce vadano rapide e lontane. Affidatevi con gioia alla mano dell’arciere; poichè come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.” KHALIL GIBRAN

 

Gentile dott.ssa Cipollina,
negli ultimi mesi trascorsi ho imparato a conoscere ed apprezzare il sito sul mal d.amore. da lei curato. Sono infatti affetta da questa dipendenza. Lo sono stata per anni nei confronti di mio marito, dal quale sono separata da circa un anno, e lo sono tuttora nei confronti di mia figlia di 17 anni.
Fino a poco tempo fa credevo che il nostro rapporto andasse bene: io mi curavo di tutti i suoi bisogni e desideri e lei ricambiava confidandomi le sue cose. Io non dimostravo alcun interesse verso me stessa e lei ogni tanto mi diceva di trovarmi un interesse che non fosse stare a casa o lavorare. Qualche tempo fa, casualmente lei ha scoperto bruscamente che frequento un uomo del quale sono innamorata e che mi ama profondamente e senza nulla pretendere! E. successa la fine del mondo: lei mi ha accusata di non essere una buona madre, di voler andare a vivere con il padre, che non accetterà mai questa persona, ecc. Da quel momento tutto è cambiato. E. come se improvvisamente mi si siano aperti gli occhi sul nostro rapporto così come successo con il padre. Non ho negato, non ho dimostrato inutili sensi di colpa e non ho chiesto scusa. Ho mantenuto la calma e spiegato come stavano le cose. Non so se ho fatto bene o male, ma le ho scritto una lunga lettera dove le ho spiegato i motivi della separazione dal padre (ero stata sempre molto generica), le mie sofferenze, frustrazioni, insoddisfazioni, pianti, solitudini, ecc. Le ho spiegato che non ho cercato l.amore, ma è arrivato, poteva non arrivare mai, ma è successo e io sono felice per questo. Le ho detto che una madre è anche donna e che se lei dice di volere bene una persona deve desiderare la felicità di quella persona.
Le ho ribadito che se non ne avevo parlato con loro (ho un.altra figlia più piccola) era perché pensavo che fosse ancora presto vista la recente separazione.
Da quel momento ho cominciato ad osservare il nostro rapporto. Mi sono resa conto del suo profondo egoismo e del mio nauseante servilismo. Mi sono accorta di quanti atteggiamenti simili a quelli del padre abbia e di quanto simili siano anche i miei. Anche lei me lo ha detto e che le dispiaceva aver preso il posto di suo padre nel provocarmi sofferenza e di quanto era costernata nel non sapere dimostrare affetto. Ma nulla è cambiato. Lei continua a farsi i fatti suoi e io cerco di impormi con scarsissimi risultati. Siamo stati di recente in vacanza insieme e si è completamente disinteressata di me e, come era prevedibile, ha smesso pure di confidarsi e si limita ad un rapporto formale come per punirmi. Abbiamo forti scontri ultimamente perché io le dico ciò che mi infastidisce di lei e lei non mi parla per ore. Non so come recuperare il rapporto.sono disperata.amo mia figlia, ma non voglio più rinunciare a me stessa ora che a fatica ho scoperto di esistere.Cosa devo fare? Mi aiuti!
Grazie, saluti

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Karen Età: 39 Argomento: Sono una 39enne dibattuta tra il grande amore per mio figlio e la distanza che tendo a creare tra me e lui per il timore di fargli del male con comportamenti sbagliati, così come è accaduto a me da figlia, con un rapporto eccessivamente conflittuale con i miei genitori (madre aggressiva e inaffettiva e padre con atteggiamente inesistente a meno che non doveva alzare le mani su ordine della moglie). Oggi – dopo anoressia, sindrome ansioso depressiva e anni di analisi – ho un po’ recuperato me stessa: sposata da 4 anni ho un bimbo meraviglioso di tre anni che non riesco ad amare come merito: non so dimostrarglielo e lo tengo lontano con la scusa del lavoro che mi impegna molto. Lui, bimbo inteliggentissimo, adesso capisce questa mia lontananza e cerca la zia o il papà più della mamma e qusto mi fa soffrire non solo e non tanto per me stessa, ma soprattutto perchè a questo bimbo manca la sua mamma. A volte sono come paralizzata davanti a lui: nessuno mi ha insegnato ad amare. Ovviamente il problema si ripropone con mio marito e in tutti gli altri tipi di relazione amichevole, sociale e lavorativo. Aiutatemi ad amare e vivere al 100%.

 

Dott.ssa Rosalia Cipollina

AMORE MATERNO

Di seguito riporto un brano significativo dell’“Amore Materno”, tratto dal libro “L’arte di amare” di Erich Fromm.

 

“L’amore materno …è un’affermazione incondizionata della vita del bambino e dei suoi bisogni. Ma è necessario fare un’importante aggiunta a questa definizione. L’affermazione della vita del bambino ha due aspetti; uno è rappresentato dalle cure necessarie alla preservazione della vita e alla crescita del bambino. L’altro aspetto va oltre la pura e semplice conservazione: è l’attitudine che instilla nel bambino un amore per la vita, che gli dà questa sensazione: è bello essere vivi, è bello stare su questa terra! Questi due aspetti dell’amore materno sono espressi in modo molto semplice nella storia biblica della creazione. Dio crea il mondo e l’uomo. Ciò corrisponde alla semplice affermazione della esistenza. Ma Dio va oltre. Ogni giorno dopo che la natura, o l’uomo, sono stati creati, Dio dice: “È bello.” L’amore materno, in questo secondo giardino fa sentire al bambino che è bello essere nato; instilla nel bambino l’amore per la vita e non solo il desiderio di restare vivo. La stessa idea può essere applicata ad un altro simbolismo biblico. La terra promessa (terra è sempre simbolo di madre) è descritta come “traboccante di latte e di miele”. Il latte è il simbolo del primo aspetto dell’amore, quello per le cure e l’affermazione; il miele simboleggia la dolcezza della vita, l’amore per essa, e la felicità di sentirsi vivi. La maggior parte delle madri è capace di dare “latte”, ma solo una minoranza di dare anche “miele”. Per poter dare latte una madre non deve soltanto essere una “brava mamma”, ma una donna felice, e non tutte ci riescono. L’amore della madre per la vita è contagioso, così come lo è la sua ansietà; ambedue gli stati d’animo hanno un effetto profondo sulla personalità del bambino; si distinguono subito tra i bambini – e gli adulti – coloro che ricevono soltanto “latte” e coloro che ricevono “latte e miele”.

In contrasto con l’amore fraterno e con l’amore erotico, che sono amori sullo stesso piano, i rapporti della madre col bambino sono, per la loro stessa natura, su un piano diverso, in cui uno ha bisogno di aiuto, e l’altro lo dà. È per questo carattere altruistico che l’amore materno è stato considerato la più alta forma d’amore e il più sacro dei vincoli affettivi. Tuttavia la vera conquista dell’amore materno non sta solo nell’amore della madre per il neonato, ma nel suo amore per la creatura che cresce. In realtà, la grande maggioranza delle madri sono madri amorose finché il bambino è piccolo e completamente legato a loro. Quasi tutte le donne desiderano avere figli, sono felici coi loro piccoli e sono premurose con loro. E questo ad onta del fatto che non ” ottengono ” niente in cambio, tranne un sorriso o l’espressione soddisfatta nel viso del bambino. Sembra che questa forma d’amore sia radicata sia negli animali che nella razza umana. Ma, qualunque sia il peso di questo fattore istintivo, nell’amore materno hanno molta importanza alcuni fattori psicologici. Uno di questi è l’elemento narcisistico. Finché il neonato continua a far parte della madre, il suo amore e il suo attaccamento possono essere una soddisfazione al suo narcisismo. Un altro elemento può essere costituito dal bisogno di possesso della madre. Il bambino, essendo debole e completamente soggetto alla sua volontà, è un oggetto naturale di soddisfazione per una donna autoritaria e tirannica.

…Ma il bambino deve crescere. Deve emergere dal grembo materno; diventare un essere completamente indipendente. La vera essenza dell’amore materno è di curare la crescita del bambino, e ciò significa volere che il bambino si separi da lei. Qui sta la differenza con l’amore erotico. Nell’amore erotico, due persone distinte diventano una sola. Nell’amore materno, due persone che erano una sola, si scindono. La madre deve non solo tollerare, ma desiderare e sopportare la separazione del figlio. 16 solo a questo stadio che l’amore materno diventa un compito così difficile da richiedere altruismo, capacità di dare tutto senza chiedere niente e di non desiderare niente altro che la felicità dell’essere amato. È anche a questo stadio che molte madri falliscono nel loro compito. La narcisista, l’autoritaria, la tirannica può riuscire ad essere una madre “amorosa ” finché il bambino è piccolo. Solo la donna veramente ” amante “, colei che é più felice di dare che di ricevere, può essere una madre amorosa durante il processo di separazione del bambino.

L’amore materno per il bambino che cresce, amore fine a se stesso, è forse la forma d’amore più difficile a raggiungersi, ed è anche la più ingannevole, a causa della facilità con cui una madre ama la propria creatura. Ma proprio a causa di questa difficoltà, una donna può essere una madre veramente amorosa solo se può amare; se è capace di amare H proprio marito, altri bambini, il prossimo, tutti gli essere umani. La donna che è incapace di amare in questo modo, può essere una madre affettuosa finché il bambino è piccolo, ma non può essere una madre amorosa. La condizione per esserlo è la volontà di affrontare la separazione, e, anche dopo la separazione, la capacità di continuare a amare.”

Sempre tratto dallo stesso libro questo brano sulla concezione dell’ “altruismo materno”

“La natura dell’altruismo si manifesta in modo particolare nell’effetto che la madre ” altruista ” ha sui propri figli. È convinta che il suo altruismo insegnerà ai figli a provare che cosa significhi essere amati, e ad apprendere, a loro volta, che cosa significhi amare. L’effetto del suo altruismo, tuttavia, non corrisponde mai alle sue aspettative. I bambini non mostrano la felicità delle persone convinte di essere amate; sono tesi, timorosi del giudizio materno, e ansiosi di appagare le sue speranze. Di solito, sono colpiti dall’ostilità repressa della madre verso la vita, ostilità che essi sentono oscuramente, restandone spesso influenzati. Nell’insieme, l’effetto della madre “altruista” non è troppo diverso da quello della madre egoista anzi, spesso è peggiore, perché l’altruismo della madre impedisce ai figli di criticarla. Si sentono nell’obbligo di non deluderla; imparano, sotto la maschera della virtù, il disprezzo per la vita. Chiunque abbia possibilità di studiare l’effetto di una madre dotata di genuino amore per se stessa, può vedere che non c’è niente di più utile che dare a un bambino l’esperienza di ciò che è amore, gioia, felicità, che solo può ricevere il bambino amato da una madre che ama se stessa.”

 

Dott.ssa Rosalia Cipollina

DIPENDENZA AFFETTIVA VERSO I FIGLI

“L’amore materno per il bambino che cresce, amore fine a se stesso, è la forma d’amore più difficile a raggiungersi, ed è anche la più ingannevole, a causa della faciltà con cui una madre ama la propria creatura. Ma proprio a causa di questa difficoltà, una donna può essere una madre veramente amorosa solo se può amare, se è capace di amare il proprio marito, altri bambini, il prossimo, tutti gli esseri umani. La donna che è capace di amare in questo modo, può essere una madre affettuosa finchè il bambino è piccolo, ma non può essere una madre amorosa. La condizione per esserlo è la volontà di affrontare la separazione, e anche dopo la separazione, la capacità di continuare ad amare.” Erich Fromm

 

I brani citati rapppresentano uno spunto di riflessione sul ruolo di essere genitori senza sviluppare una dipendenza affettiva verso i figli.
Oggi mariti e mogli si aspettano di essere l’uno per l’altro la maggior fonte di calore, affetto e sostegno; essi considerano il loro matrimonio come una sorta di rifugio; vivono in funzione reciproca per ricaricarsi quando le energie vengono meno, trovare insieme una soluzione ai problemi, consolarsi, dividere gli alti e i bassi della vita familiare ed extrafamiliare.
Questo grande carico di aspettative che ognuno dei due coniugi riversa sull’altro diventa inevitabilmente causa di tensioni e conflitti.
Una delle principali fonti di conflitto è la divisione dei compiti relativi ai lavori domestici e alla cura dei bambini. Anche nelle coppie che si ripropongono una divisione equa di tali compiti in realtà, dopo la nascita del bambino, le donne svolgono più lavori domestici di prima e i padri si occupano dei bambini meno di quanto loro stessi avessero previsto.
Il grado di coinvolgimento degli uomini incide sulla percezione che le loro mogli hanno della qualità del matrimonio e della vita familiare.
Meno un padre si sente coinvolto nella cura dei figli, più è probabile che lui e la moglie perdano fiducia nel rapporto di coppia.
I principali fattori di ostacolo ad una equa suddivisione dei ruoli familiari è la difficoltà nel sradicare l’idea che l’allevamento dei figli sia compito delle donne. Gli uomini non hanno modelli maschili di riferimento, e le donne difficilmente riescono a rinunciare al ruolo di figure primarie di accudimento.
Gli uomini si aspettano che le loro mogli siano esperte di bambini fin dall’inizio; si sentono a disagio davanti alla propria inadeguatezza e basta un minimo di critica, anche implicita, perché rimettano il bambino nelle mani dell’esperta.
Le donne che sono madri a tempo pieno possono sentirsi minacciate se i loro mariti diventano troppo abili. Molti padri si sentono tagliati fuori da un ruolo centrale (cambiare un pannolino dopo che la mamma ha allattato non gli sembra un contributo importante) così rinunciano e si buttano nel lavoro dove sanno di poter offrire un contributo visibile.
Più gli uomini assumono ruolo attivo nella cura dei figli , più confusa o negativa è la reazione dei propri genitori. Molti nonni considerano i ruoli familiari paritari come una minaccia o una critica alla famiglia tradizionale. Questa tensione intergenerazionale, sottile ma efficace, mette un freno allo slancio dei padri.
L’economia dell’occupazione e l’assenza di adeguati servizi di assistenza extrafamiliare spingono i padri a lavorare e le madri a restare a casa.
Per essere sicuri che i nostri figli crescano nella atmosfera familiare giusta dobbiamo:

– Sentirci soddisfatti di noi stessi e della nostra vita.

– Risolvere il problema del “chi fa cosa”, invece di evitarlo.

– Provare a fare i conti con ciò che ci tormenta nelle relazioni con i nostri genitori.

– Pensare al modo di conciliare lavoro e famiglia dedicando il giusto tempo ad entrambi.

– Metterci d’accordo su quelle che pensiamo siano le esigenze di nostro figlio e sul modo di soddisfarle.

Se sapremo far funzionare meglio il nostro rapporto di coppia saremo anche dei buoni genitori.

Le seguenti, indicazioni di massima utili a meglio svolgere la funzione genitoriale, pur ribadendo che quest’ultima rimane unica ed irripetibile per ogni situazione, serviranno per commettere qualche “errore” di meno ed essere più consapevoli della proprio funzione genitoriale.

  1. Cercate di vedere il mondo dal punto di vista di vostro figlio. Mettete da parte tutte le idee che vi siete fatti su di lui e riflettete su chi è vostro figlio, quali sono le piccole grandi prove che affronta quotidianamente, e in che maniera le affronta
  2. Immaginate come apparite agli occhi di vostro figlio. Se per lui siete genitori severi, affettuosi, invadenti, autorevoli o altro…Questa nuova prospettiva potrebbe modificare il modo in cui vi ponete nei suoi confronti, il modo di parlargli e ciò che dite.
  3. Considerate i vostri figli perfetti così come sono. Accettateli per quello che sono, senza pretendere che siano più simili a voi o a come pensate che dovrebbero essere.
  4. Siate coscienti delle aspettative che avete sui figli e considerate se sono veramente rivolte al loro interesse. Siate consapevoli anche del modo in cui comunicate queste aspettative e di che peso possano avere nella loro vita.
  5. Anteponete i bisogni di vostro figlio ai vostri ogni volta che sia possibile, poi vedete se c’è un terreno comune in cui anche i vostri bisogni possano essere soddisfatti.
  6. Quando vi sentite perduti, o in scacco, restate immobili. Meditate sulla situazione, su vostro figlio e su di voi. Se questo non è sufficiente a suggerirvi una soluzione, allora la cosa migliore è non fare nulla finchè le cose non si chiariscono. A volte rimanere in silenzio fa bene.
  7. Ascoltate attentamente ciò che vostro figlio vi dice. Ascoltate con le orecchie, con la testa e con il cuore.
  8. Imparate a vivere nelle tensioni senza perdere il vostro equilibrio. Vostro figlio, specialmente quando è piccolo, ha bisogno di vedere in voi il suo centro di equilibrio e di fiducia, un punto di riferimento affidabile attraverso cui può trovare l’orientamento all’interno del suo paesaggio personale.
  9. Chiedete scusa a vostro figlio quando vi accorgete di aver tradito la sua fiducia, anche in modi apparentemente insignificanti. Una scusa dimostra che avete ripensato ad una situazione considerandola dal punto di vista di vostro figlio. Attenti però a non essere spiacenti troppo spesso; le scuse perdono il loro significato se ne abusiamo, oppure diventano un modo per non assumersi le proprie responsabilità.
  10. Ogni figlio è speciale ed ogni figlio ha bisogni speciali. Non trattate i vostri figli tutti nello stesso modo perché non ne esiste uno che sia uguale ad un altro.
  11. Ci sono momenti in cui bisogna essere chiari, forti e non equivoci. Ponete delle regole facilmente identificabili e costanti, ma ammettete, solo occasionalme nte, una certa flessibilità.
  12. Il più grande dono che potete fare ai vostri figli è il vostro Sé. Fare il genitore equivale a continuare a crescere nella conoscenza e nella consapevolezza di sé. Questo è un lavoro continuo che ciascuno può portare avanti in qualunque modo gli sembri più adatto (con la psicoanalisi, con la meditazione, con l’introspezione, ecc…). Facciamolo dunque per il bene dei nostri figli e per il nostro.

Dott.ssa Rosalia Cipollina

TESTIMONIANZA: SUCCEDE ANCHE AGLI UOMINI

Sto leggendo con molto interesse il sito. Lo sto leggendo accorgendomi che le testimonianze riportate sono tutte di ragazze e donne.
Ma succede anche agli uomini
Ho 53 anni. Sono un dirigente d’azienda e dopo 22 anni di matrimonio, con una figlia di 19 anni, lo scorso luglio mia moglie , quasi con un comunicato stampa, mi ha detto “Non t’amo più”.
L’impatto è stato devastante. Per darle il tempo di riflettere , dopo aver posto mille domande sul perchè , quali ragioni, quali cause, sentendosi rispondere “Come è nato, è morto”, mi sono allontanato da casa, pensando di rientrarci dopo qualche tempo. Sono stato via due mesi, girovagando da una residence, ad un appartamento di un amico, ad un altro residence, in un periodo (agosto) in cui non c’era un cane di amico, di fratello, di cugino, di prete con cui parlare. Non potete immaginare i chilometri che ho fatto a piedi dentro Roma (ho un paio di scarpe, la cui gomma è completamente consumata; le terrò come cimelio)
Tutto questo con un braccio menomato (con due chiodi nel gomito e mobilità ridotta al 50%) a causa di un incidente di moto avvenuto ia giugno.
A metà settembre, acconsentendo alla separazione consensuale, dopo che mia moglie oltre al mantenimento per mia figlia , ha chiesto anche quello per lei (all’inizio aveva detto “So di farti male, so che soffrirai, ma stai sicuro: a te non chiederò una lira!!) sono tornato a casa, in attesa di trovare un appartamento (forse a giorni avrò una risposta). Così almeno sono potuto stare un po’ più vicino a mia figlia.
In più occasioni, con tanti atteggiamenti differenti (calmo, adirato, sarcastico, remissivo, persino compassionevole) ho cercato di farmi dire le ragioni di questa fine. Mia moglie mi ha risposto che la sua non è stata una decisione avventata, ma maturata nel corso di ben due anni, durante i quali lei non pensava si spegnasse l’amore, che poi si è, invece spento.
Il mio lavoro e l’incarico di responsabilità che rivesto mi hanno fatto essere ben poco presente in casa, specialmente da settembre 2005 a maggio 2006. Ma ogni volta spiegavo, o almeno tentavo di farlo, le ragioni di questa mia mancata presenza a casa e di obbligo di essere fuori per lavoro (in ufficio e spesso in viaggio; la mia azienda è una agenzia turistica). Ogni tanto riuscivo a strappare un week end al lavoro e organizzavo due/tre/quattro giorni a Parigi, Barcellona o nella campagna toscana. In questi brevi periodi cercavo di parlare con lei, di chiedere, di sondare. Ma lei diceva che tutto era OK, che capiva il mio lavoro, facevamo l’amore, e…..il week end finiva. Poi qualche domenica andavamo insieme allo stadio (lei è, come me, una grande tifosa romanista) .
Eppoi: una settimana terribile. Comincia a vederla assolutamente fredda. Le chiesi che succedeva e lei rispose che sentiva qualcosa scricchiolare nel nostro rapporto, ma specificando che non aveva nessuna intenzione di romperlo. Una sera mi invita a cena. E con un”comunicato stampa” , mi dice che è tutto finito.
Non credevo che una cosa del genere potesse dare tanto dolore, che io ho provato in maniera fisica; un topo che ti mangia continuamente lo stomaco, che non ti fa dormire, pensare ad altro, provare altre sensazioni se non un continuo, assoluto malessere.
Ha sempre giurato che non c’è un altro. Le poche indagini che ho fatto (senza diventare Maigret) me lo hanno confermato.
E allora la testa naviga, sul passato, su quello che hai fatto di giusto e di sbagliato, dandoti mille colpe, cercando di rivivere al rallenty mille momenti, episodi, situazioni.E soprattutto chiedendoti mille volte : PERCHE’?!’!
Poi, come scritto nel sito, da qualche parte, ti accorgi che anche gli amori più grandi possono finire e le ragioni sono mille e nessuna..Che se esamini bene il triangolo della teoria empirica sull’amore, ti accorgi che alla fine , tutti e due, non abbiamo curato bene nessuno dei tre lati. A soli 4 mesi di distanza, non te ne fai una ragione. Ancora soffro come un animale ferito. Ma ogni giorno mi dico di non essere ferito a morte e cerco aiuto. Negli amici, in uno psicologo (non mi vergogno assolutamente), in mia figlia (anche se il rapporto con la madre, stante la mia poca presenza, è, ovviamente preferenziale) ma soprattutto cercando di essere egoista quanto basta e un po’ narciso. Da quando è cominciata questa storia ho perso 18 chili (ero oggettivamente sovra peso) e adesso sto facendo, almeno tre volte a settimana, sport per mantenermi.
Riesco a mettermi anche i jeans, con cui prima mi sentivo ridicolo.
Insomma: piccolo messaggio a chi come me sta soffrendo. Parafrasando Borrelli “Resistere, resistere, resistere!!” e soprattutto non aver paura di farsi dare una mano (anche da un dottore se necessario)
Un grande in bocca al lupo a tutte e a quei pochi tutti che non si vergogneranno di scrivere la propria storia su questo bellissimo sito
Giuliano
Grazie a lei Giuliano, per la sua testimonianza. Sappiamo benissimo che succede anche agli uomini (nel privato professionale me ne capitano tanti). Ma gli uomini, paradossalmente, hanno meno “coraggio” a raccontarsi. Cordiali saluti .

TESTIMONIANZA: CONCLUSIONE DI UN MATRIMONIO

Mi chiamo Francesco ho 41 anni.
Ho letto la testimonianza di Giuliano “Succede anche agli uomini”.
La mia storia ha alcune analogie con la sua anche se la fine dell’amore di mia moglie e’ stata vissuta da entrambi nel corso di 2 anni.
La conclusione del matrimonio non e’ stata improvvisa ma annunciata dopo 2 anni di tormenti in cui sia lei che io abbiamo cercato i motivi (e forse li avevamo anche trovati: la mancanza di figli , la non realizzazione professionale, il non sentirsi da me in piu’ occasioni considerata ) ma soprattutto le soluzioni per recuperare i sentimenti che lei provava per me.
In questi 2 anni iniziati con la frase “non so cosa mi stia succedendo ma non ho piu desideri sessuali” e’ iniziato il calvario.
Lunghissimi dialoghi spesso pacati, a volte accesi e momenti di grande sconforto. Lei che affermava che comunque il “nostro matrimonio non era in discussione” .
Poi dopo alcuni mesi una sua crisi profonda durata per circa 1 mese nella quale “non sentiva piu’ la casa come la sua” e non c’era piu’ dialogo; poi e’ sembrata tornare lentamente a risorgere anche grazie ai colloqui con uno psicologo.
E’ riemersa un po’ di progettualita’ personale e una convivenza civile durante la quale abbiamo continuato a parlare tanto. Ma tutto si e’ fermato li’, lei in una camera ed io in un’altra e nei messi successivi mi sono tante volte arrabbiato e cio’ ha solo peggiorato la situazione portandoci inevitabilmente alla separazione : l’esperienza piu’ atroce che io abbia mai vissuto. Io la amavo ancora . Tra i rimorsi quello che se ci fossimo fatti aiutare da psicologici di coppia forse avremmo avuto maggiori possibilita’ di evitare la separazione. In fondo ci siamo lasciati nel massimo rispetto e stima con tanto dolore per quello che era successo ma nell’impotenza di fare di piu’. Quando se ne e’ andata di casa credevo di morire e come si sa nell’esperienza comune, vivere nei ricordi di lei in una casa vuota e’ una delle cose piu’ angoscianti che possono capitare ad una persona. Certo c’e il lavoro , gli amici i famigliari ma comunque e’ un tuo problema esistenziale con cui devi convivere e cercare di superare. Dalla separazione sono trascorsi solo 15 giorni ed immagino che occorrera’ molto tempo ancora per elaborare questo fallimento di vita. Seguo comunque il consiglio di Giuliano “resistere, resistere, resistere” e se non basta vedro’ di farmi aiutare da qualcuno ; questa volta avro’ piu’ umilta’ cercando di non fare tutto da solo .
Francesco

1 commenti Anonimo

Ho rotto la mia storia dopo 5 anni da poco piùdi un mese. Rivedo molte analogie in quello che scrivi. Facevamo meno l’amore perchè lei si stava laureando…l’ho aiutata, poi ha trovato lavoro e si è come resa “indipendente” da me…come se di me non avesse più bisogno.
Anche io entro in una casa vissuta con lei e vorrei cambiare tutto. Mi dice che il nostro è stato un grande amore e che ha messo in conto di perderlo perchè ora vede il sentimento nel passato.
Dovrò ricominciare da capo e non mi sento in grado…spero di farcela!In bocca al lupo

SUCCEDE ANCHE AGLI UOMINI

Certo che succede anche agli uomini, succede a tutti coloro che amano! Ho 38 anni e premetto di non riuscire ad innamorarmi facilmente, questo perchè per innamorarmi devono codificarsi alcuni elementi caratteriali, della personalità e mentali (non necessariamente fisici) che mi fanno perdere la testa e non facilmente riscontrabili. E purtroppo non conosco mezze misure, non riesco a scendere a compromessi con i miei sentimenti, o amo o non amo e quindi posso solo provare attrazione fisica, la quale da sola non serve a nulla se manca un trasporto interiore. Fatta questa premessa, posso affermare con assoluta certezza di essermi innamorato solo tre volte nella mia vita, pur avendo avuto un numero maggiore di relazioni. E tutte e tre le volte sono stato lasciato. Sarà un caso? Non credo, sono convinto che se si ama troppo si ama male, se si crea una forma di dipendenza troppo forte non si è più sè stessi, ci si annulla per l’altro e si vive nel terrore di essere mollati, la forza di uno inevitabilmente fa leva sulla debolezza dell’altro. La parola d’ordine è equilibrio. Ho compreso che nella vita si deve imparare ad essere pilastri e non muri poggiati ad un pilastro, per cui se crolla quest’ultimo roviniamo miseramente anche noi. Però la ragione non basta, la comprensione di tutto ciò aiuta ma non è sufficiente a vincere l’emozione e l’impulso della sofferenza scaturenti da ciò che percepiamo come un’emarginazione, l’interruzione di un ruolo che ci faceva stare bene e rendeva la nostra vita la cosa più bella da vivere in compagnia della nostra amata donna. Il terzo innamoramento è terminato il 18 agosto, con una telefonata in cui mi disse che eravamo troppo diversi e che non potevamo stare insieme. Non riuscivo a farmene una ragione, speravo che ci avrebbe ripensato e che sarebbe stato solo un momento, anche perchè nei tanti frangenti in cui non era irascibile (faceva parte del suo carattere anche se nell’ultimo periodo si era acutizzata tale irascibilità), fino a due giorni prima di lasciarmi era dolcissima e sembrava innamorata. Sono stato male, ho pensato che mai avrei trovato un’altra ragazza come lei, una donna in grado di “prendere” tanto il mio cuore e con cui avevo immaginato i progetti di vita più belli. Sono sparito, non ho cercato di contattarla anche se morivo dalla voglia di farlo, mi dicevo: si farà risentire lei! E così è stato. Ieri mi ha contattato, abbiamo parlato del più e del meno e poi, inevitabilmente, il discorso è scivolato su di noi. Io le ho detto che ero sinceramente convinto che eravamo fatti l’uno per l’altro e lei mi ha detto che era convinta dell’esatto contrario, ribadendo, a mente fredda, di non essere innamorata ma di stimarmi tanto. Ma la cosa che mi ha fatto stare più male era la sua tranquillità, io stavo malissimo e lei era serena, mi raccontava cosa stesse facendo in questo periodo e anzi mi consigliava di non lasciarmi sfuggire eventuali occasioni femminili. Da questo dialogo ho compreso, con tutta la crudezza e il cinismo possibile, che era davvero finita. E ho anche compreso come per diciotto giorni non sono stato malissimo solo perchè covavo dentro di me la speranza che tornasse sui propri passi. Adesso che questo velo è caduto senza pietà, sto davvero male, non riesco a fermene una ragione e il pensiero ossessivo delle sue parole e di tutti i momenti belli tarscorsi insieme martella la mia mente, soprattutto quando mi trovo solo nel mio letto, avvolto dal buio della mia stanza. Tutto ciò lo scrivo nel pieno delle mie sensazioni e non sul ricordo delle stesse, e sentirmi dire “era giusto che finisse se non andavate d’accordo” oppure “nulla avviene per caso e da ciò puoi trarre importanti insegnamenti per il futuro” in questo momento serve a ben poco. Però posso affermare una cosa con sicurezza: le vicende passate costituiscono un’importante finestra sul futuro e all’inizio di questa mia testimonianza ho scritto di essere stato innamorato per tre volte nella mia vita e di essere stato lasciato tutte e tre le volte. Bene, anche le volte precedenti mi sono trovato, come adesso, in un tunnel buio da cui non intravedevo la luce, e speravo che anche per me l’uscita della galleria fosse vicina, confidavo ardentemente che quella luce potesse tornare presto ad illuminare la mia vita. E così è stato. Adesso, anche se porto dentro un dolore indicibile, riesco ad essere un pò sereno perchè so che passerà, so che il tunnel ha uno sbocco e che presto lo raggiungerò. Ed è con questa fiducia, nel momento del mio massimo dolore, che invito tutti ad averne, a vivere la forte sofferenza come una situazione temporanea che dovrà per forza finire, per farci poi ripensare a quei momenti con una tenerezza e un distacco ora inimmaginabili ma certamente tra non molto traducibili in realtà. In fondo la fede è anche questo. Un grosso in bocca al lupo a tutti e anche a me stesso! Carlo

AIUTATEMI VI PREGO

Carissimi sto soffrendo la seconda volta come un cane. dopo un matrimonio che è durato 12 anni fino il 1996. la seconda Relazione inizio il 1997 (lei oggi 34 io 42) soprattutto confittuale e durata 9 anni. adesso lei ha chiuso ilrapporto. mi ha detto ben chiaro. che a chiuso mentalmente da tempo. non sentepiu per me. poi nel momento che un amico , mi ha confermato di avere visto leicon un uomo, si scatto in me una pressione incredibile, che mi ha portato indepressione. il problema e che non accetto che lei ha chiuso, tento di tutto di riconquistarla. quanto per ore non si fa sentire. piango e cado in sofferenza. non mi sento di fare nulla. nel momento che gli telefono, ho telefona lei. incomincio a vivere, faccio i servizi di casa e altro.quanto vado a casa di lei. non mi regala neanche un squardo. gli fa fastidio che sono li. quarda con la mia presenza l´orologio. per non dirmi vai a casa. ed esco con dolore e lacrime. mi fa male. aiutatemi non so come come uscirne. e una vera e propia dipendenza. cordiali saluti Salvo (Germania)

2 commenti

Caro Salvo,
grazie per la tua testimonianza.
Abbi fiducia nel tempo, secondo la mia esperienza è sempre la migliore medicina. Ma ricorda che è fondamentale lo spirito con cui affronti le siuazioni. Sii positivo, anche se ti sembra che tutto sia perduto, che non abbia più senso la tua vita, che tu da solo non abbia un senso… non è vero, tu sei una persona unica e speciale. Oggi le cose vanno così, ma domani la vita ti sorriderà di nuovo. Ma se tu vuoi che la vita ti sorrida, sorridile tu per primo e ringrazia te stesso per tutte le cose belle che hai, per tutto il bene che fai per te e che hai fatto nel tempo. Guarda intorno a te quante cose belle ci sono, e quante altre puoi costruire tu. Ama tutto e tutti, perchè solo dall’amore può nascere altro amore. Non sappiamo se con questa donna tornerà l’amore, ma se così non fosse è solo perchè c’è qualcos’altro di buono che ti aspetta. Oggi ancora non sai cosa sia, ma un giorno riuscirai a vedere, e allora tutto sarà chiaro e darai un senso a questa sofferenza di oggi. Crea oggi qualcosa di buono e di bello.
Ti abbraccio, f.

Carissimo Salvo,
conosco molto bene il tipo di dolore che stai provando;é un travaglio mostruoso che devasta la personalità intera. Secondo me, non ci sono soluzioni
o ricette a buon mercato;sino a quando tu sarai innamorato di questa ragazza e non potrai ristabilire il rapporto,sarai costretto a soffrire le pene della privazione.
Io cercherei di risolvere il caso con un ragionamento razionale e filosofico:Chi è L’uomo? chi è la donna? ,perchè la solitudine?, c’è un futuro? perchè esiste il bisogno di un altro essere per poter vivere meglio? esiste Dio ? esiste il destino?. Secondo mè la causa di questa sofferenza è dovuta al fatto, che tu hai esperimentato il Paradiso in Terra ,avendo avuto un’esperianza amorosa con questa ragazza.(una donna per un uomo, é sempre immagine sublime e quasi oserei dire, Dio stesso.)
Caro Salvo , penso che il dolore che stai provando sia peggio del morire; resisti a questo attacco della natura ,a questo vomito di percezione,io intanto cerco di piangere con te…
Ne Usciremo vittoriosi ,perchè chi Ama lo dimostra solamente nella privazione e nell’oscurità
un abbraccio forte da Luca

POTEVO FARE DI PIU’?

Federico Età: 44 Gentile Dr.Cavaliere, credo che la mia sia una lettera come tante ma in certi momenti si ha bisogno che qualcuno ascolti le tue sofferenze. La mia e’ una storia comune , finita male ma ricca di amore, sincerita’ e disperazione. Avevo sposato Elena 10 anni fa (aveva 31 anni) dopo 10 anni di fidanzamento.Una ragazza piena di vita, un volto splendido un po’ grassottella figlia unica, generosa ed esplosiva nei mostrare i sentimenti verso il prossimo, . Da tempo pero’ era tormentata dalla ricerca di un lavoro come ragioniera che “le consentisse dimostrare le sue capacita’. Io decisamente piu’ freddo, laureato e realizzato nel lavoro. Tra di noi un bel rapporto, un sincero dialogo quotidiano che si e’ mantenuto anche nel matrimonio dove pero’ sempre piu’ Elena riversava una crescente angoscia nei confronti di insoddisfazioni professionali ripetute (ma debbo dire senza che lei avesse particolari colpe e dopo che aveva profuso un impegno intenso). Da parte mia in piu’ riconosco che, anche se a fin di bene, le facevo notare che mangiava male , doveva fare un po’ di sport e calare qualche Kg avrebbe rischiato di ammalarsi in futuro. Ci provava ma era dificile . Poi la vita non ti aiuta: non siamo riusciti ad avere figli , i genitori di lei buoni e generosi apparivano pero’ dipendenti dalla figlia nelle quotidiane scelte della vita e questo la angosciava. Aveva una passione per i cani e quello che aveva si e’ paralizzato e per 7 anni lei lo ho gestito in casa quasi come un figlio .Nel 2005 Elena comincia ad essere diversa , non mi desidera piu’, appare piu’ assente anche in casa. Cento volte ci parliamo per capire cosa stia succedendo ma Lei rimane sempre vaga. Anche a domande dirette ribadisce che il nostro matrimonio non era in discussione ma non aveva desideri sessuali. Cerco di capirla, da poco ha deciso (ed io non l’ho contrastata per non causarle dei sensi di colpa )di non proseguire i tentativi medici per avere figli e stava concludendo l’ennesima esperienza di lavoro negativa. Poi comincia ad essere afflitta da una insonnia feroce in parte controllata con ansiolitici. Andiamo al mare nell’estate del2006 e a vederla in “superficie” sembra la solita Elena: affettuosa egenerosa . Al mare pero’ la svolta ; durante una discussione ammette che “probabilmente” ha perso nei miei confronti i sentimenti di un tempo: “forse e’ finita, le storie nascono e finiscono”. Rimango allibito anche se a posteriori era una logica evoluzione degli eventi. Elena si trasforma completamente esce di casa con nuove amiche 3-4 sere la settimana, in casa e’ assente. Non parla quasi piu’, e’ un muro di gomma. La assecondo anche se in alcune occasioni nelle quali litighiamo arriviamo prossimi alla separazione legale. Poi lentamente nel corso del 2006 Elena sembra un po’ tornare a quella di un tempo, esce molto poco con le amiche , segue la casa cerca un nuovo lavoro ma ormai dorme in una camera separata.Per 2 volte ha colloqui con uno psicologo , un po’ la aiutano, me ne parla ed insieme sembriamo di nuovo uniti per cercare una soluzione a tutto cio’. Io pero’ sempre piu’ spesso alterno estrema comprensione a crisi di rabbia che la turbano profondamente. In una di queste occasioni lei di nuovo pensa alla separazione, “non puo’ fare piu’ di cosi” , mi “vuole tanto bene, sono la persona piu’ importante dela sua vita ma non si sente piu’una moglie e non vuole ferirmi ancora”.Andiamo da un legale e fra pochi giorni firmeremo la separazione. Le ho chiesto ancora ma cosa e’ successo Elena perche’ siamo arrivati a questo? Lei mi ha risposto : “vedi e’ diffile spiegarlo, tu rimani la persona migliore e piu’ importante che ho conosciuto, ma lentamente senza rendermi conto sono arrivata ad essere arida e cinica. Forse e’ stato un meccanismo di difesa ma ora dopo tanto tempo che lotto contro questo mio atteggiamento debbo vivere da sola , non ho voglia di rendere i conti piu’ a nessuno, mi spiace ma non voglio farti altro male.Il mio amore per Lei rimane comunque immutato anche per le gioie passate che mi ha dato. Il mio dolore e’ atroce ma forse il suo e’ anche piu’ grande. Guardo le foto di Elena, un volto dolce , una persona sensibile e generosa che non ho capito e che ho contribuito probabilmente a ferire. Mi rimangono anche tanti rimorsi e domande : Potevo fare di piu? Se fossimo andati da un consulente matrimoniale ? Non sono stato abbastanza paziente ? Se non avesi avuto quelle crisi di rabbia forse altro tempo ci avrebbe aiutato ? So che non potra’ fornirmi risposte certe ma un suo pensiero su cio’ che ci e’ capitato mi conforterebbe molto. Grazie ancora.

Le rispondo con un brano tratto dall'”Amore liquido” di Baumann: “Finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta.Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai.E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro.Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia.L’amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.”

NON SO’ COSA FARE

Jack Età: 35 Gentilissimo Dottore Le scrivo per la situazione che sto vivendo, sono circa 8 mesi che mi sonoinnamorato di una persona che non è mia moglie. Dopo attente riflessioni mi sono reso conto di tante cose, sposati da 9 anni ho messo sempre a tacere il mio modo di essere di fare per l’equilibrio della famiglia e nel frattempo divento papà ma quello che provo e che sento è un grandissimo affetto per mia moglie che non mi fa mancare niente da un punto di vista familiare. Ma siamo totalmente diversi nel modo di pensare, agire e nelle nostre priorità e da qui divergenze continue che non esplodono in liti ma di una serie di silenzi e compromessi che più passa il tempo è più non riesco a soportare e portare avanti e quindi esce fuori il mio vero modo di essere da lì ad essere definito “diverso e ostile”. Più volte mi è stato detto da parte di mia moglie “se sei così non dovevi sposarti” . Il punto ora che con i figli di cui sono pazzo non so come affrontare questa mia relazione, nel senso continuare o troncare o interrompere il mio matrimonio oppure continuare questa relazione che mi sentire senza inibizioni, sereno di essere me stesso.Ma allo stesso tempo non causare un trauma e/o dolori ai miei figli..non so cosa fare

NASCONDO LE MIE ESIGENZE E NECESSITA’

Vlasco73 Età: 34 Salve, sono un “ragazzo” di 34 anni, da circa un mese uscito da una relazione di due mesi con una ragazza, in cui ho nascosto le mie esigenze e le mie necessità pensando solo a soddisfare le sue; mi sono buttato a capofitto in questa relazione dopo aver passato un anno in solitudine ed aver terminato una precedente relazione altrettanto disastrosa basata sugli stessi preconcetti. Il modo in cui sto vivendo la fine di questa relazione (la sofferenza, il dolore, il non riuscire a smettere di telefonarle e mandarle messaggi, ossessionandola) mi ha spinto a rivolgermi ad un psichiatra, cugino di mio padre, che dopo un incontro mi ha consigliato di rivolgermi ad un’associazione o comunità che tratta le dipendenze comportamentali. Da premettere che all’età di 3 anni mi accadde un fatto che penso abbia segnato la mia vita e in parte giustifichi il mio comportamento. Ho vissuto la mia infanzia ad Aosta, all’età di 3 anni mio padre mi portò in Sicilia da mia nonna e mi lascio là con lei per una settimana: io non accettai il fatto e passai tutto il tempo a piangere fino a quando una brutta febbre costrinse mio padre a ritornare e riportarmi ad Aosta con lui. Da quando ho cominciato ad avere ragazze non ho fatto altro che avere un attaccamento morboso ed ossessivo a loro, chiedendo di continuo attenzioni e abbracci.La prima relazione è durata 7 anni ma è stata alquanto disastrosa perché ha annullato la mia personalità: ho dedicato tutto il tempo alla mia compagna trascurando me e i miei studi. Dopo 6 anni passati in solitudine ho intrapreso un’altra relazione aBruxelles, facendo lo stesso errore: anche questa volta dopo un anno di sofferenza lei ha deciso di interrompere la relazione; io ho continuato a stare a Bruxelles con la speranza di poterla riconquistare, ma inutilmente. All’inizio di giugno ho incontrato l’ultima ragazza di cui parlavo prima; anche qui lo stesso errore, ho dedicato tutto me stesso a lei annientando le mie esigenze e la mia personalità.Le sarei grato se potesse darmi qualche consiglio riguardo a chi rivolgermi e cosa fare per uscire da questa situazione che mi ha provocato e mi provoca un grande malessere e dolore. Attualmente risiedo a Bruxelles e vorrei contattare la DASA (Dépendantsaffectives et sexuels Anonymes) ma vorrei chiederle dei consigli circa laterapia da seguire e a chi potermi rivolgere.La ringrazioVlady

Il collega psichiatra le ha già fornito un ottima indicazione. Contatti la DASA ed in quella sede avrà maggiori chiarimenti sul percorso terapeutico da seguire. Saluti Dott. Cavaliere.

POTEVO FARE DI PIU’?

Federico Età: 44 Gentile Dr.Cavaliere, credo che la mia sia una lettera come tante ma in certi momenti si ha bisogno che qualcuno ascolti le tue sofferenze. La mia e’ una storia comune , finita male ma ricca di amore, sincerita’ e disperazione. Avevo sposato Elena 10 anni fa (aveva 31 anni) dopo 10 anni di fidanzamento.Una ragazza piena di vita, un volto splendido un po’ grassottella figlia unica, generosa ed esplosiva nei mostrare i sentimenti verso il prossimo, . Da tempo pero’ era tormentata dalla ricerca di un lavoro come ragioniera che “le consentisse dimostrare le sue capacita’. Io decisamente piu’ freddo, laureato e realizzato nel lavoro. Tra di noi un bel rapporto, un sincero dialogo quotidiano che si e’ mantenuto anche nel matrimonio dove pero’ sempre piu’ Elena riversava una crescente angoscia nei confronti di insoddisfazioni professionali ripetute (ma debbo dire senza che lei avesse particolari colpe e dopo che aveva profuso un impegno intenso). Da parte mia in piu’ riconosco che, anche se a fin di bene, le facevo notare che mangiava male , doveva fare un po’ di sport e calare qualche Kg avrebbe rischiato di ammalarsi in futuro. Ci provava ma era dificile . Poi la vita non ti aiuta: non siamo riusciti ad avere figli , i genitori di lei buoni e generosi apparivano pero’ dipendenti dalla figlia nelle quotidiane scelte della vita e questo la angosciava. Aveva una passione per i cani e quello che aveva si e’ paralizzato e per 7 anni lei lo ho gestito in casa quasi come un figlio .Nel 2005 Elena comincia ad essere diversa , non mi desidera piu’, appare piu’ assente anche in casa. Cento volte ci parliamo per capire cosa stia succedendo ma Lei rimane sempre vaga. Anche a domande dirette ribadisce che il nostro matrimonio non era in discussione ma non aveva desideri sessuali. Cerco di capirla, da poco ha deciso (ed io non l’ho contrastata per non causarle dei sensi di colpa )di non proseguire i tentativi medici per avere figli e stava concludendo l’ennesima esperienza di lavoro negativa. Poi comincia ad essere afflitta da una insonnia feroce in parte controllata con ansiolitici. Andiamo al mare nell’estate del2006 e a vederla in “superficie” sembra la solita Elena: affettuosa egenerosa . Al mare pero’ la svolta ; durante una discussione ammette che “probabilmente” ha perso nei miei confronti i sentimenti di un tempo: “forse e’ finita, le storie nascono e finiscono”. Rimango allibito anche se a posteriori era una logica evoluzione degli eventi. Elena si trasforma completamente esce di casa con nuove amiche 3-4 sere la settimana, in casa e’ assente. Non parla quasi piu’, e’ un muro di gomma. La assecondo anche se in alcune occasioni nelle quali litighiamo arriviamo prossimi alla separazione legale. Poi lentamente nel corso del 2006 Elena sembra un po’ tornare a quella di un tempo, esce molto poco con le amiche , segue la casa cerca un nuovo lavoro ma ormai dorme in una camera separata.Per 2 volte ha colloqui con uno psicologo , un po’ la aiutano, me ne parla ed insieme sembriamo di nuovo uniti per cercare una soluzione a tutto cio’. Io pero’ sempre piu’ spesso alterno estrema comprensione a crisi di rabbia che la turbano profondamente. In una di queste occasioni lei di nuovo pensa alla separazione, “non puo’ fare piu’ di cosi” , mi “vuole tanto bene, sono la persona piu’ importante dela sua vita ma non si sente piu’una moglie e non vuole ferirmi ancora”.Andiamo da un legale e fra pochi giorni firmeremo la separazione. Le ho chiesto ancora ma cosa e’ successo Elena perche’ siamo arrivati a questo? Lei mi ha risposto : “vedi e’ diffile spiegarlo, tu rimani la persona migliore e piu’ importante che ho conosciuto, ma lentamente senza rendermi conto sono arrivata ad essere arida e cinica. Forse e’ stato un meccanismo di difesa ma ora dopo tanto tempo che lotto contro questo mio atteggiamento debbo vivere da sola , non ho voglia di rendere i conti piu’ a nessuno, mi spiace ma non voglio farti altro male.Il mio amore per Lei rimane comunque immutato anche per le gioie passate che mi ha dato. Il mio dolore e’ atroce ma forse il suo e’ anche piu’ grande. Guardo le foto di Elena, un volto dolce , una persona sensibile e generosa che non ho capito e che ho contribuito probabilmente a ferire. Mi rimangono anche tanti rimorsi e domande : Potevo fare di piu? Se fossimo andati da un consulente matrimoniale ? Non sono stato abbastanza paziente ? Se non avesi avuto quelle crisi di rabbia forse altro tempo ci avrebbe aiutato ? So che non potra’ fornirmi risposte certe ma un suo pensiero su cio’ che ci e’ capitato mi conforterebbe molto. Grazie ancora.

Le rispondo con un brano tratto dall'”Amore liquido” di Baumann: “Finché dura, l’amore è in bilico sull’orlo della sconfitta.Man mano che avanza dissolve il proprio passato; non si lascia alle spalle trincee fortificate in cui potersi ritrarre e cercare rifugio in caso di guai.E non sa cosa lo attende e cosa può serbargli il futuro.Non acquisterà mai fiducia sufficiente a disperdere le nubi e debellare l’ansia.L’amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile.” Dott. Roberto Cavaliere

COMMENTO

E’ strano sentire tanta voglia di capire, di comprendere, di imparare dai propri sbagli da parte di un uomo… Scusami, ma purtroppo non ho molta stima degli uomini nella relazioni interpersonali con le donne… E’ bello sentire che c’è ancora qualche uomo che ci tiene a dare e avere delle spiegazioni, a capire… per mio conto sono come sempre qui da sola a tirare le fila di 10 anni di vita e di relazione, non ho avuto una spiegazione, il mio ex ‘uomo’ come non ha fatto niente per stare con me, non ha fatto niente per non stare con me, ma questa è una storia già raccontata.
Dal tuo racconto, ovviamente sintesi impossibile di una così lunga relazione, ci sono alcune cose non chiare per chi legge sul vostro rapporto. Posso solo esprimere ciò che sembra dalle tue parole, ma ci tengo a chiarire che nessuno, io per prima, può certo capire cosa possa esserci in anni di relazione e amore; ma certo una visione esterna e estranea può sempre servire, altrimenti non saremo qui…
A me sembra che questa donna non sia riuscita a risolvere se stessa nella relazione con te, anzi per lei la relazione è stata strumento perché la sua situazione personale si affossasse sempre più, e questo forse le ha causato del risentimento (probabilmente immotivato) verso di te…
Credo che la vostra relazione si sia trasformata piano piano, perlomeno per lei, in strumento di dolore e non di piacere e benessere. Sinceramente, penso che tu non avresti potuto fare niente più di quello che hai fatto e che stai facendo, come ad esempio quello di metterti in discussione e ammettere i tuoi limiti, è sintomatico di un rispetto verso te stesso e verso il tuo matrimonio.
Le relazioni funzionano quando c’è un percorso personale parallelo e uno insieme. L’altra persona non può essere la soluzione e lo strumento per risolversi e realizzarsi personalmente, anzi, molte volte questo è elemento di conflitto e rancore.
Per me è stato così, ho cercato di allontanare P. dalla dipendenza dalla marijuana, da quelle tre o quattro occasioni l’anno di tirare cocaina, ho cercato di responsabilizzarlo verso di me, verso di se, ho tentato, pur di non lasciarlo, di portarlo in terapia di coppia (ma lui si è ovviamente rifiutato), ho cercato di aiutarlo per alleviare la frustrazione della sua non realizzazione lavorativa (ed anch’io sono sempre stata personalmente una persona motivata, con successi personali, e tanti obbiettivi raggiunti), ecc. ecc. ecc… e ti assicuro che non ha funzionato, anzi è stato elemento, prima di gratitudine, poi di scontro, di allontanamento, di fastidio, di chiusura, di silenzi e isolamento nei miei confronti… Credo che abbia influito anche un sentimento di competizione nei miei confronti, purtroppo…
Ma non ci dobbiamo sentire in colpa, è stato fatto tutto per l’immenso amore che provavamo, nel mio caso, per una persona che non lo ha meritato, soprattutto negli ultimi anni.
Anch’io sono passata dalla depressione, alla rabbia… mi vergogno a dirlo ma ho anche alzato le mani, e mi sono fatta male, presa dall’enorme disperazione nel vedere questa storia sgretolarsi nelle mie mani… Adesso, malgrado l’enorme sofferenza, sono felice finalmente di essere riuscita lasciare una persona così sbagliata per me.
Certo, nel vostro caso l’apice probabilmente è stato raggiunto quando avete dovuto affrontare il problema di non poter avere figli, ma da ciò che scrivi sembra, che è stato solo l’apice di una sua protratta insoddisfazione di se, proiettata, come succede, anche nel rapporto con la persona che ami. Sinceramente penso, che con il segno di poi, forse è stato meglio così.
Adesso se ci fosse stato un figlio sarebbe stato ancora più doloroso e straziante.
In bocca la lupo! Un saluto. Fri

QUANTO L’HO AMATA E QUANTO L’AMO

Gentile Dr. Cavaliere, mi sono imbattuto in questo sito casualmente, cercando una risposta a tutti i miei perchè.Mi presento mi chiamo Antonino ho 46 anni, un matrimonio fallito alle spalle ed una storia D’amore bellissima ma per lei finita, io ancora non riesco a crederci. Ho letto alcune e-mail di lettori, e cosi ho deciso di scrivere anch’io.mi sono sposato all’età di 25 ed ho 3 figli che amo più della mia vita, mi sono sposato per amore con mia moglie ci siamo conosciuti che avevamo 17anni. Il nostro matrimonio è andato presto in crisi convivendo ci siamo accorti che qualcosa non andava, purtroppo il mio lavoro mi portava a lunghi periodi fuori casa, lei lo sapeva quando ci siamo sposati ma evidentemente l’impatto con la realtà per lei è stato diverso dall’ immaginazione. Dopo anni di crisi 4anni fa, mentre ero ancora sposato ho conosciuto in chat una donna anche lei sposata ed un matrimonio in crisi. Lei è una mia conterranea ma vive al nord,all’ inizio è stata amicizia ma poi pian piano l’ amicizia si è trasformata in amore. il nostro amore e stato per un certo periodo telefonico, ci sentivamo sempre e ci mandavamo sms continunamente, ma forse per questo molto forte eravamo in perfetta sintonia, ci capivamo anche dai nostri silenzi, una cosa unica, mi dava forza e vitalità.Poi ci siamo visti e questo ha rafforzato ancora di più il mio amore, era è lo è tuttora il centro del mio universo. Io passavo da lei quando rientravo dalle mie trasferte e per vederla di più riusci anche a viaggiare di più, a casa ilmio rapporto con mia moglie si deteriorava sempre più per me esisteva soloAngela, mi ero allontanato anche dal letto coniugale perchè sapevo che a lei dava fastidio che io dormissi con mia moglie. Purtroppo a causa della mia condizione di uomo sposato non riuscivo a darle di più per il momento, ma le avevo detto che mi sarei separato perchè amavo lei e solo lei. A giugno dell’anno scorso intanto lei si separa dal marito e logicamente si aspetta che anche io faccia la stessa cosa, ma al momento la mia realtà familiare me lo impediva. Nel mese di Agosto mi chiede di passare una settimana da lei ma io purtroppo non potevo mi sarei tirato la zappa sui piedi nei confronti di mia moglie. che già sapeva della miarelazione con lei. Lei a causa di questo mio comportamento si sente messa daparte ma non è cosi lei è sempre la donna che amo, solo che la mia situazionedel momento non mi permetteva di fare certe cose ma lei questo non lo capiva.Comincia a mandare sms a mia moglie ma la cosa non mi dava fastidio perchèormai il mio matrimonio era completamente finito. Poi per un certo periodo lanostra relazione sembrava in ripresa, ad Ottobre la Società per la quale lavoromi propone un trasferimento verso un altra sede, da premettere che potevoscegliere di rimanere a lavorare nella mia città, ma io scelgo il trasferimentoper potermi avvicinare un pochino a lei e per rompere ancora di più con miamoglie, e questo a lei l’ avevo detto, ma lei non si fidava più eppure ho fatto tante cose per lei, horischiato di perdere il lavoro, ho affrontato suo marito, ho provato a cercarelavoro da lei, mi sono trasferito allontanantomi dai miei figli ma lei non micredeva pensava che io la usassi per i miei comodi. durante le feste natalizielei mi chiede di passarle da lei ma io purtroppo non potevo ancora, cosi lei sistanca. La svolta avviene a febbraio di quest’anno parlo ancora una volta conmia moglie per separarmi e parto in trasferta nel frattempo lei dice di volermilasciare non mi crede più però dice che mi ama ancora. Intanto io ho un graveproblema in famiglia, nonostante questo continuo con la separarazione da miamoglie, l’ho fatto perchè mi sono reso conto che lei era il mio mondo e l’amavotanto ma mi dice che ormai era troppo tardi anche se mi amava ancora non micredeva più, io cerco di farle capire che non l’ho mai presa in giro ma leiniente sembrava che i quattro anni insieme non fossero mai esistiti. come consequenza cado in depressione la tempestavo di telefonate e adesso mi rendo conto che era un grave errore. Nonostante tutto non mi arrendo le chiedo un altra possibilità ci vediamo diverse volte, lei mi fa conoscere sua figlia alla quale mi affeziono, faccio tutto quello che un uomo può fare per dimostrare amore. Durante la depressionepensavo di farla veramente finita, non rendevo più nel lavoro ed eroabbandonato a me stesso, mi rialzo anche perchè lei mi aveva detto che miavrebbe dato un altra opportunità ed io ci credevo ancora, parto per l’ Egittoe ci lasciamo che lei avrebbe riflettuto sulla nostra situazione. Al miorientro ero ottimista non potevo pensare che una storia così bella finissemiseramente. avevo sbagliato in passato, ma la punizione mi sembrava dura avevoriflettuto sui mie sbagli e mi ero reso conto che non l’ avevo mai presa ingiro l’amavo è l’amo veramente avevo rivoluzionato il mio modo di essere e la mia vita per lei non poteva averdimenticato questo. Vado da lei senza avvisarla, volevo ferle una sorpresa, ma lei non l’ha prende bene mi dice che da 15 giorni aveva iniziato un altra storia con un altro e che ormai era tardi, il mondo mi crolla di nuovo addosso,Avevo creduto veramente che mi avrebbe dato una possibiltà l’ amavo e l’amo.Perchè mi aveva fatto conoscere sua figlia e portato a casa sua in questoperiodo se aveva intenzione di lasciarmi definitivamente? E adesso mi ritrovocon una separazione in corso( ma di questo non mi pento era inevitabile prima opoi), lontano ai miei figli che amo immensamente e che mi mancano tanto, solo,e con tanto amore nel cuore ma anche tanta amarezza. Vorrei riuscire adimenticare, lei mi dice di riprendere la mia vita, ma quale vita se la miavita era lei! Non so nemmeno perchè ho scritto, penso che l’ho fatto come sfogo perchè non ho nessuno con cui parlare e per lasciare la mia esperianza per altre persone che come me soffrono.Ora misto buttando nel lavoro, quello grazie a Dio va bene, ma mi sento vuoto dentromi sento lo stomaco come se avessi un cane che me lo morde continuamente e non so per quanto tempo durerà perchè lei mi manca, mi manca il nostro amore l’essere con lei un ttutt’uno perchè eravamo cosi. Avevamo fatto tanti progetti, e non riesco a darmi pace.Ho tanto amore dentro e non sono riuscito a dimostrarlo e questo mi fa star male. Adesso spero che almeno lei possa essere felice perchè anche lei ha sofferto e so quanto mi ha amato e spero che io possa riprendere la mia vita, anche se so che sarà molto difficile l’ amo tanto non avevo mai amatocosì, mi ero totalmente aperto a lei e mi sono ritrovato molto vulnerabile,cosa che non mi era mai successo, ma ero sicuro di noi. Non mi pento di quello che ho fatto perchè non ho fatto niente di male ho soltanto amato e lottato per amore. e di questo non bisogna mai vergorgnarsi. Io spero sempre che lei si renda conto di quanto l’ho amata e quanto l’amo e spero che questo mio dolore si calmi e lasci il posto ad un bellissimo ricordo o ad una realtà più bella. A questa mio sfogo vorrei aggiungere un altra crudeltà del destino. Ho cercatodi dimenticarla scrivendomi ad un agenzia matrimoniale on-line e ricevo ilprofilo di una donna totalmente conpatibile con me, ebbene quella donna eralei, me lo ha confermato per telefono, pensate come mi sento.

NOTE LEGALI E PRIVACY

Le testimonianze e le consulenze pubblicate sono pervenute con modalità anonima per cui non è possibile risalire al mittente o controllarne la veridicità. Inoltre testimonianze e consulenze, per motivi di privacy, sono state private di ogni riferimento dettagliato a situazioni e persone per cui ognuna di esse non è riconducibile a nessuna storia personale in particolare. Ad ulteriore tutela della privacy, chiunque in una delle testimonianze e consulenze pubblicate ravvedesse dei chiari riferimenti ad una sua vicenda personale, può richiederne la cancellazione contattando il Dott. Roberto Cavaliere.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

UOMINI CHE AMANO TROPPO

TESTIMONIANZE

Gentile Dr. Cavaliere, mi sono imbattuto in questo sito casualmente, cercando una risposta a tutti i miei perchè.

Mi presento mi chiamo Antonino ho 46 anni, un matrimonio fallito alle spalle ed una storia d’amore bellissima ma per lei finita, io ancora non riesco a crederci. Ho letto alcune e-mail di lettori, e cosi ho deciso di scrivere anch’io.

Mi sono sposato all’età di 25 ed ho 3 figli che amo più della mia vita, mi sono sposato per amore con mia moglie ci siamo conosciuti che avevamo 17anni. Il nostro matrimonio è andato presto in crisi convivendo ci siamo accorti che qualcosa non andava, purtroppo il mio lavoro mi portava a lunghi periodi fuori casa, lei lo sapeva quando ci siamo sposati ma evidentemente l’impatto con la realtà per lei è stato diverso dall’ immaginazione.

Dopo anni di crisi 4anni fa, mentre ero ancora sposato ho conosciuto in chat una donna anche lei sposata ed un matrimonio in crisi. Lei è una mia conterranea ma vive al nord, all’inizio è stata amicizia ma poi pian piano l’ amicizia si è trasformata in amore. il nostro amore e stato per un certo periodo telefonico, ci sentivamo sempre e ci mandavamo sms continuamente, ma forse per questo molto forte eravamo in perfetta sintonia, ci capivamo anche dai nostri silenzi, una cosa unica, mi dava forza e vitalità. Poi ci siamo visti e questo ha rafforzato ancora di più il mio amore, era è lo è tuttora il centro del mio universo. Io passavo da lei quando rientravo dalle mie trasferte e per vederla di più riuscì anche a viaggiare di più, a casa il mio rapporto con mia moglie si deteriorava sempre più per me esisteva solo Angela, mi ero allontanato anche dal letto coniugale perchè sapevo che a lei dava fastidio che io dormissi con mia moglie. Purtroppo a causa della mia condizione di uomo sposato non riuscivo a darle di più per il momento, ma le avevo detto che mi sarei separato perchè amavo lei e solo lei. A giugno dell’anno scorso intanto lei si separa dal marito e logicamente si aspetta che anche io faccia la stessa cosa, ma al momento la mia realtà familiare me lo impediva. Nel mese di Agosto mi chiede di passare una settimana da lei ma io purtroppo non potevo mi sarei tirato la zappa sui piedi nei confronti di mia moglie, che già sapeva della mia relazione con lei. Lei a causa di questo mio comportamento si sente messa da parte ma non è cosi lei è sempre la donna che amo, solo che la mia situazione del momento non mi permetteva di fare certe cose ma lei questo non lo capiva. Comincia a mandare sms a mia moglie ma la cosa non mi dava fastidio perché ormai il mio matrimonio era completamente finito. Poi per un certo periodo la nostra relazione sembrava in ripresa, ad Ottobre la Società per la quale lavoro mi propone un trasferimento verso un altra sede, da premettere che potevo scegliere di rimanere a lavorare nella mia città, ma io scelgo il trasferimento per potermi avvicinare un pochino a lei e per rompere ancora di più con mia moglie, e questo a lei l’ avevo detto, ma lei non si fidava più eppure ho fatto tante cose per lei, ho rischiato di perdere il lavoro, ho affrontato suo marito, ho provato a cercare lavoro da lei, mi sono trasferito allontanandomi dai miei figli ma lei non mi credeva pensava che io la usassi per i miei comodi. Durante le feste natalizie lei mi chiede di passarle da lei ma io purtroppo non potevo ancora, cosi lei si stanca. La svolta avviene a febbraio di quest’anno parlo ancora una volta con mia moglie per separarmi e parto in trasferta. Nel frattempo lei dice di volermi lasciare non mi crede più però dice che mi ama ancora.

Intanto io ho un grave problema in famiglia, nonostante questo continuo con la separazione da mia moglie, l’ho fatto perchè mi sono reso conto che lei era il mio mondo e l’amavo tanto ma mi dice che ormai era troppo tardi anche se mi amava ancora non mi credeva più, io cerco di farle capire che non l’ho mai presa in giro ma lei niente sembrava che i quattro anni insieme non fossero mai esistiti.

Come conseguenza cado in depressione la tempestavo di telefonate e adesso mi rendo conto che era un grave errore. Nonostante tutto non mi arrendo le chiedo un altra possibilità ci vediamo diverse volte, lei mi fa conoscere sua figlia alla quale mi affeziono, faccio tutto quello che un uomo può fare per dimostrare amore. Durante la depressione pensavo di farla veramente finita, non rendevo più nel lavoro ed ero abbandonato a me stesso, mi rialzo anche perchè lei mi aveva detto che mi avrebbe dato un altra opportunità ed io ci credevo ancora, parto per la Tunisia e ci lasciamo che lei avrebbe riflettuto sulla nostra situazione. Al mio rientro ero ottimista non potevo pensare che una storia così bella finisse miseramente. Avevo sbagliato in passato, ma la punizione mi sembrava dura avevo riflettuto sui mie sbagli e mi ero reso conto che non l’ avevo mai presa in giro l’amavo è l’amo veramente avevo rivoluzionato il mio modo di essere e la mia vita per lei non poteva aver dimenticato questo. Vado da lei senza avvisarla, volevo farle una sorpresa, ma lei non l’ha prende bene mi dice che da 15 giorni aveva iniziato un altra storia con un altro e che ormai era tardi, il mondo mi crolla di nuovo addosso. Avevo creduto veramente che mi avrebbe dato una possibilità l’amavo e l’amo. Perchè mi aveva fatto conoscere sua figlia e portato a casa sua in questo periodo se aveva intenzione di lasciarmi definitivamente?

E adesso mi ritrovo con una separazione in corso (ma di questo non mi pento era inevitabile prima o poi), lontano ai miei figli che amo immensamente e che mi mancano tanto, solo,e con tanto amore nel cuore ma anche tanta amarezza. Vorrei riuscire a dimenticare, lei mi dice di riprendere la mia vita, ma quale vita se la mia vita era lei! Non so nemmeno perchè ho scritto, penso che l’ho fatto come sfogo perchè non ho nessuno con cui parlare e per lasciare la mia esperienza per altre persone che come me soffrono. Ora mi sto buttando nel lavoro, quello grazie a Dio va bene, ma mi sento vuoto dentro mi sento lo stomaco come se avessi un cane che me lo morde continuamente e non so per quanto tempo durerà perchè lei mi manca, mi manca il nostro amore l’essere con lei un tutt’uno perchè eravamo cosi. Avevamo fatto tanti progetti, e non riesco a darmi pace. Ho tanto amore dentro e non sono riuscito a dimostrarlo e questo mi fa star male. Adesso spero che almeno lei possa essere felice perchè anche lei ha sofferto e so quanto mi ha amato e spero che io possa riprendere la mia vita, anche se so che sarà molto difficile l’amo tanto non avevo mai amato così, mi ero totalmente aperto a lei e mi sono ritrovato molto vulnerabile,cosa che non mi era mai successo, ma ero sicuro di noi. Non mi pento di quello che ho fatto perchè non ho fatto niente di male ho soltanto amato e lottato per amore. Di questo non bisogna mai vergognarsi.

Io spero sempre che lei si renda conto di quanto l’ho amata e quanto l’amo e spero che questo mio dolore si calmi e lasci il posto ad un bellissimo ricordo o ad una realtà più bella. A questa mio sfogo vorrei aggiungere un altra crudeltà del destino. Ho cercato di dimenticarla scrivendomi ad un agenzia matrimoniale on-line e ricevo il profilo di una donna totalmente compatibile con me, ebbene quella donna era lei, me lo ha confermato per telefono, pensate come mi sento.

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Carissimi sto soffrendo la seconda volta come un cane. Dopo un matrimonio che è durato 12 anni, la seconda Relazione (lei oggi 34 io 42) soprattutto conflittuale e durata 9 anni. Adesso lei ha chiuso il rapporto. Mi ha detto ben chiaro, che a chiuso mentalmente da tempo. Non sente più niente per me. Poi nel momento che un amico , mi ha confermato di avere visto lei con un uomo, si scatto in me una pressione incredibile, che mi ha portato in depressione. Il problema e che non accetto che lei ha chiuso, tento di tutto di riconquistarla. Quanto per ore non si fa sentire, piango e cado in sofferenza. Non mi sento di fare nulla, nel momento che gli telefono, o telefona lei, incomincio a vivere, faccio i servizi di casa e altro. Quanto vado a casa di lei, non mi regala neanche uno sguardo. Gli fa fastidio che sono li. guarda l´orologio, per non dirmi vai a casa. Esco con dolore e lacrime. Mi fa male. aiutatemi non so come uscirne. e una vera e propria dipendenza. cordiali saluti Salvo (Germania)

COMMENTI

Caro Salvo, grazie per la tua testimonianza.

Abbi fiducia nel tempo, secondo la mia esperienza è sempre la migliore medicina. Ma ricorda che è fondamentale lo spirito con cui affronti le situazioni. Sii positivo, anche se ti sembra che tutto sia perduto, che non abbia più senso la tua vita, che tu da solo non abbia un senso… non è vero, tu sei una persona unica e speciale. Oggi le cose vanno così, ma domani la vita ti sorriderà di nuovo. Ma se tu vuoi che la vita ti sorrida, sorridile tu per primo e ringrazia te stesso per tutte le cose belle che hai, per tutto il bene che fai per te e che hai fatto nel tempo. Guarda intorno a te quante cose belle ci sono, e quante altre puoi costruire tu. Ama tutto e tutti, perchè solo dall’amore può nascere altro amore. Non sappiamo se con questa donna tornerà l’amore, ma se così non fosse è solo perchè c’è qualcos’altro di buono che ti aspetta. Oggi ancora non sai cosa sia, ma un giorno riuscirai a vedere, e allora tutto sarà chiaro e darai un senso a questa sofferenza di oggi. Crea oggi qualcosa di buono e di bello. Ti abbraccio, f.

Carissimo Salvo, conosco molto bene il tipo di dolore che stai provando;é un travaglio mostruoso che devasta la personalità intera. Secondo me, non ci sono soluzioni o ricette a buon mercato;sino a quando tu sarai innamorato di questa ragazza e non potrai ristabilire il rapporto,sarai costretto a soffrire le pene della privazione. Io cercherei di risolvere il caso con un ragionamento razionale e filosofico: Chi è L’uomo? chi è la donna? ,perchè la solitudine?, c’è un futuro? perchè esiste il bisogno di un altro essere per poter vivere meglio? esiste Dio ? esiste il destino?. Secondo mè la causa di questa sofferenza è dovuta al fatto, che tu hai esperimentato il Paradiso in Terra ,avendo avuto un’esperianza amorosa con questa ragazza.(una donna per un uomo, é sempre immagine sublime e quasi oserei dire, Dio stesso.) Caro Salvo , penso che il dolore che stai provando sia peggio del morire; resisti a questo attacco della natura ,a questo vomito di percezione,io intanto cerco di piangere con te… Ne Usciremo vittoriosi, perchè chi Ama lo dimostra solamente nella privazione e nell’oscurità . un abbraccio forte da Luca

FALLIMENTO

Gianni Età: 48 Egregio Dottore, meglio un dolore lancinante che una ferita sempre aperta, vero?

Allora, storia simile a tante altre, la mia: venticinque anni fà ormai, alle soglie del matrimonio ormai fissato, mia moglie ebbe un ripensamento confessato a me solo perché, poco più che ventenne avrebbe dovuto trasferirsi a molte centinaia di chilometri dai suoi affetti e dalle sue amicizie d’infanzia (come me del resto). Dietro mia insistenza ci fu il ripensamento e l’accettazione. Questo credo sia stato il peccato originale che ho commesso che non ho mai espiato a sufficienza. Per questo motivo ho perdonato una sua prima distrazione che si concesse con un comune “amico” conoscente in occasione di uno dei tanti periodi che trascorreva per i motivi su esposti presso la famiglia d’origine. Stetti molto male ma perdonai e mi impegnai ancor di più. Ho condotto la mia vita nell’interesse di mia moglie e dei figli. Mi sono sempre concesso poco. Ciò che facevo, l’aiuto sostanzioso che ho sempre dato in casa, rinunciando nei primi anni anche alla carriera è sempre stato da lei sempre poco apprezzato e riconosciuto perché ritenuto a torto o ragione dovuto; in ogni caso non mi è mai pesato e mi ha sempre gratificato. C’era il piacere di donare all’altro una parte di me. Lei invece ha continuato a sentirsi poco gratificata perché ha vissuto, come dicevo, con dolore il distacco geografico dalla sua famiglia di origine. Pur amandoci i nostri dissidi hanno avuto sempre questa origine. E per questo motivo ho sempre accettato, e solo quando la convivenza si protraeva oltre il sopportabile, a malincuore, di condividere molto del nostro tempo e la nostra casa e le feste comandate con i suoi familiari.

Avrei voluto stare solo con lei in occasione della nascita del primo figlio ma con il pretesto dell’aiuto in casa ho accettato la presenza in casa della di lei madre per lunghi periodi come fatto ineluttabile, quasi fosse la “condicio sine qua non” della tranquillità di mia moglie ed, in definitiva,dell’integrità della nostra unione.

Sono stato molto attento sempre alla qualità del nostro rapporto e queste cose che le scrivo le ho evidenziate mentre accadevano ma ho trovato su quest’aspetto sempre un muro invalicabile da parte sua, e solo per paura di perderla non ho posto quello che, col senno del poi, sarebbe stato un salutare aut-aut al momento dovuto. Per un lungo periodo ha sempre anteposto gli interessi affettivi verso la sua famiglia d’origine piuttosto che per la “nostra” famiglia. Periodi comunque alterni bilanciati da molti momenti sereni e veramente felici. Sempre per non incrinare il rapporto ho condiviso il suo desiderio di avere un secondo figlio; i primi tre anni sono stati difficili per le notti insonni, il comune lavoro di entrambi di giorno e il primo figlio da accudire. Non so se per questo o per le sue pregresse mancate gratificazioni si profilò cupo all’orizzonte il suo secondo tradimento che io accidentalmente scopersi sul nascere. Per me iniziò un secondo periodo buio, accettai di nuovo e con un lungo lavorio faticoso di entrambi siamo riusciti a superare anche questo. Da allora, vuoi per la maturità vuoi per l’ormai acquisita integrazione sociale e lavorativa lei ha raggiunto finalmente una sua serenità ed equilibrio. E qui viene il bello: quando avrei finalmente potuto raccogliere i frutti di una unione che ha resistito superando diverse difficoltà ho iniziato io (che ho sempre avuto occhi solo per lei) a scambiarmi degli imbecilli sms con una collega che peraltro non ho mai ritenuto alla mia portata. Ed invece il giochetto ormai iniziato quattro anni fa, e che all’inizio candidamente confessai anche a mia moglie, mi ha completamente annientato. Perché non ho mai accettato questa passione e sono riuscito a darle sfogo solo grazie a momenti particolari e contingenti ma mai consapevolmente programmati e vissuti; il mio rigore, non me lo ha mai consentito ma soprattutto perché, analizzandomi, non ho mai accettato che questo “incidente” possa arrivare a determinare il fallimento di una vita (con quel che ho investito!) e di esserne, per giunta, addirittura io la causa! Più mi negavo però e più la passione e l’ossessione e la dipendenza crescevano in ciò non agevolato dalla Signora che pur accettando a parole la mia volontà di non avere una storia parallela, da convinta assertrice del “carpe diem” non ha perso occasione per dimostrarmi il suo interesse ed il suo affetto (definito anche amore) in questi lunghi anni. Mi sono sentito in un cul di sac incapace di prendere una decisione. Alla fine in qualche occasione la passione si è scatenata e su di me ha avuto un effetto dirompente. Unitamente agli inevitabili sensi di colpa ho sentito l’assoluta necessità, fortemente credendoci, di tornare nel mio guscio protettivo e mai più di uscirne riuscendo a guardare con disincanto e distanza anche l’altra. Perché? Durava purtroppo poco questa sensazione perché il desiderio anche solo di vederla e i sensi di colpa, questa volta nei confronti dell’altra, non mi hanno mai indotto a troncare questa che per il 95% del tempo è stata solo una complice amicizia ed un amore inespresso e sempre nella fase dell’innamoramento. Sono prostrato, svuotato senza più interessi nei confronti della vita e della mia famiglia. Sto male anche fisicamente e mi domina unicamente il dolce pensiero della Signora salvo poi ripiombare nei sensi di colpa nel caso riuscissi di nuovo a lasciarmi andare. Mi infastidisco dopo un nostro incontro se mi chiama, ma sbircio 100 volte il cell nei giorni successivi in attesa di un suo segnale! Ho deciso di non assumere alcun farmaco e sono ricorso all’aiuto di una terapeuta la quale ha evidenziato oltre al mio rigore assoluto la mia assoluta indisponibilità a concedermi alcunché oltre ad una presunzione smisurata.

Da laico, seppur bacchettone, in cuor mio non credo che concedersi un’amica di cuore faccia parte degli spazi individuali consentiti in un rapporto di coppia! Inoltre non ho mai ritenuto di potermici abbandonare perché l’ho sempre ritenuto, oltre che banale, una debolezza inaccettabile (dopo aver biasimato quella di mia moglie..) quasi un’arrendevolezza agli eventi. Vorrei insomma poter condividere un giorno l’aforisma che le difficoltà aiutano a crescere, di aver sofferto ma di avercela fatta! Invece…sto sempre peggio i miei stati d’animo dipendono dalla mutevolezza dell’umore della Signora. Sono geloso ma non posso permettermelo perché non c’è ufficialmente storia e per di più l’altra potenziale alternativa credo stia ormai svanendo. Dopo aver masochisticamente sperato per anni che ciò accadesse adesso ne soffro maledettamente! Da una settimana, infatti, dopo l’ultimo incontro la Signora mi ha confessato di aver staccato (pur nell’occasione baciandomi con ardore…).

Ho deciso dopo aver letto la sua “Teoria del Distacco Totale” di tentare per l’ennesima volta questa strada almeno perché i sensi di colpa nei confronti della Signora non hanno più motivo di esistere. E’ difficile data la colleganza, spero di farcela. Che poi arrivi ad un risultato dopo quattro anni mi pare ormai obiettivamente difficile ma non ho altre alternative. La cosa che veramente invece non credo riuscirò a riconquistare è la voglia e la gioia di vivere anche per le piccole cose quotidiane in famiglia. Una delusione, drammatica, dottore, lei dice, può aprire la via ad una nuova occasione; nel mio caso l’agognata alternativa futura che soppianta quella perduta è un vestito ormai logoro. Mi trovo a vivere in una realtà che ormai non mi appartiene più perché ho in mente l’altra? quando l’altra non ci sarà più mi piacerà di nuovo? o l’altra è solo il detonatore delle mie contraddizioni? Causa od effetto? Di una cosa sono certo mi annienterò accettando una vita senza stimoli ma non credo riuscirò a prendere atto del fallimento (se di questo dovesse trattarsi). Forse le mie difficoltà sono queste…

COMMENTO

Buonasera, stessa età stessa durata del matrimonio, stessa situazione tranne il fatto che io, la moglie, non l’ho mai tradito o a suo dire ho tradito il suo grande amore verso di me non amandolo come avrebbe voluto lui. Oggi le mie tenerezze non le vuole più perchè sta esplorando alla ricerca della donna ideale che io non posso più essere. I miei cambiamenti non sono più importanti per lui, ha sofferto e ora vuole farmi soffrire, ma sta soffrendo ancora anche lui, perchè, come me, non accetta il fallimento. Io lo aspetto da dove siamo partiti per ricominciare, se mai lo vorrà, come se fosse la prima volta.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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