DIPENDENZA AFFETTIVA

“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.” (Robin Norwood)


La problematica della dipendenza affettiva è recente: nasce sull’onda del successo, negli anni ’70,di un libro della psicologa americana Robin Norwood “Donne che amano troppo”. Tracce di tale tipo di dipendenza si possono rinvenire anche prima, ad opera di altri studiosi. Lo psicanalista Fenichel nel 1945 nel libro Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amoredipendenti ad indicare persone che necessitano dell’amore come altri necessitano del cibo o della droga.

Nella dipendenza affettiva, l’amore verso l’altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, pur presentando, rispetto a quest’ultime una differenza sostanziale: essa si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Una premessa è d’obbligo: è normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell’innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di “fondersi coll’altro”, ma questo desiderio “fusionale” collo stabilizzarsi della relazione tende a scemare. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi ci si tende a “fondersi nell’altro”.

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali “vuoti affettivi” dell’infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni, ci si “maschera” replicando antichi copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.

Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l’altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un aiuto “malato” in cui si diventa “codipendenti”, anzi si rafforza la dipendenza dell’altro, perchè possa essere sempre “nostro”. In questi casi la persona non è assolutamente in grado di uscire da una relazione che egli stesso ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive. Quasi sempre c’e incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progetti di vita diversi se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca.

Chi è affetto da tale tipo di dipendenza s’identifica con la persona amata. La caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.I dipendenti affettivi sono ossessionati da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e durataura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura “amplificato”. Non ci si rende conto che l’amore richiede onesta e integrità personale perché l’amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l’amore. Chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l’altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente sé stesso.

Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di se, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità. A questo riguardo Interessanti sono anche le considerazioni della psichiatria Marta Selvini Palazzoli. A suo parere quello che incatena nella dipendenza affettiva è l‘Hybris, vale a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo

Il già citato psicanalista Fenichel è del parere che gli amoredipendenti necessitano enormemente di essere amati nonostante abbiano scarse capicità di amare. Essi elemosinano continuamente dal partner maggior amore ottenendo, però il risultato opposto. Si legano a partner che considerano non adatti a loro, ma nonostante ciò li renda arrabbiati ed infelici non riescono a liberarsi di quest’ultimi.

La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fascie d’età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.Esse hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.

Attualmente, la dipendenza affettiva, non è stata classificata come patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici, come il DSM IV e si cerca di farla rientrare nei vari disturbi contemplati in essi, anche se ricerche svolte in questo campo, come quelle di Giddens, la considerano come un disturbo autonomo. Secondo quest’ultimo la dipendenza presenta alcune specifiche caratteristiche: L’”ebbrezza” (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione dei partner, che gli è indispensabile per stare bene). La “dose” – il soggetto affettivamente cerca “dosi” sempre maggiori di presenza e di tempo da spendere insieme al partner. La sua mancanza lo getta in uno stato di prostrazione. Il soggetto esiste solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete. L’aumento di questa “dose”non di rado esclude la coppia dal resto del mondo. Se la dipendenza è reciproca la coppia si alimenta di se stessa. L’altro è visto come un’ evasione, come l’unica forma di gratificazione della vita. Le normali attività quotidiane sono trascurate quotidianamente. L’unica cosa importante è il tempo trascorso con l’altro perché è la prova della propria esistenza, senza di lui non si esiste, diventa inimmaginabile pensare la propria vita senza l’altro. Tutto ciò rivela un basso grado di autostima, seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si è “lucidi” su questo tipo di relazione con l’altro, s’intuisce che la dipendenza è dannosa ed è necessario farne a meno. Ma subentra la considerazione di essere dipendenti e ciò rafforza il basso livello d’autostima personale e quindi spinge ancora di più verso l’altro che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere. Quindi ogni tentativo di riscatto dalla propria dipendenza muore sul nascere.

A queste caratteristiche comune a tutte le dipendenze, elaborate da Giddens, nè aggiungerei, un’altra, non presente nelle altre dipendenze: la PAURA. Paura ossessiva e fobica di perdere la persona amata, che s’alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo che si percepisce. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una telefonata per avere paura di un’abbandono definitivo.

Inoltre nel soggetto affetto da tale tipo di dipendenza è possibile rintracciare una sorta di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: “Non posso stare nè con tè, nè senza di tè”. “Non posso stare con tè” per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant’altro si subisce. “Non posso stare senza di tè” perchè è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.

Riepilogando i sintomi della dipendenza affettiva sono (l’elenco è lungi dall’essere esaustivo):

  • Ossessione dell’altro
  • Paura di perdere l’amore
  • Paura dell’abbandono, della separazione
  • Paura della solitudine e della distanza
  • Paura di mostrarsi per quello che si è
  • Senso di colpa
  • Senso d’inferiorità nei confronti del partner
  • Rancore e Rabbia
  • Coinvolgimento totale e vita sociale limitata
  • Gelosia e possessività

Concluderei con una considerazione:

Un’amore autentico nasce dall’incontro fra due unità e non due metà

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

Invito a visionare il film “Adele H” la storia della prima dipendente affettiva

PET THERAPY

Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perso in modo estremamente pericoloso il sano intelletto animale: vedono in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice. 
(Friedrich Nietzsche)

Sostituire un’amore con un’animale? No, certamente. Ma un’animale ci può sicuramente aiutare all’interno di una relazione in crisi, di una dipendenza affettiva, di fronte alla fine di un amore. Ci allevia il dolore, è una delle tante strategie autoteraputiche che ci aiuta. In grego tecnico si chiama Pet Therapy. Ma parliamone più dettagliatamente.

La Pet Therapy nasce in America nel 1953 ad opera dello psichiatra Boris Levinson che constatò che mentre assisteva un bambino autistico, quest’ultimo relazionando col suo cane, traeva maggior giovamento dalle sedute terapeutiche. Ma le prime e vere terapie con animali risalgono alla fine degli anni ’70 quando Turk proponeva ai malati mentali di migliorare il loro autocontrollo anche attraverso il prendersi cura degli animali.

Dopo questi studi ne sono seguiti tantissimi altri che hanno dimostrato che gli animali domestici, e non solo, oltre ad essere amici dell’uomo possono anche diventare una medicina per integrare le terapie classiche per la cura di soggetti con patologie di carattere psicologico e comportamentale.

Entrando nello specifico, oggi, con l’espressione Pet Therapy o quella italiana di “terapia per mezzo degli animali” si indicano tutti quegli interventi di tipo educativo, ricreativo e/o terapeutico condotti con animali , finalizzati a migliorare la qualità della vita. Per cui non più applicazioni solo terapeutiche ma anche educative e ricreative. Questi interventi di Pet Therapy possono essere condotti in differenti contesti sia da professionisti che da volontari, adeguatamente formati, con animali che hanno determinate caratteritiche.

E ‘importante puntualizzare che la Pet Therapy non è una terapia da effettuare in sostituzione di altre forme di terapia, ma unitamente ad esse.Essa và calibrata a seconda della persona, del paziente e della patologia da curare.Ciò perché tale terapia non è adatta per ogni persona e per tutte le patologie.In generale, si devono tenere presenti non solo le aspettative, la personalità e la patologia del paziente, ma anche le naturali propensioni dell’operatore e dell’animale.

Ad esempio la Pet Therapy non è consigliabile quando le persone che non sono in grado di prendersi cura di altri esseri viventi, a causa delle loro condizioni psicofisiche, o soprattutto quando ci si tende a comportarsi in modo molto possessivo nei confronti dell’animale.

E’ inoltre sconsigliabile quando c’è la presenza di problematiche oggettive come deficit del sistema immunitario; persone con gravi disturbi psichiatrici che si manifestano con la violenza, fobie specifiche nei confronti degli animali, allergie.

Gli obiettivi possono essere di vario tipo, soprattutto cognitivi e psicologici:

  • aumento dell’ attenzione
  • miglioramento dell’autostima
  • riduzione dell’ansia
  • riduzione del senso di solitudine
  • maggiore padronanza di concetti come taglia, colore, ecc.
  • stimolazione della partecipazione ad attività di gruppo e alle interazioni con gli altri.

I meccanismi fondamentali d’azione della pet therapy sono:

  • Di tipo comunicativo. Lo stile comunicativo uomo-animale, fondandosi su un linguaggio molto semplice, con ripetizioni frequenti, tono crescente e interrogativo, presentando similitudini con quello che le madri utilizzano con i loro bambini, produce un effetto rassicurante, sia in chi parla, sia in chi ascolta. Inoltre, l’animale non potendo valutare, contraddire, correggere le affermazioni della persona, permette di essere più spontanei, meno ansiosi, senza il timore del giudizio altrui. Oltre ad essere ricca di elementi della comunicazione non verbale quali tatto, vista, olfatto.
  • Di tipo ludico. Il gioco e il divertimento che s’instaura con gli animali soprattutto cani e gatti. Con tutti gli effetti positivi per il nostro benessere psicofisico dovuti al gioco, al divertimento ed alle risate, sempre più difficile trovare nelle relazioni fra umani.
  • Di tipo interattivo . La presenza di un animale, spesso, può essere motivo di conversazione con altre persone costituendo così un modo di relazionarsi.
  • Di responsabilizzazione. Prendersi cura di un animale significa consapevolezza e assunzione delle proprie responsabilità, che saranno diverse a seconda della propria età e delle proprie possibilità, come nel caso dei bambini.
  • Di tipo affettivo. Il legame che si viene a creare tra uomo e animale può sopperire parzialmente la mancanza di un rapporto affettivo fra umani. Anzi può essere un modello relazionale-affettivo da trasferire in seguito ai rapporti fra le persone. Questo modello è di tipo positivo perché l’animale ispira fiducia, empatia, calore permettendo così di migliorare, per vicarietà, anche un rapporto negativo dal punto di vista relazionale-affettivo che abbiamo cogli altri.

Bisogna stare attenti, però, a non “sostituire” le persone con l’animale. Il pericolo maggiore è insito nella circostanza che l’animale non ci “delude” non è fonte di “frustrazione”, come avviene nei rapporti con esseri umani. Alla lunga può portare ad un “isolamento relazionale”. A quel punto il rimedio è peggiore del male che si vuole curare. Tutto ciò è particolarmente vero nelle dipendenze affettive, dove la dipendenza può avvenire nei confronti dell’animale. Dipendenza apparantemente più “innocua”, ma proprio per questo più subdola e pericolosa.

Non dobbiamo dimenticare, infine, anche il rispetto e le cure che dobbiamo all’animale stesso. Non è né un’oggetto, né un essere da trattare a nostro piacimento

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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CINETERAPIA

La Cineterapia è una terapia psicologica “alternativa” che si basa sulla visione dei film ed è nata ad opera dello psicoterapeuta statunitense Gary Salomon. Quest’ultimo si rese conto che diversi disagi psicologici, da un semplice stato d’animo a vere e proprie patologie della psiche, possono trarre beneficio, in maniera più o meno evidente a seconda della situazione,dalla visione di un film o di vari films, da vedere sia al cinema che in ambito domestico. Infatti, è anche abbastanza evidente, che in determinati momenti dolorosi e tristi per noi, vedere un film che rappresenta una situazione in qualche maniera simile a quella del nostro disagio può esserci in qualche modo d’aiuto.

Il beneficio è più evidente nelle persone che non alzano barriere tra se stesse e lo schermo, barriere che non sono altro che la ripetizione di quelle che si alzano fra sé stesse e le proprie emozioni. Se si lascia “coinvolgere” dal film possiamo trarne i seguenti benefici:

  • aumentare la capacità di sognare e di rievocare ricordi sepolti o latenti,
  • rendere meno traumatiche paure profonde,
  • favorire una riflessione interiore o sulle relazioni con i propri cari,
  • aiutare ad operare una netta distinzione fra ciò che è bene e ciò che è male,
  • identificazione nell’eroe di turno al fine di provare le sue stesse sensazioni sia di dolore che di felicità,
  • cercare di capire che a volte non siamo i soli ad affrontare un determinato problema,
  • un ruolo psicoeducativo volto a favorire l’elaborazione d’eventuali soluzioni, attraverso la proposizione di modelli cognitivi e comportamentali,
  • una maggiore considerazione del punto di vista altrui.

E’ sopratutto nel campo delle emozioni che la cineterapia aiuta. Spesso si ha difficoltà a manifestare ed analizzare le proprie emozioni perché spaventano o sono portatrici di una sofferenza dilaniante. Nel film se ci riesce ad immedesimarsi o identificarsi nel protagonista si ottiene il risultato di rivivere tutta una gamma di emozioni che, normalmente non riusciremmo a vivere per i motivi sopraccitati. Il film ci permette man mano che si svolge di mantenere una distanza da esse, rivivendole, appunto, senza provare eccessiva sofferenza.

Una puntualizzazione è da farsi. Lo stesso film “terapeutico” per un determinato disagio, non è detto che lo sia per tutti. Fondamentale è la capacità del film stesso d’entrare in quella che chiamo la “risonanza emotiva individuale” dello spettatore. Quest’ultima può variare in base all’età, alla cultura, al momento particolare in cui si trova lo spettatore. Ecco perché a volte film che vengono definiti altamente terapeutici possono non sortire nessun effetto, nessuna emozione, lasciando addirittura indifferenti. D’altronde anche lo stesso film, che in un determinato momento, è stato terapeutico per uno spettatore, potrebbe non esserlo por lo stesso spettatore in un determinato momento. Parafrasando un proverbio “ci vuole il film giusto al momento giusto”:

Una generalizzazione, anche abbastanza evidente, possiamo però farla. E’ quella che riguarda i film “comici”. La loro “terapeuticità” è universale ed è legata agli effetti benefici della risata. Ridere per la visione di un buon film comico, aiuta indipendentemente dalla situazione in cui si trova.

In relazione alla ricettività nei confronti della cineterapia possiamo dividere le persone in tre tipologie.

Spettatori indifferenti . Sono quelli per i quali vedere un film è un mero passatempo senza nessun coinvolgimento emotivo. Essi alzano una barriera tra loro e la trama del film senza lasciarsi coinvolgere da quello che vedono. O più semplicemente non considerano il cinema uno strumento per provare emozioni, perché probabilmente ritengono che determinate emozioni abbiano un loro valore solo se sono vissute in prima persona, nella vita reale. Sarebbe utile anche per quest’ultimi provare a lasciarti andare un po’ di più davanti ad un film.

Spettattori attenti . Questi davanti alla visione di un film durante il seguimento della storia da un lato sono attenti alle proprie emozioni, per comprendere se potrebbero coincidere con quelle dei protagonisti, dall’altro riescono a mantenere un distacco sufficiente a trasformare la visione in un normale piacere e divertimento.

Spettatori coinvolti. I film per quest’ultimi sono altamente “terapeutici”. Si immedesimano ed s’identificano nei protagonisti delle storie, raggiungendo così il difficile obiettivo di riflettere sulle proprie emozioni senza esserne travolti. I film per loro rivestono anche un ruolo psicoeducativo ai fini del miglioramento del proprio equilibrio psicologico.Possono, però, correre il rischio di sognare ad occhi aperti.

 

BLOG SULLA CINETERAPIA

http://cineterapiasullamore.blogspot.com/

http://blog.libero.it/CINETERAPIA/

 

FILM PER CINETERAPIA:

VEDI ANCHE I TRAILERS DI FILM SUL MALdAMORE

Se la filmografia sul mal d’amore è enorme, non lo è altrettanto dal punto di vista terapeutico. Infatti la maggior parte di questa filmografia è “strappalacrime” senza essere d’ausilio per chi soffre di dipendenze affettive o di mal d’amore. Proveremo comunque ad indicare dei film, che possono essere, in qualche modo di “sostegno”, invitandovi a fare le vostre segnalazioni al riguardo a info@maldamore.it

I GIORNI DELL’ABBANDONO (2005) Olga (Margherita Buy) è una giovane donna felicemente sposata e madre di due figli. Improvvisamente abbandonata dal marito, sprofonda nella disperazione ed entra nella dolorosa spirale della perdita del sé. Un precipizio che la costringe ad una discesa infernale dentro se stessa, a riconsiderare il suo destino di donna, nel tentativo di ristabilire un ordine alla sua vita interiore e quotidiana. Il mondo che le ha lasciato in eredità il marito le appare ostile, figli compresi, e Olga si ritrova a vagare inquieta come la più furiosa delle erinni.

UBRIACO D’AMORE (2002) La storia di un ragazzo timido, introverso e vessato psicologicamente dalle sue sorelle, ben sette! La storia di una ragazza probabilmente ferita dalla vita che riesce a vedere oltre l’apparenza. La storia di chi vive sfruttando le debolezze degli altri. La storia di chi vuole cambiare la propria vita. La storia di chi trova dentro di se energie incredibili, insomma… una storia migliore di tante altre perché creata da tanti piccoli frammenti di vita vissuta, e non omologata ai piatti gusti di un pubblico onnivoro, pronto ad ingerire qualunque cosa purché non richieda uno sforzo eccessivo (tratto da filmup.leonardo.it)

SE MI LASCI TI CANCELLO (2004) Joel e Clementine si amano alla follia ma sono troppo diversi. Così, un giorno, Clementine decide di farsi estirpare la sezione della memoria relativa alla loro storia d’amore. Quando Joel lo scopre vuole sottoporsi allo stesso trattamento, ma all’ultimo momento capisce di amare troppo Clementine e di non volerne cancellare il ricordo… Inizia così una corsa contro il tempo per poter salvare l’amata nei recessi della sua mente.

IN THE MOOD FOR LOVE (2000) La storia è semplice: ad Hong Kong, nel 1962, il giornalista Chow ha appena traslocato con sua moglie in un nuovo appartamento in affitto. Nello stabile che li ospita incontra Li -Zhen, una donna giovane e assai bella che s’è da poco trasferita lì in compagnia del marito. I due trascorrono molto tempo insieme, dato che le professioni dei rispettivi coniugi li lasciano spesso soli: sino a quando non scoprono che codesti ultimi intrattengono una relazione…Da qui in avanti, il film diviene diario minuto, attento, sottile del nascere d’un sentimento: anche se, avverte subito Li-zhen, “noi non saremo mai come loro”. L’attrazione che li spinge l’uno nelle braccia dell’altra resterà, quindi, per sempre tale: ne saranno segni massimamente evidenti lo sfiorarsi delle mani, uno sguardo che appena si sofferma, un gesto di cortesia che dura un attimo in più. (tratto da www.tempimoderni.com).

MANUALE D’AMORE Il film si divide in quattro filmati: ‘L’innamoramento’ – Tommaso è un disoccupato innamorato di Giulia, una ragazza borghese. ‘La crisi’ – Barbara, impiegata in un laboratorio di analisi, e Marco, istruttore di scuola guida, si trovano ad affrontare la loro prima crisi matrimoniale. ‘Il tradimento’ – Ornella, una vigilessa che ha subito un tradimento, si accanisce contro gli uomini multandoli senza motivo. ‘Abbandono’ – Goffredo cerca di superare l’abbandono da parte della moglie con l’aiuto di un audiolibro intitolato “Manuale d’amore”.

NON TI MUOVERE (2004) In seguito ad un incidente stradale, la figlia di un neurochirurgo finisce in coma, il fatto da l’occasione al padre per confidare alla figlia la sua vita passata e in particolare per parlare di una relazione extraconiugale avuta tanti anni prima.

PARLAMI D’AMORE (2002) E’ la storia del rapporto tra Justine (Judith Godrèche) e Richard (Niels Arestup), sposati con tre figli. L’uomo, scrittore affermato, è stanco del rapporto con la moglie, ma la ama ancora. La donna, dall’altra parte, è stanca del fatto che il marito non la capisca, e forse non lo ama più.

SCELTA D’AMORE (1991) Hilary, infermiera, assiste e cambia la vita del giovane e ricco Victor, colpito da una grave forma di leucemia. Di estrazione sociale e culturale opposta, i due giovani finiranno per diventare complementari e alla fine l’amicizia diventerà amore.

AL DI LA’ DEI SOGNI (1998) L’amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito, nulla neanche l’al di là può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un Paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Chris non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un “angelo” molto particolare.

AL DI LA’ DELLE NUVOLE (1995) Il film é formato da quattro storie d’amore viste da un regista cinematografico. Nella prima un ragazzo talmente innamorato della sua ragazza decide di non passare al rapporto fisico per tenere vivo il desiderio. Il regista incontra a Portofino una ragazza che gli confessa di aver ucciso il padre. A Parigi una coppia decide di dividersi. Infine in Provenza due innamorati scelgono un amore platonico.

L’AMORE IMPERFETTO Sergio, trent’anni, lavora in un centro commerciale. Angela, sua moglie, è spagnola e aspetta il loro primo figlio. Il bambino sembra destinato a vivere solo pochi giorni a causa di una grave malformazione, ma per ragioni diverse entrambi i genitori, anziché rassegnarsi, decidono di lottare per questa vita.

PER SEMPRE (2003) Giovanni, avvocato di successo, è solo uno delle tante vittime di Sara, affascinante professionista che non riesce ad avere una relazione stabile con gli uomini. Le sue storie sono basate su momenti di passione travolgente e laceranti fughe. Giovanni non è abbastanza forte per sostenere il peso di un gioco amoroso dalle regole crudeli e cade in uno stato di profonda depressione.

Cineterapia per la gelosia: L’INFERNO – Chabrol Francia 1993 – A 35 anni, Paul Prier dopo aver acquistato, indebitandosi, l’hotel in riva al lago in cui ha lavorato, sposa la graziosa Nelly. Dopo la nascita di un bel bambino, Vincent, il superlavoro e i numerosi brindisi coi clienti costringono Paul a ricorrere ai sonniferi per addormentarsi la sera. Un giorno trova la moglie al buio con il giovane meccanico Martineau: guardano diapositive, ma il tarlo del sospetto nasce in Paul che comincia a spiare la consorte quando va in città dalla madre o per acquistare una borsetta sul cui prezzo gli mente, o quando pratica lo sci d’acqua con Martineau, fermandosi su un’isoletta per riposare per mezz’ora con il giovane. Sconvolto, Paul rientra solo a tarda notte, con angoscia del personale e disperazione della moglie che, dopo aver riso in passato della sua gelosia, si rende conto che è un fatto grave e tenta di calmarlo vietando a Martineau di tornare all’hotel e rinunciando alle sue gite in città. Ma la gelosia dell’uomo è patologica: anche durante l’innocente proiezione che Duhamel, un cliente cineamatore, ha fatto di vari episodi, compreso quello dello sci d’acqua, Paul immagina la moglie abbracciata con Martineau; fa una scenata ai clienti e la schiaffeggia. Al ritorno dalla città Paul trova l’hotel al buio e Nelly che gira per le stanze a dare candele. Il presunto amante diventa ora nella fantasia di Paul il cameriere Julien che è sceso in cantina con lei per azionare l’interruttore; poi Duhamel, che ha due bicchieri vuoti in stanza. Anche la perdita del braccialetto in soffitta provoca le ire e i sospetti di Paul che, esasperato, prende Nelly con la forza. La donna il giorno dopo va dal medico che decide di far rinchiudere Paul, fingendo che sia la donna ad aver bisogno di ricoverarsi. Ma mentre l’ambulanza sosta alla porta dell’hotel durante la notte, con Nelly legata e chiusa in camera, Paul immagina di tagliarle la gola con un rasoio.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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DIALOGO SOCRATICO E DIPENDENZA AFFETTIVA

Il dialogo socratico è un metodo d’indagine filosofica, descritto per la prima volta da Platone nei Dialoghi ed è anche chiamato metodo “maieutico”. La maieutica è un termine che deriva dal greco e significa “l’arte della levatrice ” (o “dell’ostetricia”). L’accostamento tra la maieutica ed i dialogo socratico è originta da Socrate che paragona l’arte della dialettica a quella della levatrice: come quest’ultima, Socrate intendeva “tirar fuori” all’allievo pensieri assolutamente personali, al contrario di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l’arte della persuasione.Socrate fingeva di abbassarsi al livello culturale del discepolo ponendogli domande e rendendolo partecipe delle proprie. Solo in questo modo e attraverso il dialogo, Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice. Come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le piccole verità dal discepolo. La stessa psicanalisi si rifà all’arte della maieutica.

Il dialogo socratico, basato su domande e risposte tra Socrate e l’interlocutore di turno, procede per confutazione, ossia per eliminazione successiva delle ipotesi contraddittorie o infondate. Esso consiste nel portare gradualmente alla luce l’infondatezza di tutte quelle convinzioni personali che siamo abituati a considerare come scontate, come vere, e che invece rivelano, ad un attento esame, la loro natura di “opinioni”. Tale metodo è detto “maieutico” (ostetrico) in quanto è fondato non sul tentativo di vincere l’interlocutore con una propria verità, ma su quello di condurre per mano l’interlocutore con una serie di brevi domande e risposte a portare l’interlocutore a dichiarare la propria ignoranza: a riconoscere,cioè l’impossibilità di avere verità definitive. Parte integrante di questo metodo è il ricorso a battute brevi e taglienti in opposizione ai lunghi discorsi degli altri.

Socrate dichiara il proprio “non sapere”, perciò nessuna delle confutazioni che egli opera potrà essere basata sulla contrapposizione di una verità che Socrate conosce all’errore dell’interlocutore. Di conseguenza, Socrate si impone un metodo di discussione che faccia affidamento solo su ciò che l’interlocutore afferma, accetta e riconosce da sé.
Come si può dimostrare falsa un’affermazione senza contrapporgliene direttamente una vera? La risposta è: esaminando le conseguenze di tale affermazione. Dopo aver chiesto all’interlocutore di pronunciarsi esplicitamente e chiaramente su ciò che ritiene vero attorno ad un certo tema, Socrate procede derivando, da quello che l’interlocutore ha fissato come punto d’avvio, delle conseguenze, delle quali l’interlocutore non era chiaramente consapevole. Questa è la “messa alla prova” delle credenze dell’interlocutore.

La confutazione può avvenire in diversi modi, dotati di diverso grado di forza argomentativa.

Il modo più forte è quello della “reductio ad absurdum” . In questo caso, dall’ipotesi esaminata derivano delle conseguenze che la contraddicono o che si contraddicono fra loro, e l’ipotesi deve, perciò, essere scartata. L’applicazione nei dialoghi socratici di questa modalità non è, però, continua né esclusiva, e neppure molto frequente.

Un esempio piuttosto elaborato di reductio ad absurdum applicato da Socrate lo troviamo nel dialogo intitolato Ippia minore . Alla conclusione del dialogo, Socrate porta l’interlocutore ad ammettere la tesi paradossale e urtante secondo la quale chi fa il male volontariamente è migliore di chi lo fa involontariamente, e – detto ancora più chiaramente – solo un uomo buono può fare il male volontariamente: “Dunque chi volontariamente erra e di propria volontà si comporta vergognosamente e ingiustamente, un simile uomo, sempre che esista, non può essere altro che l’uomo buono”. La conclusione è contraddittoria, e ciò è evidente se sostituiamo l’espressione finale l’uomo buono con la sua equivalente colui che non fa il male. Il punto d’arrivo al quale il lettore del dialogo deve perciò giungere è che tale uomo non esiste: ossia che nessuno fa il male volontariamente. Il Taylor riassume così il senso dell’argomentazione: “L’uomo che conosce veramente il bene ma sceglie qualcos’altro non può esistere, come non può esistere un quadrato rotondo, ed è appunto perché tale persona non esiste che si possono asserire a proposito di lui i paradossi più audaci”.

Il secondo modo è la riduzione al falso ; rispetto all’ipotesi o alle sue conseguenze vengono presentati degli esempi tratti dall’esperienza che non possono essere inquadrati entro l’ipotesi e perciò la contraddicono (chiamiamoli “controesempi”). Pur senza essere impossibile, l’ipotesi risulta – così – non vera; le cose non vanno come l’ipotesi prevede.

Questa modalità è di carattere oggettivo, poiché si riferisce alla verità delle credenze che sono nella mente di una persona ed alla loro compatibilità, a prescindere da chi le sostiene. In questo senso la possiamo dire “più forte”: se applicata correttamente, infatti, è tale da mostrare falsa la tesi a cui si applica. Per il chiarimento e per un esempio riportiamo un breve passo dalla Storia della logica dei coniugi Kneale, nel quale tale modalità viene paragonata alla “reductio ad absurdum”: “Socrate aveva adattato ai propri fini il metodo di Zenone. . È difficile arrivare a qualcosa di certo sulla dottrina del Socrate storico, ma quei passi platonici che, per la loro drammaticità, sembrano la testimonianza più attendibile al riguardo, fanno pensare che Socrate non fosse meramente un amatore della conversazione filosofica, ma un uomo che praticava una ben definita tecnica di confutazione delle ipotesi: mostrare che esse comportavano delle conseguenze incompatibili o inaccettabili. […] Ma si noti che la confutazione socratica differisce da quella zenoniana in questo: non v’è bisogno che le conseguenze tratte dalle ipotesi siano autocontraddittorie; in certi casi esse possono essere semplicemente false”. Il caso delle conseguenze “semplicemente false” è esemplificato dai Kneale con un passo del Menone : nell’esame dell’ipotesi dell’insegnabilità della virtù se ne deriva la conseguenza che se la virtù fosse insegnabile allora gli uomini più virtuosi l’avrebbero trasmessa ai loro figli; ma alcuni casi clamorosi di insuccesso di genitori illustri e virtuosi (Temistocle, Pericle…) i cui figli risultarono inetti falsificano l’ipotesi. Qui l’ipotesi è falsificata da un dato di fatto incompatibile con essa.

Una terza (più debole) modalità è il conflitto di credenze fra convinzioni diverse dell’interlocutore. A rigore, così, non si dimostra che l’ipotesi in questione sia falsa, ma solo che l’interlocutore sostiene diverse tesi che non possono essere tutte vere; almeno una di esse dovrà essere falsa, anche se non sappiamo quale. La discussione mette in risalto le contraddizioni che l’interlocutore portava con sé senza esserne consapevole.

Questa più debole forma di confutazione è molto frequente nei dialoghi socratici, e spesso prende l’aspetto più interessante ed affascinante. È soprattutto attraverso questa frequente modalità che l’insegnamento di Socrate si rivolge direttamente alla persona che egli “interroga”, e ne svela i conflitti interni, svolgendo così una “terapia dell’anima” e quindi anche della dipendenza affettiva.
Presa di per sé, la si può chiamare confutazione solo in un senso improprio, perché, a regola, non sappiamo mai, da essa sola, quale delle tesi che si contraddicono sia da considerare confutata. Se le tesi in conflitto sono due, sappiamo solo che non possono essere entrambe vere, ma le altre possibilità rimangono tutte: può essere falsa l’una, o l’altra, o entrambe.
Prendiamo un esempio dall’ Eutifrone . In un primo passaggio Socrate chiede ad Eutifrone se siano vere le storie mitologiche sugli dei e sui loro conflitti e sulle inimicizie intercorrenti fra loro. Eutifrone risponde affermativamente: la credenza in tale mitologia è una componente profonda della sua personalità e delle sue convinzioni. Poco dopo, però, Eutifrone – che si proclama esperto della santità (ossia di tutto ciò che riguarda il rapporto fra gli uomini e gli dei) – afferma che “pio” (o “santo”) è ciò che è “caro agli dei”. In sostanza egli sta sostenendo che esiste un sapere attorno a ciò che è “caro agli dei”, e che sulla base di tale sapere gli uomini (guidati da esperti, quali Eutifrone) possono regolarsi in pratica nei loro rapporti con essi. A questo punto Socrate fa notare l’incompatibilità fra la credenza nei miti sul conflitto fra gli dei (se questi ultimi sono in conflitto, ciò implica che gradiscano cose diverse) e la pretesa di conoscere ciò che è caro agli dei con la sicurezza che Eutifrone ostenta. Ciò che è caro agli dei sarà controverso (un dio amerà ciò che un altro odia) e – di conseguenza – il sapere compatto e sicuro attorno a tale soggetto sarà impossibile.

Proviamo ora, a chiarire meglio questa particolare mossa del dialogo socratico. Uscendo per un attimo fuori dal contenuto letterale del testo, cerchiamo di immaginare alcune conseguenze estreme ed esemplari che si sarebbero potute trarre dalla difficoltà, se solo Eutifrone ne fosse stato più consapevole. I tipi di esito sono tre:

  • si lascia cadere la credenza nei miti, e si salva la convinzione che si possa avere un sapere attorno alla divinità. In questo caso la divinità si concepisce come qualcosa che non può essere descritto con i racconti tradizionali, ma che è in sé razionale (conoscibile con l’indagine) e coerente. Il santo e l’empio saranno così derivabili senza rischio di contraddizioni da tale nozione della divinità. Questa è la soluzione che, senza che lo pronunci qui apertamente (è Eutifrone, e non è lui, a dover sbrogliare la matassa!), Socrate mostra di preferire,
  • si conservano le credenze nel conflitto degli dei e si rinuncia a trovare una regola, comprensibile all’uomo e da lui applicabile in pratica, attorno a come rendersi graditi agli dei (la “scienza” del santo e dell’empio). La visione che ne deriva è quella di un universo “tragico”, nel quale coltivare ciò che è caro ad una divinità può metterci in balia dell’odio di un’altra, come in effetti accade a molti degli eroi epici e tragici raffigurati nella poesia greca: di fronte alle immani forze in conflitto del divino sono inutili tutti gli espedienti della previdenza e del sapere dell’uomo.
  • si lasciano cadere entrambe le credenze. Per esempio con una posizione ateistica, oppure con una tesi simile a quella che sosterrà Epicuro (III sec. a.C.): gli dei, perfetti e beati, non hanno passioni negative (non è possibile pensarli in conflitto), ma, poiché sono perfetti, beati ed autosufficienti, sono anche indifferenti a ciò che fanno gli uomini, e nulla di umano potrà essere loro odioso né gradito.

Come si vede, dalla confutazione che Socrate rivolge ad Eutifrone, non possiamo concludere nulla su quale delle due tesi sia da considerare falsa. Sappiamo solo che non si può pretendere di affermarle entrambe. In questo consiste la “debolezza” di questa modalità di confutazione.

Il Dialogo socratico oltre ad essere utilizzato nella relazione terapeuta-paziente trova fertile campo d’applicazione anche nei gruppi d’auto-aiuto sulla dipendenza affettiva. Un possibile schema di sviluppo del dialogo potrebbe essere il seguente:

Scelta della problematica da trattare;

Ogni partecipante racconta, traendolo dalla propria esperienza reale, un esempio a suo parere significativo della problematica in questione;

il gruppo sceglie tra gli esempi proposti quello più rappresentativo;

Colui che ha proposto l’esempio scelto viene interrogato, per definire meglio gli elementi che lo compongono;

Viene definito in quali elementi è specificamente espressa la problematica;

Ridotto ai suoi elementi essenziali, la problematica viene definita con precisione e ne viene fissato il significato;

La definizione della problematica viene verificata, applicandola agli altri esempi inizialmente proposti; nel caso di incongruenze, la definizione viene modificata;

Al fine di testare maggiormente la definizione ottenuta, vengono proposti nuovi esempi;

Come ulteriore rafforzamento della sua consistenza, la definizione ottenuta viene usata per discutere questioni collaterali eventualmente emerse nel corso del dialogo

Esempio di Dialogo Socratico 
Socrate: Dunque, neppure chi diviene ricco sfugge all’infelicità, ma solo chi diviene saggio.
Alcibiade: Evidentemente.
S.: Non hanno dunque bisogno di mura, di triremi e di arsenali gli stati, caro Alcibiade, se avranno a prosperare in felicità, nè hanno bisogno di masse e di grandezza prive di virtù.
A.: Veramente no.
S.: Così se t’appresti a metter mano agli affari dello stato, correttamente e nobilmente, tu devi far parte ai cittadini della tua virtù.
A.: Sicuro.
S.: Ma potrebbe qualcuno dare ciò che non ha?
A.: E come farebbe?
S.: Per te stesso devi prima conquistarti la virtù. tu o chiunque altro che voglia governare e prendersi cura non solo privatamente di sè e delle sue cose, ma anche dello stato e dei suoi affari.
A.: E’ vero.
S.: Non devi dunque procurare potere a te stesso e allo stato per fare ciò che ti piaccia, ma giustizia e saggezza.
A.: Evidentemente.
S.: Perchè, mio caro Alcibiade, chi possieda la potenza per fare ciò che gli piaccia, ma non abbia alcun senno, cos’è probabile che gli accada, sia lui una persona o uno stato? Se per esempio un malato ha il potere di fare ciò che gli piace e, privo di ogni idea di medicina, spadroneggia a tal punto che nessuno può riprenderlo, cosa accadrà? Non si rovinerà la salute? E ciò non sarà naturale?
A.: E’ vero.
S.: Se in una nave uno avesse la libertà di fare ciò che gli pare, privo della minima idea di scienza nautica. te lo immagini cosa avverrebbe di lui e degli altri imbarcati?
A.: Lo vedo: perirebbero tutti.
S.: Se dunque, in questo stesso modo, nello stato e in ogni altro tipo di governo e di dominio viene a mancare la virtù. ne consegue il vivere male?
A.: Per forza.
S.: Quindi non è il potere tirannico, mio ottimo Alcibiade, che ti devi procurare, nè a te stesso nè allo stato, ma la virtù, se volete prosperare in felicità.
A. E’ vero.
Da PLATONE. Alcibiade primo, tr. it. a cura di Piero Pucci, in PLATONE, Opere complete, Laterza. Bari

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

GRUPPO D’AUTO-AIUTO MALdAMORE

Gli strumenti principali con cui l’A.S.I.P.D.A.R persegue i propri scopi sono il sostegno in rete e il gruppo d’auto-aiuto Maldamore.

Il sostegno in rete avviene tramite colloqui di sostegno telefonici, via e-mail o in chat.

Il gruppo d’auto-aiuto Maldamore è un gruppo, tra persone che hanno in comune lo stesso problema e che, nel confronto paritario con gli altri, cercano di vivere momenti di condivisione, di solidarietà e di crescita.

All’interno del gruppo, ogni persona, che inizialmente si percepisce spesso solo come bisognosa d’aiuto, può sperimentare d’essere persona in grado di dare aiuto; da soggetto passivo, quindi, diviene soggetto attivo, verso se stesso e verso gli altri.

La caratteristica fondamentale del gruppo d’auto-aiuto, come già sottolineato, è l’essere un contesto paritario: l’assenza della guida di un conduttore professionista, permette a ciascun membro di non poter delegare all’esperto la responsabilità del proprio percorso e, dunque, la responsabilità complessiva di sé.

E’ prevista, comunque, la figura del facilitatore. Si tratta di un membro del gruppo, con un percorso di terapia significativo alle spalle, che ha seguito una specifica formazione, finalizzata a fornirgli gli strumenti di gestione della comunicazione, e che ha solo la funzione del facilitatore della comunicazione stessa. Con questo patrimonio conoscitivo ed esperienziale ed essendo, in più, portatore dello stesso problema degli altri, il facilitatore può permettersi di portare, all’interno del gruppo, il proprio vissuto emotivo e di utilizzare l’esperienza gruppale per la sua personale crescita.

In una fase di costituzione iniziale del gruppo di auto-aiuto, lì dove non è possibile individuare od avere la figura del facilitatore, è prevista la figura di un professionista, che non tenterà una parodia della terapia di gruppo, ma cercherà di attuare le stesse identiche funzioni del facilitatore.

Sintetizzando il gruppo di auto-aiuto offre:

accoglienza, solidarietà, incoraggiamento, sostegno
In questa prima fase, l’essere ascoltati (ascolto ricevuto) è la risposta, l’unica risposta, che si cerca; ed è ciò su cui si fonda la base sicura, che consente di passare ad una dimensione comprensiva anche dell’ascolto attivo.

empatia, affettività, confronto
Nella seconda fase, l’ascolto è divenuto attivo: l’altro è specchio di sé e in esso si ritrovano parti significative del proprio essere, della propria modalità di essere. All’altro si concede l’ascolto, nella misura in cui lo si richiede per sé: orizzontale, reciproco, non giudicante, privo di pregiudizi. E sano.

A differenza di un setting di terapia individuale o di terapia di gruppo, la democraticità del contesto di auto-aiuto ed il mettersi in gioco apertamente da parte di tutti i membri, consente a ciascuno di ascoltare in modo attivo e di poter rispondere, secondo modalità che via via si diversificano da quelle tipiche della propria vita fuori dal gruppo.

avanzamento nella consapevolezza, cambiamento
Il passaggio alla seconda fase accompagna, di conseguenza, la terza fase: quella dell’acquisizione di una consapevolezza maggiore e meno rigida di sé e dell’altro, e di conseguenza segna un cambiamento, che poi coincide con il maggior senso d’autoefficacia, benessere, capacità di trovare soluzioni ai propri problemi.

Come avviene ciò?

Come si è visto, fondamentalmente attraverso la relazione d’ascolto e risposta, o meglio l’evoluzione in tre tappe, della relazione di ascolto e risposta.

Una delle regole principali che il gruppo d’auto-aiuto si dà, dunque, è quella della sospensione del giudizio, del pregiudizio e dell’unico modello mentale, a favore della molteplicità dei punti di vista possibili.

Tale sospensione, oltre ad incoraggiare la libertà d’espressione e a facilitare il superamento della vergogna, crea le condizioni per l’accettazione dell’altro e, di riflesso, per l’accettazione di se stessi.

L’auto-aiuto coincide dunque con la possibilità reciproca di scoprirsi e con la possibilità reciproca di accettarsi.

Questo è un punto di fondamentale importanza nel susseguirsi delle tappe, che creano i cambiamenti auspicati da qualunque percorso d’auto-aiuto.

Non riteniamo che ciò che è altamente significativo, è che ognuno, senza dover aderire a delle verità presistemiche, può scoprire e vivere la propria verità; partiamo, cioè, dal presupposto che ognuno ha una sua risposta dentro, che non è applicabile a tutti gli altri.

L’impostazione di massimo ascolto, agli altri e a se stessi, permette proprio questo: l’individuazione, il riconoscimento, l’accettazione della propria identità. E non è poca cosa.

Gli obiettivi e i risultati sono spesso gli stessi ottenuti da una terapia individuale riuscita; ed è, tra l’altro, auspicabile l’integrazione tra questi due percorsi (naturalmente solo quando lo psicoterapeuta non lo viva come incompatibile).

In più, i gruppi d’auto-aiuto sono fruibili e accessibili, sia per i costi, che per l’abbattimento di parecchi limiti culturali, a molte più persone, pur sapendo non essere adeguati per la totalità

 

TESTIMONIANZA SUI GRUPPI D’AUTO-AIUTO

Buongiorno,
sono Manuela ho 37 anni e da 2 anni soffro di dipendenza da mal d’amore….non riesco ad uscirene, nonostante gli sforzi.
Sono la vittima di un “carnefice”, che per 4 anni mi ha dimostrato amore e quanto basti per farmi vivere un sogno…dopo la decisione di una convivenza….prima di convivere, mi lascia perche’ dice che sono cambiata e con il tempo scopro che lui è così, indipendente e volitivo…sempre alla ricerca di un nuovo stimolo (donna) per sentirsi vivo. io da 2 anni stò morendo….gli chiedo di vedermi, 1 volta su 10 me lo consente…e poi quando è con me…mi riempie d’insulti…e io mi lego sempre di piu’….ero la sua regina, ora sono meno di una pezza da piedi…lui ha 12 anni piu’ di me…e da quando mi frequenta sembra una persona rinata…e la sua forza sta nella mia debolezza…il sole che ha trovato in me, lo usa per calarmi nelle tenebre. aiutatemi, grazie
Ciao. Anche io, fino a un anno e mezzo fa, mi sono messa con uomini disadattati, alcolisti, approfittatori, freddi e crudeli. E mi sentivo anche in colpa per questo. Come raddoppiare la sofferenza! Fino a che ho deciso di tentare un’ulteriore strada e mi sono recata in un gruppo di auto mutuo aiuto per coalcolisti e in un altro per dipendenti relazionali. Ed è stata la mia salvezza. Il mio benessere emotivo , ora, è la mia priorità, non l’uomo problematico di turno. E’ una lotta quotidiana, perchè questi uomini sono come una droga per me. E ne incontro tanti. Ma finora sono riuscita a”glissare” e rendermi conto per tempo della mia compulsione. Sono astinente un anno e mezzo da questo tipo di uomini e, in verità, anche da altri. Ho eliminato completamente l’alcool, che, talvolta, mi dava sicurezza e disinibizione, ma, nello stesso tempo, ulteriore compulsione e difficoltà a dire di no. O, per meglio dire, un pretesto per non dire di no. Perchè stare con questi uomini è sempre stato un mio bisogno. Ora porto avanti un programma specifico per le dipendenze affettive e per il miglioramento dell’autostima e dell’amore di me stessa e ho trovato ciò che ho cercato per tutta la vita. Questo è il periodo più bello della mia vita. Ciò che ho sempre cercato fuori lo sto trovando dentro di me ed è bellissimo. Ho ancora tante cose da cambiare, ma non mi sento più così sola. Ho sempre accanto a me il genitore comprensivo e affettuoso che ho sempre desiderato:me stessa. Non posso chiedere a un uomo ciò che mi avrebbe dovuto dare mia madre o mio padre, un amore incondizionato.Ma a me stessa lo posso chiedere. Non so ancora se riuscirò mai ad avere un rapporto più sano con uomo. Quello che ora mi importa è di non viverne mai più uno malato. Grazie
Ho accostato queste due testimonianze, che mi sono pervenute casualmente insieme, perchè nella seconda c’è la risposta alla prima.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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LA TABELLA DI PERSEPOLI IN AMORE

La tabella di Persepoli prende il nome dalla famosa capitale persiana in cui sono state ritrovate migliaia di tavolette amministrative scritte in caratteri cuneiformi identificati poi con la lingua elamica, non semitica e neppure indoeuropea.

Per ottenere le cinque frasi della Tabella si legga, a partire dalla colonna di sinistra, la parola riportata in grassetto nell’ultima riga e quella riportata nella stessa colonna in un’altra riga a scelta, fino ad arrivare, senza mai cambiare la seconda riga scelta, alla colonna più a destra.

 

FATE POTETE FA PUO’ FARA’ NON DEVE
GIUDICATE VEDETE GIUDICA VEDE GIUDICHERA’ NON E’
CREDETE UDITE CREDE ODE CREDERA’ NON C’E’
DITE SAPETE DICE SA DIRA’ NON DEVE
SPENDETE AVETE SPENDE HA SPENDERA’ NON HA
NON TUTTO QUEL CHE PERCHE’ CHI TUTTO CIO’ CHE SOVENTE QUEL CHE

 

ADESSO ‘ADATTIAMO’ LA TABELLA DI PERSEPOLI ALLA LOGICA DELL’AMORE

 

FATE IN AMORE POTETE FA PUO’ FARA’ NON DEVE
GIUDICATE IN AMORE VEDETE GIUDICA VEDE GIUDICHERA’ NON E’
CREDETE IN AMORE UDITE CREDE ODE CREDERA’ NON C’E’
DITE IN AMORE SAPETE DICE SA DIRA’ NON DEVE
SPENDETE IN AMORE AVETE SPENDE HA SPENDERA’ NON HA
NON TUTTO QUEL CHE PERCHE’ CHI TUTTO CIO’ CHE SOVENTE QUEL CHE

 

Dott. Roberto Cavaliere

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LA DANZA INCONTROLLATA: OSSESSIONE E DIPENDENZA

“Scarpette Rosse” La danza incontrollata: Ossessione e Dipendenza

 

La dipendenza si connota attraverso un esplosivo agire “furtivamente” che si verifica laddove l’individuo sopprime ampie parti dell’Io tra le ombre della psiche. Egli reprime gli istinti positivi e negativi, i bisogni e i sentimenti dell’inconscio e fa si che essi dimorino nel regno delle ombre. Succede così che tale individuo si trovi a condurre una vita simulata, come se non volesse sentire o vedere qualcosa: una parte sconosciuta di sé che egli avverte in modo angoscioso. E allora procede furtivamente, ingannando sé stesso, gettando via il tesoro dei propri bisogni, delle proprie tensioni di dolore e di paura, che gli potrebbero indicare una strada per colmarli e ritrovare una gioia reale. In questo modo egli è costretto a rubacchiare morsi e pezzetti ovunque.

Quando non accettiamo una parte di noi o una nostra emozione rimaniamo soli. Fingiamo di non essere così e combattiamo in silenzio. E’ come se non respirassimo: o forse alcune volte proviamo a respirare troppo velocemente o non respiriamo affatto rifacendoci ad un ideale di perfezione del tutto o niente. L’unica alternativa al furto del piacere è un atto di coraggio rispetto all’affermazione di ciò che sentiamo e siamo fino in fondo. Ciò significa imparare ad ascoltarci anche nelle tensioni spiacevoli: imparare ad essere noi fino in fondo con i nostri limiti e le nostre risorse.

Abbiamo un’alternativa di fronte ad una falsa vita rubata: guardare e riconoscere la fame del bambino deprivato che è dentro di noi e che protesta a gran voce. Nascondere la fame di questo bambino ed il dolore e il senso di vuoto che questo comporta significa rischiare che essa ci bruci e ci consumi attraverso atti rubati compiuti come un rito magico da non rivelare agli altri.

Quando non riconosciamo la fame ci illudiamo che altri ci regalino “Le scarpette rosse” che sono in grado di stordirla e di non sentirla, di farci danzare in un mondo meraviglioso e fantastico in cui non esistono bisogni. In questo modo, ci rifiutano di vivere la vita con i suoi cicli ed i suoi ritmi di crescita e decrescita, di vita e di morte per poi arrivare ancora alla vita. Intanto la nostra fame non viene saziata ma continua ogni volta a crescere ed a diventare un buco incolmabile che ci divora.

Con le nostre scarpette ideali diamo inizio all’ultima danza: una danza nel vuoto dell’inconsapevolezza. Siamo come bambini che volteggiano lontano dalla vita e ci rifiutiamo di prendere il cibo adatto e concreto per saziarci, perché questo costa fatica e lotta. Continuiamo a danzare frenetici pensando che qualcosa di magico ci fermi o che ci fermeremo quando lo decideremo.

Ma non è così: finché non riconosciamo la fame e non sappiamo procurarci un cibo che costa fatica, dolore ma anche gioia di un pieno concreto, continueremo la nostra infinita azione senza mai fermarci. E’ necessario riappropriarci del nostro istinto vitale per riconoscere le trappole di un facile paradiso e saper dire basta. Non è la gioia di questo paradiso irreale a rendere sempre più grande il nostro vuoto, ma piuttosto la mancanza di gioia che sentiamo mentre siamo all’interno di esso.

Quando non ci rendiamo conto della nostra fame, continuiamo a danzare ed a nascondere il nostro dolore e la nostra tristezza di fronte a qualcosa che è rimasto vuoto in noi, sia solo per guardare e sentire questo vuoto, per poi decidere l’azione adeguata per poterlo colmare.

Dipendenza e fame del nostro bambino deprivato sono connesse. Finché non ci assumiamo la responsabilità della nostra parte adulta che può essere in grado di nutrire e colmare la fame del nostro io bambino continueremo a negare le nostre libertà interiori ed esterne accettando continui soprusi su di noi e le persone che amiamo. Finche non riconosciamo questo bambino deprivato, sarà lui a prendere l’intero controllo su di noi ed a ricercare qualsiasi cosa: sostanza, persona, azione, lavoro, ecce… che in quel momento subito lo possa placare. E’ necessario riprendere la capacità di sentire fino in fondo tutte le emozioni di questo bambino interiore: piacevoli e spiacevoli, per poi imparare ad essere “Buoni genitori” che sanno prendersi cura di lui. Nessun altro lo potrà fare se non noi.

Le persone trascinate dalle “Scarpette Rosse” all’inizio pensano che possa esistere un intervento esterno da parte di qualcuno o di qualcosa (es. la sostanza) che in qualche modo possa colmarle e ritrovare la risoluzione illusoria di tutte le loro tensioni. E’ come se fossero dei neonati e cercassero un grande seno con un latte non nutriente in grado di placare ogni loro bisogno. In realtà la dipendenza è una grande mamma che divora tutti i bambini che si sono perduti e li getta sulla porta del Boia.

E’ necessario tornare alla vita fatta a mano, modellata giorni per giorno: è necessario riprenderci l’adulto in grado di provvedere al bambino, anche se ciò comporta dolore.

Separarsi dalle “Scarpette Rosse” e dalla vita ideale è doloroso. Ma la separazione è una benedizione.

Troveremo la nostra strada e ricominceremo a correre con le scarpe fatte da noi magari più imperfette, ma che ci daranno la gioia di una nostra creazione.

Dott.ssa Flavia Accini

Formatrice, Psicodrammatista, esperta in tecniche di conduzione di gruppo.

 

Dott. Roberto Cavaliere

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IL LUNGO CAMMINO DEL PERDONO

Tratto dalla discussione del forum “ll lungo, lunghissimo cammino del perdono”

Argomento: Perdono

Autore: Zebretta

Selezione a cura di Carlotta Onali

 

Oggi è un giorno particolare per me: esattamente un anno fa mio marito mi ha confessato la sua relazione extraconiugale; un anno fa quella storia è finita….ed è cominciata la mia.
Non ha confessato spontaneamente: l’ho costretto quando ho scelto di smettere di non vedere.
Ricordo tutto di quel giorno: lui che tra le lacrime confessava una storia con una donna che non amava e che ciononostante non era riuscito a chiudere;il tempo; che ora era ed il silenzio…
Sono rimasta seduta sul divano incapace di dire e provare nulla.
L’unica cosa che sono riuscita a dirgli è stata : “non toccarmi”; dopo mesi di dolore, di disperazione, di annullamento di me stessa ho visto per la prima volta il dolore nei suoi occhi.
Ho passato il pomeriggio a parlare con una mia amica, sbrodolandole letteralmente addosso quello che avevo tenuto per me tanto a lungo e lei mi ha detto che ci avrei messo tanto tempo a guarire:” tra un anno sarai ancora qui a cercare di riprenderti”.
Un anno?! No no, un anno così io non lo passo….

Beh, è passato un anno, mi è passato sotto il naso senza che nemmeno me ne accorgessi.
E’ stato così pieno e così intenso che sembra ne siano passati dieci.
Della donna che ero è rimasto poco e su quel poco ho dovuto lavorare tantissimo, rimettendo in discussione tutto di me stessa, di mio marito e del nostro matrimonio.
La cosa buffa è che io ero convinta di essere una donna lineare,con un’idea estremamente radicata e ferma di cosa è giusto e cosa è sbagliato e invece adesso mi ritrovo a fare i conti con una persona complessa, con idee complesse.
E’ come percepirsi non più ad una sola dimensione ma tridimensionale.
Ho ancora tanto da scoprire di me perché sento di avere solo dato una prima piccola occhiatina dell’universo immenso che c’è dentro di me.
Questo da una parte lo trovo molto bello e stimolante, dall’altro mi spaventa.
E’ meraviglioso scoprire di possedere risorse a noi ignote ma proprio questa non conoscenza di sé implica anche non conoscere bene tutti i propri limiti e le proprie incapacità.
Ma non posso e non voglio tornare indietro.

Oggi sono ancora qui, con mio marito: è lui che mi tiene per mano, lui che mi dice che ce la possiamo fare e che mi consola nei, seppur rari oramai, momenti di crisi.
Sicuramente abbiamo camminato tanto e siamo cambiati altrettanto ma siamo anche consapevoli delle difficoltà che ancora dobbiamo affrontare.
Proseguire la nostra storia necessita il perdonare e perdonarsi.
Lui ancora non si è perdonato: per un certo verso questo mi rassicura.
Indubbiamente non è giusto ma mi da la certezza del suo essere in grado di percepire l’errore commesso.
D’altronde mi rendo conto che mi aggrappo a questo facendone una sicurezza per il nostro rapporto: ma non è sano.
Sarebbe opportuno che si perdonasse, che imparasse ad accettare che non è perfetto ed anche io dovrei fare altrettanto.

Ultimamente il tema del perdono è emerso più volte nel corso di varie discussioni e mi sembra importante affrontarlo, per lo meno io lo considero importante forse perché mi ci sto confrontando pienamente.
Ho postato qui perché credo che sia un processo necessario in tutte le storie relazionali, sia che siano finite o ancora in corso.
Ma più che altro per capire come arrivare a perdonare è necessario capire cosa è veramente il perdono

Spesso infatti si tende a confondere il perdono con la riconciliazione ma sono due atti totalmente autonomi.
Perdonare significa riuscire a vedere i limiti di chi ci ha ferito, ridargli una dimensione più reale, di persona con pregi e difetti, comprendere senza per questo giustificare.
E’ un atto che richiede profondo equilibrio interiore nonché l’accettazione profonda di noi stessi.
Comprendere ed accettare i nostri difetti e le nostre fragilità ci permette di farlo poi con gli altri.
Perdonare non significa dimenticare ma far sì che il passato non continui a ferirci, ricordare senza provare dolore.
In quest’ottica il perdono non è qualcosa che serve a chi ci ha offeso per liberarsi delle sue responsabilità ma innanzitutto un processo per liberare noi delle conseguenze dell’offesa che abbiamo ricevuto.
Non è facile perché molto spesso crediamo di aver perdonato e non è vero.

Io ho capito di non averlo fatto ancora veramente perché non riesco a ricordare senza provare dolore o rabbia in alcuni momenti.
E quando non perdoniamo l’offesa rivive nella nostra mente e nel nostro cuore continuando a ferirci.
Sono cosciente di ciò che mi impedisce di perdonare: sono arrabbiata con me stessa per avergli permesso di ferirmi e non mi fido più della mia capacità di giudizio.
Comprendo che questo mi porta sempre al punto di partenza: la scarsa accettazione di me stessa e la conseguente scarsa autostima.
Non so dire in che misura essa fosse comunque presente prima di questa dolorosa esperienza e quanto questa abbia contribuito nell’acutizzarla ma so quanto sia difficile recuperarla.
Cercando di salvare il mio matrimonio ho lavorato, sto lavorando molto sul tema del perdono.
Certo alla fine dovrò trovare dentro di me la forza e la capacità di perdonare, me stessa in primo luogo e so che la strada è ancora lunga.
Tuttavia nel lungo cammino di questo anno il confronto in questo forum mi è stato di grande aiuto e penso che il possa esserlo anche su questo tema.
Ho cercato di condensare in poche righe un argomento così difficile ma poi un post troppo lungo magari può essere faticoso da leggere.
Spero che ne nasca un terreno fertile di discussione …..
Un abbraccio a tutti

Zebretta 

ciao zebretta… dopo aver letto il tuo racconto ci sono in me sentimenti dolorosi e contrastanti: solidarietà, tristezza per quanto ti è accaduto, gioia per aver letto che il tuo matrimonio continua e che tuo marito ti tiene per mano, rammarico e delusione per il ricordo di quanto accaduto a me.
A suo tempo avevo scoperto la tresca e mettendo insieme i pezzi avevo capito quanto era successo. In quel momento ho provato una disperazione che mai avevo provato prima e che mi ha segnato permanentemente in quanto da quel momento una parte di me è cambiata, si è spenta… non sò come descriverlo. Il dolore più grande era, ed è, quando nella mia testa rivivevo i momenti in cui lei era l’oggetto del desiderio, coronato, di un’altro (lo conoscevo pure).
Ho chiesto, voluto ascoltare il suo racconto nel dettaglio per tranquillizzarla, consolarla, liberarla, capire come fosse potuto accadere. Era sera e quella notte mi chiese di dormire semplicemente con lei (ci eravamo lasciati e non ci vedevamo da diversi giorni). Una notte infinita, tormentata, con la voglia di andarmene per la sofferenza che provavo, e il desiderio di restare perchè potevo ancora guardarla mentre dormiva.
In seguito, anche lei rimase segnata da quanto accaduto e io rimasi paziente, cercando di essere il più dolce e sensibile possibile. Rimasi in attesa che le cose migliorassero, che lei superasse i suoi blocchi e le sue difficoltà… per 4 anni! 4 anni che ora mi rendo conto furono devastanti per me, per la mia persona, per la mia autostima. Per tutto quel tempo mi sono annientato: ho vissuto per lei, per far star bene lei, per far ripartire in nostro rapporto. Ho lasciato perdere tutto per concentrarmi su noi, per tornare ad essere felici. 4 anni in cui credevo di aver perdonato ma in cui in realtà soffrivo, il ricordo (frequente) mi logorava, la rabbia per la non curanza del mio dolore cresceva dentro di me. Gli sforzi infiniti per accontentarla, risultare unico, migliore, valido, amabile.
Sorrido ironicamente nel pensare che per 4 anni ho atteso instancabilmente mentre lei si curava unicamente dei fatti suoi! Il comportamento da me adottato doveva essere il suo e viceversa. Invece il mio donarmi agli altri, in particolar modo alla persona che più amavo al mondo, unito al suo egoismo hanno ribaltato quanto doveva naturalmente essere.
A differenza tua zebretta, una volta capito il suo tradimento ho cercato di comprenderla e perdonarla: questo è stato il più grande errore che potessi commettere. Così facendo, lei si è liberata del fardello che portava, passandolo interamente a me, per poi lavarsene le mani: non mi ha mai chiesto perdono, scusa, non ha mai capito quanto mi avesse fatto e quale tremenda agonia stessi vivendo. Non ho mai avuto il piacere di essere preso per mano, consolato, confortato, mai, neppure una volta in tutto questo tempo.
In conclusione, mi ha lasciato: stesso copione di quel tradimento, solo che questa volta ha voluto andare oltre a quello che sostanzialmente fu una notte e via, e mossa dal desiderio di innamorarsi nuovamente, provare forti emozioni mi ha lasciato. In quel momento la gelosia nel pensare lei ancora tra le braccia di un’altro e la rabbia per tutto quello che ho dovuto passare per cercare di farla stare bene mi stavano facendo impazzire e ancora non l’ho superato completamente.
Questo accadde un anno fa e, come per te, pare sia volato in un batter d’occhio: sembra ieri che mi diceva di non amarmi più. Ma allo stesso tempo, se ripenso al ragazzo che ero, ai sentimenti che provavo sembra passata un’eternità.
Ora ho paura di esser diventato più freddo, più razionale e distaccato, più attento a non essere ferito e di conseguenza più distratto, assente nei confronti di chi mi affiancherà nel prossimo futuro.
L’augurio, per entrambi, è che tutta questa sofferenza si traduca in qualcosa di meraviglioso.
Un abbraccio,

Flender


Dal punto di vista etimologico perdonare significa concedere un DONO: è così in tutte le lingue, dall’inglese ‘forgive’ al francese ‘pardonner’ ed al tedesco ‘vergeben’. Non sono molte le persone predisposte all’atto di donare, ed anche se dal punto di vista etico o religioso si può essere d’accordo sul principio,…………… metterlo in pratica è tutt’altra cosa
Il perdono implica la propria liberazione da un nemico interno, costituito dall’odio.
L’odio, come l’amore, è un sentimento molto forte, che può legare indissolubilmente ad una persona e che dunque fa si che l’offensore sia sempre nei pensieri dell’offeso, nei suoi ricordi, nei suoi progetti.
L’odio crea una dipendenza.
Un forte abbraccio

Ros

Ciao Zebretta.. Ho pensato a lungo su cosa potere scrivere in risposta a questo tuo bellissimo thread e non so se sarà appropriato.
Leggendoti ho pensato al perdono e mi è venuto in mente mio papà. Il percorso che mi ha portata al perdono adesso mi sembra semplice ed inevitabile( ehmm ci sono voluti un po’ di anni). E’ come se semplicemente avessi seguito una strada che era già segnata. Il perdono è stato per me la trasformazione dall’odio all’amore.
Poi ho pensato al mio ex…. Mi ha fatto molto male e gli ho portato molto rancore. Ma poi sono giunta all’indifferenza… dal rancore profondo sono giunta all’accettazione capendo che quell’uomo è più malato di me e che non avrebbe mai potuto amarmi come io desideravo. L’ho scelto apposta! Questo è perdono? Non so
Penso al padre di mia figlia. Non lo perdono. Razionalmente mi dico che lui è fatto così e non potrò mai cambiarlo ma solo accettarlo per quello che è.. ma non riesco ad accettarlo.. mi fa ancora troppo male il suo comportamento.
Perdono? Anche nel suo caso forse dovrebbe essere accettazione.. forse anche affetto perché in fondo abbiamo condiviso e condividiamo la cosa più bella che abbiamo potuto fare: una figlia! Mi verrebbe da dire che forse non è indispensabile perdonare sempre.. ma quando in mezzo ci sono dei figli forse è un cammino che vale la pena di tentare di percorrere.

Poi ho pensato al tradimento.. Io ho vissuto una serie di storie nelle quali il mio compagno mi tradiva ma “il tradimento vero” è stato solo quello di mio marito.. quando, come hai detto tu, ho deciso che volevo smettere di non vedere e, nel mio caso, smettere di permettere di tradirmi. E’ stato un giro di boa nella mia vita. Ringrazio quel tradimento perché è stato l’inizio di un cambiamento molto lento e doloroso che mi ha portata dove sono adesso. Purtroppo per me il tradimento non ci ha portati a riavvicinarci ma ad allontanarci ancora di più e definitivamente perché penso che questa unione avesse delle fondamenta molto fatiscenti..
Gio62

Il tradimento è una grave ferita e va collocata in un contesto. Ha un motivo di essere. Nella maggioranza delle storie il motivo è il non amore o la fine dell’amore e quando è così noi lo sappiamo ( dentro di noi) perchè il tradimento , in questo caso, é la conseguenza di molte cose che non vogliamo vedere o non siamo pronte o non riusciamo. Io la penso così e non solo per la mia esperienza ma anche per quello che vedo intorno a me. In questo senso un tradimento ci obbliga a guardare anche dentro di noi profondamente prendendoci le nostre responsabilità ( non colpe!!!) senza per questo assolvere un tradimento che è davvero un colpo basso.
Gio62
Gio…la tua risposta la aspettavo con impazienza per la verità….ci contavo
Mentre scrivevo pensavo a mio padre, a tuo padre e a te.
Ultimamente mi capita spesso di associarti al pensiero del mio babbo, forse perchè so che devo compiere un cammino simile al tuo e ho tanta ammirazione per te che sei riuscita a risolvere il tuo rapporto con lui.
Mi rendo conto che dovrei perdonare anche papà ma sarà che lui mi ha ferito quando ero più indifesa, sarà che le mie aspettative su di lui erano grandi, io sento di riuscire a perdonarlo con maggiore difficoltà rispetto a mio marito.
Questo mi stupisce perchè se ripenso a me da piccola ricordo il dolore ma molto ovattato, mentre quello di oggi con mio marito è più vivo e acuto.
Si, credo fermamente che il perdono sia accettazione che porta con sè la fine del logorio interno, del dolore.
Sono consapevole, come te, che il tradimento sia stato un giro di boa: mi ha costretto a guardare di me anche ciò che non volevo vedere.
E lo fa ancora ma non riesco, proprio non ce la faccio a ringraziare che sia accaduto benchè sia cosciente che alcuni aspetti di me e della mia vita non li avrei considerati nè modificati altrimenti.
Ma probabilmente dipende dal fatto che ancora mi procura dolore, che ancora non ho perdonato fino in fondo.

Credo anche io che perdonare non sia sempre necessario: penso lo sia in proporzione al dolore che noi avvertiamo.
Ci sono persone che mi hanno ferito molto, volontariamente; che ancora cercano di farlo…le stesse che hanno creato tutte le difficoltà a mio marito dando origine a situazioni tanto complesse da essere ancora in atto.
So per certo che queste persone hanno cercato di farmi del male, ancora, proprio pochi giorni fa.
E mi sono chiesta se ho perdonato: la risposta è no e non credo che lo farò mai.
Non riesco a perdonare chi persevera nel volermi ferire, non ce la faccio proprio.
Le offese che ho subito, le angherie erano e sono grandissime: tempo fa li ho odiati, non mi vergogno a dirlo.
Oggi non più: penso che questo dipenda dal fatto che erano persone che anni fa consideravo amiche ma dalle quali avevo già cominciato a staccarmi perchè percepivo che qualcosa non andava: dunque le mie aspettative su di loro erano ormai bassissime.
Non ho bisogno di perdonarli perchè non sento più dolore dentro di me ma non ho accettato e non lo farò mai.

Caro Flender,
quando ho letto il tuo post mi sono molto dispiaciuta: non volevo alimentare un dolore che so essere enorme.
Capire come agire e reagire nei confronti di un tradimento non è facile.
Ma credo che tu abbia usato la parola chiave: autostima.
Sinceramente penso che tutti noi abbiamo dei buchetti qua e la in essa, nel senso che non sarebbe reale nè sano secondo me pensare ad un autostima totale.
Certo è che le dimensioni dei buchetti contano enormemente quando accade un tradimento.
Perchè il tradimento di per sè è il più potente mezzo di annientamento dell’autostima: non solo ti chiedi cosa c’è in te che non va per aver dovuto subire tanto ma ti domandi anche come hai potuto non vedere e non capire.
Ricostruire l’autostima dopo un tradimento è come ricostruire una città rasa completamente al suolo e deserta.

Gli sforzi infiniti per accontentarla, risultare unico, migliore, valido, amabile .

Questa tua frase mi ha colpito moltissimo: in essa c’è tutta la ferita della tua autostima, della tua ricerca di cambiarti per essere meritevole di amore.
Ma l’amore, quello vero, è quello ti accetta e che non ti cambia.
Il perdono è un processo lungo e doloroso: quando si perdona troppo celermente in realtà stiamo solo cercando un modo di difenderci, stiamo cercando di proteggerci dal dolore.
Cercare di comprendere e giustificare il tradimento credo tecnicamente si chiami NEGAZIONE.
Il perdono per essere tale deve essere rivolto proprio alle persone che non scusiamo.
Ho letto un libro veramente interessante su questa tema: lo consiglierò nell’apposita sezione. Penso che possa essere utile, a parte per il perdono in sè, anche e soprattutto per comprendere quali sono i nostri meccanismi di difesa e le ferite sottese.

Ha aiutato anche me a comprendere quali siano le motivazioni che mi impediscono o comunque rendono difficile il proseguire il mio cammino: sono diverse ma credo che questa frase ne condensi il senso complessivo

perdonare significa anche correre il rischio e superare la paura di essere umiliati una volta di più.

Ecco, credo che non avrei potuto descrivermi meglio in questo momento…

Un grande abbraccio a tutti

Zebretta 

Da dove comincio..
Mio papà per me il vero perdono è quello.. Ho detto che è stato semplice ma lo è stato adesso che lo vedo a ritroso, naturalmente. Mi ricordo ancora quando proprio su questa tastiera piangevo lacrime come fossi un fiume in piena senza riuscire a trattenermi come non ho mai pianto, come se tutte quelle lacrime lavassero via il dolore, quando ho visto mio padre oltre quella cortina di nebbia fittissima perenne. Ma ancora non avevo perdonato. Avevo solo iniziato a vederlo per quello che era: un uomo con tante difficoltà, con tante debolezze, con un infinito timore, tanto, troppo simile a me, al punto tale che per anni ci siamo scontrati. Due bambini che non hanno mai imparato ad esprimere se stessi. Credo che tutto fosse fondato sull’incomunicabilità e il fatto che io abbia iniziato un cammino dentro di me e abbia trovato un pezzetto di persona più adulta, ha fatto in modo di cambiare atteggiamento di fronte e lui e a cominciare a slegarmi da un modello oramai consolidato
Non sarei mai riuscita a dirgli le cose che gli ho detto poco tempo fa. Anzi, solo alcuni mesi fa gli ho urlato addosso il mio odio e proprio di questo poco tempo fa, gli ho chiesto scusa, perché non lo provavo più. Gliel’ho chiesto con il cuore in mano. E’ stato semplice perché nel momento in cui questo processo è iniziato ho solo dovuto seguire me stessa vincendo le mie paura.
Prima delle ferie volevo chiarirmi con lui ma non l’ho fatto perché mi sentivo ancora debole .. ero su un terreno scivoloso e avevo paura che, oltre a non riuscire ad esprimere per il meglio quello che avevo dentro, lui potesse rifiutarmi ancora e non sapevo come lo avei preso.
“perdonare significa anche correre il rischio e superare la paura di essere umiliati una volta di più”. 
Ecco era proprio per questo che non trovavo il coraggio.. ma poi,un giorno, ho solo dovuto seguire la strada verso casa sua consapevole che dovevo farlo per me, che l’unico modo per trovare lui era concedere a me stessa di esprimere quello che avevo dentro. E io gli ho sempre voluto bene, lui non me lo avrebbe detto e non avrebbe mai cambiato modo di agire…solo io potevo fare quel passo.
E dopo questo ho visto un miracolo perché lui ha fatto dei piccoli tentativi per cambiare.. e questo mi fa comprendere che avevo visto giusto nel suo cuore. Continuiamo a non parlarci molto ma quel poco è sufficiente. Non vedo più mio padre come un mostro ma neppure solo come una persona debole. Mio padre ha trovato il suo posto e mi sta insegnando ora più di quando ero piccola. In questo momento mi sta accompagnando a comprendere l’abbandono che è il mio terrore e mi sta insegnando la dignità della morte e delle sofferenza.
Lui non voleva farsi ricoverare a luglio, quando gli hanno trovato un tumore, e aveva tutti contro.. anche me in parte.. poi ha fatto altri esami e abbiamo scoperto che è davvero molto compromesso. Anche i medici adesso dicono: lasciamolo stare. Lui, che è sempre taciturno e non ho mai capito, comprende perfettamente la sua situazione ascoltando se stesso e con estrema dignità sta andando contro il suo destino.
Penso che in realtà sia più semplice perdonare un genitore che un partner: perché dentro di noi amiamo i nostri genitori, tanto più li odiamo tanto più li amiamo perché ci hanno feriti, perché ci aspettavamo da loro qualcosa che non potevano o non hanno saputo darci. Il filo che ci lega è fortissimo. Ma i nostri genitori sono esseri umani come noi, non sono gli esseri prefetti che avremmo voluto. Mi viene difficile pensare che un genitore, in genere, non ami un figlio, anche se ho degli esempi molto vicini, di persone cha hanno ripudiato perfino i propri figli. Non so che dire in questi casi…. Per fortuna non è stato il mio caso! ( e già di danni ce ne sono stati!)
Per quanto riguarda i partner.. come vedi essere riuscita in una tale impresa non mi insegna a sapermi gestire con il padre di mia figlia! Ci lavorerò anche perché lo devo a mia figlia.. anche se penso che ogni cosa che superiamo ci rende più forti e il giorno in cui sarò riuscita a separarmi da mio marito senza nessun rancore sarò una persona migliore e quindi devo farlo anche per me.
Un abbraccio forte
Gio62

Ho letto il tuo racconto letteralmente rapita…
In un certo senso mi ci ritrovo: non nelle parti fondamentali( non ancora almeno!) ma anche io comincio ad avvertire il desiderio di parlare con mio padre e come te temo non solo di essere respinta ma che lui non possa capire, nel senso che secondo me mio padre mi vive come figlia poco amorevole ma per causa mia.
In sostanza io sarei quella con il caratteraccio: e non è solo il mio senso di colpa a indurmi a fare questa considerazione( perchè ovviamente sento di essere manchevole, di non comportarmi come una brava figlia dovrebbe) ma anche la consapevolezza che mio padre ha la tendenza a “riaggiustare” gli eventi del passato in modo più gradevole per lui, possibilmente deresponsabilizzandosi.

Credo sarebbe più semplice, dopo un tradimento, lasciarsi pittosto che cercare di ricominciare insieme.

Sapessi quanto mi ha fatto tribulare questo pensiero!
Su questa considerazione ho speso tutte le energie che avevo nel tentativo di stabilire se ero o meno dipendente..
Sia io che mio marito abbiamo sempre considerato che non riuscivamo ad immaginare il nostro futuro senza l’altro.
In un certo senso è ancora così: mi sembra che la sua presenza nel mio futuro sia naturale come l’aria ma adesso sono perfettamente cosciente che potrei vivere benissimo anche senza lui ( e in questo mi è stato utilissimo andarmene di casa per un mese).
Magari a molti sembrerà banale ma io ho accolto questa consapevolezza con immensa gioia e sollievo.

Proprio ieri, dopo aver visto che ero un po’ triste dato il particolare anniversario, mio marito mi ha chiesto se non mi venisse mai la voglia di mollare tutto, di lasciar perdere per evitare la sofferenza.
Beh io mi sono sentita rispondere:”si, eccome!”. Non ci ho nemmeno pensato…
Lui è rimasto un po’ male e mi ha detto che per lui la sofferenza vale il nostro rapporto ma ha anche aggiunto che certo sono io quella che soffre di più….
Io sono contenta, contenta di sapere, adesso, che per me sarebbe più facile andarmene e invece scelgo di restare.

Non so se sono riuscita a spiegarmi….a volte nel tentativo di fare maggiore chiarezza mi ingarbuglio ancora di più
Zebretta
E’ possibile che tu abbia un gran brutto carattere. Anche io l’ho sempre avuto e me lo porto dietro e penso sia il risultato di come siamo cresciute, Zebretta. Ne sarai anche un pò responsabile tu ma lo è anche il rapporto con tuo papà e quindi.. dove sta la colpa? Prova a cambiare l’angolatura con cui vedi la situazione con tuo padre. Io penso sia importante lasciare gli schemi che ci imprigionano.
Il tuo comportamento è la risposta al suo e viceversa. Se nessuno di voi cambierà continuerete così.. allora tu che sei più giovane e più motivata e più sensibile.. cambia! semplice eh? ehmmm lo so che non lo è per niente..
E poi cerca di vincere la paura che hai di non essere compresa. fallo per te. Sai, molte volte andavo dalla psicologa e mi mettevo a piangere perchè dicevo: Ho compreso il modo di comunicare con molte persone.. ma non riesco a trovare un varco per comunicare con mio papà.. con chi porto dentro, perchè metà di me porta i suoi cromosomi! Mi sembrava assurdo.. era come se ci forse un muro insormontabile.. Ma se ti metti in ascolto e soprattutto ti dai fiducia forse arriverai a vedere quello squarcio. Non è detto che debba avvenire.. ma se tu lo vuoi io credo che ci siano buone probabilità che questo avvenga. Non avere fretta, segui le tue emozioni. Per me è stato così.. spero possa esserlo anche per te.
Gio62

Hai ragione cambiare non è semplice soprattutto quando implica perdonare chi ci ha ferito.
So anche che necessariamente uno di noi due deve rompere il circolo vizioso che abbiamo innescato ma lotto ancora con me stessa perchè sento una vocina che mi chiede perchè devo sempre essere io a fare la prima mossa.
E’ infantile, lo so ma è la verità.
La bimba che c’è in me vorrebbe sentire il suo papà che le dice che le vuole bene e la protegge.
Ecco io non mi sono sentita abbandonata, non nel senso stretto del termine: mi sono sentita non protetta.
Sono grande ormai e solo io posso proteggere me stessa, lo so…

Credo che il desiderio di ricostruire il rapporto con mio padre stia nascendo anche per la voglia incredibile che ho di pace, di avere una vita serena.
Voglio chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo, senza nessuno strascico del passato.
Non so se ci riuscirò perchè non dipende solo da me.

Forse, come te, sono impegnata su troppi fronti e devo necessariamente trovare un po’ di equilibrio: non ho la forza necessaria per affrontare due problemi così impegnativi nello stesso momento.
Mi sento ancora fragile e non sufficientemente “attrezzata” per correre il rischio ed essere eventualmente nuovamente umiliata.

Credo comunque che sia solo questione di tempo: basta sapersi ascoltare ( che è più facile a dirsi che a farsi a volte…)
Zebretta

ciao zebretta e ciao gio62
questo thread è iniziato con un primo anniversario speciale che da inizio al “lungo, lunghissimo cammino del perdono” per qualcosa che zebretta, ma in realtà moltissimi di noi, ha ricevuto senza richiedere, qualcosa che ha fatto soffrire moltissimo, qualcosa che nessuno meriterebbe mai,
poi siamo passati al perdono dei papà e la cosa scusate mi ha un po’ infastidito, vi spiego perchè però…

io ho lo stesso identico problema vostro solo che il mio perdono, prima ancora la mia rabbia, coinvolge la mamma, il papà è morto tantissimi anni fa

stesse dinamica, terrore di parlarle, terrore di ascoltare le sue ragioni e per qualche fantomatico circolo vizioso riprendere come sempre sulle mie spalle tutte le colpe

quando è iniziata la crisi con mio marito la prima cosa che mi è stata rinfacciata è stata “ti ho dovuto fare anche da padre” ed io mi sono accollata anche questa colpa, come sempre

sono bastate poche sedute dalla psicoterapeuta per capire che il mio problema non era la mancanza di un papà, ma la presenza stile condor di una madre frustrata sia per infanzia sia per cultura sia per vedovanza sia per carattere

lei stessa pensate all’inizio non voleva che lo sposassi, non proprio ma avrebbe preferito un “medico”, diciamo così un uomo con una posizione migliore, che poi mio marito ha realizzato, io tra l’altro l’ho incontrato ancora studente svogliato

perchè sono arrabbiata? parlavamo di una piccola e grandissima al tempo stesso vittoria di zebretta di cui io ero entusiasta, per andare a sbattere sull’argomento genitori dove ancora sono alla ricerca di serenità, di protezione con un amaro retrogusto di rabbia protratta negli anni

sono molto contorta lo so, il mio lavoro sta anche nello srotolare la matassa che ho negli anni raggomitolato male
buona giornata ad entrambe
un grosso bacio
Laura.m

Cara Laura,
questo thread è nato, nelle mie intenzioni, per confrontarsi su un tema così difficile come il perdono.
Lo è tanto che io ancora ci lotto, anche e soprattutto con mio marito.
Ciò che mi premeva di più era parlare del perdono non come qualcosa dovuto o cercato per gli altri ma come mezzo per il raggiungimento della nostra pace interiore.
E soprattutto il perdono non coincide con la riconciliazione: questo passaggio è fondamentale.
Significa che in fondo io non posso scegliere veramente di restare con mio marito, di riconciliarmi con lui se prima non lo perdono e non viceversa.
Tanti di noi hanno creduto di avere perdonato in certe occasioni ed invece non era vero: io credevo di aver già perdonato mio padre e purtroppo non è così; Gio e Flender pensavano di aver perdonato i rispettivi partners ma anche loro si erano illusi.

Cos’è il vero perdono, come raggiungerlo veramente….questo è il tema di questo thread, che sia perdono per un padre, una madre o un compagno.
Il processo è sempre lo stesso, poi naturalmente i tempi sono diversi a seconda delle persone coinvolte, delle nostre aspettative nei loro confronti e del nostro dolore.

Sicuramente in questo momento io sento più prepotente in me la necessità di trovare un equilibrio vero con mio marito: lui è il mio presente, il mio progetto di vita in un certo senso.
Ma credo fortemente che sia necessario anche il perdono, che per me è vera accettazione, anche nei confronti di mio padre, che rappresenta il mio rapporto con il mondo maschile.
Il perdono di papà mi serve per ricostruire, per perdonare ed accettare anche me stessa: la parte di me che gli assomiglia, quella che si sente in colpa,quella che non si accetta e non si piace.
Non posso perdonare gli altri se non perdono anche me stessa.
E la difficoltà della situazione attuale è forse quella generata dal legame che sento tra questi fronti, diversi eppure simili, di perdono che sto affrontando.
Devo necessariamente perdonare tutti e due, anzi tutti e tre me compresa, ma fatico a farlo contemporaneamente.
D’altra parte so, sento, che essi sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro.

Laura, io credo che il mio cammino per il perdono sia iniziato molto tempo fa: la differenza tra allora, quando questa storia dolorosissima è iniziata, e adesso è che prima io volevo perdonare, ora ne sento il desiderio.
Prima lo volevo perchè volevo il mio matrimonio ( perdono = riconciliazione), ora ne sento la necessità per me, con la consapevolezza che è sì un mezzo assolutamente indispensabile per la riconciliazione ma anche che scelgo il perdono per me stessa prima che per chiunque altro.
In questo senso io sento di aver ottenuto una piccola vittoria: non puoi ottenere ciò che non conosci e soprattutto non lo puoi nemmeno desiderare veramente.

Non sei contorta: solo, forse, avevi voglia di sentire qualcosa di positivo, di vedere che c’è un cammino possibile, tenuto conto anche che da un certo punto di vista le nostre storie si assomigliano tanto, ma poi ti sei ritrovata in un argomento, evidentemente, per te ancora più doloroso del tuo matrimonio.
Nei tuoi ultimi posts si legge un aumento di consapevolezza della reale situazione matrimoniale che stai vivendo, uno spostamento delle responsabilità, che oggettivamente e giustamente, non riconosci più a tuo totale carico.
Piano piano stai diventando “padrona” della situazione e benchè questo possa procurarti dolore unitamente alla consapevolezza che possa anche essere che il tuo matrimonio sia irrecuperabile, tutto ciò ti rende contemporaneamente più autonoma e più forte.
Ed è in ogni caso una bella sensazione.
Al contempo la difficoltà con tua madre ti fa sentire ancora fragile.

Non so Laura, la mia è un’ipotesi che si basa anche sulla mia esperienza.
In questo lungo cammino sono riuscita ad individuare quali sono le motivazioni che mi impediscono di andare oltre, di progredire.
So che è un cammino che nessuno può compiere al posto mio ma credo che parlarne aiuti, specie con chi ha saputo raggiungere il vero perdono, a prescindere dal fatto che sia stato perdonato un padre piuttosto che un marito.
Ti abbraccio forte

Zebretta

Cara zeb,
come vedi il perdono non è legato solo al contingente; anzi spesso quello che non riusciamo a “perdonare” nell’immediato è qualcosa che non riusciamo a fare altrettanto per il passato. Zeb questo thread mi piace molto perché dal dolore ricordato con una data fatidica, poi con naturalezza la tua prospettiva si è spostata su ciò che, probabilmente, ti impedisce di lasciar andare rabbia e dolore e accettare la fragilità dell’altro in pieno, senza per questo sentirti sminuita o meno donna.
“Credo che il desiderio di ricostruire il rapporto con mio padre stia nascendo anche per la voglia incredibile che ho di pace, di avere una vita serena.
Voglio chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo, senza nessuno strascico del passato. Non so se ci riuscirò perchè non dipende solo da me.”
Io credo che questo desiderio nasce dal fatto che oggi ti senti più forte, hai affrontato un “tradimento” doloroso e stai ricostruendo il tuo rapporto con tuo marito, questo ti da la sicurezza che se vuoi, da parte tua c’è la capacità di andare incontro all’altro, hai acquisito la sicurezza dentro di te.
Credo che sì per ricostruire un rapporto con tuo padre serva la sua collaborazione, ma credo fermamente che per non avere nessuno strascico ti serva comunque un confronto con lui, che questo significhi ricostruire un nuovo rapporto o accettare ciò che lui è.
Zeb qualche settimana fa io ho avuto il mio confronto, lo avevo rimandato per molto tempo credendo che non mi fosse più necessario; che non servisse più.
Ora posso dirlo, non solo è servito per chiudere un capitolo lunghissimo della mia vita, ma per lasciare uscire fuori la mia “bambina” ferita, umiliata, non protetta; lasciarla andare costringendo mia madre a lasciare andare la madre “matrigna”, ossessiva, ipercontrollata e costringerla a vedere i suoi errori e capire che sono adulta e deve trattarmi da adulta. Mia madre oggi, pur con grande fatica, “cerca” di avere con me un rapporto maturo. Non so quanto riuscirà a controllarsi o a cambiare, tocca a lei. Io mi sento in pace, anche se la sua “non presenza” ossessiva a volte “mi disorienta”, nel senso che chi ha sempre avuto un ombra ha paura di non farcela a camminare senza.
Zeb quando sarà arrivato il momento di questo confronto accadrà, non ci sarà bisogno di programmarlo, io non l’ho programmato è arrivato così, come una tempesta a dissipare le mie “ombre”.
Zeb stai camminando verso il perdono…quando sentirai di non avere più rabbia verso il tuo lui sarai pronta per cominciare a ritroso il cammino verso tuo padre. Sei vicina, non affrettarti, lasciati portare dalla tua “coscienza interiore”. Un abbraccio

Pat

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PERDONARE

PERDONARE ? Quante volte dopo aver subito un’offesa, un torto, un aggressione, superata la fase della rabbia ci chiediamo se perdonare o meno? Rispondere a tale domanda non è facile, ma proverò ad evidenziare gli aspetti positivi di un eventuale perdono.

Innanzitutto effettuiamo una disamina storica del perdono. Da sempre sono le religioni che sensibilizzano al perdono, portando ad esempio il perdono di Dio, che deve essere d’esempio a tutti gli altri perdoni umani. I seguenti aforismi sono tratti dalle sacre scritture:

Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare.

Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu.

Ma fra filosofi e studiosi, diversi non sono d’accordo.

Friederich Nietzsche che era contrario al cristianesimo, in quanto religione degli schiavi, era contrario anche al perdono che riteneva caratteristica dei deboli, degli incapaci ad affermare i propri diritti, degli incapaci di ribellarsi e di vendicarsi. Il filosofo Schopenauer era dello stesso parere sul perdono, anche se con motivazioni diverse.

Ma sopratutto contrario al perdono è stato il padre della psicanalisi, Freud.

Egli lo considerava pericoloso per l’equilibrio psicologico della persona, in quanto mette a repentaglio la capacità dell’Io di fronteggiare le pulsioni inonscie, causando o una rivolta o la nevrosi. Per Freud le uniche concessioni al perdono potevano avvenire solo nel caso di una sottomissione strategica al più forte, per ridurre la sua aggressività o per lo scopo narcisistico di sentirsi superiore agli altri perdonando.

Attualmente la psicologia stà rivalutando il perdonare. Al di là della concessione del perdono come gesto di bontà, empatia, altruismo, c’è anche un utilizzo pragmatico perdonare, a scopo personale. Perdonare infatti, spesso produce sollievo, eliminando la relazione d’odio che lega vittima e carnefice e che danneggia sopratutto la vittima. In questo caso Il perdono può essere concesso sia ai vivi che morti, e nel caso dei vivi indipendentemente da una loro più o meno esplicita richiesta. Inoltre il perdono può essere parziale (il più delle volte) totale (accade raramente) e può riguardare sia la persona che ha offeso o agito il torto che l’azione dell’offesa o del torto.

La capacità di perdonare, naturalmente, è anche legata all’entita dell’offesa o torto subito ed allimportanza che riveste per l’offeso la persona che le ha inflitte.

La stessa psicoterapia fà del perdono uno dei moventi principali del percorso terapeutico e dell’esito finale dello stesso. Nella psicoterapia il perdono , producendo una diminuzione di amarezza e risentimento, ha un effetto catartico, di liberazione, perché è capace di eliminare o attenuare i sentimenti di rabbia, di vendetta, di vergogna e di risentimento, liberando delle energie, che possono essere dunque meglio spese su altri fronti.

Ma il perdono richiede tempo: può avvenire solo dopo che vi sia stato una rielaborazione mentale dell’offesa o del torto subito, che permetta di placare , la rabbia, il desiderio di vendetta o di punizione di chi ha inflitto il tutto.

Dimenticare non è sinonimo di perdonare in quanto col perdono non cerchiamo di dimenticare l’offesa ricevuta, ma solo fare in modo che essa, pur presente nel ricordo, non sia più dolorosa.

Allo stesso modo perdonare non significa riconciliarsi. Possiamo non nutrire più rabbia per l’offesa ricevuta e perdonare l’offensore, ma non intendiamo più avere nessuna relazione con quest’ultimo.

Approfondiamo la dinamica dell’odio che è sottesa al non perdonare. L’odio può essere un sentimento che lega per sempre. Il filosofo Cioran era del parere che se non vogliamo più dimenticare una persona dobbiamo arrivare ad odiarla. Nello stesso modo l’odio mantiene sempre vivo l’offensore e le sue azioni nella mente dell’offeso. Tutto questo crea dipendenza. Nella stessa dipendenza affettiva l’odio è l’altra faccia della medaglia.

Per perdonare bisogna guardare la realtà dal punto di vista dell’offensore, comprendendo quelle che possono essere state le motivazioni o le pulsioni delle quali possa essere stato, a sua volta, vittima chi ha offeso. Bisogna anche riconoscere eventuali propri errori che possono aver contribuito alla genesi dell’offesa o del torto. Questo insieme di considerazioni può agevolare la concessione del perdono.

Ma anche se fossimo così bravi ad attuare tutto il percorso del perdono, questo non impedisce che la rabbia relativa all’offesa o al torto subito scompaia per sempre. Potrebbe continuare ad albergare dentro di noi e dare segni di vita in determinate circostanze che possono riattivare il rimosso. Ma tali riattivazioni non vranno mai l’impatto doloroso ante-perdono.

Perdonare, quindi, come gesto di amore per sè stessi, per perdonare anche sè stessi di aver permesso all’altro di farci del male. Non dimentichiamo che gli altri ci trattano come noi li permettiamo di trattarci. In questo senso l’offesa ed il relativo perdono possono rappresentare un occasione di crescita personale perchè quello che è accaduto non si verifichi più.

Dott. Roberto Cavaliere

Perdonare fa bene alla salute ma soltanto se si è sinceri
di ALESSIA MANFREDI


LA vendetta potrà anche essere dolce, ma il perdono alla lunga è molto meglio. Se ne sta accorgendo anche la scienza, che dedica sempre più studi ai benefici psicologici e fisici che si innescano quando si smette di provare risentimento, rancore, rabbia, sostituendoli invece con sentimenti positivi. 

Perdonare, arrivando ad augurarsi il bene di chi ci ha fatto soffrire, si traduce in un calo della pressione, minori sintomi depressivi e un senso di benessere generale. Un balsamo non solo per l’anima, quindi, ma anche per il corpo. Ne è convinto uno dei guru della nuova “scienza del perdono”, lo psicologo Robert D. Enright dell’Università del Wisconsin, ma la tendenza è in atto già da una decina d’anni, durante i quali – riferisce il Los Angeles Times – i ricercatori hanno ammassato una discreta mole di dati sugli effetti terapeutici di quella che finora è stata considerata più che altro come una virtù insegnata dalla religione o tutt’al più un arte per pochi eletti. 

Per chi ha subito uno sgarro o un vero e proprio trauma – compresi casi estremi come la violenza fisica, l’assassinio di un familiare, le mutilazioni dei conflitti etnici – pensare di andare oltre, superare il dolore augurandosi la felicità del proprio aguzzino, può suonare improbabile o essere vissuto come una provocazione. Eppure, sostengono gli scienziati, è questa la chiave per diminuire il rischio di sviluppare malattie cardiache e disturbi mentali scatenati dal ricordo ossessivo di cosa ci ha fatto male. 

Proprio come correre o giocare a tennis, il perdono è qualcosa che si può imparare allenandosi: ci sono corsi specifici, in cui si comincia a stare meglio anche dopo poche sedute. Pioniera in questo campo è stata l’équipe dello psicologo Loren Toussaint della Luther University di Decorah, in Iowa, che per prima ha stabilito un nesso fra la salute e la propensione al perdono. Uno loro studio nazionale, pubblicato nel 2001 sul Journal of Adult Development , mostrava che solo il 52 per cento degli americani dicevano di essere riusciti a perdonare chi aveva fatto loro del male. Ma fra questi, quelli che avevano 45 anni o più, godevano di miglior salute rispetto agli altri che non erano riusciti a perdonare.

Gli scatti d’ira aumentano il rischio di aritmie, attacchi cardiaci e causano un aumento della pressione sanguigna, spiega alLos Angeles Times il dottor Douglas Russell, cardiologo, che in uno studio del 2003 ha documentato come dopo sole 10 ore di “corso di perdono” le funzionalità coronariche dei pazienti già migliorassero. 

Il campo è in evoluzione ed ha suscitato molto entusiasmo; eppure l’insistenza sul superamento felice del trauma ad ogni costo non convince tutti. A volte, come nel caso delle vittime dell’incesto, parlare di perdono può essere troppo, sostiene Linda Davis, a capo della associazione Survivors of Incest Anonymous : “arrivare ad una forma di accettazione è già abbastanza. Il perdono è un di più, non è necessario raggiungerlo”. Non solo. Qualcuno fa anche notare che se il perdono arriva troppo facilmente, potrebbe nascondere ben altro, come un senso di colpa che porta la vittima ad assolvere gli altri prendendo su di sé la responsabilità di una violenza: atteggiamento tutt’altro che terapeutico. 

In uno studio su pazienti che hanno contratto l’Hiv Lydia Temoshok, dell’Istituto di virologia umana dell’Università del Maryland, ha identificato in modo specifico questa tipologia di pazienti, che ha classificato come “C”. Se il tipo “A” è arrabbiato e può andare incontro a problemi cardiaci a causa della propria ira e il tipo “B”, invece, riesce ad avere uno stato di salute migliore degli altri perché affronta la malattia nel modo giusto, il tipo “C” nega i problemi e sopprime i propri reali sentimenti: proprio quest’ultima categoria va incontro ad una maggiore possibilità di sviluppare l’Aids e il melanoma per lo stress eccessivo in cui vive e cui sottopone il proprio sistema immunitario. 

( 3 gennaio 2008 )

AFORISMI SUL PERDONO

Si perdona finché si ama. (François de La Rochefoucauld)

– Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura. (Voltaire)

– Ognuno dovrebbe perdonare i propri nemici, ma non prima che questi siano impiccati. (Heinrich Heine)

– Ama la verità ma perdona l’errore. (Voltaire)

– Finchè dura il pentimento, dura la colpa. (Jorge Luis Borges)

– Amare non significa trovare la perfezione, ma perdonare terribili difetti. (Rosamunde Pilcher)

– Importante è ricordare, ma più importante è dimenticare. (Rainer Maria Rilke)

– L’amore scusa tutto ciò che fa. (Molière)

– Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi. (John Fitzgerald Kennedy)

– Si dimentica prima una ferita che un insulto. (Philip Dormer Chesterfield)

– L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe. (Tito Livio)

– La passione non ottiene mai il perdono. (Pier Paolo Pasolini)

– Un Dio tutto misericordia è un Dio ingiusto. (Edward Young)

– Si può ben perdonare a un uomo di essere sciocco per un’ora, quando ci sono tanti che non smettono mai di esserlo nemmeno per un’ora in tutta la loro vita. (Francisco de Quevedo)

– Perdona sempre i tuoi nemici. (Nulla li fa arrabbiare di più. (Oscar Wilde)

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

RIFLESSIONI DI FROMM SULL’AMORE

 

‘Riflessioni’ tratte da “L’arte di Amare” di Erich Fromm edito da Mondadori

Il bisogno di amare è il bisogno fondamentale dell’uomo, superiore per urgenza a quello della fame, della sete o dello stesso “sesso”, in quanto per soddisfarlo questi ultimi possono anche essere messi a tacere. Da dove nasce questo bisogno?

L’uomo è cosciente di sé stesso come realtà unica e irripetibile, della propria individualità. Questa coscienza di sé stesso come realtà separata, la consapevolezza della propria breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e che contro la propria volontà morirà; che morirà prima di quelli che ama, o che essi moriranno prima di lui, il senso di solitudine, d’impotenza di fronte alle forze della natura e della società, possono rendergli insopportabile l’esistenza. Diventerebbe pazzo, se non riuscisse a rompere l’isolamento, a unirsi agli altri uomini, al mondo esterno.

Il senso di solitudine provoca l’ansia; anzi, è l’origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci penetrare attivamente nel mondo che circonda.

Questo profondo bisogno dell’uomo, dunque, è il bisogno di superare l’isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine. L’impossibilità di raggiungere questo scopo porta alla pazzia, poiché il panico della completa separazione può essere vinto solo da un isolamento dal mondo esterno così totale, da cancellare il mondo esterno, dal quale si è separati, e così scompare il senso di separazione.

L’uomo – di qualsiasi età e civiltà – è messo di fronte alla soluzione di un eterno problema: il problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione.

Tentativi di superare la separazione

Esistono diversi tentativi con cui l’uomo tenta di superare questo senso di separazione e di solitudine. Oltre l’esercizio maturo dell’amore si possono sintetizzare tre modi: l’esercizio della sessualità, il conformismo e l’attività creativa:

La soluzione sessuale, entro certi limiti, è un modo naturale e normale di superare la separazione, ed è una soluzione parziale al problema dell’isolamento. Ma in molti individui per i quali la solitudine non può essere superata in nessun modo, l’esercizio dell’attività sessuale assume una funzione che li rende non molto diversi dagli alcoolizzati e dai tossicomani. Diventa un tentativo disperato di sfuggire all’ansia suscitata dalla separazione e il suo risultato è un sempre crescente senso d’isolamento, poiché l’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo assolutamente momentaneo.

La soluzione più frequente scelta dall’uomo nel passato e nel presente è l’unione col gruppo, il condividerne costumi, usi, pratiche e credenze.

Anche nella civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento. È un’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.

La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista, di aver raggiunto da sé le proprie convinzioni; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza.

L’unione ottenuta mediante il conformismo, non è intensa né profonda; è superficiale e, poiché è il risultato della routine, è insufficiente a placare l’ansia della solitudine. I casi di alcoolismo, di tossicomania, di manie sessuali e di suicidio, sono sintomi del fallimento di tale unione.

Un terzo modo per raggiungere l’unione è l’attività creativa, sia quella dell’artista che dell’artigiano. In ogni attività creativa, colui che crea si fonde con la propria materia, che rappresenta il mondo che lo circonda. Sia che il contadino coltivi il grano o il pittore dipinga un quadro, in ogni tipo di lavoro creativo, l’artefice e il suo oggetto diventano un’unica cosa: l’uomo si unisce col mondo nel processo di creazione. Questo, tuttavia, vale solo per il lavoro produttivo, per il lavoro nel quale io progetto, produco, vedo il risultato della mia fatica. Ma nel moderno processo di lavoro, al dipendente, anello di una catena senza fine, poco è lasciato di quel genere di lavoro che crea l’unione tra lui e il mondo. Il lavoratore diventa un’appendice della macchina o dell’organizzazione burocratica. Ha cessato di essere “lui”, e di conseguenza non può verificarsi nessuna unione se non quella del conformismo.

Rapporti che non significano ancora “amore”.

L’unità conquistata col lavoro produttivo non è interpersonale; l’unità raggiunta con la fusione orgiastica (sessuale) è fittizia; l’unità ottenuta col conformismo è solo una parvenza di unità. Non sono che soluzioni parziali al problema dell’esistenza. La soluzione completa sta nella conquista dell’unione interpersonale, nella fusione con un’altra persona, nell’amore.

Il desiderio di fusione interpersonale è il più potente. È la passione più antica, è la forza che tiene unita la razza umana, la tribù, la famiglia, la società. Il non riuscire e raggiungere questa unione significa follia e distruzione. Senza amore, l’umanità non sopravviverebbe un solo giorno. Eppure, se chiamiamo “amore” la conquista dell’unione interpersonale, ci troviamo in serie difficoltà. La fusione tra persone può essere raggiunta in diversi modi. Ma sono poi tutte forme d’amore? Oppure dobbiamo riservare la parola “amore” a una particolare tipo di unione, che è stata la virtù ideale di tutte le grandi religioni e dei sistemi filosofici di quattromila anni di civiltà orientale e occidentale?

Come sempre nelle difficoltà attorno al contenuto delle parole, la risposta può essere solo arbitraria. Ciò che conta è sapere di quale tipo di unione parliamo, parlando d’amore. Ci riferiamo all’amore come alla matura soluzione del problema esistenza, oppure alludiamo a quelle incomplete forme di amore che possono chiamarsi unioni simbiotiche? Nelle seguenti pagine chiamerò amore solo la prima. Inizierò la discussione sull’amore con le ultime.

Le unioni simbiotiche

L’unione simbiotica ha il suo modello biologico nella relazione tra la madre e il feto Sono due, eppure uno. Vivono insieme (simbiosi), hanno bisogno l’uno dell’altro. Il feto è parte della madre, riceve tutto ciò di cui ha bisogno da lei; la madre è il suo mondo; lei lo nutre, lo protegge, ma anche la sua vita è intensificata da esso. Nell’unione simbiotica fisica, i corpi sono indipendenti, ma lo stesso genere d’unione esiste psicologicamente.

La forma passiva dell’unione simbiotica è quella della sottomissione, o, per usare un termine clinico, dei masochismo. Il masochista sfugge all’insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un’altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge; che è la sua vita e il suo ossigeno, per così dire. Il masochista ha la percezione di essere nulla, a meno che non diventi parte di uno che ritiene potente: parte di grandezza, di potere, di sicurezza. Il masochista non ha da prendere decisioni, non ha da correre rischi; non è mai solo, non è indipendente; non ha autonomia; non è ancora pienamente nato. Può esserci la sottomissione masochistica al destino, alla malattia, alla musica ritmica, allo stato orgiastico provocato dalle droghe, o sotto influsso ipnotico: in tutti questi casi la persona rinuncia alla propria integrità, fa di sé stessa lo strumento di qualche cosa o di qualcuno al di fuori di sé stessa.

La forma attiva di fusione simbiotica è il dominio o, per usare il termine psicologico corrispondente al masochismo, il sadismo. Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine, al proprio senso d’isolamento, impossessandosi un’altra persona. Sublima se stesso incorporando un altro essere, che lo idolatra.

Il sadico è legato a chi gli è succube così come quest’ultimo è subordinato al primo; non può nemmeno vivere, senza l’altro. La differenza sta solo nel fatto che il sadico domina, intraprende, offende, umilia, e il masochista è comandato, offeso, umiliato. Questa è una differenza considerevole, in senso realistico; ma in un senso più profondo ed emozionale, la differenza è minima, rispetto a ciò che ambedue hanno in comune; fusione senza integrità. Se si capisce questo, non ci si meraviglierà di scoprire che una persona reagisce sia nel modo sadico che masochistico, verso oggetti diversi. Hitler agì in un primo tempo in modo sadico, verso il popolo; ma in modo masochistico verso il destino, la storia, l'”alto potere” della natura. Il suo suicidio tra la distruzione generale è altrettanto caratteristico quanto il suo sogno di successo, di dominio totale.

L’unione fondata sull’amore

In contrasto con l’unione simbiotica, l’amore maturo è unione a condizione di mantenere la propria integrità, la propria individualità. L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due.

L’amore come “attività”

Se diciamo che l’amore è un’attività, dobbiamo chiarire il significato della parola “attività”. Per “attività”, nell’uso moderno della parola, di solito s’intende un’azione che opera un cambiamento in una situazione esistente, attraverso un dispendio di energia. Un uomo è considerato attivo se fa affari, studia medicina, lavora, costruisce o pratica uno sport. Comune a tutte queste attività è il fatto che sono volte a conquistare una meta. Ciò di cui non si tiene conto, è la causa di ogni attività. Prendete per esempio un uomo spinto verso il lavoro incessante da un senso di profonda insicurezza e solitudine; o un altro guidato dall’ambizione o dalla brama di ricchezza. In tutti questi casi la persona è schiava di una passione, e la sua attività in realtà è una “passività”, poiché è guidata: è la “vittima”, e non è l’”attore”. D’altro canto, un uomo che se ne sta inerte a contemplare, senza scopo né fine tranne quello di arricchire la propria esperienza e la propria unità col mondo, è considerato “passivo”, perché non fa niente. In realtà, questo atteggiamento di meditazione è la più alta attività che esista, un’attività dell’anima, che è possibile solo in una condizione di intima libertà e indipendenza. Un concetto moderno di attività si riferisce all’uso dell’energia per raggiungere scopi esterni; l’altro concetto di attività si riferisce all’uso dei poteri inerenti all’uomo, senza tener conto di qualsiasi cambiamento esterno. Questa seconda teoria è stata espressa nel modo più chiaro da Spinoza. Egli distingue gli affetti in attivi e passivi, “azioni” e “passioni”. Nella funzione di un affetto attivo, l’uomo è libero, è padrone del suo affetto; nella funzione di un affetto passivo, l’uomo è oggetto di eventi di cui lui stesso non si rende conto. Invidia gelosia, ambizione, bramosia, sono passioni; l’amore è un’azione un potere umano che può essere praticato in libertà, e non è la conseguenza di una costrizione.

L’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto “dare” e non ricevere

Cosa significa “dare”

Che cosa significa dare? La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi “cedere” qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa, sente l’atto di dare in questo modo. Il “tipo commerciale” è disposto a dare, ma solo in cambio di ciò che riceve; dare senza ricevere, per lui significa essere ingannato. La gente arida sente il dare come un impoverimento. La maggior parte degli individui di questo tipo, di solito si rifiuta di dare. Alcuni trasformano in sacrificio l’atto di dare. Sentono che solo per il fatto che è penoso dare, si dovrebbe dare; la virtù, per loro, sta nell’accettare il sacrificio. Per loro, la regola che è meglio dare anziché ricevere significa che è meglio soffrire la privazione piuttosto che provare la gioia.

Per la persona attiva, dare ha un senso completamente diverso. Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto mi sento vivo.

Nella sfera delle cose materiali, dare significa essere ricchi. Non quello che ha molto è ricco, ma colui che dà molto. L’avaro che è terrorizzato all’idea di perdere qualche cosa è, psicologicamente parlando, un povero essere, per quanto ricco sia. Chiunque sia capace di dare se stesso è ricco. Solo chi avesse appena quanto basti a sopravvivere, sarebbe incapace di godere nell’atto di dare cose materiali. Ma è noto che i poveri sono più ansiosi di dare dei ricchi. Ciò nonostante, la povertà oltre un certo limite può rendere impossibile il dare, ed è assai doloroso, non solo per la sofferenza che provoca direttamente, ma perché toglie al povero la gioia di dare.

La sfera più importante del dare, tuttavia, non è quella delle cose materiali, ma sta nel regno umano. Che cosa dà una persona a un’altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita. Ciò non significa necessariamente che essa sacrifichi la sua vita per l’altra, ma che le dà ciò che di più vivo ha in sé; le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale. In questo dono di se stessa, essa arricchisce l’altra persona, sublima il senso di vivere dell’altro sublimando il proprio. Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita. Ma nel dare non può evitare di portare qualche cosa alla vita dell’altra persona, e colui che riceve si riflette in essa; nel dare con generosità, non può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno. Dare significa fare anche dell’altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Nell’atto di dare qualcosa nasce, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambe. Ciò significa che l’amore è una forza che produce amore.

“Se amate senza suscitare amore, vale a dire, se il vostro amore non produce amore, se attraverso l’espressione di vita di persona amante voi non diventate una persona amata, allora il vostro amore è impotente, è sfortunato.”.

Amore espressione di maturità umana

È inutile sostenere che sentire l’amore come un atto di dare dipende dal carattere dell’individuo. Al contrario presuppone la conquista di un atteggiamento prevalentemente produttivo; in quest’orientamento l’individuo ha vinto l’indipendenza, l’onnipotenza narcisistica, il desiderio di sfruttare gli altri, e ha preso fiducia nelle proprie capacità umane. Nella misura in cui queste qualità mancano, egli ha paura di dare sé stesso, e quindi di amare.

Al di là dell’elemento del dare, il carattere attivo dell’amore diviene evidente nel fatto che si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme d’amore. Questi sono: la premura (o cura), la responsabilità, il rispetto e la conoscenza.

La premura

L’amore è premura soprattutto nell’amore della madre per il bambino. Noi non avremmo nessuna prova di questo amore se la vedessimo trascurare il suo piccolo, se lei tralasciasse di nutrirlo, lavarlo, curarlo; e restiamo colpiti dal suo amore se la vediamo assistere il suo bambino. Non c’è differenza anche nell’amore per gli animali o per i fiori. Se una donna ci dicesse di amare i fiori e la vedessimo dimenticare di innaffiarli, non crederemmo nel suo “amore” per i fiori. “Amore è interesse attivo per la vita e la crescita di ciò che amiamo” Là dove manca questo interesse, non esiste amore.

La responsabilità

Cura e interesse implicano un altro aspetto dell’amore: quello della responsabilità. Oggi, per responsabilità spesso s’intende il dovere, qualche cosa che ci è imposto dal di fuori. Ma responsabilità, nel vero senso della parola, è un atto strettamente volontario; è la mia risposta al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Essere “responsabile” significa essere pronti e capaci di “rispondere”. La persona che ama risponde. La vita di suo fratello non è solo affare di suo fratello, ma suo. Si sente responsabile dei suoi simili, così come si sente responsabile di sé tesso. Questa responsabilità, nel caso della madre e del bambino, si riferisce soprattutto alle cure materiali; nell’amore tra adulti, si riferisce principalmente ai bisogni psichici dell’altra persona.

Il rispetto

La responsabilità potrebbe facilmente deteriorarsi nel dominio e nel senso di possesso, se non fosse per una terza componente dell’amore: il rispetto. Rispetto non è timore né terrore; esso denota, nel vero senso della parola (respicere = guardare), la capacità di vedere una persona com’è, di conoscerne la vera individualità. Rispetto significa desiderare che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è. Il rispetto, perciò, esclude lo sfruttamento; voglio che la persona amata cresca e si sviluppi secondo i suoi desideri, secondo i suoi mezzi, e non allo scopo di servirmi. Se io amo questa persona, mi sento uno con lei, ma con lei così com’è, e non come dovrebbe essere per adattarsi a me. È chiaro che il rispetto è possibile solo se ho raggiunto l’indipendenza; se posso stare in piedi o camminare senza bisogno di grucce, senza dover dominare o sfruttare nessuno. Il rispetto esiste solo sulle basi della libertà: l’amore è figlio della libertà, mai del dominio.

La conoscenza

Non è possibile rispettare una persona senza conoscerla: la cura e la responsabilità sarebbero cieche, se non fossero guidate dalla conoscenza. Conoscere sarebbe una parola vuota se non fosse animata dall’interesse. Ci sono molti gradi di conoscenza; il conoscere, in quanto aspetto dell’amore, non si ferma alla superficie, ma penetra nell’intimo. È possibile solo se riesco ad annullarmi a vedere l’altro quale veramente è. Posso capire, ad esempio, se una persona è adirata, anche se non lo dimostra apertamente, ma se la conosco a fondo, mi accorgo che è ansiosa e preoccupata, che si sente sola, che ha un senso di colpa. Allora mi rendo conto che la sua ira altro non è che la manifestazione di qualcosa di più profondo, e l’ansia. manifestazione di sofferenza, e non di collera.

Premura, responsabilità e comprensione sono strettamente legate fra loro. Sono un complesso di virtù che fanno parte della personalità matura, di una persona che sviluppa con profitto i suoi poteri, che sa quello che vuole, che ha abbandonato sogni narcisistici di onnipotenza e di onniscienza, che ha acquistato l’umiltà fondata sulla forza intima che solo l’attività produttiva può dare.

Gli oggetti d’amore

L’amore non è soltanto una relazione con una particolare persona: è un’attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona coi mondo, non verso un “oggetto” d’amore. Se una persona ama solo un’altra persona e è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico, o un egotismo portato all’eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l’amore sia costituito dall’oggetto, non dalla facoltà d’amare. Infatti, essi credono perfino che sia prova della intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona “amata”. Questo è lo stesso errore di cui abbiamo già parlato prima. Poiché non si vede che l’amore è un’attività, un potere dell’anima, si ritiene che basti trovare l’oggetto necessario e che, dopo ciò, tutto vada da sé. Questa teoria può -essere paragonata a quella dell’uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l’arte, sostiene che deve solo aspettare l’oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente non appena lo avrà trovato. Se io amassi veramente una persona, io amerei il mondo, amerei la vita. Se posso dire a un altro “ti amo”, devo essere in grado di dire “amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso”.

Dicendo che l’amore è un orientamento che si riferisce a tutto e non a uno, non voglio dire che non ci siano differenze tra le varie forme d’amore, legate all’oggetto amato.

Amore fraterno. La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività. Se io ho sviluppato la capacità d’amare non posso fare a meno di voler bene ai miei fratelli. Nell’amore fraterno c’è il desiderio di fusione con tutti gli uomini, c’è il bisogno di solidarietà umana. L’amore fraterno si fonda sul principio dell’unione coi nostri simili. Le differenze di talento, d’intelligenza, di comprensione, sono trascurabili in confronto a quello che c’è in comune tra tutti gli uomini. Per sentire questa uguaglianza è necessario penetrare dalla superficie in profondità. Se io percepisco un altro essere solo in superficie, sento le differenze che ci separano. Se penetro in profondità, percepisco la nostra uguaglianza, ciò che ci fa fratelli. Questa è comunicazione profonda anziché superficiale. Come Simone Weil ha espresso così meravigliosamente: “Le stesse parole (ad esempio, un uomo dice alla moglie ” ti amo “) possono essere banali e straordinarie, secondo come sono dette. E il modo dipende dalla profondità di un essere umano, dalla quale scaturiscono senza che la volontà sia in grado di fare nulla. E con un accordo meraviglioso esse raggiungono in lui forma ed espressione. Così colui che sente può discernere, se ha potere di discernimento, ciò che é il valore del mondo.”

L’amore fraterno è amore tra esseri simili; ma, in realtà, anche tra simili che non sono sempre “simili”: infatti. poiché siamo esseri umani, siamo tutti bisognosi di aiuto. Oggi io, domani tu. Ma questo bisogno di aiuto non significa che uno è indifeso e l’altro potente. La debolezza è una condizione transitoria; la capacità di stare ritto e camminare coi propri piedi è lo stato normale e permanente.

Eppure, l’amore per l’essere indifeso, l’amore per il povero e per lo straniero, sono il principio dell’amore fraterno. Amare la propria carne e il proprio sangue non è una conquista. L’animale ama i suoi piccoli e li cura. Il debole ama il suo padrone poiché la sua vita dipende da lui; il bambino ama i suoi genitori poiché ha bisogno di loro. Solo l’amore disinteressato è un sentimento maturo, completo. È significativo, nel Vecchio Testamento, il fatto che l’oggetto d’amore dell’uomo sia il povero, lo straniero, la vedova e l’orfano, ed eventualmente, anche il nemico, l’egiziano e l’edomita. Con la compassione per il debole, l’uomo comincia a sviluppare l’amore per il fratello; e nel suo amore per se stesso, ama anche colui che ha bisogno di aiuto, l’essere umano fragile e insicuro. La compassione implica la comprensione e la fraternità. “Voi conoscete il cuore di uno straniero” dice il Vecchio Testamento “perché eravate stranieri nella terra d’Egitto… di conseguenza, amate gli stranieri.”

Amore materno.

Amore erotico. L’amore fraterno è tra simili; l’amore materno è amore per l’essere indifeso. Diverse come sono tra loro, queste forme d’amore sono, per la loro stessa natura, non limitate a una persona. Se io amo mio fratello, amo tutti i miei fratelli; se amo mio figlio, amo tutti i miei figli; e oltre a ciò, amo tutti i bambini che hanno bisogno del mio aiuto. In contrasto con ambedue queste forme, è l’amore erotico; questo è il desiderio della fusione completa, dell’unione con un’altra persona. È per la sua stessa natura esclusivo e non universale; è forse la più ingannevole forma d’amore che esista.

Prima di tutto, é spesso confuso con l’esperienza di “innamorarsi”, l’imprevista caduta delle barriere che esistevano fino a quel momento fra due estranei. Ma, come ho accennato prima, questa esperienza d’improvvisa intimità è per sua stessa natura di breve durata. Dopo che lo sconosciuto è diventato intimo, non ci sono più barriere da superare, né segreti da penetrare. La persona “amata” ci è nota come noi stessi. O, forse, farei meglio a dire altrettanto sconosciuta. Se si potessero sondare le profondità dell’altra persona, se si riuscisse a penetrare interamente la sua personalità, essa non diventerebbe mai così familiare, e il miracolo di superare le barriere potrebbe rinnovarsi ogni giorno. Ma per la maggior parte della gente, la propria personalità, e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita. Per loro l’intimità è stabilita principalmente col contatto sessuale. Poiché sentono la separazione dall’altra persona principalmente come separazione fisica, l’unione fisica significa superare la separazione.

Oltre a ciò, ci sono altri fattori che per molta gente significano il superamento della separazione. Parlare della propria vita personale, delle proprie speranze e delle proprie ansie, mostrarsi sotto aspetti infantili, stabilire un interesse comune di fronte al mondo, tutto ciò è inteso come un superamento della solitudine. Perfino dimostrare la propria rabbia, il proprio odio, la propria completa mancanza di inibizioni, è scambiato per intimità, e ciò può spiegare l’attrazione perversa che spesso lega una coppia, che è unita solo a letto o quando dà libero sfogo al rancore e all’odio Ma tutte queste forme di intimità tendono a ridursi man mano che il tempo passa. La conseguenza è che si cerca l’amore con un’altra persona, una persona nuova. Ancora una volta, l’estraneo viene trasformato in “intimo”, di nuovo l’esperienza di innamorarsi è intensa, e inebriante; poi comincia a farsi sempre meno intensa, e termina col desiderio di una nuova conquista, un nuovo amore – sempre con l’illusione che il nuovo amore sarà diverso dal precedente. Il carattere ingannevole del desiderio sessuale ha un peso notevole in queste illusioni.

Il desiderio sessuale tende alla fusione ed è, senza dubbio alcuno. solo un appetito fisico, il sollievo ad una tensione spasmodica. Ma il desiderio sessuale può essere stimolato dall’ansia della solitudine, dal desiderio di conquistare o di essere conquistato, dalla vanità, dalla volontà di ferire e perfino di distruggere, così come può essere stimolato dall’amore. Sembra che il desiderio sessuale possa facilmente essere confuso, o essere stimolato, da una forte emozione. Poiché il desiderio sessuale è insito nella mente e associato al bisogno d’amore, è facile concludere che ci si ama quando ci si desidera fisicamente. L’amore può ispirare il desiderio dell’unione sessuale; in questo caso la relazione fisica manca di brama, di desiderio di conquistare o di essere conquistato, ma è caratterizzata dalla tenerezza. Se il desiderio di unione fisica non è stimolato dall’amore, se l’amore erotico non è anche amore fraterno, non porta mai alla fusione se non in un senso orgiastico e fittizio. L’attrazione sessuale crea, sul momento, un’illusione d’unione, eppure senza amore questa “unione” lascia due esseri estranei e divisi come prima – a volte li fa vergognare l’uno dell’altro e li fa perfino odiare l’un l’altro, perché quando l’illusione è svanita essi si sentono più estranei di prima. La tenerezza è senza dubbio, come credeva Freud, una sublimazione dell’istinto sessuale; è la conseguenza diretta dell’amore fraterno, ed esiste sia nelle forme psichiche d’amore, che in quelle fisiche.

Nell’amore erotico c’è un’esclusività che manca nell’amore fraterno e materno. Il carattere esclusivo dell’amore erotico richiede ulteriori chiarimenti.

Spesso, l’esclusività dell’amore erotico è interpretata come attaccamento possessivo. È molto frequente trovare due persone “innamorate” tra loro che non sentono amore per nessun altro. Il loro amore è, infatti, un egoismo a due; sono due esseri che si annullano a vicenda, che risolvono il problema della separazione fondendosi tra loro. Credono così di superare la solitudine; eppure, staccandosi dal resto della specie, restano separati tra di loro e perfino da loro stessi; la loro unione è un’illusione. L’amore erotico esclude l’amore per gli altri solo nel senso di fusione erotica ma non nel senso di profondo amore fraterno.

L’amore erotico, per essere vero amore, richiede una condizione: che io ami dall’essenza del mio essere, e “senta” l’altra persona nell’essenza del suo essere. Nell’essenza, tutti gli esseri umani sono identici. Siamo tutti parte di Uno; siamo Uno. Partendo da questo principio, non ha importanza chi amiamo. L’amore dovrebbe essere essenzialmente un atto di volontà, di decisione di unire la propria vita a quella di un’altra persona. Questo è, in verità, ciò che di razionale v’è dietro il concetto dell’insolubilità del matrimonio, com’è dietro molti matrimoni tradizionali, in cui i due sposi non si scelgono tra loro, ma vengono scelti l’uno per l’altro, e che tuttavia ci si aspetta si amino. Nella civiltà occidentale moderna questo concetto appare falso, nel suo insieme. L’amore dovrebbe essere una reazione emotiva, spontanea, un sentirsi improvvisamente uniti da un sentimento irresistibile. Sotto questo aspetto, si vedono solo le caratteristiche dei due esseri coinvolti, e si dimentica il fatto che tutti gli uomini sono parte di Adamo, e tutte le donne parte di Eva. Si trascura un fattore fondamentale, nell’amore erotico: quello di volere. Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno. Se l’amore fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. Una sensazione viene e va. Come posso sapere che durerà sempre, se non sono cosciente e responsabile della mia scelta?

Tenendo conto di questi elementi, si arriva alla conclusione che l’amore è essenzialmente un atto di volontà, e che di conseguenza non importa chi ne sia l’oggetto. Sia il matrimonio combinato da altri, sia esso il risultato di una libera scelta, basterebbe un atto di volontà a garantire la durevolezza dell’amore. Questo punto di vista sembra non tener conto del carattere paradossale della natura umana e dell’amore erotico. Tutti noi siamo Uno, eppure ognuno di noi è un’entità unica, separata. Nei nostri rapporti col prossimo si ripete lo stesso paradosso. In quantoché siamo uno, possiamo amare tutti nello stesso modo, nel senso di amore fraterno. Ma in quantoché siamo esseri distinti, l’amore erotico esige prerogative strettamente individuali, che esistono tra determinate persone, e non certo tra tutte.

Entrambi i punti di vista, perciò, sia quello dell’amore erotico inteso come attrazione strettamente individuale tra due persone, sia quello dell’amore erotico considerato come un atto di volontà sono fondati, o meglio la verità non è né questa né quella. Di conseguenza, il concetto di un rapporto che si possa facilmente troncare se fallisce, è altrettanto errato del concetto che tale rapporto non possa mai essere troncato,

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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