In trent’anni di studio ho imparato che raramente le persone arrivano da me chiedendosi se quello che provano sia amore o qualcos’altro. Più spesso, in realtà, lo sanno già: hanno letto, si sono informate, riconoscono nella propria storia i tratti di una dipendenza affettiva. “Sì, dottore, so che è una dipendenza” mi dicono. E subito dopo, quasi a difendersi da una conclusione che temono: “Ma io lo amo comunque”.

Ecco il punto più difficile da scardinare in terapia, quello su cui si gioca gran parte del lavoro clinico: non è far riconoscere la dipendenza, che spesso la persona ha già intuito. È far comprendere che quella dipendenza non convive con l’amore, ma lo ha sostituito. Che ciò che si prova per quella persona — per quanto intenso, per quanto reale nella sua sofferenza — non è amore travestito da dipendenza. È dipendenza, e basta.

Non è un argomento facile da trattare senza cadere nei luoghi comuni da rotocalco. Proverò a farlo con il rigore che la materia richiede, ma anche con la delicatezza che merita chi in questo momento si sta riconoscendo in queste righe.

Non tutto ciò che fa soffrire è amore
Il primo equivoco da sgomberare è culturale, prima ancora che clinico. Cresciamo con un immaginario romantico che confonde sistematicamente l’intensità con la profondità, la sofferenza con la passione, il bisogno con il desiderio. “Ti penso sempre”, “non riesco a stare senza di te”, “mi fa impazzire” sono frasi che nelle canzoni suonano come dichiarazioni d’amore assoluto. Nella pratica clinica, spesso, sono i primi sintomi di un legame che ha smesso di essere scelta ed è diventato necessità.
La differenza è tutta qui: l’amore sano si aggiunge alla vita di una persona, la dipendenza affettiva la sostituisce. Nel primo caso l’altro arricchisce un’esistenza che regge anche da sola. Nel secondo, l’altro diventa l’unica fonte di senso, di regolazione emotiva, persino di identità.

Le radici: cosa dice la ricerca
Il concetto di dipendenza affettiva non compare come categoria diagnostica autonoma nel DSM-5, e questo è un dato importante da conoscere: non è “una malattia” nel senso stretto del termine, ma un pattern relazionale che condivide meccanismi neurobiologici e comportamentali con le dipendenze da sostanza. Gli studi di Helen Fisher sull’attivazione dei circuiti dopaminergici legati all’innamoramento hanno mostrato come le fasi iniziali dell’amore possano attivare aree cerebrali molto simili a quelle coinvolte nella ricerca compulsiva di una sostanza. Quando quel legame diventa insicuro e instabile, l’attivazione di questi circuiti — anziché placarsi — si intensifica, in un meccanismo che i ricercatori chiamano “attrazione da frustrazione”.
Sul piano dello sviluppo, la cornice teorica più solida resta quella della teoria dell’attaccamento di John Bowlby, poi sviluppata da Mary Ainsworth e in seguito da Bartholomew e Horowitz nel loro modello a quattro categorie. Chi ha sviluppato uno stile di attaccamento ansioso in infanzia — spesso in presenza di caregiver imprevedibili, a tratti presenti e a tratti assenti — tende da adulto a ricercare partner che riattivano quella stessa imprevedibilità, in un tentativo (inconsapevole e purtroppo spesso fallimentare) di risolvere finalmente ciò che allora non poté essere risolto.

I segnali da imparare a riconoscere
Non esiste un unico segnale che definisca una dipendenza affettiva tossica, ma una costellazione di indizi che, presi insieme, formano un quadro piuttosto chiaro:
➡️La paura dell’abbandono guida le scelte, più del desiderio di stare bene. Si accetta, si tollera, si giustifica pur di non restare soli.
➡️L’autostima oscilla con l’umore del partner. Se lui o lei sta bene, si sta bene. Se è distante, ci si sente in colpa, sbagliati, indegni.
➡️Il tempo e le energie si restringono progressivamente attorno alla relazione: amicizie, interessi, persino il lavoro passano in secondo piano.
Si interpretano i silenzi come messaggi, si rilegge ogni frase per trovarne il vero significato, si controllano telefono e social con una frequenza che toglie serenità.
➡️Le rotture non liberano, ma terrorizzano. Anche relazioni oggettivamente dannose vengono vissute come irrinunciabili.
Si torna, si perdona, si ricomincia, non perché la situazione sia cambiata, ma perché l’idea di restare senza quella persona è più intollerabile della relazione stessa.
Se in questo elenco vi siete riconosciuti in tre o quattro punti, non è una sentenza: è un invito a guardare più da vicino.

Il paradosso della dipendenza tossica
Ciò che rende questi legami particolarmente insidiosi è un paradosso che osservo costantemente in studio: più il rapporto è instabile e imprevedibile, più il legame sembra intensificarsi. Non è masochismo, è biologia del rinforzo intermittente — lo stesso meccanismo che rende le slot machine così efficaci nel creare dipendenza. Una gratificazione che arriva a intervalli irregolari e imprevedibili genera un attaccamento comportamentale più forte di una gratificazione costante e prevedibile. Il “torna e se ne va” del partner tossico, insomma, non è un difetto della relazione: è, purtroppo, il suo motore.

Qualche indicazione, senza pretesa di sostituire un percorso
Non è mia intenzione trasformare un articolo in una terapia a distanza — sarebbe disonesto, oltre che clinicamente scorretto. Alcune direzioni, però, possono essere un primo passo:
➡️Cominciare a osservare senza giudicare: tenere un diario, anche solo mentale, di come ci si sente prima e dopo ogni interazione con il partner, aiuta a rendere visibile un pattern che spesso resta invisibile perché vissuto giorno per giorno.
➡️Ricostruire una vita che non dipenda da un’unica fonte di conferma: riattivare relazioni, interessi, spazi personali non è un tradimento della coppia, è la condizione perché la coppia possa tornare a essere una scelta e non un’ancora di salvataggio.
➡️E infine, quando il pattern è radicato, non affrontarlo da soli. Un lavoro terapeutico su questi temi — spesso di stampo psicodinamico o basato sulla teoria dell’attaccamento — permette di risalire alle origini del bisogno, non solo di correggerne le manifestazioni.

Una riflessione, per chiudere
Mi capita spesso di chiedere, a chi arriva in studio parlando di un amore che fa soffrire: “Se domani questa persona sparisse dalla tua vita, cosa resterebbe di te?”. È una domanda scomoda, lo so. Ma è anche, spesso, la prima crepa attraverso cui filtra un po’ di verità.
L’amore che ci completa non è quello che ci consuma. È quello che, tolto per un momento dal quadro, ci lascia comunque interi.

Dottor Roberto Cavaliere Psicoterapeuta
​per info e contatti https://wa.me/393208573502


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