“Le persone ti danno ciò che sono; quello che meriti devi dartelo da solo.”
C’è una fantasia che portiamo dentro fin da bambini, spesso senza saperlo: che se amiamo abbastanza bene, se ci comportiamo in un certo modo, se siamo abbastanza pazienti, meritevoli, presenti — prima o poi qualcuno ci restituirà esattamente quello di cui abbiamo bisogno.
È la logica del merito applicata all’amore, ed è una delle illusioni più dolorose che esistano, perché ci lega a persone incapaci non per colpa, ma per struttura.
Le persone non ti danno ciò che meriti.
Ti danno ciò che sono capaci di dare, nei limiti della loro storia, delle loro ferite, del loro grado di consapevolezza. Un genitore evitante non ti negherà l’affetto perché non ti ami: te lo negherà perché non ha mai imparato il linguaggio della vicinanza. Un partner che ti tradisce nella fiducia non lo fa perché tu vali poco: lo fa perché porta dentro un vuoto che nessuna quantità del tuo amore può colmare al posto suo.
Questo non è un invito al cinismo, né una scusa per chi ci ferisce. È una distinzione clinica fondamentale, quella tra causa e responsabilità: capire perché qualcuno ci dà poco non significa giustificarlo, significa smettere di cercare in noi stessi la spiegazione di un vuoto che appartiene a lui.
E qui arriva la parte più difficile, quella che nessuno vuole sentirsi dire: se aspetti che sia l’altro a restituirti il valore che senti di meritare, resterai in debito per sempre.
Perché nessuno può darti una cosa che non possiede. Il riconoscimento che cerchi fuori — quello vero, stabile, che non dipende dall’umore altrui — può nascere solo da un lavoro interno: imparare a vedersi, a validarsi, a non delegare ad altri la sentenza sul proprio valore.
Non è solitudine. È l’unico atto che ti rende libero di amare senza mendicare.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta
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