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FINE AMORE

Ecco, vedi, io mi sono innamorato due volte nella vita, ma sul serio, e tutt’e due le volte ero sicuro che sarebbe stato per sempre e fino alla morte, e tutt’e due le volte è finita e non sono morto.Hesse

 

Dal punto di vista teorico e scientifico la fine di un amore è riconducibile agli stessi processi della separazione, del lutto.

Il primo studioso ad occuparsi delle esperienze di separazione o lutto è John Bowlby che raccoglie in maniera sistematica, le reazioni di angoscia messe in atto da una bambina di soli due anni, ricoverata in ospedale, senza la possibilità di avere accanto la propria madre. Estendendo ad altri casi i risultati della ricerca condotta, Bowlby si accorge dell’analogia del comportamento osservato nella bambina ospedalizzata, con quello messo in atto da altri bambini e da macachi separati dalle proprie madri, da persone rimaste vedove e, in generale, da adulti che hanno subito una separazione o un divorzio doloroso dal loro coniuge. Si potrebbe parlare di un vero e proprio pattern universale, articolato in tre fasi, che si succedono le une alle altre: protesta, disperazione e distacco.

La prima fase, ossia quella della protesta, è caratterizzata da reazioni piuttosto smoderate, quali pianto, grida, agitazione, ansia, panico. La persona lasciata, abbandonata, inconsapevolmente, agisce in tal modo, con l’intento di influenzare il ritorno della persona andata via.

Durante la seconda fase, quella della disperazione , ai comportamenti di iperattività e protesta attiva, subentrano altri di totale inattività, astenia, depressione. Fanno, inoltre, la loro comparsa alterazioni fisiologiche, quali disturbi del sonno, diarrea, alterazioni del comportamento alimentare, accelerazione del battito cardiaco. Alla delusione dovuta agli esiti negativi dei comportamenti messi in atto durante la prima fase, che non hanno garantito il ritorno della persona scomparsa o andata via, subentra un periodo di passiva disperazione, generata dalla consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno.

La terza fase riguarda il distacco . La persona abbandonata, cioè, dopo un determinato lasso temporale, si distacca, a sua volta, affettivamente ed emotivamente dalla persona persa, riorganizzandosi a livello emotivo e ricominciando le normali attività che contraddistinguevano la sua vita prima di restare sola.

Al di là delle tre fasi individuate sopra, nella fine di un amore, un amore che ci ha profondamente coinvolti, si prova una sofferenza indicibile, si pensa che non si può più continuare a vivere, si provano sentimenti quali: tristezza, delusione, senso d’angoscia, sensi di colpa e fallimento. Forte è l’ossessione che l’accompagna, ben descritta dal brano d’apertura. Sopratutto se quell’amore ha preso tutte le nostre forze, ha preso la nostra vita, perchè come in ogni amore che viviamo, pensiamo sempre che sia quello “giusto”, quello che durerà in “eterno”. Ed è doloroso accettare che possa finire, che ci siamo sbagliati.

Il più delle volte non si riesce a comprendere perchè sia finito, non rendendosi conto che quella fine non è stata improvvisa ma era in qualche modo preannunciata in tanti piccoli gesti, occasioni, sfumature, o pur avendo notate quest’ultime si viveva comunque nell’illusione che nonostante tutto non sarebbe mai finito quell’amore.

Nella stragrande maggioranza dei casi ci si dimena, non ci si arrende, si tenta l’impossibile per recuperare quell’amore. Sopratutto si continua ad amare la persona perduta, a volte più di prima. A volte si prova qualche timida speranza di recuperare l’amore perduto, sopratutto se l’altra parte, incautamente, manifesta qualche piccolo segnale d’affetto o di comprensione, che si tende subito ad interpretare come segnale di una rinnovata disponibilità ad amarci e non lo si vede nel suo reale significato (tipica la frase “forse mi ama ancora un pò? forse non è tutto finito?”).

Quando finisce un amore, sopratutto se si è lasciati, si compie una vera e propria analisi di quelle che sono state le cause che hanno portato alla fine. Il più delle volte la persona lasciata tende ad attribuirsi le colpe, imputando a propri comportamenti errati la fine della relazione. Questo perchè permette di poter sperare che cambiando il proprio comportamento la relazione può iniziare di nuovo, se l’altro ci dà un altra possibilità. Non ci si vuole rendere conto che molto più semplicemente l’altro non ama più. Per quanto doloroso possa essere prendere coscienza di quest’amara verità, rappresenta l’unico modo per poterne uscire. Si soffrirà in maniera spaventosa ma il tempo ci aiuterà a porre definitivamente la parola fine. Altrimenti, sperando in un altra possibilità, prolunghiamo solo la sofferenza entrando in un tunnel che ci sembrerà senza uscita.

Ma, per quanto possa essere lontano nel tempo, dopo aver pianto tutte le lacrime di questo mondo, dopo aver espresso tutta la disperazione di questo mondo, arriverà il momento in cui si toccherà il fondo del baratro. Ed in quel momento, quasi senza rendersene conto, si inizierà una lenta ma inesorabile risalita. Si accetterà la realtà delle cose. Si scoprirà che il più grande amore è quello che deve ancora venire.

Infine non dobbiamo dimenticare che il nostro modo di vivere la fine di un amore è legato ai nostri primi “abbandoni” quelli infantili. Non ricordo chi affermava “il bambino è il padre dell’uomo”. Mai come in questo caso ha ragione. Infatti a seconda di come siamo stati “abbandonati” ed abbiamo vissuto tali “abbandoni” da piccoli, che rivivremo quelli attuali e futuri. Ma non dimentichiamo che gli “abbandoni” rappresentano anche un momento di crescita.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email: cavalierer@iltuopsicologo.it

OSSESSIONE D’AMORE

Per parlare dell’ossessione d’amore cito un brano del bel libro di Todisco “Rimedi per il mal d’amore” edito nella collana Oscar Mondadori. Purtroppo il libro non è più in commercio.

Il brano che riporto fà riferimento ad un uomo che è stato lasciato dalla sua compagna dopo una relazione lunga e tormentata. Egli ha una corrispondenza epistolare col suo terapeuta (che chiama maestro) in cui descrive il suo tormento, la sua ossessione d’amore

Il seguente brano esplica molto di più di qualsiasi altro discorso.

Il maestro mi dice di cancellarla dalla mente, di fare il vuoto. Non ci riesco. Mi impongo che il fantasma di lei non penetri nella mia coscienza. Mi mobilito a erigere schermi, barriere contro la sua invasione, ma il fantasma passa attraverso ogni più piccola distrazione della guardia: e me la ritrovo davanti più vivo e reale delle persone fisiche che posso toccare con la mano. Il maestro mi dice di dimenticarla. e io che da sempre ho la memoria labile, non perdo, invece, una molecola di ciò che la riguarda. Mi sento posseduto dalla sua immagine come gli indemoniati. Non ho nessun potere di allontanarla. Quando mi lascia in pace per poco, di sua iniziativa, io vivo, e quando rientra da padrona eludendo la mia guardia io non vivo, mi distruggo.

C’è qualcosa nella mia testa che agisce sul ricordo di lei come l’acqua sopra i mosaici archeologici appannati da secoli, che restituisce loro i vividi colori originali. Se appena la sua figura si affievolisce ecco che automaticamente un getto liquido del mio cervello la investe e la rinvigorisce.

Quando smetto di pensare a lei, provo la riposante sensazione di entrare in un bunker dove mi riparo dall’inferno di fuoco che fuori imperversa. Ma la tregua dura poco.

Come l’ago della bussola volge forzosamente al Nord, così l’ago magnetico del mio pensiero non può fare a meno di puntare su Parigi.

La mia lotta contro il suo spettro e senza requie. Più cerco di fugarlo, più trova mille vie per farsi avanti. Le astuzie delle quali si serve per aggirare la mia sorveglianza sono inesauribili. Per esempio, basta la mappa della previsione del tempo che la sera vedo in tv con le nuvole che passano sulla Francia a evocare trepidamente il cielo di Parigi, la felicità del suo nuovo amore.

L’altro giorno sono andato a trovare una amica che non vedevo da tanto tempo. La bottoniera del vecchio ascensore invece della lettera T del piano terra, portava la lettera R, iniziale di rez-de-chaussèe: ed è stato sufficiente perchè il pensiero di Parigi mi cadesse addosso come una pioggia torrenziale. La rete che fa scattare le più diverse memorie legate alla sua persona, si fa sempre più fitta e assediante. Non posso vedere un cielo azzurro intenso, senza ricordare con struggimento il cielo del sahara, meta preferita dei nostri viaggi invernali in Africa.

Dura ogni giorno la fatica di disfare la tela dei sentimenti che mi legano a lei così tenacemente. Quel poco che di giorno ci riesco, di notte si ricompone e la mattina me la ritrovo intatta, quasi fossi una Penelope all’incontrario.

Sono preda di un paradosso insensato. Ciò che mi impedisce di districarmi dalla sua ombra è la forza dell’attaccamento troppo forte che lei non vuole perchè la fa sentire oppressa, e che ha incentivato la sua fuga. E io, anche ora che è lontana, invece di sciogliermi mi ci stringo dentro sempre di più, con la logica dannata del laccio.

Questo lato di me che continua a pensarla senza tregua, senza la forza di staccarsene, non può che essere un mio nemico, un mio torturatore, un mio persecutore. Per quale disguido del mio essere questo testardo si ostina a impedire che la parte consapevole di quanto è assurdo rimanere incollato emotivamente a una donna che non mi vuole, che dà la felicità a un altro, si faccia valere?

Purtroppo, nemmeno il mio rapporto con Gaetana serve a togliermela dalla testa. Gaetana è bella,mi piace, mi vuole bene, ma non ne sono coinvolto. In un altro momento della mia vita mi sarei potuto innamorare di lei, ma l’esperienza dolorosa che sto attraversando è già molto se mi lascia qualche spiraglio. Io, pur comprendendo che vale, non ne sono preso. Non sono spinto a guardarla con la parzialità con cui guardo Costanza, non mi sbilancio favore sfumandone i difetti fisici e portando alle stelle i suoi pregi. Guardo Gaetana con occhio neutrale, non mi nascondo gli aspetti che non mi vanno tanto a genio, la bocca un pò troppo tumida, la pelle non perfettamente glabra, eccetera. Gaetana mi distoglie da Costanza, non mi toglie da lei.

Mi trovo nella situazione paradossale per cui il ricordo degli anni che ho vissuto con Costanza è così vividamente presente che, al confronto, le cose reali mi sembrano un pallido sogno. Il mio persecutore, con una perfidia che mi spaventa, riesce a manipolare le cose in questo modo: impedisce che le nuove esperienze che vado facendo scaccino i fantasmi della memoria – come sarebbe naturale – e arriva a far sì che questi fantasmi trasformino a loro vantaggio i contenuti emotivi della mia vita attuale.

Da una delle finestre della casa di Gaetana, dove spesso mi fermo a dormire, si domina un bel paesaggio di montagna con cime aspre e solitarie, declivi ed altro. Per me è una visione forte e inconsueta che sembra fatta apposta per distrarmi. Ma non è così. La mattina presto, quando mi alzo, mi affaccio alla finestra col desiderio di godere di quadro incontaminato: ma mentre ho gli occhi affondati in esso, ecco che il ricordo di lei sale e lo avvolge come una nuvola di tristezza.

Così, un pò alla volta, il paesaggio che non aveva niente a che fare con lei, il paesaggio assolutamente “vergine”, viene contaminato, viene caricato, per sovrapposizione, della sua immagine. Il vederlo, che dovrebbe portarmi via da Costanza, diventa un’esca per ricordarla. Con un simile gioco di rimbalzi, temo che le mie nuove esperienze non mi portino a nessuna via di uscita. Tutto il mio futuro può diventare una prigione.

Non so cosa darei per liberarmi dalla tirannia dello spettro. Il maestro mi dice: non pensare a lei, raccogliti presso di te, allenati alla solitudine. Ma lo stare solo con me non vuol dire stare solo, vuol dire stare dolorosamente con il ricordo di lei, che entra nella mia solitudine come una lama.

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Dal punto di vista teorico e clinico l’ossessione d’amore ha analogie col disturbo ossessivo -compulsivo nella sua componente ossessiva.

Il manuale statistico-diagnostico DSM-IV-TR* per le ossessioni utilizza i seguenti criteri diagnostici :

  1. pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi o inappropriati e che causano ansia o disagio marcati
  2. i pensieri, gli impulsi, o le immagini non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale
  3. la persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni
  4. la persona riconosce che i pensieri, gli impulsi, o le immagini ossessivi sono un prodotto della propria mente (e non imposti dall’esterno come nell’inserzione del pensiero).

Come possiano dedurre, entrambe causano la perdita, in misura maggiore o minore, della capacità di controllare il contenuto della propria mente. L’attenzione è monopolizzata da pensieri e immagini che la qualsiasi sforzo di volontà non riesce a mandare via. In entrambi i casi, si hanno difficoltà di concentrazione e di impegno in attività quotidiane. Non solo, ma gli innamorati, come le persone con OCD, diventano superstiziosi e confondono pensiero e azione. Uno studio della psichiatra Donatella Marazziti conferma tali analogie. La psichiatra ha scoperto che i livelli del neurotrasmettitore serotonina sono più bassi del 40 per cento, tanto in chi ha una diagnosi di OCD quanto in soggetti sani che si dichiarano innamorati, rispetto a soggetti normali.

In ogni caso la presenza di pensieri ossessivi e compulsioni nei riguardi dell’altro è normale nelle fasi d’innamoramento, assume già caratteristiche meno normali all’interno di una dipendenza affettiva, fino ad arrivare a vera e propria patologia in determinati casi come lo stalking.

Dott. Roberto Cavaliere