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LA MORTE DI UN AMORE

La morte di un amore è come la morte d’una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto. Perfino se l’hai attesa, causata, voluta per autodifesa o buonsenso o bisogno di libertà, quando arriva ti senti invalido. Mutilato. Ti sembra d’essere rimasto con un occhio solo, un orecchio solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello dimezzato, e non fai che invocare la metà perduta di te stesso: colui o …colei con cui ti sentivi intero. Nel farlo non ricordi nemmeno le sue colpe, i tormenti che ti inflisse, le sofferenze che ti impose. Il rimpianto ti consegna la memoria d’una persona pregevole anzi straordinaria, d’un tesoro unico al mondo, nè serve a nulla dirsi che ciò è un’offesa alla logica, un insulto all’intelligenza, un masochismo. (In amore la logica non serve, l’intelligenza non giova e il masochismo raggiunge vette da psichiatria.) Poi, un po’ per volta, ti passa. Magari senza che tu sia consapevole lo strazio si smorza, si dissolve, il vuoto diminuisce e il rifiuto di rassegnarti ad esso scompare. Ti rendi finalmente conto che l’oggetto del tuo amore morto non era nè una persona pregevole anzi straordinaria, nè un tesoro unico al mondo, lo sostituisci con un’altra metà o supposta metà di te stesso e per un certo periodo recuperi la tua interezza. Però sull’anima rimane uno sfregio che la imbruttisce, un livido nero che la deturpa e ti accorgi di non essere più quello o quella che eri prima del lutto. La tua energia si è infiacchita, la tua curiosità si è affievolita e la tua fiducia nel futuro s’è spenta perchè hai scoperto d’aver sprecato un pezzo d’esistenza che nessuno ti rimborserà. Ecco perchè, anche se un amore langue senza rimedio, lo curi e ti sforzi di guarirlo. Ecco perchè, anche se in stato di coma boccheggia, cerchi di rinviare l’istante in cui esalerà l’ultimo respiro: lo trattieni e in silenzio lo supplichi di vivere ancora un giorno, un’ora, un minuto. Ecco infine perché , anche quando smette di respirare, esiti a seppellirlo o addirittura tenti di resuscitarlo. Alzati Lazzaro e cammina.


– Oriana Fallaci –

LE DOMANDE DELL’AMORE

“Mio caro Friedrich, ho dovuto fare l’esperienza che non c’è davvero nulla di più arduo che amarsi. È un lavoro, un lavoro a giornata, Friedrich, a giornata. Com’è vero Dio, non c’è altro termine. Come se non bastasse, i giovani non sono assolutamente preparati a questa difficoltà dell’amore; di questa relazione estrema e complessa, le convenzioni hanno tentato di fare un rapporto facile e leggero, le hanno conferito l’apparenza di essere alla portata di tutti. Non è così. L’amore è una cosa difficile, più difficile di altre: negli altri conflitti, infatti, la natura stessa incita l’essere a raccogliersi, a concentrarsi con tutte le sue forze, mentre l’esaltazione dell’amore incita ad abbandonarsi completamente… … Prendere l’amore sul serio, soffrirlo, impararlo come un lavoro: ecco ciò che è necessario ai giovani. La gente ha frainteso il posto dell’amore nella vita: ne ha fatto un gioco e un divertimento, perché scorgono nel gioco e nel divertimento una felicità maggiore che nel lavoro; ma non esiste felicità più grande del lavoro, e l’amore, per il fatto stesso di essere l’estrema felicità, non può essere altro che lavoro. Chi ama deve cercare di comportarsi come se fosse di fronte a un grande compito: sovente restare solo, rientrare in se stesso, concentrarsi, tenersi in pugno saldamente; deve lavorare deve diventare qualcosa”. (Da una lettera del poeta Rainer Maria Rilke ad un giovane amico)

 

Un nuovo amore dovrebbe sempre scaturire da un incontro e non da una ricerca.

Ma anche se dovessimo cercarlo e importante chiedersi cosa e chi si vorrebbe trovare e perché.

Le domande che bisognerebbe porsi sono diverse. La risposte, autentiche ed oneste, che senti in te, sono importanti, per capire perché non lo trovi, o come trovarlo.

Una possibile sequenza potrebbe essere la seguente

  • Perchè cerchi un amore ?
  • Perché ti senti vuoto e triste, e vai alla ricerca di chi ti riempia o di tiri fuori dalla tua tristezza ?
  • Oppure cerchi qualcuno da salvare, per non dover pensare a salvare te stesso ?
  • Vuoi solo dare, pensando di essere generoso, ma in realtà non ti metti in gioco?
  • Vuoi solo prendere e non hai voglia di dare ?
  • Cosa sei disposto a svelare, e ad ascoltare, a ricevere e a donare, quanto puoi vivere il contatto senza controllo emotivo, senza fare bilanci, e restando fedele a te stesso?
  • E’ davvero solitudine, questo malessere che senti ?
  • Risentimento verso chi non c’è, e verso di te per non aver meritato nessuno accanto ?
  • Se ci fosse qui qualcuno, con te, staresti davvero meglio, o sarebbe solo un modo per scaricare la tua negatività su di lui, per appoggiarti, farti trainare, o anche solo distrarti?
  • Si risolveranno automaticamente tutte le cose alle quali puoi pensare solo tu ?

Dare il nome giusto al bisogno che si prova, comprendere le motivazioni che ci spingono e i dubbi che ci offuscano, aiuta a far succedere quello che più ci sta a cuore, senza sforzo, come è naturale che avvengano le cose importanti, ma con impegno.

E’ una grande sfida riverberare sull’altro positività e non il proprio dolore ed i propri bisogni. Quando cerchi qualcuno che ti ami perché tu non sai amarti, trapela il tuo bisogno, la paura, la pretesa: è ciò che mette in fuga l’altro. La tua paura di restare solo, di sbagliare, ti fa restare solo. Diventi pesante, troppo serio, arrendevole, troppo gentile.

Durante la vita gli altri cambiano, cambiamo noi e i nostri bisogni. Se in alcuni periodi ha prevalso il bisogno di fusione, in altri può essere più importante la capacità di dare nuovi stimoli, la presenza concreta oppure l’affettuosità, il gioco o la leggerezza. In ogni caso l’autenticità.

Qual che avviene fra le persone è tanto più interessante e profondo, quanto più e libero da pretese ed aspettative, bisogni mal risposti e altre zavorre.

La nostra felicità non dipende dagli altri, possono esserne parte, ma non possono crearla né distruggerla.

Questa libertà può farci sentire leggeri, renderci forti, far sì che sia il desiderio a guidarci, non la paura: è questo che attrae l’altro.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

AMORE E FENOMENO DELLA CRISTALLIZZAZIONE IN STENDHAL

Stendhal individua quattro tipi di amore:

  • l’amore-passione, cioè l’amore esemplificato in letteratura da una vasta gamma di personaggi che va da Eloisa e Abelardo al Werther di Goethe;
  • l’amore-capriccio:”Mentre l’amore-passione ci travolge contro tutti i nostri interessi, l’amore-capriccio sa sempre conformarvisi”. Nell’amore-capriccio, ci informa Stendhal, la donne sceglie un amante tenendo conto, più che dell’opinione che ha di lui, di quella delle altre donne.
  • l’amore fisico, quello che oggi verrebbe semplicemente classificato come sesso.
  • l’ amore-vanità. In quest’ultimo caso la persona amata è solo uno strumento per aumentare la stima di sè.

Il contributo di Stendhal alla teoria dell’amore è il termine “cristallizazione”. Egli distingue due stadi del fenomeno della cristallizazione.

  • Ogni amore comincia con l’ammirazione. Segue una sensazione di grande gioia. La gioia fa insorgere la speranza. A questo punto Stendhal consiglia alla donna di capitolare per ottenere il massimo piacere fisico possibile; infatti, quando la speranza fa capolino, anche gli occhi delle donne più contegnose si accendono; il piacere è vivo e si manifesta per segni evidenti. Nasce così l’amore, e avviene la prima cristallizazione. Secondo Stendhal, dopo la prima cristallizazione l’insorgere del dubbio è inevitabile. A questo punto l’innamorato sente intensamente il bisogno di un amico, ma, come fa acutamente notare Stendhall, gli amanti al culmine dell’amore non hanno amici. Il dubbio assume forme diverse negli uomini e nelle donne. L’uomo si domanda, “potrò piacerle? vorrà amarmi?” la donna dice, ” forse per gioco dice di amarmi? è un carattere solido? può rispondere a se stesso della durata dei suoi sentimenti?”
  • Il superamento del dubbio e la sicurezza di amare e di essere riamati provoca la seconda cristallizzazione. In questa fase gli amanti hanno la sensazione che se non saranno amati periranno. La seconda cristallizzazione non può avvenire se la donna cede troppo in fretta. Tuttavia, quando tale cristallizzazione si compie, gli innamorati non vedono più in una luce reale. L’uomo sminuisce le proprie qualità ed esalta ogni minima attrattiva della persona che ama, Per Stendhal l’amore è innanzitutto una questione di fantasia. Quando s’incontra con il suo amante, la donna prova piacere non nella sua persona reale ma nell’immagine che di lui si è costruita nella mente. Secondo Stendhal l’unico esito possibile per l’amore è un’amata delusione.

Secondo Stendhal, il vero ardore amoroso esiste solo associato alla paura. Quando non si ha più paura di perdere la persona amata, la fiducia e la dolce consuetudine spengono l’ardore dell’amore.

Dott. Roberto Cavaliere

OSSESSIONE D’AMORE

Per parlare dell’ossessione d’amore cito un brano del bel libro di Todisco “Rimedi per il mal d’amore” edito nella collana Oscar Mondadori. Purtroppo il libro non è più in commercio.

Il brano che riporto fà riferimento ad un uomo che è stato lasciato dalla sua compagna dopo una relazione lunga e tormentata. Egli ha una corrispondenza epistolare col suo terapeuta (che chiama maestro) in cui descrive il suo tormento, la sua ossessione d’amore

Il seguente brano esplica molto di più di qualsiasi altro discorso.

Il maestro mi dice di cancellarla dalla mente, di fare il vuoto. Non ci riesco. Mi impongo che il fantasma di lei non penetri nella mia coscienza. Mi mobilito a erigere schermi, barriere contro la sua invasione, ma il fantasma passa attraverso ogni più piccola distrazione della guardia: e me la ritrovo davanti più vivo e reale delle persone fisiche che posso toccare con la mano. Il maestro mi dice di dimenticarla. e io che da sempre ho la memoria labile, non perdo, invece, una molecola di ciò che la riguarda. Mi sento posseduto dalla sua immagine come gli indemoniati. Non ho nessun potere di allontanarla. Quando mi lascia in pace per poco, di sua iniziativa, io vivo, e quando rientra da padrona eludendo la mia guardia io non vivo, mi distruggo.

C’è qualcosa nella mia testa che agisce sul ricordo di lei come l’acqua sopra i mosaici archeologici appannati da secoli, che restituisce loro i vividi colori originali. Se appena la sua figura si affievolisce ecco che automaticamente un getto liquido del mio cervello la investe e la rinvigorisce.

Quando smetto di pensare a lei, provo la riposante sensazione di entrare in un bunker dove mi riparo dall’inferno di fuoco che fuori imperversa. Ma la tregua dura poco.

Come l’ago della bussola volge forzosamente al Nord, così l’ago magnetico del mio pensiero non può fare a meno di puntare su Parigi.

La mia lotta contro il suo spettro e senza requie. Più cerco di fugarlo, più trova mille vie per farsi avanti. Le astuzie delle quali si serve per aggirare la mia sorveglianza sono inesauribili. Per esempio, basta la mappa della previsione del tempo che la sera vedo in tv con le nuvole che passano sulla Francia a evocare trepidamente il cielo di Parigi, la felicità del suo nuovo amore.

L’altro giorno sono andato a trovare una amica che non vedevo da tanto tempo. La bottoniera del vecchio ascensore invece della lettera T del piano terra, portava la lettera R, iniziale di rez-de-chaussèe: ed è stato sufficiente perchè il pensiero di Parigi mi cadesse addosso come una pioggia torrenziale. La rete che fa scattare le più diverse memorie legate alla sua persona, si fa sempre più fitta e assediante. Non posso vedere un cielo azzurro intenso, senza ricordare con struggimento il cielo del sahara, meta preferita dei nostri viaggi invernali in Africa.

Dura ogni giorno la fatica di disfare la tela dei sentimenti che mi legano a lei così tenacemente. Quel poco che di giorno ci riesco, di notte si ricompone e la mattina me la ritrovo intatta, quasi fossi una Penelope all’incontrario.

Sono preda di un paradosso insensato. Ciò che mi impedisce di districarmi dalla sua ombra è la forza dell’attaccamento troppo forte che lei non vuole perchè la fa sentire oppressa, e che ha incentivato la sua fuga. E io, anche ora che è lontana, invece di sciogliermi mi ci stringo dentro sempre di più, con la logica dannata del laccio.

Questo lato di me che continua a pensarla senza tregua, senza la forza di staccarsene, non può che essere un mio nemico, un mio torturatore, un mio persecutore. Per quale disguido del mio essere questo testardo si ostina a impedire che la parte consapevole di quanto è assurdo rimanere incollato emotivamente a una donna che non mi vuole, che dà la felicità a un altro, si faccia valere?

Purtroppo, nemmeno il mio rapporto con Gaetana serve a togliermela dalla testa. Gaetana è bella,mi piace, mi vuole bene, ma non ne sono coinvolto. In un altro momento della mia vita mi sarei potuto innamorare di lei, ma l’esperienza dolorosa che sto attraversando è già molto se mi lascia qualche spiraglio. Io, pur comprendendo che vale, non ne sono preso. Non sono spinto a guardarla con la parzialità con cui guardo Costanza, non mi sbilancio favore sfumandone i difetti fisici e portando alle stelle i suoi pregi. Guardo Gaetana con occhio neutrale, non mi nascondo gli aspetti che non mi vanno tanto a genio, la bocca un pò troppo tumida, la pelle non perfettamente glabra, eccetera. Gaetana mi distoglie da Costanza, non mi toglie da lei.

Mi trovo nella situazione paradossale per cui il ricordo degli anni che ho vissuto con Costanza è così vividamente presente che, al confronto, le cose reali mi sembrano un pallido sogno. Il mio persecutore, con una perfidia che mi spaventa, riesce a manipolare le cose in questo modo: impedisce che le nuove esperienze che vado facendo scaccino i fantasmi della memoria – come sarebbe naturale – e arriva a far sì che questi fantasmi trasformino a loro vantaggio i contenuti emotivi della mia vita attuale.

Da una delle finestre della casa di Gaetana, dove spesso mi fermo a dormire, si domina un bel paesaggio di montagna con cime aspre e solitarie, declivi ed altro. Per me è una visione forte e inconsueta che sembra fatta apposta per distrarmi. Ma non è così. La mattina presto, quando mi alzo, mi affaccio alla finestra col desiderio di godere di quadro incontaminato: ma mentre ho gli occhi affondati in esso, ecco che il ricordo di lei sale e lo avvolge come una nuvola di tristezza.

Così, un pò alla volta, il paesaggio che non aveva niente a che fare con lei, il paesaggio assolutamente “vergine”, viene contaminato, viene caricato, per sovrapposizione, della sua immagine. Il vederlo, che dovrebbe portarmi via da Costanza, diventa un’esca per ricordarla. Con un simile gioco di rimbalzi, temo che le mie nuove esperienze non mi portino a nessuna via di uscita. Tutto il mio futuro può diventare una prigione.

Non so cosa darei per liberarmi dalla tirannia dello spettro. Il maestro mi dice: non pensare a lei, raccogliti presso di te, allenati alla solitudine. Ma lo stare solo con me non vuol dire stare solo, vuol dire stare dolorosamente con il ricordo di lei, che entra nella mia solitudine come una lama.

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Dal punto di vista teorico e clinico l’ossessione d’amore ha analogie col disturbo ossessivo -compulsivo nella sua componente ossessiva.

Il manuale statistico-diagnostico DSM-IV-TR* per le ossessioni utilizza i seguenti criteri diagnostici :

  1. pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento nel corso del disturbo, come intrusivi o inappropriati e che causano ansia o disagio marcati
  2. i pensieri, gli impulsi, o le immagini non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale
  3. la persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni
  4. la persona riconosce che i pensieri, gli impulsi, o le immagini ossessivi sono un prodotto della propria mente (e non imposti dall’esterno come nell’inserzione del pensiero).

Come possiano dedurre, entrambe causano la perdita, in misura maggiore o minore, della capacità di controllare il contenuto della propria mente. L’attenzione è monopolizzata da pensieri e immagini che la qualsiasi sforzo di volontà non riesce a mandare via. In entrambi i casi, si hanno difficoltà di concentrazione e di impegno in attività quotidiane. Non solo, ma gli innamorati, come le persone con OCD, diventano superstiziosi e confondono pensiero e azione. Uno studio della psichiatra Donatella Marazziti conferma tali analogie. La psichiatra ha scoperto che i livelli del neurotrasmettitore serotonina sono più bassi del 40 per cento, tanto in chi ha una diagnosi di OCD quanto in soggetti sani che si dichiarano innamorati, rispetto a soggetti normali.

In ogni caso la presenza di pensieri ossessivi e compulsioni nei riguardi dell’altro è normale nelle fasi d’innamoramento, assume già caratteristiche meno normali all’interno di una dipendenza affettiva, fino ad arrivare a vera e propria patologia in determinati casi come lo stalking.

Dott. Roberto Cavaliere

 

AMARE PRIMA SE STESSI

«Ma tu mi ami?» chiese Alice.
«No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre usando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»

RELAZIONE CON UN BORDERLINE

Il disturbo bordeline di personalità è secondo il DSM IV un disturbo di personalità, cioè un disagio che investe le aree più importanti della vita di una persona, essendo insito nella personalità del paziente. E’ un disturbo molto diffuso, circa il 3% della popolazione ne soffre, con prevalenza nel sesso femminile e si sviluppa generalmente nell’infanzia o in adolescenza con un decorso solitamente cronico.
E’ soprattutto la la dimensione affettivo relazionale di chi ne è affetto ad esserne investita. Infatti i bordeline non riescono a stabilire rapporti affettivi profondi e stabili nel tempo, a causa di una mancanza d’identità che li spinge a creare rapporti problematici e distruttivi, soprattutto per chi entra in contatto con loro.
Nel soggetto bordeline l’immagine di sè varia rapidamente, con continui e repentini cambiamenti dei loro valori, delle aspirazioni, degli obiettivi che si pongono. I progetti di lavoro, i partners e gli amici che scelgono, persino la loro identità sessuale possono essere diversi nel corso della stessa giornata. Il loro tratto distintivo è l’impulsività: spendono molto, cambiano spesso partner sessuale, di frequente abusano di sostanze stupefacenti, giocano d’azzardo, guidano in maniera spericolata, ingeriscono grandi quantità di cibo, manifestano una rabbia intensa e immotivata che li spinge a coinvolgersi in litigi di vario tipo. Il tutto per colmare un’enorme voragine, un sentimento di vuoto senza tregua a cui non riescono a dare un senso. Fra gli atti estremi si può essere anche il suicidio.
A questo disturbo si associano spesso problematiche di ansia, instabilità dell’umore che va dal depresso al maniacale, timori ipocondriaci e, in situazioni di particolare stress emotivo. Possono essere presenti anche sintomi psicotici transitori, quali deliri paranoidi o idee bizzarre e inusuali.
Ma come già detto è soprattutto l’aspetto relazionale a risentirne maggiormente di tale disturbo. Chi stabilisce una relazione intima con un borderline, sia esso un amico, un partner o un genitore, vengono trascinati in un vortice di emozioni contrastanti che oscillano tra la rabbia e il senso di colpa, in un continuo circolo vizioso difficile da chiudere.
Da premettere che il borderline non si rende conto delle sue modalità inaccettabili e del male che sta facendo alla persona cara. Quasi sempre, non è consapevole di avere un problema.
Un borderline sceglie solitamente le persone a cui legarsi tra quelle più fragili, o molto legate a loro da vincoli di affetto (la madre, una persona che li ama); quindi li attira a sè: può sedurli mostrandosi molto amorevole, dimostrando sentimenti esagerati che non prova, drammatizza eventi e aspetti della sua vita al fine di manipolare chi gli si avvicina, cambia repentinamente umore e opinioni.
Quando un’altra persona si lega a lui, il borderline lo idealizza e lo fa sentire l’essere più importante del mondo; contemporaneamente gli fa il vuoto intorno, allontanando tutte le persone significative per l’altro in modo da tenerlo solo per lui, anche con la menzogna e l’inganno. Già nei primi incontri il borderline fa al partner richieste assurde: gli chiede di trascorrere molto tempo insieme, di fare cose e progetti destinate a coppie di lunga data. E l’altro, inizialmente gratificato dall’adorazione che riceve dal borderline, cade nella rete. Quando poi comincia a vedere le prime incongruenze e si ribella, incontra la protesta del borderline che continuando a manipolarlo lo fa sentire talmente in colpa da spingere l’altro a tornare sui suoi passi e a biasmarsi. Dall’idealizzazione il borderline passa alla svalutazione più estrema: la minima disattenzione del partner spinge il paziente ad accusare l’altro di trascurarlo, di non essere abbastanza presente, di averlo abbandonato. Così per il partner del borderline, s’instaura un’altalena di sentimenti che lo fa dondolare tra la rabbia e il senso di colpa, sempre più isolato dagli altri e incapace di uscire dalla trappola: è la co-dipendenza.
Il borderline farebbe di tutto per evitare l’abbandono, perchè sente che non può tenersi in piedi senza una persona cara che si prenda cura di lui. Sono gli altri a dare senso alla sua vita. Se il partner di un borderline paventa una separazione anche breve il borderline manifesta un’angoscia devastante o un furore disperato, fino a minacciare o a mettere in atto comportamenti eteroaggressivi o autoaggressivi come farsi del male in vario modo o tentativi di suicidio. Vivere sereni con un borderline è pressochè impossibile: il partner dovrebbe essere a disposizione sempre, non criticarlo mai e sottostare a regole rigide e inaccettabili. In poche parole dovrebbe imparare a “camminare sulle uova”. Manifestano infatti scarsa empatia, non considerando che l’altro può avere come loro dei bisogni o dei problemi.
E’ possibile uscire da tale relazione malata solo prendendo consapevolezza da parte sia del bordeline che di chi lo subisce che nella loro relazione è presente un ‘terzo’ che è la patologia descritta. Dopo tale consapevolezza è possibile intraprendere una terapia individuale e/o di coppia.
Dott. Roberto Cavaliere 

DIFFERENZA TRA ATTACCAMENTO E AMORE

“… Già nelle prime fasi della relazione, dunque, cominciate a ricevere segnali contrastanti: lui (o lei) chiama, ma quando ne ha voglia; mostra interesse per voi, ma vi fa capire che si sta ancora guardando intorno. Insomma, vi tiene sulle spine. Ogni volta che vi arrivano questi messaggi contraddittori, il vostro sistema di attaccamento si mette in moto e cominciate ad essere in ansia per la relazione.
Poi, però, arriva un complimento o un gesto romantico che vi fa battere il cuore a mille e allora vi dite che, dopo tutto, è ancora interessato/a a voi: siete al settimo cielo. Purtroppo questa sensazione di beatitudine non è destinata a durare. In breve tempo i messaggi positivi ritornano a mescolarsi a quelli ambigui e di nuovo vi ritrovate in balia di un turbine di emozioni. A questo punto vivete col fiato sospeso, anticipando col pensiero quel piccolo gesto, quella parola che vi rassicurerà.
Dopo aver vissuto per un po’ questa situazione, cominciate a fare una cosa molto interessante: cominciate a scambiare l’ansia, le preoccupazioni, l’ossessione e quei brevissimi momenti di gioia per amore. Ciò che state facendo in realtà è confondere la passione con un sistema di attaccamento in azione. Se la cosa va avanti da un po’, è come se vi programmaste per venire attratti proprio da quegli individui che hanno le minori probabilità di rendervi felici. Avere un sistema di attaccamento perennemente attivo è il contrario di ciò che la natura aveva in mente per noi in termini di amore gratificante. Come si è visto una delle scoperte più importanti di Bowlby e Ainsworth è che per crescere e prosperare come esseri umani abbiamo bisogno di una base sicura da cui trarre forza e conforto. Perché ciò accada, il sistema di attaccamento deve essere calmo e sentirsi al sicuro. Ricordate: un sistema in azione non vuol dire passione.
La prossima volta che uscite con qualcuno e vi trovate in preda ad ansie, insicurezze e ossessioni – per sentirvi poi una volta ogni tanto euforici – dite a voi stessi che probabilmente si tratta del sistema di attaccamento in azione e non di amore! Il vero amore da un punto di vista evolutivo, significa pace mentale. Il detto “le acque tranquille scorrono profonde” è un bel modo per descrivere la cosa”

LEVINE, A., HELLER, R. (2012), Dimmi come ami e ti dirò chi sei, TEA, Milano.
www.maldamore.it