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   OLTRE IL MURO

A questo punto, diventa straordinariamente facile comprendere la nostra vita: comunque siamo, non potevamo essere altrimenti. Niente rimpianti, niente strade sbagliate, niente veri errori. L'occhio della necessità svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere. James Hillman da Il codice dell'anima


Sono le17:00, è già ora di andare. Mi accingo a raccogliere le ultime carte dalla scrivania, frutto di un lunghissimo lavoro, guardo per un ultima volta se sul pc è arrivata la tanto aspettata E - mail di mio fratello.
Lui emigrò in America all’inizio degli anni ’90 decise di raggiungere mio padre ormai stabilitosi lì da diverso tempo.
Un sacco di pensieri invadono inevitabilmente la mia mente ogni volta che aspetto un suo messaggio, una sua telefonata. Un miscuglio di emozioni prendono forma dentro di me, mescolando odio e amore in qualcosa di assolutamente inspiegabile.
Sono confusa. Mi sento sola oggi. Sarà colpa di questo maledettissimo tempo grigio, questo vento freddo che scompiglia i miei capelli acconciati a festa, sarà anche per colpa dei miei trent’anni, sarà colpa del tempo che è scivolato via troppo in fretta senza mai darmi il tempo neppure di essere felice una sola volta.
Infatti non ricordo di esserlo mai stata. Sta di fatto che molta gente lamenta il fatto che quasi mai è riuscita a vedermi sorridere. Ma ho sempre pensato «fanculo la gente!!!» «Che né sà della mia vita!» Bravi loro a giudicare a puntare il dito e poi lasciare andare la lingua sconnessa al cervello, naturalmente.
Io la mia vita credo di averla amata più di ogni altra cosa, l’ho sempre afferrata per mano…tenendola stretta stretta a me…..con la paura costante che potesse sfuggirmi. Io l’amo la mia vita.
Eppure c’è stato un momento lo ricordo perfettamente come fosse ieri, in cui per un istante un solo momento ho desiderato non essere mai nata.
Credo d’aver avuto appena 10 anni. Ricordo bene che fuori pioveva a dirotto, le finestre sbattevano quasi a doversi rompere, il cielo era scuro, le strade semi deserte, la gente correva sotto i portici per ripararsi, io sembravo quasi divertita da quel temporale, anche se a dire il vero avvertivo non poca solitudine in quella casa scura dove mi era concesso accendere la luce solo per pochi minuti. La televisione al massimo un’oretta prima di andare a letto, per non parlare del freddo che avvertivo in quella casa così grande e poco accogliente.
Infatti le stanze erano enormi e ricordo bene ero terrorizzata quando, al calare della sera dovevo attraversare quel lungo corridoio per rifugiarmi sotto le coperte. Avevo paura dell’orco, del lupo e di tanto altro ancora. Questa è la casa della nonna materna, posto in cui dovevo stare per volere del giudice.
I miei genitori arrivarono a sposarsi prestissimo.
Mia madre aveva appena 16 anni quando si ritrovò me nel pancione.
Un matrimonio costretto mi verrebbe da dire, ma oggi a distanza di 29 anni mi rendo conto che fu vero amore.
Quel povero Cristo di mio padre si ritrovò a fare il babbo a 17 anni. Aveva in testa tanti amori, di tante cose aveva ancora voglia, ma soprattutto bisogno di fare. Mia madre credo non si sia mai resa conto realmente di niente. Aveva ancora bisogno di giocare con le bambole ed io in realtà non lo ero visto che piangevo ininterrottamente.
I miei nonni si occupavano di me, almeno fino a quando l’anno successivo non arrivò mio fratello.
In realtà non so come mi sentivo, non ricordo nulla di quel periodo…tra l’altro sarebbe veramente impossibile farlo, ma da quello che mi raccontano i miei, ho tentato più volte di eliminare mio fratello. Che ridere!
Insomma avevo 10 anni, il tempo fuori faceva schifo e mi trovavo a casa dei nonni, quando mi venne la felice idea di mettermi a giocare con i vecchi libri e quaderni in questa enorme libreria che aveva mia nonna. Mi ritrovai a giocare con un vecchio diario di mia madre segretamente custodito…, (almeno fino ad allora), ma che ci vuoi fare, i bambini hanno fiuto nel trovare le cose…ma soprattutto sono incuriositi dalle cose ben nascoste. Mentre lo sfogliavo leggevo qua e là i pensieri tristi di mia madre.
Sembrava che quelle pagine fossero bagnate dalle sue lacrime e riscaldate da tutto il suo amore…..Amava tanto mio padre.
Un amore difficile, travagliato. Lui per conto suo non sembrava molto preso da tutta questa situazione, troppo giovane, troppe responsabilità.
Mentre mi accingevo a chiudere il diario, trovai una lettera, era destinata a mio padre.
Credo che lui non l’abbia mai letta.
«Ciao amore mio,
solo Dio sa quanto mi tocca soffrire chiusa tra queste mura. Il silenzio è nauseante, e in me si fa vivo il desiderio di morire. Ho pensato a noi per tanto tempo oggi, a come ci siamo conosciuti, al primo bacio, al nostro amore, alla nostra prima volta insieme, alla nostra bambina.
Mi dispiace che il tuo primo bambino non sia stato un maschio come tu desideravi. Infatti ho sempre pensato che fosse stato questo il motivo per cui non ci hai mai accettato. Ci hai provato però. E poi la grande sorpresa il nostro secondo bambino. Quello non era un errore, lui lo volevamo veramente. Eravamo felici ricordi? Ma tutto è durato così poco! In questo momento mi sento tanto sola, vorrei sapere dove sei, ma sopratutto con chi sei, e perché non mi cerchi. I bambini piangono ed io ho i nervi a pezzi. Chissà se morissi, ti faresti vivo?
Ti amo…..»
Ho ancora le lacrime che scendono dai miei occhi. Fu davvero una rivelazione scioccante per me.
Ero un errore e nient’altro, solo un errore. Niente amore per me.
Credo di aver pianto tanto quella notte sotto le coperte.
Il papà che io amavo tanto, che aspettavo per tanto tempo davanti alla finestra con la speranza che venisse a prendermi per portarmi via da quella casa buia e triste…..non mi amava, non mi aveva mai amato.
Credo di averlo odiato poi. Nei giorni a seguire persi la voglia di sorridere, di giocare con i miei coetanei, e credo che anche il mio profitto scolastico ne risentì tantissimo.
Infatti quando ci annunciò la sua partenza per gli Stati Uniti, insieme alla sua nuova fiamma…(una delle tante, pensavo) ma che poi in realtà sposò, non soffrii. Speravo non tornasse più.
Ero quasi pietrificata all’aeroporto cui mi costrinsero ad andare tra le altre cose.
Più drammatico fu per me vedere mio fratello aggrappato alle sue gambe….in lacrime.
Gli fece una promessa, al suo prossimo rientro l’avrebbe preso con se e portato in America.
Quella notte sotto le coperte abbracciai fortissimo mio fratello ancora in lacrime.
Volevo proteggerlo da tanta violenza, ma che ci vuoi fare ero anche io una bambina, ed anche io avevo bisogno di essere protetta, di essere amata, ed in quel momento abbracciata.
Mia madre passava le sue giornate a piangersi addosso, tanto che poco tempo dopo tentò il suicidio.
Uno dei tanti.
La sua depressione diventò tale, che fu necessario un ricovero in ospedale, e il giudice ritenne necessario allontanarci da lei.
Fummo perciò affidati ad entrambi i nonni materni e paterni, con la possibilità di vedere la mamma due volte a settimana.
In realtà per diversi mesi non la vidi mai.
Il mio cuore iniziò ad inaridirsi. Avevamo così bisogno di loro.
A scuola nel periodo dei colloqui non c’erano mai, non c’erano durante i nostri saggi scolastici quelli sportivi, il giorno della prima comunione, la Cresima.
Anzi no, in quell’occasione miracolosamente mia madre si presentò.
Non ci credevo ancora quando la vidi tra i banchi di quella chiesetta, ero così felice, anche io quel giorno come tutti i miei amici avevo una mamma.
Ricordo di aver inventato un sacco di storie sui miei genitori, che erano dottori, che lavoravano nel nord Italia e che erano molto impegnati, che noi ci andavamo spesso che avevamo delle camerette bellissime con tanti giocattoli, e che erano ricchissimi.
Ma la verità era un’altra. I miei genitori erano dei poveracci, ognuno impegnato in situazioni sentimentali contorte…con tanti debiti e poca voglia di sentirci.
Praticamente ci avevano abbandonato.
Ma era una verità troppo difficile da accettare per me e allora preferivo inventarmi delle storie.
Credo però che tutti sapevano la verità sulla mia famiglia e sul destino mio e di mio fratello, tant’è che molti genitori facevano fatica ad invitarci perfino ai compleanni dei loro figli.
Potevamo essere un esempio negativo per i loro bambini, e poi noi risultavamo essere orfani.
Essere orfani in teoria non significa solo perdere i propri genitori causa morte.
Essere orfani significa anche averceli i genitori, sapere che ci sono, che esistono, che hanno un volto, un nome, che portano il tuo stesso cognome ma che in realtà sono frutto solo della tua immaginazione.
Non ti hanno mai voluto…ti hanno abbandonata al tuo destino senza mai preoccuparsi di cosa ne è della tua vita.
Qualche volta ho pensato siamo fortunati noi, abbiamo i nonni.
Tante volte mia madre in preda a qualche crisi isterica ci aveva minacciato: «VI ODIO, VI CHIUDO IN COLLEGGIO, SPARITE DALLA MIA VITA».
Ricordo che quelle parole erano per me pesanti come macigni.
Mia madre proviene da una famiglia di brava gente, onesti lavoratori, contadini.
Una vita piena di sacrifici, di rinunce. Seconda di cinque figli è stata a detta dei nonni quella che ha sempre dato del filo da torcere.
Ricordo ancora le parole di mio nonno Sant ’uomo: «Se non fosse stato per tua nonna, l’avrei gettata giù dalla finestra a quell’indemoniata». Mi faceva tanto ridere quell’affermazione. Così contraria e lontana dalla personalità fragile di mia madre.
Chi si prendeva cura di mia madre era sua sorella maggiore.
Non ho parole per definire mia zia. Ogni aggettivo sarebbe inappropriato, so solo che la guardavo con occhi innamorati di chi desidera intensamente qualcosa.
In cuor mio ho sempre desiderato fosse stata lei la mia mamma. Una persona amorevole così piena di sensibilità, ancora sento le sue mani mentre mi accarezza dolcemente i capelli e mi sussurra all’orecchio
« Buongiorno amore mio!»
In quell’istante, in quel preciso istante, sentivo d’essere importante per qualcuno.
Ricordo il giorno del mio compleanno c’era sempre lei in prima fila a preoccuparsi di tutto.
Ricordo le lunghe chiacchierate mentre ci insegnava un nuovo gioco, o mentre ci aiutava a fare i compiti. Qualche volta quando si presentava all’uscita di scuola e i miei compagni mi chiedevano: «ma è lei la tua mamma»? io orgogliosamente dicevo «si è lei». Ero talmente convinta di dire la verità, che mi distaccavo dal mondo reale, vivevo in uno stato di trans perenne. Tutto per me era un sogno, era desiderio.
Sono state così tante le bugie che ho raccontato che neppure le ricordo più. Avevo creato un mondo surreale, dove mi rifugiavo tutte le volte che mi sentivo in pericolo.
Non ho mai vissuto la mia infanzia. Sono cresciuta prima degli altri bambini…….trovare una spiegazione ai tanti perché della tua vita non è facile soprattutto per una bambina di 10 anni.
Ricordo che un giorno mia madre si svegliò miracolosamente dallo stato di coma vegetativo cui viveva (si fa per dire), ed iniziò ad intraprendere una serie di azioni legali contro mio padre, abbandono del tetto coniugale, adulterio, separazione e poi la richiesta più esplicita di divorzio.
Capii benissimo che nella sua vita entrò un uomo. Credetemi non l’ho mai odiata tanto come in quei momenti. Non era più lei che parlava ma lui, un uomo violento sia psicologicamente che fisicamente.
Io e mio fratello avevamo paura di lui. Mia madre era costretta a dargli tutti i soldi che guadagnava in un’impresa di pulizie. Una grande lavoratrice. Spesso penso a quando rincasava la sera, stanchissima con tutte le mani rovinate da quei prodotti che si usano per pulire i pavimenti, sanguinavano. La vedevo piangere spesso. Piangeva per la sua situazione, piangeva per noi, ma soprattutto piangeva per mio padre. Tante volte aveva accettato le infatuazioni che mio padre prendeva per altre donne…inglesi, cinesi , brasiliane, tutte le nazionalità. Persino la migliore amica di mia madre. Quella volta poverina era disperata…li sorprese insieme nel loro letto matrimoniale. Fu un grande dolore. Ma neppure in quell’occasione lo abbandonò. Una gran donna mia madre.
Io non ci avrei pensato più volte a sbatterlo via di casa…..lei invece!!!!!
Soffriva per la sua mancanza.
Si sentiva impotente, frustrata come donna e come madre. Quest’uomo che conobbe un magnaccio dico io la costringeva ad avere atteggiamenti di parte.
Fummo da li a poco prelevati dalle rispettive nonne ed obbligati a vivere con lei.
Dico obbligati perché ne io ne mio fratello avevamo mai espresso il desiderio di vivere con lei, dimostrazione le nostre tante fughe. Una clamorosa fu quella ideata da me.
Mia madre aveva la cattiva abitudine di chiuderci a chiave e andare a lavoro. Io e mio fratello che chiamerò Andrea eravamo costretti a rimanere chiusi in casa come carcerati.
Era estate, il caldo afoso, in televisione non trasmettevano nulla se non pubblicità, allora mi venne la felice idea di scappare, e portare con me Andrea. Lui sarebbe venuto con me a qualsiasi costo, non l’avrei mai lasciato solo, così andai dalla vicina cui corrispondeva lo stesso terrazzino e dissi lei: «Signora, mia madre ci ha detto di comprare il pane, ma ci ha chiuso dentro», «Può farci scendere da lei»? Acconsentì. Ma non facemmo più ritorno.
Si mobilitò tutta la città in nostra ricerca. Sembravamo inghiottiti, spariti nel nulla.
Ci trovarono in tarda serata in lacrime, impauriti. Da quel giorno e per gli anni avvenire restammo a casa della nonna paterna. Io ero molto felice, ed anche mio fratello sembrava gradire tanta accoglienza.
Tra alti e bassi la nostra vita andò avanti. Sempre uniti sempre insieme, uno a sostenere l’altro. Eravamo più forti in due.
Avevo 14 anni, quando un giorno tornando da scuola, mio fratello mi disse: “«Parto vado in America»,
«Raggiungo papà». Io non fiatai, accennai un sorriso quasi ad acconsentire serenamente alla sua decisione, ma in realtà morivo dentro. «Ormai puoi andare» aggiunsi, «e tu» mi chiese, « io vivrò lo stesso, forse meglio visto che rompi le palle in continuazione». Un’altra bugia. Stavo cadendo, volevo fuggire, avrei voluto piangere all’infinito, ma non davanti a lui. Questo mai. Si sarebbe fatto condizionare dalle mie lacrime, e non sarebbe più partito. Ed io non potevo farlo, non lo meritava. Lui desiderava più d’ogni altra cosa raggiungere mio padre. Era un sogno che si stava realizzando, ed io per il mio egoismo non potevo trattenerlo.
Se ne andava una parte di me. Piansi tutte le notti, non so per quanto tempo, ma piansi tanto.
Credo che Andrea qualche volta mi abbia anche sentito, ma non mi disse mai niente.
So solo che quando partì ci stringemmo in un forte abbraccio, quasi a dover soffocare.
Un altro abbandono nella mia vita, ma questo fu quello più doloroso. Io e Andrea siamo cresciuti come due gemelli, inseparabili insomma. Io in simbiosi di lui. Lo stesso asilo, la stessa scuola, gli stessi amici, lo stesso oratorio. Tutto uno in funzione dell’altro.
Quando tornai a casa dall’aeroporto, non potei più trattenermi mi buttai sul letto e piansi chiedevo a Dio
« è tutta la mai vita Signore» «Perché me lo portano via»?!!. In realtà nessuno portò via nessuno.
Fu una sua decisione, ed io non feci nulla per fermarlo. Oltre tutto mi sentii rifiutata da mio padre in quell’occasione. Non mi chiese mai di seguire mio fratello, ma che pretendevo se cercavo di evitarli i contatti con mio padre. Ero ancora ferita da quella lettera, da quelle parole.
Poi una notte sentii il telefono squillare « Hai una sorellina»; dall’altra parte del telefono mio padre mi metteva al corrente che io avevo una sorellina. Io una sorellina???!!!! Fu uno shock.!!! Stentavo a crederci, non poteva essere così. Sentivo mio padre felice, felice come una Pasqua, felice come mai fino ad allora aveva mai potuto esserlo. La sua voce mi entrava dentro e rimaneva lì…sentivo dolore…..Non poteva essere vero!
Io ero quella bambina rifiutata, rinnegata senza amore, ed ora???? Mi sentivo defraudata, spoglia, violentata…..frustata, umiliata. E lui??? Lui era felice, felice che fosse femmina.
I giorni a seguire mi sentivo stordita, camminavo…ma era come se fossi al buio.
Ho ancora quelle parole dentro di me, come ferite aperte, mai rimarginate. L’amavo mio padre, l’amavo con tutta me stessa, e quella lettera aveva infranto il mio mito, il mio eroe. Tutti i sogni di quella bambina divennero incubi.
Venni presto privata dell’amore necessario, ero incapace di guardare negli occhi i miei genitori colpevoli di non averci amato, di averci abbandonato alla vita così.
Qualche volta sentivo mia nonna urlare « Sono degli incapaci, abbandonare i figli così, neppure un animale lo avrebbe fatto mai» quelle parole…….forti e vere, era impossibile sopportarle per me. «ho un figlio che vale niente» gridava «devo pensare a tutto io, e se non ci fossi io?» aveva ragione la nonna, se non ci fosse stata lei, probabilmente avrei fatto la fine comune a tanti altri bambini, abbandonata in Istituto.
Ma sapevo che i nonni come gli zii ci amavano più di ogni altra cosa, e mai avrebbero permesso una cosa del genere.
Ero forte io, almeno apparentemente. Sorridevo spesso anche di fronte alle avversità, mai un pianto, una parola a sproposito. Chi mi guardava dall’esterno diceva «caspita che bambina» «che coraggio, che intelligenza, e quanta volontà». Ma la nonna sapeva che dietro quella maschera si nascondeva una bambina sensibile e instabile….Vivo la vita come in un palcoscenico…..io la protagonista…..e la gente che mi circonda è il pubblico, cambio maschera a seconda delle situazioni, ogni interpretazione non è mai la stessa.
Qualche volta cala il sipario, ed io mi ritrovo qui sola con me stessa….nel teatro della vita, la mia vita, al buio dove il silenzio fa da padrone. Rimango qui a riflettere ancora qualche minuto, ma troppi ricordi prendono forma….ed ho paura. Paura di cadere, paura di non riuscire ad alzarmi…sono sola in questo teatro, sono al buio. «Qualcuno accenda la luce perfavore» «ho paura vi prego » sono in lacrime.
Tutto ad un tratto si riaccende il sipario e il pubblico inizia ad applaudire. Entra un uomo dall’aspetto giovane, alto, moro, bello direi. Ho un colpo al cuore. I suoi occhi incrociano i miei è l’inizio della nostra vita insieme. Amo tutto di lui. I suoi occhi, la sua bocca, il suo sorriso, la sua voce. Lui è tutto il mio mondo.
«Ho deciso parto con lui» dissi un giorno ai miei nonni.
Fu l’inizio di un dramma per loro. «Vado dalla mamma insieme a lui » dissi loro.
Qualche volta vidi mia nonna piangere e lamentarsi con mio nonno. Non poteva assolutamente accettare che io avessi deciso di andare da mia madre, dopo che lei ci aveva abbandonato. Penso che soffrì tantissimo per questa mia decisione. Cercarono di convincermi in tutti i modi, ma io ero troppo presa da lui…volevo avere la mia prima esperienza fuori di casa….partimmo, raggiungemmo mia madre.
Mia madre, quando ottenne il divorzio, decise di buon grado di partire per il nord.
Voleva rifarsi una vita, anche lei senza di me naturalmente. Ebbe almeno la compiacenza di chiedermelo. Fui io al tempo a non accettare.
La raggiunsi qualche anno più tardi insieme a Giulio. Fu bellissimo stare insieme a lui, dividere lo stesso letto, (a una piazza) fare l’amore insieme a lui, sempre, in ogni luogo, ogni momento era adatto per fare l’amore.
Ho perso la mia verginità insieme a lui. Non ricordo niente di bello a dire il vero, solo un gran dolore, e tanto sangue. Anche in quella occasione piansi tantissimo.
Ero molto innamorata di quest’uomo, ogni tanto credo di esserlo ancora, ma poco importa, ormai sono dieci anni che non ci si sente più.
Spesso mi sono chiesta ma è mai possibile che quando sei tanto felice, poi ad un tratto arriva il dolore a stremarti???
Pensavo di aver trovato il principe azzurro, colui con cui avrei creato una famiglia, con cui avrei avuto dei figli, una casa.
Dividevamo tutto io e lui. Eravamo molto in sintonia….come si dice “due corpi e un’anima” . Penso che il momento più bello fu proprio quello in cui decidemmo di mettere su casa insieme.
La nostra casa, i nostri momenti…..le nostre risate, i nostri pianti.
Sì ogni tanto piangevamo anche insieme, come quella volta in cui mi convinsi di avere la Leucemia.
Tane analisi, tante paure. Tutte infondate. Mi accarezzava i capelli prima di addormentarsi, sapeva che a me piaceva tantissimo……mi rilassava. Lo stringevo forte a me, con la paura costante che qualcuno potesse portarmelo via da un momento all’altro.
Ricordo un altro episodio molto bello ed importante. Il nostro primo Natale insieme, la nostra cenetta da soli, a casa il nostro nido d’amore….lontani dal mondo, lontani da tutti. «ecco amore è un regalo per te» disse alla fine della cena. Uno scrigno, dentro una fede. Rimasi senza fiato…era bellissimo. Avrei voluto fermare il tempo….ma lui mi risveglio prestissimo, perché mentre si accingeva ad aprire il suo regalo lo sento ridere a squarciagola «e questo ?? » disse ?? era un rasoio per capelli!!! Si proprio un rasoio per capelli .
Scoppiammo a ridere…..e poi a fare l’amore fino alla mattina successiva. Ci risvegliammo una abbracciato all’altro. Non sono stata mai brava a fare regali. E chi ha avuto a che fare con me può ben confermarlo.
Andammo a benedire le fedi e a giurarci amore eterno. Ma credo Dio sapesse bene quel giorno mentre uscivamo dalla Chiesa del Duomo che erano promesse spazzate via dal vento.
Il nostro amore fu lungo, e per me mai travagliato….per me dico, per lui non so visto il mio caratterino.
Finì una sera di marzo dopo sei anni di convivenza. Finì perché eravamo immaturi, finì perché io ero stanca delle sue bugie…delle sue notti in discoteca…..delle sue bravate, stanca dei suoi amici, e delle sue amichette una delle quali è rimasta la sua compagna….. Mi sentivo trascurata negli ultimi tempi, lui rincasava sempre più tardi, alcune volte non rincasava proprio…e poi tante, troppe verità nascoste.
Presi la decisione. Non ero forte, ero debole, ero sola….stavo male. Andai da mia madre, ero isterica…non riuscivo neppure a parlare, piangevo a dirotto. Non ho mai detto a nessuno quale fu la verità della nostra separazione. A nessuno mai!!!! È un segreto che porto custodito qui dentro di me.
Ho pensato che un grande amore và protetto, e questa è sempre stata la mia intenzione, proteggerlo, qualsiasi verità esso nasconda.
È stato un uomo che ha sempre amato tutto di me. Mi sentivo compresa accettata, accettata da quella forma di malattia che mi faceva sentire diversa. La psoriasi. Ero investita, e lo sono ancora per il 70% del corpo da queste fastidiosissime macchie bianche che si desquamano e qualche volta sanguinano. Mi seguiva ovunque. Cliniche, dermatologi, e anche nelle cure. Mi aiutava a mettere la crema lì dove con le mie mani non riuscivo a raggiungere. I medici dicevano che era una forma nervosa. Il mio corpo si ribellava alla mia mente. Ogni macchia una lacrima. Sì, perché loro sostenevano che io incubavo troppo il mio dolore…dovevo piangere, arrabbiarmi….ma io non lo facevo mai. Ormai ero insensibile a tutto….o meglio non avevo più lacrime per piangere. Per me non esistevano né l’estate, né l’inverno. Il mio guardaroba era, ed è sempre lo stesso. Pantaloni, maglie a maniche lunghe…..
D’estate, mentre tutti andavano al mare, io me ne stavo rintanata in casa. Molti gli chiedevano:«ma la tua ragazza»?? lui rispondeva «non gli piace il mare». L’avevo istruito bene, bravissimo a dire bugie. E poi con una maestra come me??!!! Le sere, quando mi chiedevano se avessi caldo con quelle maglie o con i pantaloni, io rispondevo:« SOFFRO IL FREDDO ANCHE D’ESTATE». Bugie, su bugie, ma mai malignamente, mai per raggiungere scopi…ma solo per proteggermi non solo dagli altri ma soprattutto da me stessa. Mi sentivo diversa, gli occhi della gente sempre addosso, sempre incuriosita, e qualche volta anche schifata….Lui però mi accettava così, e per me era così difficile pensare di vivere senza lui. Nessun altro poteva desiderarmi allo stesso modo. Nessuno.
Uno dei tanti motivi per cui decisi di non lasciarlo prima fu proprio questo. La poca valutazione che avevo di me stessa. Ero troppo debole confronto a lui. Ma come tutte le cose belle, la favola finì ed anche io con lei. Ero ferita. Ferita da me stessa, e da tutte le menzogne che avevo accettato. Senza dignità, senza un’anima ormai, senza niente. Subii le sue parole….i suoi pianti…la sua ira…..ma ero sorda, tutto mi scivolava addosso….niente poteva scalfirmi. Lo tradii. Volevo umiliarlo così come mi sentivo io, volevo dimostrargli che anche io potevo essere amata….che non ero diversa….che piacevo. Ma in realtà non dimostrai un bel niente. Feci solo del male a me stessa. Decisi di partire per gli Stati Uniti. Volevo dimenticarlo, volevo allontanarmi dalla sua vita…allontanarlo dalla mia mente. Ma non fu così. All’inizio fu un calvario…..mi sentivo persa senza di lui, mi sentivo morire senza ascoltare la sua voce, mi mancava al mattino quando mi svegliava morsicandomi l’orecchio mentre mi sussurrava «TI AMO» Mi sentivo sventrata. Poi un giorno una sua lettera. «ciao tesoro mio» così iniziava « mi manchi lo sai» «ma voglio solo la tua felicità» avrei voluto urlargli che la mia felicità era lui e che io ero niente senza di lui.
Non mi importava più vivere, ma dovevo iniziare a farlo se veramente mi amavo un po’.
Scrissi anch’io. Scrissi che avevo bisogno di un siero il siero della felicità…..ma non dissi mai che stavo male da morire, che avrei voluto abbracciarlo, che ero pentita….che se ne sarebbe potuto parlare.
Mai. Mai una parola di troppo.
Stare lì in America, fu per me…….un momento di grande rinascita psico-fisica. Peccato averlo capito troppo tardi.
Ero riuscita anche a non pensarlo più. Conobbi un bel ragazzo. In alcuni tratti in realtà mi ricordava lui.
Il suo nome Roman.
Un Angelo caduto dal cielo….con quegli occhi neri come la pece, profondi come il mare….mi perdevo dentro di loro.
In realtà…..????? niente di tutto questo. Vivemmo dei mesi bellissimi. Lui faceva il tutore in un programma per salvare i ragazzini dalla tossicodipendenza. Era innamoratissimo di me. Mi chiese anche di sposarmi, e mentre ero presa da tutti i preparativi mi abbandonò. Mio padre aveva scoperto che usava cocaina. E una sera mentre eravamo a cena, lo prese da parte e con molto garbo disse lui:« DEVI USCIRE DALLA VITA DI MIA FIGLIA», «TROVA QUALSIASI SCUSA , MA ESCI DALLA SUA VITA», «NON DARGLI Ciò CHE NON MERITA». La cena proseguì tranquillamente. Nessuno dei due lasciava intravedere niente, anche se io mi ero insospettita un po’ quando mi dissero che avevano voglia di fare due passi e parlare un po’.
La sera successiva non rincasò, solo una telefonata dove mi chiedeva di perdonarlo. «PERDONARTI ??» «E DI COSA?» in quel momento non capii nulla….ma il giorno dopo realizzai l’accaduto.
Per alcuni mesi mio padre non mi disse niente, ed infatti io lo cercai ovunque, dove lavorava, dove giocava a biliardo, chiamai i suoi amici, ma nulla……!!
Un altro abbandono, un’altra delusione. Ormai ero satura di negatività, non apprezzavo più nulla intorno a me, neppure la nascita del mio secondo nipotino.
Decisi di tornare in Italia. Andrea accolse malissimo la notizia. Più volte cercò di parlarmi, di spiegarmi, che un uomo non è tutto nella vita. Ma io stavo male, non capivo le parole di Roman. Perdonami, perdonami…….perdonami. Mi entravano nella testa….e non riuscivano ad uscire. Feci il biglietto per l’Italia…..e mentre ero in procinto di partire, mio padre mi confessò tutto. Non so cosa provai in quel momento…ma avevo quasi una liberazione.
Il biglietto però ormai era fatto, ed io non volevo essere in difetto con i miei…quindi partii.
L’Italia, l’avevo lasciata così com’era. Tutto era rimasto lì dov’era, tranne mio nonno Fiore che volò in cielo insieme agli angeli…..troppo buono per stare qui sulla terra, aveva fretta di raggiungere il Paradiso e mettersi accanto a Dio. L’inferno l’ha lasciato a noi. Difficile accettare la sua morte.
E pensare che durante la sua lunga malattia, che lo teneva agonizzante fermo in un letto mi disse prima di partire in America« Lo so che non ti rivedrò mai più» si capiva a malapena quello che diceva, ma i suoi occhi azzurri pieni di lacrime…dissero tutto. Così fu. Non lo vidi mai più. Atterrai a Milano, quando ricevetti la telefonata della mamma che mi annunciò la morte del nonno.
Nonnino lo chiamavo. Quando ero piccola, lo aspettavo alla finestra….aspettavo che tornasse dalla caccia, con gli uccellini appesi al cinturone. Lo abbracciavo fortissimo. Credo di non avergli mai detto quanto gli volevo bene. Aveva sempre un’aria da orco….sempre serioso, ma in realtà era un buono dal cuore grande grande, ed io lo sapevo benissimo.
Il rientro non fu il massimo….furono infatti giorni tristissimi. Con Giulio, non avevo rotto definitivamente i contatti, infatti ci ritrovammo qualche giorno dopo il funerale di mio nonno.
Facemmo l’amore, parlammo, ma io non ero più la stessa. Non potevo più accettare. Troppa differenza tra me e lui. Avevo preso coscienza della mia vita, e tutte quelle delusioni mi avevano profondamente cambiata. Ero cresciuta dentro e fuori. Sentivo di amarlo più di prima. Fu dolcissimo stare insieme, ma i ricordi ritornavano in mente, prendevano possesso della mia anima e mi irrigidivano. Lui capì. In quell’occasione ci stringemmo fortissimo l’uno all’altro con la piena consapevolezza che sarebbe stata l’ultima volta che ci avrebbe visti uniti. Chiusi la porta di casa, la chiusi per sempre.
Uscii dalla sa vita in silenzio, mentre sentivo che lui dava pugni al muro e piangeva. Non ebbi il coraggio di suonare al campanello e abbracciarlo forte a me. Piangevo dietro quella porta, pregando Dio di aiutarmi a dimenticare. Non fu così semplice.
Quando perdi qualcuno, quando hai la certezza di averlo perso per sempre, è solo allora che hai paura del buio.
Sono passati molti anni ormai, ma giuro non passa giorno che io non pensi a lui. Ogni gesto, ogni cosa mi ricorda lui, un profumo, una risata, o due occhi che mi guardano…..tutto prende le sue sembianze.
Non è pazzia, è frutto di amore puro, amore ingenuo….e poi è vero o no quel detto che dice “Il primo amore non si scorda mai”.
Vissi in quel periodo una vita molto instabile, inconcludente….non sapevo cosa avevo e cosa volevo.
Facevo sempre più tardi la sera, dando tantissimi dispiaceri ai miei nonni. La realtà è che avevo voglia di evadere dalla realtà, avevo voglia di trasgredire, volevo trovare me stessa. Lo facevo però nel peggiore dei modi. Per dirla tutta non ho mai trasgredito…tranne sul fatto di rincasare più tardi a casa, sono stata sempre una ragazza molto disciplinata…una di quelle all’antica. Solo che in quel momento della mia vita ero affranta… e tutto il mondo era il mio nemico.
Frequentavo gli amici di Giulio, quelli che con lui avevano condiviso una vita. Tra questi il suo migliore amico Alessandro. Tra me e lui, si instauro una profonda amicizia, che lui però confuse con Amore. Sapeva benissimo che in realtà io ero ancora profondamente legata a Giulio. Aveva una serie di difficoltà che ci accomunavano, che ci univano in qualche modo. La fine di un grande amore, senza un lavoro, la situazione precaria in cui vivevamo…..tutto ci coinvolgeva anche troppo. Standogli vicino aiutavo me stessa. Pensavo che aiutare lui, potesse fare bene alla mia coscienza…ma non era così. Io facevo male a tante troppe persone. Primo fra tutti il povero Alessandro, che si ritrovò perdutamente innamorato di me, e che io vigliaccamente umiliai in più occasioni. Mi vergogno per questo. Me ne vergogno ancora tutte le volte che ci penso.
Mi sentivo forte, ma soprattutto prepotente e in diritto di fargli male. Che stupida che sono stata. E poi Giulio che venne a sapere della cotta che il suo migliore amico aveva preso per me. Mi trattò talmente male…. Che alla fine decise di non volermi sentire più neppure al telefono.
A distanza di un anno, mentre ero dietro la cassa di un bar posto in cui lavoravo arriva lui con la sua compagna. Vederlo arrivare insieme a lei mi si spacco il cuore, ma che potevo farci ormai. Ognuno aveva scelto strade diverse, ed io non avevo alcun diritto su di lui. Guardavo mentre seduto a mangiarsi un gelato l’abbracciava, la baciava, gli accarezzava il viso e le mani…….ed io lì……
Entrarono diverse persone nella mia vita…tutti mi giuravano amore eterno, ma io non credetti mai a nessuno di loro……e ne mai sinceramente diedi loro la possibilità di legarsi a me.
Ero arida d’amore….non credevo più a niente.
Bella, raggiante mi mostravo agli occhi di tutti……il sole il mio migliore amico, la solitudine anche. Si perché in realtà dietro quella donnina, dietro a quel sorriso….(falso) si nascondeva un’anima in pena.
Si spengono le luci del palcoscenico, la gente applaude… io sono in enfasi si chiude il sipario e ringrazio il pubblico.
Ora mi ritrovo nuovamente sola….niente più ricordi. Voglio cancellare dalla mia vita l’anno seguente. Fu tutta una serie di insuccessi, che non hanno fatto altro che peggiorare la mia tanto precaria situazione sia economica che affettiva.
Lavoravo ancora in quel bar dove conobbi quella poi si rivelò la mia migliore amica, per poi diventare il mio peggior nemico.
Marika così si chiamava era dolce affettuosa, e sembrava essere un bel tipo. L’amica che tutti desideriamo, una di quelle che in un rapporto da tutto. Insieme ci siamo veramente divertite. Tra una serata e un’altra il tempo per stare insieme lo trovavamo sempre. Le nostre risate poi erano invidiate da tutti. Due personalità completamente diverse io e Marika. Lei sempre pronta a lottare per i suoi tanti amori forte e estroversa come nessuna…io al contrario ero timida e la sola idea di eccedere in qualcosa mi spaventava. È stata lei a farmi conoscere Michael. Era una sera di metà ottobre quando dall’uscio del pub dove io e lei eravamo solite passare le serate entra un giovane alto, moro dal bell’aspetto…il fisico statuario era tutto ciò ce ricordo di quel momento. Veniva verso di noi, che eravamo sedute sugli sgabelli in prossimità del bancone dove venivano servite le bevande. IO a vederlo entrare, ebbi un filo di sollievo, ebbi la strana impressione di aspettarlo da tanto tempo. Salutò lei « Ciao Marika, come và???» «bene grazie e tu????» rispose lei. I suoi occhi erano persi nel vuoto, ed era chiaramente evidente che quella domanda l’aveva profondamente imbarazzato.
«LO SAI NO, CHE IO E MARTINA CI SIAMO LASCIATI???» «LASCIATI???» aggiunse lei, quasi meravigliata.
«TI PRESENTO ANYA » disse lei « PIACERE DI CONOSCERTI, MICHAEL ». I nostri sguardi si incontrarono. Rimasi gelata dal modo in cui lui mi rivolse lo sguardo, era triste malinconico……
Non conoscevo nulla di lui, eppure mi affascinava il suo modo di parlare di sorridere anche lì dove non avrebbe voluto, o comunque potuto sorridere.
Il giorno dopo io ero tra le nuvole assorta in un mare di pensieri. Volevo capire bene cos’era che lo rendeva così triste.
Non lo vidi per un po’, e neppure chiesi niente a Marika. Lei per conto suo aveva sospettato un mio interessamento, e qualche volta riusciva anche a prendermi in giro.
Un sera con Marika andammo al locale a fare un po’ di baldoria, anche se a dire il vero io non ne avevo nessuna voglia.
Ero molto stanca della vita frenetica cui ero costretta a fare per via del lavoro. La serata al contrario di ogni aspettativa fu veramente divertente. Che bello cantare insieme…ballare, bere spensieratamente. A rompere l’atmosfera che si era creata, fu una telefonata. «CIAO SONO FRANCESCO», «FRANCESCO CHI???» chiesi io. In realtà non sapevo proprio chi fosse questo misterioso uomo che si presentò con il nome di Francesco, tra le tante cose, questa telefonata non la ricevetti neppure io. Il telefono infatti era di uno dei proprietari del locale. Mi chiamò mentre ero intenta a cantare dicendomi che qualcuno mi cercava. Sinceramente la cosa li per li mi fece molto ridere, ma soprattutto mi incuriosì. Non avevo dato il mio numero di telefono a nessuno, non era nelle mie abitudini.
«SONO FRANCESCO TI RICORDI DI ME??? CI SIAMO CONOSCIUTI QUALCHE GIORNO FA’ » Io proprio non ricordavo chi fosse, e non avevo neppure tanta voglia di ricordare. Avevo freddo, pioveva, e volevo rientrare nel locale dove le mie amiche mi stavano aspettando per brindare.
«SEI MOLTO CARINA LO SAI?» questo è un fole pensai,«MI DAI IL TUO NUMERO COSI’ POI CI SENTIAMO CON Più CALMA? »
«ASSOLUTAMENTE NO!!!» risposi io di tutto punto, «NON Do IL MIO NUMERO AD UN PERFETTO SCONOSCIUTO, CHE PER DI Più MI Fa IL CALAMARO PER TELEFONO».
«DAI ANYA NON MI RICONOSCI? SONO MICHAEL»
Stessi lì un attimo a riflettere. Iniziò a battermi forte il cuore, batteva così forte, così prepotentemente che avevo l’impressione dovesse uscire fuori dal petto, e poi non sentivo più le gambe, sudavo freddo. Era da tanto che non provavo questa sensazione.
Allora con voce stridula dissi:«CIAO MICHAEL, COME STA?»
Da lì nacque una lunga conversazione, non avevo più freddo…non pensavo più che la pioggia mi stava bagnando…ero felice di sentirlo….troppo felice…ero così contenta che dimenticai anche di dargli il mio numero di telefono.
Parlammo di tutto….e di niente. I giorni seguenti non si fece vedere…ed io ero affranta. Credevo d’aver sbagliato qualcosa. Ma cosa poi? Lo aspettavo speranzosa nel locale che frequentavamo ma niente da fare.
Ormai avevo perso le speranze quando dal bar dove lavoravo passò lui..
Era raggiante, il suo sorriso l’ho ancora impresso nella mia mente….sbotto un attimo dicendomi:«MA COS’HAI IN TESTA????» «PERCHE’ NON MI HAI DATO IL TUO NUMERO???» Ero visibilmente emozionata….il cuore andava a mille, e la mia voce cambiò totalmente tonalità, sembravo essermi addolcita….la voce di una gallinella innamorata.
Ci scambiammo i numeri di telefono anche se a dire il vero io non l’ho chiamai mai.
Quando due giorni dopo sentii il suo del telefono e guardando il display lessi il suo nome non ebbi il coraggio di rispondere, infatti mi inviò un sms: “ sei la ragazza più carina che conosco!!!”

Mi ci volle qualche giorno per realizzare bene quel messaggio. Mi sentivo così bene…che stavo male.
A me lui piaceva tantissimo……mi aveva attratto dal primo momento che ci siamo visti, dal primo memento che i nostri sguardi si incrociarono.
Incominciammo a frequentarci. Io ero dolce come mai lo sono stata….le sue parole, la sua voce, la sua bocca….tutto era musica soave meravigliosa.
Non ricordo molto bene i giorni che furono, ma quando cerco di farlo ho una fitta la cuore…inizio a sudare a tremare…..non voglio non posso ricordare…sto male.
Mi confessò sin da subito che veniva da una situazione molto difficile. Da poco tempo si era separato dalla moglie, ed era in pena per il suo cucciolo un bellissimo bambino di due anni.
Mi disse «LO So MAGARI DA ADESSO NON VORRAI VEDERMI Più» Dio solo sa se lo volevo!!!!!
Ritornai indietro nel tempo, tutto entro nel mio nel mio cuore….fino a scorrere nelle mie vene e impossessarsi definitivamente della mia anima. Ero colpita da tanto dolore, da quell’uomo, dalle sue lacrime che sgorgavano sul suo viso come cascate fluorescenti. Il suo dolore diventò anche il mio. Non so spiegarmi perché, ma in quell’istante, in quel preciso istante come in una vecchia pellicola rispolverata rividi la mia vita.
Il mio dolore diventò tale…..che mi abbandonai ad esso …per sempre!!!!! Volevo aiutarlo…e mi offrii…..cercai di parlargli….di stargli vicino il più possibile, cercai non fargli sentire mai il peso della solitudine….mi offrii come scudo in tutte le sue battaglie…..non l’abbandonai mai!!!!
Mentre scrivo ho le lacrime agli occhi…vorrei uscire correre il più lontano possibile e urlare a Dio tutto il mio dolore tutta la mia rabbia!!!! Non aiutavo lui….ma me stessa…..stavo calpestando il mio cuore…..già tanto compromesso!!!! Era la fine….ero caduta in un baratro….quello della disperazione.
Stargli vicino ero bello ma anche tanto difficile….i suoi occhi mi ricordavano mio padre…e la sua voglia di aiutare il suo bambino…..quel desiderio rimasto segretamente custodito nel mio cuore la lotta che avrei voluto facesse mio padre per me!

SEGUITO

Sto leggendo ultimamente un bellissimo libro di Robin Norwood “Donne che amano troppo”, è impressionante come io mi specchi nell’identità che l’autore “psicologo” dà alle sue pazienti…..IO MALATA Sì, MA DI UN MALE TERRIBILE CHIUSO DENTRO DI ME INCONSCIO FINO A POCO TEMPO FA NELLA MIA MENTE “LA DIPENDENZA AFFETTIVA”.
Mi soffermo su una frase bellissima e mi commuovo…..piango assorta nei miei pensieri , nel ripercorrere velocemente i tratti forti delle mia vita…quelli mai assorbiti.
Leggo “Se mai vi è capitato di essere ossessionate da un uomo, forse vi è venuto il sospetto che alla radice della vostra ossessione non ci fosse l’amore ma la paura, noi che amiamo in modo ossessivo siamo piene di paura: paura di restare sole, paura di essere ignorate, paura di non essere degne di amore e di considerazione, abbandonate o annichilite. Offriamo il nostro amore con la speranza assurda che l’uomo della nostra ossessione ci proteggerà dalle nostre paure; invece le paure e le ossessioni si approfondiscono, finchè offrire amore con la speranza di essere ricambiate diventa la costante di tutta la nostra vita. E poiché la nostra strategia non funziona, riproviamo, amiamo ancora di più. "Amiamo troppo.”
Secondo l’autore il problema delle dipendenze affettive, è un disturbo che colpisce generalmente i bambini che provengono da famiglie disturbate. Bambini che hanno dovuto combattere per guadagnarsi una carezza, un bacio, una parola, le attenzioni di cui nell’età evolutiva e pediatrica avevano bisogno.
Emotivamente instabili i bambini con problemi di affettività crescendo riversano le loro paure e ossessioni in uomini emotivamente non disponibili.
E poi la paura dell’abbandono. Abbandono, dice, è una parola molto forte. Implica essere lasciate sole, forse morire, perché può darsi che non siamo capaci di sopravvivere da sole. C’è l’abbandono effettivo e l’abbandono sentimentale. Ogni donna che ama troppo ha almeno una volta sperimentato l’abbandono sentimentale completo, con tutto il terrore e il senso di vuoto che implica. Da adulte, essere lasciate da un uomo che per tanti versi rappresenta le persone che per prime ci hanno abbandonate, fa riemergere di nuovo tutto quel terrore. Naturalmente, faremo qualsiasi cosa perché quel dolore, quel sentimento orribile possa essere anche parzialmente vissuto nuovamente. Il che porta a fare tutto ciò che in nostro potere di fare pur di non subire nuovamente l’abbandono.
Alle volte mi soffermo a pensare ad alcuni episodi della mia vita, e allora dico a me stessa che forse è proprio così che doveva andare…….Ricordo ancora oggi i lacrimosi di mia madre che implorava l’amore di mio padre, cercando di persuaderlo dalle altre donne. Povera donna, quanta miseria ha dovuto sopportare, quanto ha dovuto elemosinare per ricevere in cambio solo un po’ d’amore.
Il suo dolore ben presto è diventato anche il mio. Non potevo sopportare che lei subisse così tanta cattiveria da un uomo così povero e menefreghista. Si lasciava picchiare selvaggiamente, (metaforicamente parlando). Per lei credo fosse una dimostrazione d’affetto. Ogni piaga una lacrima, ogni lacrima un gesto d’amore per lui.
Qualche volta ricordo bene, mentre litigavano mi nascondevo sotto il tavolo o sotto il letto, mi tappavo le orecchie e cantavo….avevo paura.
Non so perché sto piangendo, forse i ricordi, forse l’angoscia……forse mi sto guardano allo specchio e riflessa c’è la mia anima.
Non ho capito mai la profondità della mia solitudine. Adesso sono in grado di dire che ho sofferto per scarsità di nutrimento affettivo e di attenzione. In un certo senso io e mio fratello morivamo di fame.
Oltre il muro dell’indifferenza che mi sono trovata a reprimere con tutte le mie forze, ho trovato oggi la mia dignità….la mia voglia di resistere alle tentazioni che mi logorano l’anima e mi rendono spoglia di ogni razionalità possibile. Le ferite inferte forti come pugnali hanno oltrepassato il mio io, unico assurdo manifesto di questa forse inutile esistenza. Ho trovato la forza di chiedere aiuto……anche per fare questo ci vuole coraggio…..IL CORAGGIO DI CHIEDERE AIUTO!

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