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   I FIGLI NON SONO PROPRIETA' DEI GENITORI

Da “i figli non sono proprietà dei genitori…” (forum “dipendenze affettive”)

Autore: Dana

Argomento: dipendenza dai genitori, legame genitori-figli, dipendenza dai figli

Nonostante il forum si intitoli “mal d'amore”, oggi parliamo di genitori, vi va?
E di figli...e di quando i figli percepiscono il messaggio che i genitori si sentono padroni, anzi, proprietari delle loro vite.
Parliamo di quando ogni tentativo di mantenere uno spazio di vita proprio viene vissuto come una mancanza di rispetto da mamma e papà che, quindi, non mancano di farti pesare quanto tu DEBBA loro. E allora eccola lì, eccola che parte la filippica su quanti sacrifici loro hanno fatto per te, su quanto tu sia un'ingrata perché OSI non condividere al 100% ciò che tu, invece, ritieni appartenere alla tua sfera personale, su come loro ti abbiano CONCESSO di andare all'università, di cercare la tua strada, e su quanto in cambio si aspettano da te che tu aderisca alle loro aspettative...su TUTTI i fronti.

Voglio molto bene ai miei genitori e loro a noi figli, su questo non nutro dubbi.
Ma la loro visione del “fare il nostro bene” spesso coincide con il “fare quello che loro reputano sia il bene per noi, al di là dei nostri desideri”...benché siamo maggiorenni e vaccinati.
Loro, in particolare mia madre, hanno scelto per me il liceo classico (mentre io avrei voluto fare l'artistico), mi hanno spedita all'università ma impedendomi di tentare la strada dell'accademia d'arte, hanno scelto per me la città dove vivono i parenti perché potessero tenermi meglio sotto controllo....

Ormai vivo per conto mio da 10 anni: avrei dovuto semplicemente mandarli a quel paese da subito, dire loro che potevano tenersi i loro soldi e anche il loro affetto, se era legato all'aiuto materiale che mi davano, e prendere la mia strada; avrei dovuto svincolarmi dalle loro scelte forzate, rimboccarmi le maniche e costruirmi un'esistenza mia, di cui loro avrebbero potuto far parte nella misura in cui avessero rispettato la mia individualità, il mio volerci essere indipendentemente da chi mi aveva messo al mondo. Non ce l'ho fatta. Ho avuto paura di deluderli. Ho avuto paura di appropriarmi della mia vita per non sentirmi dire che non ero la figlia che loro avrebbero voluto. Ho accettato di buon grado le loro scelte, cercando di trovare il compromesso che me le facesse considerare meno insopportabili. Avevo 18 anni e mi sono incamminata su questo sentiero che non sentivo completamente mio, ma che mi ha comunque appassionato, divertito, regalato emozioni, appagato. Questo, a onor del vero, devo riconoscerlo.

Ma per me è sempre stata una lotta per l'indipendenza. Per ottenere il più piccolo riconoscimento di me come individuo pensante ho sempre dovuto combattere lunghe ed estenuanti battaglie. Per fortuna mi hanno dotata, nel DNA, di un discreto caratterino...quindi in qualche modo le mie vittorie le ho avute, anche se fra una serie di sconfitte e con il risultato che oggi, alla soglia dei 29 anni, sono ESAUSTA.

Veniamo a quello che mi spinge oggi a scrivere.
Come qualcuno di voi saprà, a ottobre il fidanzato storico che mi portavo dietro dall'adolescenza mi molla. Ovviamente, dati gli 11 anni di storia, lui era parte della famiglia e come tale ha vissuto molte delle dinamiche che ci riguardano (così come io della sua...). Alla resa dei conti, parte di queste dinamiche hanno in modo più o meno diretto influito sulla sua decisione di prendere un'altra strada. Ma non è questo il punto. Il punto è che, riflettendo su quanto lui mi aveva detto, ho dovuto riconoscere che in nome di quel legame, anche economico, che mi tiene sotto scacco dei miei genitori, io avevo rinunciato troppo spesso ai MIEI desideri, alle MIE aspirazioni, a quello che IO realmente volevo. Dopo aver preso coscienza di ciò, ho attraversato un periodo di “rifiuto” nei confronti dei miei che, peraltro, nel pieno della mia crisi emotivo-sentimentale non trovavano di meglio che pungolarmi affinché riprendessi il mio lavoro di tesi...lasciando passare sottilmente il messaggio che loro erano tutto sommato contenti della rottura del mio fidanzamento perché lo consideravano, da sempre, fonte di distrazione. Superato il “periodo nero” mi sono riavvicinata, ma con un nuovo atteggiamento. Ora sono più “strafottente”, passatemi il termine. Ora sono decisa a muovermi solo nella direzione che IO reputo giusta per me, rifiutando di fare tutte quelle cose che ho sempre odiato fare ma a cui non riuscivo a sottrarmi. Loro questo non sono disposti ad accettarlo. Come si ribellano a ciò? Standomi ancora di più col fiato sul collo. I discorsi sulla laurea, sul fatto che io gli DEVO un risultato soddisfacente, che non posso permettermi il lusso di tagliarli fuori dalle mie cose (per esempio, non ho voluto condividere con loro dettagli sulla mia attuale situazione sentimentale) perché io vivo la mia vita e faccio quello che faccio grazie a LORO e ai loro sacrifici.

La mia reazione? Sono in piena fase di RIGETTO verso tutto quello che finora ha fatto parte della mia vita con la loro approvazione: studio prima di tutto. E' stupido e irrazionale, lo so. Vivo un sentimento di rabbia che mi fa desiderare di punirli proprio su quello a cui tengono di più, con conseguente senso di colpa devastante sia nei loro confronti (è terribile provare sentimenti di vendetta verso i propri genitori); ma soprattutto nei miei, che sto mandando all'aria un progetto che ho portato avanti con sacrificio. Mi sento sfiduciata e incapace. Dovrei riuscire a razionalizzare questa situazione e a concentrarmi su quello che è OGGETTIVAMENTE il mio bene....che sicuramente non è questa situazione di impasse in cui mi trovo....

Genitori e figli del forum, mi dite che ne pensate? Mi date un nuovo punto di vista?

Un abbraccio a tutti

"E una donna che reggeva un bambino al seno disse: Parlaci dei Figli.
E lui disse: I vostri figli non sono figli vostri. Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa. Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché vivano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri: essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime: esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi: la vita procede e non s'attarda sul passato.
Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti. L'Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell'infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane. Affidatevi con gioia alla mano dell'Arciere; poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell'arco." (K. Gibran)
Dana

Carissima Dana, ecco qua la vecchia zia zoe pronta a darti tutto il suo appoggio in questo, come in molti altri casi, ribellarsi è giusto. io sono una madre, ho due figli, la piccolina una principessa di 7 anni e il mio bimbone grande e grosso che ne ha quasi 15. non mi sogno di essere una madre perfetta e neanche mio marito lo è. siamo due normalissimi genitori. mi sono confrontata con la tua esperienza e ti posso dire che il problema è di fondo e risiede nella motivazione di partenza. mi spiego: io, come tutti i genitori, ho delle aspettative nei confronti dei miei figli, voglio che siano felici, che realizzino le cose che desiderano etc.. come tutti, ma non li vivo come un prolungamento di me stessa. la riprova è che ho sempre avuto la sensazione che superassero tutte le mie aspettative. mi sono sempre sembrati più belli di ogni mia più ottimistica previsione, più intelligenti, irresistibili. va da se che tutto quello che loro desiderano per me va benissimo. ma non credere che non commetta gli errori di tutti, discuto sul colore della gonna che vuole mettersi la piccola (ma poi si mette quello che vuole), mi incavolo perchè il grande gioca troppo con gli "schermi" (la piaga della sua generazione) etc..
però sono contenta che abbiano delle forti aspirazioni e mi piace molto, mi entusiasma aiutarli a realizzarle. a volte cerco di influenzarli, discuto con loro, ma poi una volta che prendono una decisione la rispetto... questo per dirti che sono assolutamente d'accordo con te, stacca il cordone ombelicale, fai solo il bene tuo e della tua futura famiglia. molte crisi coniugali nascono proprio perchè ci si sente e ci si vive, intimamente, ancora come figli e non come persone autonome in grado di bastare e badare a se stesse in piena autonomia di giudizio. Solo così si è pronti a affrontare i doveri e gli errori del ruolo di genitori e anche a prendersi, in ogni caso, le relative responsabilità sulle nostre spalle. e su questo si potrebbe fare un altro forum sicuri di avere strepitoso successo!
Cara, come dice la protagonista di un film che i miei bimbi amano molto ( Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi) che non a caso tratta di tre bambini sfortunati e coraggiosi: c'è sempre una soluzione, c'è sempre un'altra soluzione. Hai 29 anni non ti devi sentire in ritardo... e per cosa poi? la laurea è l'unica soluzione? a volte cambiare strada fa bene, rinnova le energie e ci fa trovare nuove motivazioni e sviluppi inaspettati. segui le tue inclinazioni senza paura e se "ti tagliano i fondi" non trovare scuse! sei perfettamente in grado di provvedere a te stessa rendendoti autonoma (se non lo sei già). se ora non senti le energie per finire questo percorso per cui hai, al momento, smarrito la motivazione, fermati a riflettere e a godere di altri aspetti della vita. non è tempo perso!!!! io ho avuto la fortuna di avere dei genitori che hanno avuto piena fiducia in me e di questo non li ringrazierò mai abbastanza, mi hanno fornito di un patrimonio su cui ho fondato la mia vita. è questo quello che si deve ai figli solo un patrimonio affettivo che gli aiuti a sviluppare la loro vita in piena autonomia, il resto è qualcosa in più, mi riferisco alla sicurezza economica etc.. se c'è bene se no va bene lo stesso. pensa a quello che vuoi tu, sentendoti libera di raggiungerlo, ormai sei una donna adulta e autonoma, la rabbia si disinnescherà e troverai le forme per entrare in contatto con i tuoi e se loro non vorranno, tu avrai fatto tutto quello che è in tuo potere, poi capiranno, un abbraccio Zoe29

Ciao Dana,
ho letto tutto d'un fiato questo tuo bel thread, intenso ed emozionante, vivo e genuino come al solito.

Quello che scrivi mi tocca sul vivo e, lo sai, ti sembrerà strano (o ripetitivo) ma si riconduce molto al mio rapporto con l'intimità di cui abbiamo duscusso.
E' un argomento, questo che hai proposto, che sto affrontando in modo piuttosto viscerale in terapia perchè è una delle cause scatenanti di alcuni aspetti della mia vita che ancora oggi mi porto addosso.

Quando parli dell'impasse in cui ti sei arenata non immagini quanto io ti comprenda e quanto io condivida con te questa esperienza, con tutta la frustrazione e l'insofferenza che ne deriva.

Come mi hai scritto nel mio thread, mi sento di ripeterti ciò che tu stessa hai sottolineato, ovvero che tra la mia e la tua esperienza familiare e di vita ci sono senz'altro delle differenze. Eppure ci sono alcune cose che hai scritto che sento mie. Che fanno parte anche del mio bagaglio emozionale ed affettivo, pur avendo conosciuto forse alcune cause comuni, ma che si sono espresse con differenti modalità.

Mi spiego meglio.
Nella mia famiglia nessuno mi ha mai imposto esplicitamente nessuna strada da seguire. Anzi. Tutto apparentemente sempre molto "liberale", senza particolari espliciti divieti o percorsi prestabiliti o preferenziali.
Ho sempre vissuto nell'illusione di poter godere di molta autonomia e libertà grazie a questo "atteggiamento".
Poi hanno cominciato ad emergere alcune cose, alcune sensazioni ed alcune verità sul mio modo di condurre la mia vita e i miei progetti, non ultimi quelli sentimentali, ma non solo.
Ad un certo punto c'è stata una vera e propria esplosione di rabbia nei confronti di me stessa e della mia famiglia, di rancore e, parallelamente, di senso di colpa, che ad oggi ancora è molto presente.

Anni fa, entrando in terapia, tutta questa libertà è stata messa in discussione, fino a farmi rendere conto che ci sono stati dei comandamenti più subdoli, e quindi meno visibili e "palpabili", che mi hanno condotta alla stessa frustrazione ed alle stesse scelte obbligate di cui parli.

Certo, a me nessuno ha vietato un corso di laurea, nessuno mi fa pressioni per la tesi, ma il messaggio è stato forse meno materiale, ma potente allo stesso modo. Quello che ci sta sotto, che si esplica sotto varie forme, è comunque un messaggio morale, normativo, ed è stato anche nel mio caso piuttosto perentorio, anche se mai forse effettivamente pronunciato.

E' il discorso dovere/volere di cui spesso si è parlato ultimamente, che anche molte famiglie libertarie in realtà custodiscono bene e che sanno utilizzare per una perfetta manipolazione morale/emozionale, anche se non lo vogliono ed anche se non se ne rendono conto.
E che poi t'incastra, ti lega, non ti rende sufficientemente autonoma, non ti da per alcune scelte il giusto spazio di crescita, anche se tu credi di averlo, e poi te lo devi raccimolare col tuo sudore in qualche modo, e con tanta sofferenza, se vuoi uscirne fuori.

Come mi hai detto tu, non so se questo discorso ti sarà utile, perchè l'atteggiamento delle nostre famiglie, quello di cui tu parli qui, è, per certi versi, differente.
Ma secondo me il messaggio che trasmette è sotto certi aspetti lo stesso e molto spesso è anche la stessa paura quella che lo sottende.

La paura di lasciare andare davvero i figli, perchè sapere e controllare , spesso filtrando il rapporto "anche" con i soldi, pur con tutto l'amore del mondo (che nemmeno io nego), implica un "tenere legato a sè".

Da figlia ti posso fare questo discorso, che io stessa ho vissuto e che rivivo osservando molti bambini e i loro genitori di cui mi occupo nel mio lavoro.

D'altraparte sono consapevole che essere genitori non è per nulla facile, forse lo è stato ancora meno in certi momenti storici, e che non tutti hanno o hanno avuto la possibilità/il coraggio/le risorse per ricucire le proprie ferite e ricondurle poi ad una genitorialità sufficientemente funzionale (mi scuso per la parola), o quantomeno il meno possibile dannosa per i propri figli.

Comprendo a pieno il tuo sentimento di rabbia che forse devi solo meglio elaborare, o comprendere. Io sto lottando per certi versi contro questa stessa cosa, che si è diramata anche nella sfera dell'intimità.
Ci sono delle sfere, anche meno intime, che diventano parte della nostra intimità, perchè esprimono il nostro potere di scelta libera.
Se questa viene violata in maniera forte, sotto qualsivoglia forma, poi invade il nostro essere in grado di operare delle scelte fluide.
Perchè dentro di noi c'è sempre una voce che accompagna e che ripete a volume alto cosa è bene e cosa no.
E, magari, quella voce è in contrasto con ciò che per noi veramente è bene o male, con ciò che per noi è "giusto".

Ti abbraccio Yana

Cara Zoe, cara Yana,
intanto grazie per le possibilità di confronto che siete sempre pronte a fornirmi ...
Ho letto attentamente e più volte quello che avete scritto e mi sono presa qualche giorno per pensarci su.

Zoe, c'è una cosa in particolare di quello che hai detto che mi ha toccato.

Tu scrivi:" io, come tutti i genitori, ho delle aspettative nei confronti dei miei figli, voglio che siano felici, che realizzino le cose che desiderano etc.. come tutti, ma non li vivo come un prolungamento di me stessa. la riprova è che ho sempre avuto la sensazione che superassero tutte le mie aspettative. mi sono sempre sembrati più belli di ogni mia più ottimistica previsione, più intelligenti, irresistibili. "

Ebbene, forse qui sta almeno una parte del problema. Spesso ho la sensazione di non essere in grado di soddisfare le aspettative dei miei genitori; la sensazione di non fare mai abbastanza, che non ci sia niente che io possa fare che li renderebbe "fieri di me"; la sensazione che qualunque cosa faccia con la loro approvazione sia un quarto del mio dovere e che qualunque cosa faccia per la mia soddisfazione sia invece motivo di delusione per loro.

Solo per farti un esempio banale: ho finito gli esami universitari e non ho ricevuto una sola parola di congratulazioni, ogni volta che ho preso un 30 o un 30 e lode mi sono sentita dire "bene, brava...ora il prossimo quando ce l'hai?"...da un paio di mesi ho ripreso a dipingere, cosa che amo moltissimo e che non facevo da 10 anni; lo dico a mia madre e ricevo in cambio una risatina e la raccomandazione a non "perdere tempo".
Le gratificazioni mi sono sempre giunte dall'esterno (il capo, i colleghi, gli amici, il fidanzato, mio fratello) e da me stessa, che per fortuna e non so come, viste le premesse, conosco il mio valore, e ne vado fiera, e i miei limiti, che cerco di superare ma da cui non mi faccio frustrare oltre misura.

A volte penso che l'unica soluzione sarebbe arrivare a un punto di rottura. Ho provato anche a parlare con loro dicendo quali messaggi arrivano da certi atteggiamenti, anche quando (come dici bene tu, Yana) non ci sono parole esplicite che esprimano obblighi o divieti. Ma il risultato è stato sentirmi dare della paranoica e dire che loro "non meritano di essere trattati così perché vivono in funzione delle necessità mie e di mio fratello". A questo punto che fare? La via del dialogo sembra impraticabile. Lo scontro conduce solo all'inasprimento delle posizioni. Piegarmi ancora in questo momento è per me insopportabile.

Il punto è che il mio obiettivo, a questo punto, non sarebbe neanche tanto diverso dal loro. Ho sputato sangue per arrivare al punto in cui sono, lavorando, mandando avanti una casa per conto mio, studiando, ambientandomi in una città che ho dovuto imparare ad apprezzare, inserendomi in un contesto molto diverso da quello in cui sono cresciuta...perché dovrei voler gettare la spugna a un passo dalla fine? Eppure tanta insistenza e tanto controllo da parte loro mi conducono nella direzione opposta. Proprio per quel sentimento terribile che vi dicevo: punirli togliendo loro il premio più ambito, la moneta di scambio più preziosa. Io non rinuncerei all'obiettivo perché non m'interessa raggiungerlo, ma perché la pressione a raggiungerlo ora e bene me lo fa rifiutare.

E' una lotta interiore, la mia, tra la ragione che mi dice "fai un ultimo sforzo, trotta fino al traguardo e poi prenditi la tua vita e fa quello che ti rende felice" e il sentimento di rabbia seguito da senso di colpa di cui sopra, che non riesco a mettere a tacere benché senta che è controproducente anche e soprattutto per me stessa.
Sono vittima del mio "sentire" che mi ha gettata in una situazione di stallo da cui vorrei uscire e anche in fretta, perché purtroppo la sessione di laurea si avvicina inesorabilmente... Dana

Cara Dana, so che è una banalità ma penso che tu debba guardare in te stessa e decidere in piena autonomia. Io guarderei bene la rabbia, perchè sei così arrabbiata? cosa ti comunica questa rabbia? Sono una fan di Alba Marcoli, che senz'altro conosci, secondo me ti darebbe una mano leggere "il bambino arrabbiato". La Marcoli lavora sulle fiabe con gruppi di genitori per curare la loro relazione con i figli. parte dal concetto del passaggio di un "fardello" che passa da una generazione all'altra e che per ogni famiglia è diverso, pur riconducendolo a "temi" comuni. Io fossi in te non mi farei vincolare dai 6 mesi o da un anno, non ti mettere in queste trappole. mi sembra che tu sia arrivata a un "esame" ben più importante: staccare il cordone ombelicale e far capire ai tuoi genitori che la tua vita è tua da ora in poi, senza se e senza ma. è una cosa che fai per te stessa ora ma, credimi sulla parola, la fai anche per la tua famiglia futura e specialmente per i tuoi futuri figli. Scarica questo fardello dalle tue spalle e non lo imporrai a quelle dei tuoi figli. Quello che è più giusto non è laurearsi o no, ma quello che decidi tu. potresti anche solo affrontare un colloquio chiarificatore con i tuoi in cui "metti dei paletti", evitare un litigio, a volte, è molto peggio che affrontarlo. Leggendo il tuo intervento e anche quello di Yana devo dire che qualsiasi genitore ha "un modello" in testa e, secondo me, è bene che ce l'abbia, nello stesso tempo è altrettanto importante accompagnare verso l'autonomia il figlio, dargli il coraggio di affrontare la propria vita da subito standogli al fianco. è ovvio che l'opposizione del figlio ai genitori è fisiologica ma nel genitore deve prevalere la solidarietà col figlio che affronta la lotta decisiva per entrare nell'età adulta, che consiste nell'affrontare "il mondo esterno" comunque lo faccia (studio, lavoro, famiglia etc..) ed è già abbastanza dura! mi pare inutile aggiungere ulteriori ostacoli. però da figlia devo dire che bisogna anche "tirare un pò fuori le palle", bisogna affermare la propria volontà e far capire al genitore che abbiamo un progetto di vita che è il nostro e che difendiamo. questo è un "combattimento" al quale ogni figlio è chiamato e che nessuno può combattere al posto nostro... fai il tuo dovere di figlia che conquista il suo mondo, loro, magari dopo qualche salutare litigata, capiranno, perchè sono stati figli anche loro, un abbraccio a presto Zoe29

Non posso non rispondere al thread perchè è un argomento che sto affrontando anche io, con me stesso, con il mio terapeuta.
Il rapporto con i genitori è sempre stato anche per me traumatico,e purtroppo questo si è ripercosso in maniera devastante sul mio percorso personale,anche per me come per Yana non ci sono mai stati vincoli precisi o imposti per seguire determinate strade, ho goduto anch'io di molta libertà.
Eppure è sempre stata una libertà fasulla, perchè nel vero rapporto familiare, nel dialogo, nell'affetto non materiale è mancato praticamente tutto.
Io nell'assoluta libertà concessami ci leggo un altrettanta assoluta incomunicabilità dei miei genitori verso di me, scandagliando i ricordi con l'aiuto del mio psicoterapeuta ho colto chiaramente che proprio in infanzia, quando le mie richieste erano altissime verso di loro,quando ho iniziato a muovere delle richieste di dialogo intimo sono stato allontanato perchè loro stessi non sono mai stati in grado di raggiungere la profonda e reale intimità, perchè ha sempre spaventato anche loro.
Non ci sono colpe,non me la sento di puntar contro di loro il dito ma ciò non toglie che mi abbiano deluso, e ammetterlo è stato difficilissimo..

Crescendo con la convinzione di non poter avanzare richieste mi sono plasmato per quello che loro richiedevano da me, perchè mi era stato inculcato che per ottenere qualcosa da loro non dovevo avanzare richieste, non dovevo fare i capricci e sopratutto non potevo esprimere desideri diversi dai loro.
Pena l'essere messo da parte.

Non ricordo sinceri complimenti di mio padre per qualcosa di buono che ho fatto, soprattutto a scuola, ho sempre pensato che essere bravo e diligente fosse una cosa dovuta, mentre l'errore fosse qualcosa che non potesse essere ammissibile.

Ora sono a un punto cruciale del mio rapporto con loro, sto per intraprendere un nuovo percorso scolastico (ma di vita sopratutto..) e questo mi confonde, da un lato c'è il desiderio di prendermi i miei spazi, dall'altro il timore di prendermeli perchè questo mi slegherebbe del tutto da loro e perderei per sempre le malsane stampelle cui mi sono sempre appoggiato offrendo loro in cambio l'immagine della persona che volevano che io fossi.
Ma il mio sè non è quello purtroppo, e a un certo punto diventa impossibile continuare a mantenere in vita l'immagine dell'aspettativa degli altri perchè prima o poi qualcosa in noi si smuove, è dura costruirsi dopo anni passati ad accontentare gli altri, ed è proprio difficile attuarlo praticamente perchè sono dei meccanismi talmente oleati che vengono spontanei e spesso sono incontrollabili.

E' un percorso di sofferenza svincolarsi dai genitori, tra tante cadute e arresti con spesso la volontà di tornare indietro, ma è l'unica strada per perseguire la propria felicità.

Ethan Hunt

Quoto l'ultimo post di Zoe in questo thread.
Mi sento sulla stessa linea: ogni genitore ha un modello in testa, e aggiungo dei limiti e dei lati oscuri non risolti, oltre che poi tutti i punti forza ed i lati positivi (tra cui il tantissimo amore verso i figli).

Il guaio grosso è quando il genitore, per una varietà ampia di situazioni, vissuti esperiti e altre concause, non riesce a lasciare la figlio un sano spazio di crescita.
L'autonomia è qualcosa che si apprende durante lo sviluppo, fa parte dei diritti e delle esigenze primarie dei bambini e se è deficitaria poi arriva un punto in cui si è costretti a "tirare fuori le palle" (per citare Zoe) se non si vuole soccombere alla continua dipendenza da qualcosa o da qualcuno (anche solo dal pensiero o dal modello originario del genitore, che ci condiziona in modo "castrante", anche se non lo condividiamo razionalmente).

Non è semplice farlo, ma, ognuno con le sue risorse e le scelte più giuste per sè, può farcela, ed arriva un momento in cui non si può più rimanere inermi o ignari di fronte al "problema".
Non se si ha intenzione di crescere e di affermare così, in modo più fermo, la nostra personalità con tutte le responsabilità che ne conseguono.

Sono d'accordo anche sul non trincerarsi dietro a delle "trappole" che sono mantenute in piedi da noi stessi nel momento in cui ne siamo soggiogati.
Rompere il filo non è affatto una passeggiata, io non l'ho ancora reciso del tutto; emotivamente è un bel fardello da trasportare e ti accompagna in molte fasi e sfere della vita. Non puoi fare finta che non ci sia ad un certo punto.
Io mi sono accorta che oltre ad essere ancora saldo e ben nascosto dietro a tante cose presenti nella mia vita, sono io che ho le forbici in mano per poterlo tagliare.

Ma dietro a questo legame fatto di amore ma un pò ingombrante ci sono dei blocchi radicati da anni che ti convincono di essere davvero "insuperabili". E sono sempre stati lì, ma sembrano uscire allo scoperto nel momento cruciale. La razionalità non basta per uscirne.
La sensazione è un pò quella di cercare di correre con dei pesi da 100 chili legati ai piedi, hai l'impressione di correre sul posto, di non avanzare mai, con il risultato di sprecare una moltitudine di energie e di sentirti frustrato ed arrabbiato.

E' vero, bisogna comprendere quale origine ha la rabbia che proviamo e che ci lega, dove è diretta, come opera, come ci frena, in che modo non ci fa progredire e come sfogarla in direzioni positive. Oltre che lasciarla andare per lasciarci andare.

Un bacio Yana

Selezione a cura di Carlotta Onali

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