RELAZIONI DIPENDENTI O CODIPENDENTI

Le relazioni nella dipendenza dal sesso spesso presentano caratteristiche di uno di due modelli comuni.

Il primo è quello di un dipendente ed un codipendente, con dinamiche in certo qual modo prevedibili.

Il secondo modello frequente è quello di un “dipendente affettivo” ed un individuo “evitante”.

Di seguito si trova una descrizione di entrambi i modelli ed il modo in cui agiscono nella fase di recupero.

Nessuno dei due modelli può essere considerato perfettamente esaustivo nella descrizione di una particolare relazione, ma può essere utile rilevare le loro caratteristiche.

 

MODELLO DIPENDENTE/CODIPENDENTE

Persona

 

Dipendente dal sesso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Codipendente

Desideri

 

Approvazione

 

Sensazioni d’intensità erotica/ distrazione

 

Un magico attaccamento sessuale che guarirà tutte le ferite

Paure :
Noia/
Senso di vuoto

Vergogna/intimità

 

Andare fuori controllo

 

 

Approvazione attraverso l’essere necessario all’altro,aiutare ed essere aiutati

 

Una relazione sicura

 

Paure:

L’abbandono

 

Vulnerabilità

Attratto da

 

Persone “sessualmente attraenti”

 

Fantasia: Approvazione proveniente dagli altri

 

Altre persone emotivamente stabili che si prendano cura di loro

 

 

 

 

 

 

 

 

Individui che hanno bisogno di genitorialità

(dipendenti o disfunzionali e bisognosi di essere aiutati, così come erano i genitori codipendenti)

 

Comportamenti

 

Sesso impersonale

 

Ricerca di approvazione momentanea con altri “perfetti” che poi si rivelano imperfetti.Ne risultano relazioni seriali e non intime

 

Coinvolgimento in relazioni con codipendenti, ne derivano interessi affettivi al di fuori della relazione

 

 

 

 

 

 

Aiutano le persone in crisi

 

Rimangono nella relazione anche quando chiaramente insoddisfacente

 

Cercano di controllare il comportamento del dipendente, perfino, a volte, rendendo incapace il dipendente di rimanere tale

Sviluppo delle relazioni

 

Arriva a toccare il fondo ed inzia il recupero provando notevole sofferenza

Si volge ad una approvazione romantica dagli altri o ripristina una relazione codipendente, in entrambi i casi senza affrontare adeguatamente i propri problemi d’intimità ed autostima. (In più l’individuo evitante si unisce al gruppo di recupero ma ne rimane ai confini).

La strategia di recupero fallisce, si ha una ricaduta che implica un toccare il fondo ancora più intenso.
Riprende il recupero, più lentamente questa volta, con più attenzione all’auto approvazione, all’intimità non sessuale, ed alla tolleranza di sentimenti di solitudine e vuoto

 

 

Possono voler possedere il dipendente
Divengono frustrati quando il comportamento del dipendente è più estremo di ciò che vogliono, ma rimangono nella relazione perché hanno paura di lasciarla

 

Se il dipendente inizia il recupero, il codipendente può ricercare un nuovo dipendente che apprezza ed ha bisogno delle sue capacità di aiuto

 

 

 

MODELLO “DIPENDENTE AFFETTIVO”/INDIVIDUO EVITANTE 

Persona

Dipendente affettivo

Desideri

Sicurezza, approvazione,
“identità” (fusione)

Paure:

La paura più grande è l’abbandono

La paura soggiacente è quella di una sana intimità (nel rapporto il nucleo della persona rimane in realtà isolato).

 

 

 

Attratto da

Individui autonomi che appaiono forti, stabili (spesso evitanti o ossessivo compulsivi, come erano le loro famiglie d’origine)

Comportamenti

Costituire una nuova relazione prima di lasciare quella attuale, formando relazioni – triangolo

Vicinanza subitanea, ricerca di un sentimento “magico”

Idealizzazione del partner

Ossessione sul partner

Parlare ossessivamente con gli altri di “lui” o di “lei”

Mostrare rabbia e sentimenti di rivalsa per essere stati abbandonati

Sviluppo delle relazioni

Nega quanto in realtà si trova costretto e limitato nell’evitante

L’evitante gradualmente diviene distante e si chiude, in qualche modo abbandona la relazione

Il dipendente affettivo mostra rabbia e rivalsa, torna a rivolgersi a relazioni occasionali e sesso di tipo dipendente

 

Il partner si arrende e riprende la relazione oppure il dipendente affettivo instaura una nuova relazione.

Il senso di se’ e l’autostima non si sviluppano, il dipendente affettivo rimane in una posizione dipendente.

Si deve sviluppare la capacità di tollerare la paura ed il disagio perché sia possibile la crescita.

 

 

 

Evitante

 

Vuole unirsi ma non da vicino

Paure:

La paura più grande è l’intimità/coinvolgimento

Può risultare arduo per lui respingere gli altri o dire di no

 

Individui che provvedano ad entusiasmo ed intimità per entrambi

 

Completa ambivalenza. Possono vivere una relazione per il solo fatto di non saper dire di no.

 

Può mostrare un iniziale, tradizionale perseguimento romantico, ma fondamentalmente entra in relazione perché è il dipendente affettivo che procura l’ “energia intima”, può temere di non essere altrimenti in grado di affrontare una relazione.

Mentre il dipendente affettivo richiede sempre più attenzione, l’evitante cerca di accontentarlo, almeno inizialmente.

Infine l’evitante viene sopraffatto dal totale attaccamento e/o dagli eccessivi bisogni del dipendente affettivo, diviene critico ed in ultimo abbandona la relazione.

Percepisce il fallimento della relazione, a volte viene coinvolto in un comportamento dipendente o in relazioni occasionali per allontanarsi, distrarsi o stordirsi.

Può tornare alla relazione per senso di colpa o paura di essere completamente solo oppure muovere ad un nuovo partner.

Il ciclo

abbandono/ritorno

può andare avanti e ripetersi molte volte, specialmente se il dipendente affettivo si rivolge al di fuori della relazione

 I modelli riportati in queste tabelle sono stati descritti da Pia Mellody nel suo libro “Affrontare la dipendenza affettiva” – 1992.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

SEHNSCUCHT: LA RICERCA DELL’IRRAGGIUNGIBILE

Hai tante cose dentro di te e la più nobile di tutte, il senso della felicità.
Ma non aspettarti la vita da un uomo.
Per questo tante donne s’ingannano.
Aspettala da te stessa.
Non sarai mai felice se continui a cercare in che cosa consista la felicità.
Non vivrai mai se stai cercando il significato della vita.
Come rimedio alla vita di società suggerirei la grande città.
Ai giorni nostri, è l’unico deserto alla portata dei nostri mezzi.
Non conosco che un solo dovere: quello di amare.
Nel bel mezzo dell’inverno ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate.

Albert Camus

 

Sehnsucht è una parola tedesca, non traducibile in italiano, che esprime un concetto della cultura romantica ad indicare l’anelito verso qualcosa di irraggiungibile. Il termine fu introdotto dai fratelli Schlegel che lo usarono per delineare una particolare sensibilità particolare della psicologia romantica . Questa sensibilità è intesa come uno stato d’animo eccessivo o perenne di impressionabilità, di irritabilità e di reattività. Potrebbe avere analogie col concetto di nostalgia, ma mentre la nostalgia è il desiderio di riappropriarsi del passato, spesso legato ad oggetti precisi, la Sehnsucht è la ricerca di qualcosa di indefinito nel futuro. Più precisamente, si potrebbe tradurre il termine Sehnsucht con “desiderio del desiderio”: deriva infatti dai termini das Sehnen , il desiderio ardente, e die Sucht , la dipendenza. Letteralmente quindi, Sehnsucht potrebbe essere tradotto come dipendenza dal desiderio, ovvero il costante anelito che porta l’Uomo a non accontentarsi mai di ciò che raggiunge o possiede, ma lo spinge sempre verso nuovi traguardi, trasformando il sentimento in una forza distruttiva e autodistruttiva.

Il termine tedesco SEHNSUCHT ha quindi il compito di indicare quella tendenza a sognare e a fantasticare e quello stato d’essere perennemente inquieto e scontento della realtà, proteso alla vita del sentimento, della fantasia e del sogno che all’inizio del XIX° secolo si era particolarmente accentuato nello spirito dell’uomo.

Lo scrittore C.S. Lewis da un ulteriore descrizione di tale concetto descrivendo la Sehnsucht come “l’inconsolabile desiderio” nel cuore dell’Uomo “per non si sa che cosa”.

In questa sede prendo a prestito tale termine ad indicare la ricerca da parte di taluni di una amore pieno ed assoluto da parte del potenziale o proprio partnert, che quest’ultimo non potrà mai dare, perché come qualsiasi essere umano, ha i propri limiti. Conseguentemente il desiderio ardente di tale assolutezza è destinato a rimanere insoddisfatto. Come afferma De Rougemont: “E’ cercare l’infinito in un essere finito”.

Invito a leggere la discussione tratta dal forum sul concetto che troverete pubblicata di seguito

Dott. Roberto Cavaliere

 

DISCUSSIONE TRATTA DAL FORUM

MAAB Novalis la chiamava Sehnsucht..la malatia della ricerca inesausta di qualcosa di eternamente irraggiungibile..la tensione continua dello spirito verso un’ideale che si allontana ogni volta che sei quasi arrivato a toccarlo….tipico di un’anima lacerata…ci strugge e ci distrugge la voglia di raggiungere un ideale di amore che forse nn esiste..e man mano che si cresce quella favola che ci avevano raccontato da piccoli si trasforma in un tabulato di dati sconfortevoli, con un conto finale dove c’è scritto ogni volta” fai i conti con te stesso”.

A 33 anni..giro di boa..mi chiedo se questa tensione, questo desiderio di desiderare qualcosa che nn esiste (forse) nn sia destinata a restare tale per tutta la vita!

Chiedetevi, cari lettori per caso o per scelta, ma nn sarà che spesso più che amare chi abbiamo di fronte, nn gli mettiamo addosso un abito da noi cucito, così che quella persona possa essere esattamente come NOI l’abbiamo anelata? proiettiamo in quella persona tutto il sogno, ci perdiamo in esso..

e poi..chiaro nn abbiamo considerato che forse quell’abito nn gli appartiene affatto! Restare individui nella coppia….due universi a parte che si sfiorano per condividere e poi ritornano in se stessi! C’è qualcuno che ha un manuale di istruzione? A chi dice di nn chiedersi i perchè

di ciò che ci succede..come fa una mente, per la quale la ricerca inesausta è necessaria alla sua esistenza, a smettere di domandare??

 

CIPA 73Il dramma degli uomini è,secondo i filosofi, l’aspirazione all’infinito irragiungibile in virtù della nostra finitezza. Quando si proietta sull’altro un ideale che esiste solo nella nostra testa si perde il senso della realtà e si carica di aspettative impossibili il rapporto sentimentale.

Posso risponderti alla luce della mia esperienza che è poco”magico” restare con i piedi per terra. Ma credo che sia la sola strada per un rapporto sano.

Non può un partner essere la risposta ai nostri dilemmi esistenziali. Le risposte sono dentro ognuno di noi.

 

MAAB Quanto è pietrosa la strada da percorrere verso noi stessi..già, cipa, con i piedi per terra..ma perchè rinunciare a rivolgere la testa verso il cielo?

e quanto è bella la magia dei frammenti d’amore?? A volte ho la sensazione che per quanta vita ho dentro potrei bastare a me stessa..però poi sento la necessità e l’urgenza entusiastica di condividere e mostrare alla gente la mia magia! Meditate, gente, meditate!

 

CIPA73 Ognuno ha dentro un universo inesplorato da condividere con gli altri. Spesso mi è capitato di passare per “strana” quando con entusiasmo comunicavo agli altri,compreso il mio ex,le mie osservazioni, le mie riflessioni, il mio disperato tentativo di trovare la chiave d’accesso all’infinito. Mi definiva cervellotica. Di recente ho ritrovato la fede,lo slancio mistico verso il trascendente. Una risposta spirituale all’umana disperazione…

 

HARRY 2003 X maab

Cara amica del tavoliere, le tue riflessioni sul SEHNSUCHT, le trovo molto appropriate invece, anche se non di facile digestione. M metto in primis, che con i miei studi rivolti più alla matematica piuttosto che alla filosofia, mi rendo conto quanto difficili possano essere le valutazioni da fare.

Ad ogni modo se si pensa a ciò che significa quella parola, SEHNSUCHT, ci potrebbero venire i brividi lungo la schiena, allora perchè viviamo a fare, se ci poniamo obiettivi irragiungibili, se una volta raggiunta la vetta, ci accorgiamo che davanti a noi ce n’è una ancor più grande, da superare, e via così. Non so dare una definizione razionale a tutto ciò, ma forse è proprio perchè voglio trovare il razionale in ogni cosa e non capisco il linguaggio di NOVALIS, che oltre che matematico (pure lui) era anche filosofo, e se non sbaglio è stato anche uno dei fondatori del cosiddetto Romanticismo.

Non sono preparato sul tema, ma posso dare la mia umile interpretazione, che credo sia un pò il filo conduttore del forum; dici che forse abbiamo fatto un errore di valutazione, attribuendo ai nostri ex compagni un valore che volevamo vedere noi, potrei essere d’accordo, ma, e questa è la mia personalissima visione, prima di tutto ci si piace, poi ci si frequenta, poi si comincia a condividere un pò delle nostre vita, se ad un dato momento ci si accorge che non era proprio quello che volevamo, che si deve fare? continuare per quella strada e immolarci per la scelta che è stata fatta, oppure salutarsi e andare ognuno per la propria strada? Forse ho dato una visione troppo semplicistica, ne sono al corrente, non era mio intento dare delle soluzioni, solo una riflessione!!!! Ciao e complimenti

 

ELEGYS Il desiderio del desiderio, l’anelito all’infinito, all’intraducibile, l’idea della perfezione. Credo sia un meraviglioso volo verso l’alto, in perpendicolare sopra se stessi.

Per me è la voglia divampante di continuare a vivere, di superare il tempo e lo spazio, è una proiezione al di sopra del cielo, alla ricerca di un indescrivibile sentire, di immobilità, di trascendenza.

Questa idea luminosa e accecante, è ciò da cui si può trarre energia, passione, bellezza e forza, ed è anche ciò che genera “dipendenza” a mio parere, come “il demone creativo che si trasforma in amante demonio” (tanto per citare un libro che sto leggendo).

La tragicità del pensiero della fine, della carne e del tempo che passa, dell’impossibilità di continuare, la responsabilità di decidere chi e cosa scegliere: questi pensieri sono quelli che sciolgono dall’immobilità della “sehnsucht”.Un sorriso, Elegys

 

MELANIA2 maab,sei incredibile sai che da grande sostenitrice della forza della mente e del pensiero,sto diventando grande sostenitrice della forza del cuore e dell’istinto?

sarebbe opportuno,a volte ,invece di andare in su’,verso la testa ,la mente,l’infinito,che lo dice pure la parola,senza fine ,senza limiti o traguardi;provare ad andare giu’,verso il cuore,verso la terra. se tu premi sulla terra ti rimanda energia,non sprofondi,hai una sorta di rimbalzo,se invece vai verso il cielo,fluttui senza sosta ne riposo.

provare a tornare alle origini,l’acqua,la terra senza farsi tanti condizionamenti. ritrovare le piccole cose che ci fanno star bene,toccare con mano quello che gia’ c’è. toccarlo con il cuore,non con la mente.

siamo nati in natura,non in un ipermercato,dove tutto è condizionato dalla vendita del prodotto,dove tutto è ben messo,dove il prodotto che devi vendere di piu’ in quel momente, è messo alla giusta altezza.

prova a ritornare,alle cose semplici,ai luoghi comuni,apprezza questa maab,che è semplicemente una donna,e tale si deve riconoscere.

se riesci, guarda oltre cio’ che ti sembra di vedere. oltre non significa guardare lontano,ma vedere quello che veramente c’è. un abbraccio forte

 

YANA Ciao, mi sono piaciute le riflessioni e le domande che poni Maab.

Secondo me bisogna distinguere due livelli in questa tendenza alla ricerca di infinitezza.

Uno è “sano”, ed è quello che ricorda Cipa quando parla del “dramma degli uomini” spesso descritto dai filosofi. Credo che questa tendenza sia, come la paura e le altre emozioni e fragilità umane, una caratteristica del genere umano e che in una certa misura sia inevitabile, proprio perchè, secondo me, non è tanto una conseguenza di qualche trauma specifico, ma è implicita nelle fattezze dell’uomo: ne è una sua caratteristica intrinseca, per via della struttura del suo pensiero e di molto altro. Quindi più che sana, la chiamerei una caratteristica “normale”.

L’altro livello è quello patologico, o insano, o distruttivo, che, per vari motivi, è portato all’eccesso e che può condurre a vivere male la vita e i rapporti, incessantemente insoddisfatti, scontenti, irrequieti.

Ovviamente non c’è una linea netta tra i due livelli, ma credo sia importante individuare, se ci sono, i propri aspetti insani della questione ed accettarne invece il lato sano, comune un pò a tutti gli individui e tipicamente umano.

Detto questo, mi ha colpito una frase di Cipa negli interventi iniziali:

“posso risponderti alla luce della mia esperienza che è poco “magico” restare con i piedi per terra. Ma credo che sia la sola strada per un rapporto sano.”

Io credo invece che un rapporto sia veramente sano quando è “magico” pur percepito nella sua dimensione “reale”.

Non so se ho inteso bene le parole di Cipa, ma dal mio punto di vista odierno invece c’è molta magia anche nel restare con i piedi per terra, anzi è proprio quella la vera magia a mio avviso. Riuscire a godere della vita così com’è, senza avere bisogno di rifugiarsi troppo nelle proprie fantasie ed aspettative, è una cosa a volte complicata da raggiungere, ma dona delle sensazioni fantastiche.

Nel suo aspetto sano, questa difficoltà è una delle sfide che la vita e la crescita degli individui presuppongono e a cui è giusto arrivare in un certo senso gradatamente, scoprendo ogni aspetto di questo modo di vivere man mano che si procede nella propria maturità.

Ma se lo stile di vita, specie nelle fasi da adulti, è fortemente legato ad una ricerca spasmodica di “altro”, se non si sa godere delle cose naturali e reali della vita (tutto..rapporti, attimi, come le cose più concrete) allora bisogna rivedere quello che sta alla base delle proprie percezioni.

L’altro giorno ero con dei bambini.

Non avevamo grandi cose a disposizione, apparentemente. Avevamo un prato, l’aria, il sole, una palla e le gambe per poter correre.

Non è per fare retorica, ma abbiamo passato dei momenti davvero speciali ed io mi sono sentita veramente viva solamente perché stavo correndo, giocando e stavo condividendo l’entusiasmo.

Eppure non c’era nulla di paranormale o straordinario in quello che stavamo facendo, in quello che stavo vivendo. Ma era magico e la magia sta nel fatto di riuscire ad apprezzare le cose della vita, anche quelle più semplici, per quelle che sono, godersele, catturarne l’autenticità e farne propria ricchezza. A volte c’è più amore in una corsa o un gioco condiviso che in un rapporto che dura da anni. E’ da questa forma di amore apparentemente inutile ed insignificante che bisogna partire.

In quel momento, come in molti altri, io ero molto di più con i piedi per terra che in tanti altri frangenti, eppure dentro di me sembravo volare.

Non sono costantemente in quello stato d’animo nella mia vita, mentirei.

Ma da quando sto meglio con me ed ho imparato a guardare la vita e le cose che ho sotto un’altra ottica riesco maggiormente e più spesso a gioire della semplicità della vita e a ravvicinare le mie aspettative alla realtà così com’è e come evolve.

Forse riuscire a fare questo in senso assoluto non è possibile, proprio per via dei limiti umani. Ma regalarsi sempre più esperienze di autenticità e lucidità è possibile a mio avviso, senza per questo dover mozzare le proprie sensazioni e le proprie aspirazioni. Anzi, è proprio il contrario.

Per fare questo è, come sempre, necessario, oltre che porsi domande, riavvicinarsi un pò di più a se stessi, anche e soprattutto nel senso di riavvicinarsi alle proprie sensazioni spontanee: tutto questo è racchiusio dentro di noi, dobbiamo solo capire, in modo personale, come fare a riscoprirlo e quindi a percepirlo. Un abbraccio

 

MAAB cara yana, grazie del tuo intervento, ero curiosa di sapere come la pensavi..la cosa paradossale è che il magico e quella tensione verso il desiderare qualcosa che nn si realizza

per me risiede proprio nell’incanto di quella semplicità di cui parli..l’incanto delle piccole cose..di una risata cristallina, di una corsa sui prati, degli occhi di tuo foglio che ti sorridono…di un amore sincero e compassionevole….e sai perchè si trasforma in qualcosa che si allontana ogni volta che pensi di averla afferrata? perchè per qualche strano motivo oggi tutto questo diventa sempre più un miraggio..ed ogni fallimento accresce l’appetito di quel miracolo..ed è allora che s’incorre nel pericolo di idealizzare chiunque, anche se stessi, pur di avere un raggio di quel sole! Infatti, chissà perchè il primo grande amore resta sempre il migliore..perchè ci è arrivato addosso senza il nostro intervento..senza idealizzazione..senza quel senso di mancanza che le delusioni successive hanno creato. E allora si capisce bene perchè è necessario restare soli e ritrovare quella purezza di accogliere senza vincoli un nuovo amore..bisogna resettare il sistema perchè funzioni ben..come in origine..vicini a quella fonte di piccole e semplici cose!

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

AMORE NON CORRISPOSTO

Amare l’amore più dell’oggetto dell’amore, amare la passione per se stessa, dall’amabam amare di Agostino fino al Romanticismo moderno, significa amare e cercar la sofferenza. Amore-passione: desiderio di ciò che ci ferisce e ci annienta con il suo trionfo.

…Perchè a qualsiasi altro racconto preferiamo quello d’un amore impossibile? Proprio perché ci piace bruciare ed essere coscienti di ciò che brucia in noi.

…Ciò che essi amano è l’amore, è il fatto stesso di amare. (…) Tristano ama di sentirsi amato ben più che non ami Isotta la bionda. E Isotta non fa nulla per trattenere Tristano presso di sé: le basta un sogno appassionato. Hanno bisogno l’uno dell’altro per bruciare, ma non dell’altro come è in realtà; e non della presenza dell’altro, ma piuttosto della sua assenza.

…L’amore felice non ha storia. Romanzi ne ha dati solo l’amore mortale, cioè l’amore minacciato e condannato dalla vita stessa.

…Così abbiamo visto che Tristano ama Isotta non già nella sua realtà, ma in quanto essa desta in lui l’arsura deliziosa del desiderio. L’amore-passione tende a confondersi con una esaltazione narcisistica

…Chiamerò libero un uomo che possiede se stesso. Ma l’uomo della passione, al contrario, cerca di essere posseduto, spogliato, gettato fuori di sé medesimo, nell’estasi.

…il fatto che il desiderio sia o non sia soddisfatto, non cambia niente. La passione, una volta dichiarata, pretende molto più che la soddisfazione, vuole tutto e soprattutto l’impossibile: l’infinito in un essere finito.

De Rougemont “L’Amore in Occidente”

“I momenti migliori dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia, dove tu piangi e non sai perchè, e quasi ti rassegni riposatamente ad una sventura… e non sai quale”.

Sono queste le parole che danno inizio al cortometraggio intitolato “Il sorriso di Diana”.

Un cortometraggio molto originale che può rappresentare un amore non corrisposto o imposssibile. La storia infatti, racconta l’amore di un ragno per una donna, che diventa subito metafora di tutti gli amori non corrisposti, impossibili. Diana, la protagonista, entra nella sua nuova abitazione. Un grande appartamento dominato da disordine e sporcizia, ma è proprio questa sua decadenza ad interessarci. Si ritrova a telefona con la sua migliore amica, a parlare di Fabio, il suo nuovo fidanzato. Dal tono di voce e dalle sue riflessioni, si capisce che quello non è il suo vero amore. Viene da chiedersi se Diana avrebbe mai trovato quell’amore che desiderava tanto. E che come sentiamo dalla voce fuori campo, quell’amore forte a tal punto da rimpicciolire l’universo e trattenerlo in un battito di cuore. Arriva il momento in cui vediamo il piccolo ragnetto (Agenore), che scappa insieme ai suoi amici, dalle setole nere di una scopa. Diana infatti è impegnata nelle pulizie, ma queste semplici operazioni di riordino, per gli insetti significano pericolo e morte. Aiutandosi con un insetticida spray, riesce ad uccidere alcuni scarafaggi. Fino a quando impugnando uno zoccolo, si ritrova faccia a faccia con Agenore. Sta per colpirlo, ma squilla il telefono. Impeganata nella sua opera si ferma, non lo uccide, in fondo un piccolo ragnetto porta anche fortuna.
Agenore incapace di muoversi rimane nella vasca tutta la notte, lui, il più coraggioso di tutti, si sente spento, devastato, inutile. E non fa altro che porsi delle domande. Perchè? perchè non mi ha ucciso? cosa vuole da me?
Nella sua testa non ci sta altro che il viso di Diana, i suoi occhi, il suo sorriso. Cerca una risposta a tutte quelle domande, e dentro di se la trova: Si era innamorato.
Mentre la ragazza mangia dell’uva, dal grappolo sfugge un acino, questo rotola proprio accanto ad Agenore, che crede sia un omaggio. Così, decide di ricambiare uccidendo uno scarafaggio.
Mentre Diana sta dormendo, lui posiziona l’insetto sul cuscino vuoto, e correndo senza farsi scoprire, attende il risveglio. Immagina Diana felice, contenta del regalo, ma non fa altro che avere una delusione. Infatti, quando apre gli occhi, un enorme urlo urta contro le pareti della stanza.
L’insuccesso di quella notte lo turba profondamente, e incomincia a pensare che ci doveva essere pure un modo, una maniera per comunicare alla ragazza. Per dire che era lo stesso sentimento a muovere entrambi. Ma tutto questo pensare, viene interrotto dalla realtà “nuda e cruda”. Una di quelle sere, Diana invita Fabio a cenare nella sua nuova casa. Stesi sul divano incominciano a baciarsi. Agenore li osserva, ancora una volta incapace di muoversi, poi si decide, va a morire fra le sue braccia. Si avvicina velocemente. Nel frattempo, sul divano, Fabio si è alzato e si sta slacciando la camicia. Agenore è ai piedi del divano e sale sui suoi pantaloni. Fabio nota qualcosa. Una manata secca e subito dopo il movimento dell’uomo che schiaccia.
Questa è la chiusura del cortometraggio, in cui Agenore, il più grande tessitore, cede spazio all’amore, e per quest’ultimo muore.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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UOMINI CHE AMANO TROPPO

TESTIMONIANZE

Gentile Dr. Cavaliere, mi sono imbattuto in questo sito casualmente, cercando una risposta a tutti i miei perchè.

Mi presento mi chiamo Antonino ho 46 anni, un matrimonio fallito alle spalle ed una storia d’amore bellissima ma per lei finita, io ancora non riesco a crederci. Ho letto alcune e-mail di lettori, e cosi ho deciso di scrivere anch’io.

Mi sono sposato all’età di 25 ed ho 3 figli che amo più della mia vita, mi sono sposato per amore con mia moglie ci siamo conosciuti che avevamo 17anni. Il nostro matrimonio è andato presto in crisi convivendo ci siamo accorti che qualcosa non andava, purtroppo il mio lavoro mi portava a lunghi periodi fuori casa, lei lo sapeva quando ci siamo sposati ma evidentemente l’impatto con la realtà per lei è stato diverso dall’ immaginazione.

Dopo anni di crisi 4anni fa, mentre ero ancora sposato ho conosciuto in chat una donna anche lei sposata ed un matrimonio in crisi. Lei è una mia conterranea ma vive al nord, all’inizio è stata amicizia ma poi pian piano l’ amicizia si è trasformata in amore. il nostro amore e stato per un certo periodo telefonico, ci sentivamo sempre e ci mandavamo sms continuamente, ma forse per questo molto forte eravamo in perfetta sintonia, ci capivamo anche dai nostri silenzi, una cosa unica, mi dava forza e vitalità. Poi ci siamo visti e questo ha rafforzato ancora di più il mio amore, era è lo è tuttora il centro del mio universo. Io passavo da lei quando rientravo dalle mie trasferte e per vederla di più riuscì anche a viaggiare di più, a casa il mio rapporto con mia moglie si deteriorava sempre più per me esisteva solo Angela, mi ero allontanato anche dal letto coniugale perchè sapevo che a lei dava fastidio che io dormissi con mia moglie. Purtroppo a causa della mia condizione di uomo sposato non riuscivo a darle di più per il momento, ma le avevo detto che mi sarei separato perchè amavo lei e solo lei. A giugno dell’anno scorso intanto lei si separa dal marito e logicamente si aspetta che anche io faccia la stessa cosa, ma al momento la mia realtà familiare me lo impediva. Nel mese di Agosto mi chiede di passare una settimana da lei ma io purtroppo non potevo mi sarei tirato la zappa sui piedi nei confronti di mia moglie, che già sapeva della mia relazione con lei. Lei a causa di questo mio comportamento si sente messa da parte ma non è cosi lei è sempre la donna che amo, solo che la mia situazione del momento non mi permetteva di fare certe cose ma lei questo non lo capiva. Comincia a mandare sms a mia moglie ma la cosa non mi dava fastidio perché ormai il mio matrimonio era completamente finito. Poi per un certo periodo la nostra relazione sembrava in ripresa, ad Ottobre la Società per la quale lavoro mi propone un trasferimento verso un altra sede, da premettere che potevo scegliere di rimanere a lavorare nella mia città, ma io scelgo il trasferimento per potermi avvicinare un pochino a lei e per rompere ancora di più con mia moglie, e questo a lei l’ avevo detto, ma lei non si fidava più eppure ho fatto tante cose per lei, ho rischiato di perdere il lavoro, ho affrontato suo marito, ho provato a cercare lavoro da lei, mi sono trasferito allontanandomi dai miei figli ma lei non mi credeva pensava che io la usassi per i miei comodi. Durante le feste natalizie lei mi chiede di passarle da lei ma io purtroppo non potevo ancora, cosi lei si stanca. La svolta avviene a febbraio di quest’anno parlo ancora una volta con mia moglie per separarmi e parto in trasferta. Nel frattempo lei dice di volermi lasciare non mi crede più però dice che mi ama ancora.

Intanto io ho un grave problema in famiglia, nonostante questo continuo con la separazione da mia moglie, l’ho fatto perchè mi sono reso conto che lei era il mio mondo e l’amavo tanto ma mi dice che ormai era troppo tardi anche se mi amava ancora non mi credeva più, io cerco di farle capire che non l’ho mai presa in giro ma lei niente sembrava che i quattro anni insieme non fossero mai esistiti.

Come conseguenza cado in depressione la tempestavo di telefonate e adesso mi rendo conto che era un grave errore. Nonostante tutto non mi arrendo le chiedo un altra possibilità ci vediamo diverse volte, lei mi fa conoscere sua figlia alla quale mi affeziono, faccio tutto quello che un uomo può fare per dimostrare amore. Durante la depressione pensavo di farla veramente finita, non rendevo più nel lavoro ed ero abbandonato a me stesso, mi rialzo anche perchè lei mi aveva detto che mi avrebbe dato un altra opportunità ed io ci credevo ancora, parto per la Tunisia e ci lasciamo che lei avrebbe riflettuto sulla nostra situazione. Al mio rientro ero ottimista non potevo pensare che una storia così bella finisse miseramente. Avevo sbagliato in passato, ma la punizione mi sembrava dura avevo riflettuto sui mie sbagli e mi ero reso conto che non l’ avevo mai presa in giro l’amavo è l’amo veramente avevo rivoluzionato il mio modo di essere e la mia vita per lei non poteva aver dimenticato questo. Vado da lei senza avvisarla, volevo farle una sorpresa, ma lei non l’ha prende bene mi dice che da 15 giorni aveva iniziato un altra storia con un altro e che ormai era tardi, il mondo mi crolla di nuovo addosso. Avevo creduto veramente che mi avrebbe dato una possibilità l’amavo e l’amo. Perchè mi aveva fatto conoscere sua figlia e portato a casa sua in questo periodo se aveva intenzione di lasciarmi definitivamente?

E adesso mi ritrovo con una separazione in corso (ma di questo non mi pento era inevitabile prima o poi), lontano ai miei figli che amo immensamente e che mi mancano tanto, solo,e con tanto amore nel cuore ma anche tanta amarezza. Vorrei riuscire a dimenticare, lei mi dice di riprendere la mia vita, ma quale vita se la mia vita era lei! Non so nemmeno perchè ho scritto, penso che l’ho fatto come sfogo perchè non ho nessuno con cui parlare e per lasciare la mia esperienza per altre persone che come me soffrono. Ora mi sto buttando nel lavoro, quello grazie a Dio va bene, ma mi sento vuoto dentro mi sento lo stomaco come se avessi un cane che me lo morde continuamente e non so per quanto tempo durerà perchè lei mi manca, mi manca il nostro amore l’essere con lei un tutt’uno perchè eravamo cosi. Avevamo fatto tanti progetti, e non riesco a darmi pace. Ho tanto amore dentro e non sono riuscito a dimostrarlo e questo mi fa star male. Adesso spero che almeno lei possa essere felice perchè anche lei ha sofferto e so quanto mi ha amato e spero che io possa riprendere la mia vita, anche se so che sarà molto difficile l’amo tanto non avevo mai amato così, mi ero totalmente aperto a lei e mi sono ritrovato molto vulnerabile,cosa che non mi era mai successo, ma ero sicuro di noi. Non mi pento di quello che ho fatto perchè non ho fatto niente di male ho soltanto amato e lottato per amore. Di questo non bisogna mai vergognarsi.

Io spero sempre che lei si renda conto di quanto l’ho amata e quanto l’amo e spero che questo mio dolore si calmi e lasci il posto ad un bellissimo ricordo o ad una realtà più bella. A questa mio sfogo vorrei aggiungere un altra crudeltà del destino. Ho cercato di dimenticarla scrivendomi ad un agenzia matrimoniale on-line e ricevo il profilo di una donna totalmente compatibile con me, ebbene quella donna era lei, me lo ha confermato per telefono, pensate come mi sento.

—————————-

Carissimi sto soffrendo la seconda volta come un cane. Dopo un matrimonio che è durato 12 anni, la seconda Relazione (lei oggi 34 io 42) soprattutto conflittuale e durata 9 anni. Adesso lei ha chiuso il rapporto. Mi ha detto ben chiaro, che a chiuso mentalmente da tempo. Non sente più niente per me. Poi nel momento che un amico , mi ha confermato di avere visto lei con un uomo, si scatto in me una pressione incredibile, che mi ha portato in depressione. Il problema e che non accetto che lei ha chiuso, tento di tutto di riconquistarla. Quanto per ore non si fa sentire, piango e cado in sofferenza. Non mi sento di fare nulla, nel momento che gli telefono, o telefona lei, incomincio a vivere, faccio i servizi di casa e altro. Quanto vado a casa di lei, non mi regala neanche uno sguardo. Gli fa fastidio che sono li. guarda l´orologio, per non dirmi vai a casa. Esco con dolore e lacrime. Mi fa male. aiutatemi non so come uscirne. e una vera e propria dipendenza. cordiali saluti Salvo (Germania)

COMMENTI

Caro Salvo, grazie per la tua testimonianza.

Abbi fiducia nel tempo, secondo la mia esperienza è sempre la migliore medicina. Ma ricorda che è fondamentale lo spirito con cui affronti le situazioni. Sii positivo, anche se ti sembra che tutto sia perduto, che non abbia più senso la tua vita, che tu da solo non abbia un senso… non è vero, tu sei una persona unica e speciale. Oggi le cose vanno così, ma domani la vita ti sorriderà di nuovo. Ma se tu vuoi che la vita ti sorrida, sorridile tu per primo e ringrazia te stesso per tutte le cose belle che hai, per tutto il bene che fai per te e che hai fatto nel tempo. Guarda intorno a te quante cose belle ci sono, e quante altre puoi costruire tu. Ama tutto e tutti, perchè solo dall’amore può nascere altro amore. Non sappiamo se con questa donna tornerà l’amore, ma se così non fosse è solo perchè c’è qualcos’altro di buono che ti aspetta. Oggi ancora non sai cosa sia, ma un giorno riuscirai a vedere, e allora tutto sarà chiaro e darai un senso a questa sofferenza di oggi. Crea oggi qualcosa di buono e di bello. Ti abbraccio, f.

Carissimo Salvo, conosco molto bene il tipo di dolore che stai provando;é un travaglio mostruoso che devasta la personalità intera. Secondo me, non ci sono soluzioni o ricette a buon mercato;sino a quando tu sarai innamorato di questa ragazza e non potrai ristabilire il rapporto,sarai costretto a soffrire le pene della privazione. Io cercherei di risolvere il caso con un ragionamento razionale e filosofico: Chi è L’uomo? chi è la donna? ,perchè la solitudine?, c’è un futuro? perchè esiste il bisogno di un altro essere per poter vivere meglio? esiste Dio ? esiste il destino?. Secondo mè la causa di questa sofferenza è dovuta al fatto, che tu hai esperimentato il Paradiso in Terra ,avendo avuto un’esperianza amorosa con questa ragazza.(una donna per un uomo, é sempre immagine sublime e quasi oserei dire, Dio stesso.) Caro Salvo , penso che il dolore che stai provando sia peggio del morire; resisti a questo attacco della natura ,a questo vomito di percezione,io intanto cerco di piangere con te… Ne Usciremo vittoriosi, perchè chi Ama lo dimostra solamente nella privazione e nell’oscurità . un abbraccio forte da Luca

FALLIMENTO

Gianni Età: 48 Egregio Dottore, meglio un dolore lancinante che una ferita sempre aperta, vero?

Allora, storia simile a tante altre, la mia: venticinque anni fà ormai, alle soglie del matrimonio ormai fissato, mia moglie ebbe un ripensamento confessato a me solo perché, poco più che ventenne avrebbe dovuto trasferirsi a molte centinaia di chilometri dai suoi affetti e dalle sue amicizie d’infanzia (come me del resto). Dietro mia insistenza ci fu il ripensamento e l’accettazione. Questo credo sia stato il peccato originale che ho commesso che non ho mai espiato a sufficienza. Per questo motivo ho perdonato una sua prima distrazione che si concesse con un comune “amico” conoscente in occasione di uno dei tanti periodi che trascorreva per i motivi su esposti presso la famiglia d’origine. Stetti molto male ma perdonai e mi impegnai ancor di più. Ho condotto la mia vita nell’interesse di mia moglie e dei figli. Mi sono sempre concesso poco. Ciò che facevo, l’aiuto sostanzioso che ho sempre dato in casa, rinunciando nei primi anni anche alla carriera è sempre stato da lei sempre poco apprezzato e riconosciuto perché ritenuto a torto o ragione dovuto; in ogni caso non mi è mai pesato e mi ha sempre gratificato. C’era il piacere di donare all’altro una parte di me. Lei invece ha continuato a sentirsi poco gratificata perché ha vissuto, come dicevo, con dolore il distacco geografico dalla sua famiglia di origine. Pur amandoci i nostri dissidi hanno avuto sempre questa origine. E per questo motivo ho sempre accettato, e solo quando la convivenza si protraeva oltre il sopportabile, a malincuore, di condividere molto del nostro tempo e la nostra casa e le feste comandate con i suoi familiari.

Avrei voluto stare solo con lei in occasione della nascita del primo figlio ma con il pretesto dell’aiuto in casa ho accettato la presenza in casa della di lei madre per lunghi periodi come fatto ineluttabile, quasi fosse la “condicio sine qua non” della tranquillità di mia moglie ed, in definitiva,dell’integrità della nostra unione.

Sono stato molto attento sempre alla qualità del nostro rapporto e queste cose che le scrivo le ho evidenziate mentre accadevano ma ho trovato su quest’aspetto sempre un muro invalicabile da parte sua, e solo per paura di perderla non ho posto quello che, col senno del poi, sarebbe stato un salutare aut-aut al momento dovuto. Per un lungo periodo ha sempre anteposto gli interessi affettivi verso la sua famiglia d’origine piuttosto che per la “nostra” famiglia. Periodi comunque alterni bilanciati da molti momenti sereni e veramente felici. Sempre per non incrinare il rapporto ho condiviso il suo desiderio di avere un secondo figlio; i primi tre anni sono stati difficili per le notti insonni, il comune lavoro di entrambi di giorno e il primo figlio da accudire. Non so se per questo o per le sue pregresse mancate gratificazioni si profilò cupo all’orizzonte il suo secondo tradimento che io accidentalmente scopersi sul nascere. Per me iniziò un secondo periodo buio, accettai di nuovo e con un lungo lavorio faticoso di entrambi siamo riusciti a superare anche questo. Da allora, vuoi per la maturità vuoi per l’ormai acquisita integrazione sociale e lavorativa lei ha raggiunto finalmente una sua serenità ed equilibrio. E qui viene il bello: quando avrei finalmente potuto raccogliere i frutti di una unione che ha resistito superando diverse difficoltà ho iniziato io (che ho sempre avuto occhi solo per lei) a scambiarmi degli imbecilli sms con una collega che peraltro non ho mai ritenuto alla mia portata. Ed invece il giochetto ormai iniziato quattro anni fa, e che all’inizio candidamente confessai anche a mia moglie, mi ha completamente annientato. Perché non ho mai accettato questa passione e sono riuscito a darle sfogo solo grazie a momenti particolari e contingenti ma mai consapevolmente programmati e vissuti; il mio rigore, non me lo ha mai consentito ma soprattutto perché, analizzandomi, non ho mai accettato che questo “incidente” possa arrivare a determinare il fallimento di una vita (con quel che ho investito!) e di esserne, per giunta, addirittura io la causa! Più mi negavo però e più la passione e l’ossessione e la dipendenza crescevano in ciò non agevolato dalla Signora che pur accettando a parole la mia volontà di non avere una storia parallela, da convinta assertrice del “carpe diem” non ha perso occasione per dimostrarmi il suo interesse ed il suo affetto (definito anche amore) in questi lunghi anni. Mi sono sentito in un cul di sac incapace di prendere una decisione. Alla fine in qualche occasione la passione si è scatenata e su di me ha avuto un effetto dirompente. Unitamente agli inevitabili sensi di colpa ho sentito l’assoluta necessità, fortemente credendoci, di tornare nel mio guscio protettivo e mai più di uscirne riuscendo a guardare con disincanto e distanza anche l’altra. Perché? Durava purtroppo poco questa sensazione perché il desiderio anche solo di vederla e i sensi di colpa, questa volta nei confronti dell’altra, non mi hanno mai indotto a troncare questa che per il 95% del tempo è stata solo una complice amicizia ed un amore inespresso e sempre nella fase dell’innamoramento. Sono prostrato, svuotato senza più interessi nei confronti della vita e della mia famiglia. Sto male anche fisicamente e mi domina unicamente il dolce pensiero della Signora salvo poi ripiombare nei sensi di colpa nel caso riuscissi di nuovo a lasciarmi andare. Mi infastidisco dopo un nostro incontro se mi chiama, ma sbircio 100 volte il cell nei giorni successivi in attesa di un suo segnale! Ho deciso di non assumere alcun farmaco e sono ricorso all’aiuto di una terapeuta la quale ha evidenziato oltre al mio rigore assoluto la mia assoluta indisponibilità a concedermi alcunché oltre ad una presunzione smisurata.

Da laico, seppur bacchettone, in cuor mio non credo che concedersi un’amica di cuore faccia parte degli spazi individuali consentiti in un rapporto di coppia! Inoltre non ho mai ritenuto di potermici abbandonare perché l’ho sempre ritenuto, oltre che banale, una debolezza inaccettabile (dopo aver biasimato quella di mia moglie..) quasi un’arrendevolezza agli eventi. Vorrei insomma poter condividere un giorno l’aforisma che le difficoltà aiutano a crescere, di aver sofferto ma di avercela fatta! Invece…sto sempre peggio i miei stati d’animo dipendono dalla mutevolezza dell’umore della Signora. Sono geloso ma non posso permettermelo perché non c’è ufficialmente storia e per di più l’altra potenziale alternativa credo stia ormai svanendo. Dopo aver masochisticamente sperato per anni che ciò accadesse adesso ne soffro maledettamente! Da una settimana, infatti, dopo l’ultimo incontro la Signora mi ha confessato di aver staccato (pur nell’occasione baciandomi con ardore…).

Ho deciso dopo aver letto la sua “Teoria del Distacco Totale” di tentare per l’ennesima volta questa strada almeno perché i sensi di colpa nei confronti della Signora non hanno più motivo di esistere. E’ difficile data la colleganza, spero di farcela. Che poi arrivi ad un risultato dopo quattro anni mi pare ormai obiettivamente difficile ma non ho altre alternative. La cosa che veramente invece non credo riuscirò a riconquistare è la voglia e la gioia di vivere anche per le piccole cose quotidiane in famiglia. Una delusione, drammatica, dottore, lei dice, può aprire la via ad una nuova occasione; nel mio caso l’agognata alternativa futura che soppianta quella perduta è un vestito ormai logoro. Mi trovo a vivere in una realtà che ormai non mi appartiene più perché ho in mente l’altra? quando l’altra non ci sarà più mi piacerà di nuovo? o l’altra è solo il detonatore delle mie contraddizioni? Causa od effetto? Di una cosa sono certo mi annienterò accettando una vita senza stimoli ma non credo riuscirò a prendere atto del fallimento (se di questo dovesse trattarsi). Forse le mie difficoltà sono queste…

COMMENTO

Buonasera, stessa età stessa durata del matrimonio, stessa situazione tranne il fatto che io, la moglie, non l’ho mai tradito o a suo dire ho tradito il suo grande amore verso di me non amandolo come avrebbe voluto lui. Oggi le mie tenerezze non le vuole più perchè sta esplorando alla ricerca della donna ideale che io non posso più essere. I miei cambiamenti non sono più importanti per lui, ha sofferto e ora vuole farmi soffrire, ma sta soffrendo ancora anche lui, perchè, come me, non accetta il fallimento. Io lo aspetto da dove siamo partiti per ricominciare, se mai lo vorrà, come se fosse la prima volta.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

DIPENDENZE… AMICALI

(….)”L’amico, così come l’innamorato, non si aspetta di veder ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l’accetta così com’è, con tutto ciò che ne consegue. Questo sarebbe l’ideale. E in effetti: vale forse la pena di vivere, di essere uomini, senza un ideale come questo? E se un amico ci delude perché non è un vero amico, possiamo forse metterlo sotto accusa, rinfacciargli il suo carattere, la sua debolezza? Quanto vale un’amicizia in cui apprezziamo l’altro per le sue virtù, per la sua fedeltà, per la sua perseveranza? Quanto vale un’amicizia che ambisca a essere premiata? Non abbiamo forse il dovere di accettare l’amico infedele esattamente come quello fedele e pieno di abnegazione? Non è forse questo il contenuto più autentico di ogni relazione umana, un altruismo che dall’altro non esige nulla e non si aspetta nulla, assolutamente nulla? E che quanto più dà tanto meno si aspetta di essere contraccambiato? Chi dedica all’altro tutta la confidenza della giovinezza e tutta l’abnegazione dell’età virile, oltre al dono più prezioso che un essere umano possa offrire a un suo simile – la fiducia più appassionata, cieca e assoluta -, e si vede ripagato con l’infedeltà e l’abbandono, ha forse il diritto di offendersi, di volersi vendicare? E se colui che è stato tradito e abbandonato si offende, se grida vendetta, era davvero un amico?”. (Sandor Màrai)

 

Testimonianze

Mary Età: 23 Da circa due anni e mezzo convivo, per motivi di studio, con una ragazza. Nonostante la grande differenza caratteriale siamo diventate ben presto amiche. Tutto sembrava procedere per il meglio fino a circa un anno fa, quando ad un tratto cominciai a sentire per lei un qualcosa di strano. A questo punto faccio un passo indietro. Fino ai miei 10 anni sono stata cresciuta solo da mia madre, con la quale ho un buon rapporto. Ad un certo punto, purtroppo per motivi di necessità, lei si è sposata con una persona che non so neanche come definire..comunque da allora la nostra vita è cambiata, la mia vita è cambiata…Non avevo il permesso di uscire o di frequentare liberamente altre persone..Questo mi ha fatto rinchiudere in me stessa e soprattutto con il sesso maschile sono diventata molto diffidente (per gli esempi passati, presenti e nessuna nuova esperienza che mi potesse far cambiare opinione). Quando conobbi la mia coinquilina, per me si è aperto un mondo del tutto nuovo, in fatto di ragazzi io non avevo nessuna esperienza, lei invece aveva anche più storie in contemporanea…lei era di una solarità unica..mente io mi sentivo un essere inutile. Trascorrendo del tempo con lei..assaporai la vita,cominciai a sentirmi al settimo cielo..stetti bene per un anno intero..ma il bello deve sempre finire. Nel periodo di Natale 2008, quando ce ne andammo ognuna a casa propria..mi sentii persa, sola, avevo voglia di sentirla, di riaverla vicina.. Di solito ci sentivano tramite internet..ma in quei giorni di festa si fece sentire (giustamente) molto poco.. Stetti molto male..me ne andai persino prima da casa per avere la scusante “qui non hai il pc..non la puoi contattare”. Per altri sei mesi, ci pensai e ripensai su cos’era questa strana sensazione..verso estate maturai l’idea che ne ero innamorata. Con il passare del tempo però..non riuscivo a convincermi che era solo questo..di amori non rivelati/corrisposti ne avevo vissuto..ma il sentimento provato per lei andava oltre.. avevo bisogno della sua presenza, avevo bisogno di sentirmi dire anche un “ti voglio bene”, di sfiorarla, di sapere tutto di lei..di far parte di lei.. Anche la sua capacità con i ragazzi ebbe il rovescio della medaglia per me.. li vedevo e li vedo tutt’ora come quelli che la portano via da me, che rubano il mio tempo con lei, che rubano la mia parte di lei.. Purtroppo, nonostante la consapevolezza di questa dipendenza, e tutta la sofferenza che ne diriva, non riesco a capire cosa fare. Non voglio troncare completamente i rapporti con lei, in fondo è una buona amica e coinquilina..ma forse è solo una giustificazione? Che fare allora? E soprattutto vorrei sapere PERCHE’LEI? Io non ho mai desiderato una storia seria di “fidanzamento” con lei..Può esserci dipendenza senza amore? Può essere utile parlarne con la diretta interessata? Grazie per gli eventuali consigli, aspettando con ansia l’articolo sulla dipendenza amicale.

marialuisa Età: 45 Dipendenza amicale e modelli di comportamento Gentilissimo dott. Cavaliere Sono una donna di 45 anni, non sposata e affermata professionalmente, che ha vissuto per buona parte della sua vita in situazione di dipendenza affettiva e che solo negli ultimi 10 anni ne ha preso consapevolezza. Questo non è bastato a far cessare lo stato di dipendenza, ma indubbiamente qualche progresso vi è stato. La dipendenza affettiva si è sempre rivolta a figure femminili, prima mia madre e poi le mie amiche. Al momento i due uomini che ho avuto come partner, per brevi periodi, non hanno svolto ruoli significativi. Il che ovviamente non è privo di significato, anche se non so bene quale esso sia. Quello che vorrei sottoporre alla sua attenzione è il modello di comportamento che accompagna ogni storia di dipendenza. Solitamente essa ha inizio con una nuova amicizia, che sembra colmare un vuoto emotivo che costantemente ha accompagnato la mia vita. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che hanno difficoltà o addirittura di emarginate. Dopo un primo entusiasmante periodo di conoscenza, che spesso (non sempre) conduce a un’identificazione con l’altra e la sua vita, iniziano le difficoltà. Come può immaginare la perdita di identità reca con se l’adattamento e la sopportazione di atteggiamenti e stili di vita che spesso non fanno parte del mio corredo di valori. Seguono delusione, frustrazione e disprezzo. La mancata espressione delle mie esigenze induce alla fine al conflitto e la pretesa di avere indietro quello che ho dato spinge la persona a ritrarsi sempre più. La fase finale è segnata da un crescente dissidio e da un enorme sofferenza e senso di vuoto, fino alla rottura. In 20 anni ciò è accaduto almeno 5 volte, segnando negativamente buona parte dei miei rapporti amicali. Quando le amicizie sono sane, e fortunatamente in alcuni casi è così, non vi è pretesa, sovrapposizione, perdita di identità.  Una di queste per esempio dura da 30 anni. Per molti anni ho vissuto queste storie come eventi sfortunati, ma a un certo punto la sofferenza vissuta a causa di un amicizia mi ha portato a una situazione di grande difficoltà emotiva e di depressione, che mi ha costretto a riconoscere che qualcosa non andava. Non dormivo, ero ossessionata dal suo pensiero, avevo sintomi depressivi e difficoltà a svolgere qualsiasi attività. Ho iniziato a leggere libri sulla dipendenza e a frequentare il suo sito. Conosco tutta o quasi la teoria, ma è la pratica la parte difficile. Certamente, come le dicevo, ho fatto molti progressi. Per esempio, noto che in molti contributi si pone l’attenzione sul soggetto da cui si dipende, sul suo narcisismo e su altre sue caratteristiche. Ma io so, e tutti noi dipendenti dovremo sapere, che prima di tutto dovremo guardare ai nostri problemi e concentrare gli sforzi sulla cura di noi stessi. In questo senso la lezione della Norwood è tra quelle più utili e da tenere presente. Dopo l’ultimo conflitto, avvenuto un paio di mesi or sono, con la mia amica storica (quella che mi ha costretto a tanta sofferenza da costringermi a analizzare a fondo me stessa) ho avuto per un certo tempo la tentazione di rivolgere tutto il mio rancore e la mia rabbia verso di lei. Ma so bene che devo pazientemente riprendere il cammino e la terapia del recupero. Oggi la sensazione di vuoto non è lontanamente paragonabile a quella di 8-9 anni fa ed è sempre più limitata. Se mai perdura più a lungo la rabbia. A questo riguardo devo dirle che mi è stata di grande utilità la lettura del libro “la ferita dei non amati”, che certo lei conosce, dove si cerca di far luce sui modelli di comportamento e sulle energie positive e negative che essi esplicano. Secondo l’autore le pressioni esterne (anche familiari) generano in noi flussi positivi e negativi di energia, che seguono un certo modello appunto. Nonostante mi sforzi non riesco a collegare il mio modello alle dinamiche familiari e alle pressioni da esse esercitate su di me. So che la mia famiglia è disturbata, nel senso che in essa ho sofferto la fame d’amore e di riconoscimento e non era certo una famiglia aperta ai discorsi sui sentimenti. Mia madre è secondo me una dipendente e mi ha comunicato un idea degli uomini non positiva, e nel suo ruolo di vittima non ha saputo darmi l’amore di cui avevo bisogno. Mio padre è un uomo autoritario e che fatica a esprimere affetto. So che mi vogliono bene e non riesco a provare rancore alcuno verso di loro, anche se in passato ho dato loro molte colpe. In questo quadro la mia dipendenza avrà un senso, che se comprendessi fino in fondo potrei affrontare meglio. Perché rivolgo la mia dipendenza alle donne? Le fasi che le ho descritto che significato hanno? Mi sono chiesta se sia un comportamento omosessuale, ma non provo attrazione verso il genere femminile e la provo verso quello maschile. Però esso non ha rappresentato l’esperienza affettiva più importante fino ad ora. Mi chiedo se per caso non vi sia una scissione tra eros (verso gli uomini) e agape (verso le donne). Se il mio intervento venisse pubblicato vorrei dire a tutte le donne che soffrono di dipendenza che è possibile attenuare il mal d’amore e limitarne la sofferenza. In questi 10 anni ho dovuto mio malgrado compiere sforzi enormi per conoscermi e analizzare me stessa, per cercare di capire e provare ad amare. Ma questo è avvenuto solo ed esclusivamente quando ho abbandonato il ruolo di vittima e ho spostato l’attenzione dall’altra (o altro per la maggior parte delle donne) a me stessa. La ringrazio per l’attenzione e per questo sito marialuisa

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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CODIPENDENZA

Amare una persona è…

Averla senza possederla.

Dare il meglio di sé senza pensare di ricevere.

Voler stare spesso con lei,

ma senza essere mossi dal bisogno di alleviare la propria solitudine.

Temere di perderla, ma senza essere gelosi.

Aver bisogno di lei, ma senza dipendere.

Aiutarla, ma senza aspettarsi gratitudine.

Essere legati a lei, pur essendo liberi.

Essere un tutt’uno con lei, pur essendo se stessi.

Ma per riuscire in tutto ciò, la cosa più importante da fare è…

accettarla così com’è, senza pretendere che sia come si vorrebbe.

OMAR FALWORT

 

Varie sono le definizioni della codipendenza che ci sono succedute nel tempo, a seconda anche del settore in cui la si studiava (prevalentemente quello della tossicodipendenza ed alcolismo). Personalmente ritengo che parliamo di

Codipendenza è quando una persona fà in modo che sia influenzata in modo eccessivo dal comportamento di un’altro ed al contempo cerca di controllare in modo eccessivo quello stesso comportamento.

L’altro può essere una qualsiasi delle persone significative della propria vita: marito, genitore, figlio, amico. Quest’ “altro”, solitamente è affetto a sua volta da qualche forma di dipendenza patologica.

Il concetto di codipendenza nasce nel campo della tossicodipendenza ed alcolismo. Si notava come molti partner degli alcolisti e tossicodipendenti tendevano sia a ripetere copioni passati (la presenza di un genitore con la stessa dipendenza del partner) che a mettere al centro della propria vita il benessere e la salvezza dell’altro.

Taluni studiosi estremizzano la codipendenza arrivando a definirla una vera e propria patologia psicologica, cronica e progressiva. In questi casi i codipendenti necessitano di relazionarsi con persone dipendenti per un’insana forma di benessere. Scelgono ad esempio un’alcolista, perchè quest’ultimo necessita anche di un salvatore, e dipenderà dal codipendente. Anzi, a volte, se riescono nel loro ruolo di salvatori, la relazione finisce, e cercano subito un altro da salvare.

Entrando nello specifico le caratteristiche del codipendente sono:

  • concentrano la loro vita sugli altri
  • la loro vita dipende dagli altri
  • cercano la felicità fuori da sé
  • aiutano gli altri invece che se stessi
  • desiderano la stima e l’amore degli altri
  • controllano i comportamenti altrui
  • cercano di cogliere gli altri in errore
  • anticipano i bisogni altrui
  • sono attratte dalle persone bisognose d’aiuto
  • attribuiscono agli altri il proprio malessere
  • si sentono responsabili del comportamento altrui
  • sopportano sempre più comportamenti altrui che non avrebbero sopportato in precedenza
  • avvertono sintomi d’ansia e depressione
  • hanno una paura ossessiva di perdere l’altro
  • sviluppano sensi di colpa per i compartamenti sbagliati dell’altro
  • provengono spesso da famiglie con esperienza di codipendenza

L’elenco è lungi dall’essere esaustivo. Ma già dall’elenco di queste caratteristiche vediamo molti punti in comune con le dipendenze affettive e relazionali. La differenza di fondo è che nelle dipendenze affettive non sempre c’è un partner problematico come nella codipendenza.

La codipendenza può essere anche caratterizzata come una relazione disfunzionale di tipo simbiotico. Tale tipo di relazione si viene a creare quando uno o entrambi cercare nell’altro la compensazione delle proprie carenze, dei propri bisogni insoddisfatti, al fine di sostenersi reciprocamente. Ad esempio chi è maggiormente istintivo cerca persone che hanno sviluppato maggiormente l’aspetto razionale e viceversa. In questo modo ci si illude che l’altro è fondamentale per il proprio equilibrio in quanto compensa nostre carenze.

Se uno dei due decide di “evolvere”, cioè di superare o compensare i propri bisogni, l’altro si sente inevitabilmente tradito e abbandonato, in quanto sente il venir meno di quella relazione che lo faceva sentire al sicuro. Infatti questo tipo di relazione disfunzionale come tutte le relazioni simbiotiche non prevede cambiamenti, ma equilibrio, staticità, dipendenza.

Per superare tale relazione disfunzionale bisogna innanzitutto riconoscere l’esistenza di bisogni insoddisfatti che causano tali comportamenti errati e poi cambiare il proprio modo di relazionarsi con gli altri.

Utile è citare la parabola di Gesù su Marta e Maria. Maria se ne stava seduta a conversare con Gesù e i suoi discepoli, Marta ordinava in casa e cucinava. Ad un certo punto Marta incominciò a sbattere i piatti accusando Maria di non fare nulla, lamentandosi di dover far tutto da sola mentre la sorella chiacchierava. Gesù, inaspettatamente per Marta, rimproverò proprio lei. Per Gesù Maria si stava comportando bene, era lei che aveva ragione. Perché per Gesù l’importante è stare con le persone, pensando un po’ anche a sé stessi, non solo preoccuparsi di ordinare e cucinare per loro. Nella codipendenza si commette l’errore di sostenere l'”altro” dipendente a scapito di sé stessi, e lo stesso sostegno che si fornisce spesso è di tipo materiale, non attento alle esigenze interiori dell’altro.

Và ricordato, in conclusione, che se diversi sono i punti di contatto fra dipendenza affettiva e codipendenza c’è, però, una differenza fondamentale fra le due. Nella codipendenze è necessario che l’altro sia un partner problematico mentre nella dipendenza affettiva non c’è questa necessità.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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LE DOMANDE DELL’AMORE

“Mio caro Friedrich, ho dovuto fare l’esperienza che non c’è davvero nulla di più arduo che amarsi. È un lavoro, un lavoro a giornata, Friedrich, a giornata. Com’è vero Dio, non c’è altro termine. Come se non bastasse, i giovani non sono assolutamente preparati a questa difficoltà dell’amore; di questa relazione estrema e complessa, le convenzioni hanno tentato di fare un rapporto facile e leggero, le hanno conferito l’apparenza di essere alla portata di tutti. Non è così. L’amore è una cosa difficile, più difficile di altre: negli altri conflitti, infatti, la natura stessa incita l’essere a raccogliersi, a concentrarsi con tutte le sue forze, mentre l’esaltazione dell’amore incita ad abbandonarsi completamente… … Prendere l’amore sul serio, soffrirlo, impararlo come un lavoro: ecco ciò che è necessario ai giovani. La gente ha frainteso il posto dell’amore nella vita: ne ha fatto un gioco e un divertimento, perché scorgono nel gioco e nel divertimento una felicità maggiore che nel lavoro; ma non esiste felicità più grande del lavoro, e l’amore, per il fatto stesso di essere l’estrema felicità, non può essere altro che lavoro. Chi ama deve cercare di comportarsi come se fosse di fronte a un grande compito: sovente restare solo, rientrare in se stesso, concentrarsi, tenersi in pugno saldamente; deve lavorare deve diventare qualcosa”. (Da una lettera del poeta Rainer Maria Rilke ad un giovane amico)

 

Un nuovo amore dovrebbe sempre scaturire da un incontro e non da una ricerca.

Ma anche se dovessimo cercarlo e importante chiedersi cosa e chi si vorrebbe trovare e perché.

Le domande che bisognerebbe porsi sono diverse. La risposte, autentiche ed oneste, che senti in te, sono importanti, per capire perché non lo trovi, o come trovarlo.

Una possibile sequenza potrebbe essere la seguente

  • Perchè cerchi un amore ?
  • Perché ti senti vuoto e triste, e vai alla ricerca di chi ti riempia o di tiri fuori dalla tua tristezza ?
  • Oppure cerchi qualcuno da salvare, per non dover pensare a salvare te stesso ?
  • Vuoi solo dare, pensando di essere generoso, ma in realtà non ti metti in gioco?
  • Vuoi solo prendere e non hai voglia di dare ?
  • Cosa sei disposto a svelare, e ad ascoltare, a ricevere e a donare, quanto puoi vivere il contatto senza controllo emotivo, senza fare bilanci, e restando fedele a te stesso?
  • E’ davvero solitudine, questo malessere che senti ?
  • Risentimento verso chi non c’è, e verso di te per non aver meritato nessuno accanto ?
  • Se ci fosse qui qualcuno, con te, staresti davvero meglio, o sarebbe solo un modo per scaricare la tua negatività su di lui, per appoggiarti, farti trainare, o anche solo distrarti?
  • Si risolveranno automaticamente tutte le cose alle quali puoi pensare solo tu ?

Dare il nome giusto al bisogno che si prova, comprendere le motivazioni che ci spingono e i dubbi che ci offuscano, aiuta a far succedere quello che più ci sta a cuore, senza sforzo, come è naturale che avvengano le cose importanti, ma con impegno.

E’ una grande sfida riverberare sull’altro positività e non il proprio dolore ed i propri bisogni. Quando cerchi qualcuno che ti ami perché tu non sai amarti, trapela il tuo bisogno, la paura, la pretesa: è ciò che mette in fuga l’altro. La tua paura di restare solo, di sbagliare, ti fa restare solo. Diventi pesante, troppo serio, arrendevole, troppo gentile.

Durante la vita gli altri cambiano, cambiamo noi e i nostri bisogni. Se in alcuni periodi ha prevalso il bisogno di fusione, in altri può essere più importante la capacità di dare nuovi stimoli, la presenza concreta oppure l’affettuosità, il gioco o la leggerezza. In ogni caso l’autenticità.

Qual che avviene fra le persone è tanto più interessante e profondo, quanto più e libero da pretese ed aspettative, bisogni mal risposti e altre zavorre.

La nostra felicità non dipende dagli altri, possono esserne parte, ma non possono crearla né distruggerla.

Questa libertà può farci sentire leggeri, renderci forti, far sì che sia il desiderio a guidarci, non la paura: è questo che attrae l’altro.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

STALKING E DIPENDENZA AFFETTIVA

“Se ami saprai che tutto inizia e tutto finisce e che c’è un momento per l’inizio e un momento per la fine e questo non crea una ferita. Non rimani ferito, sai che quella stagione è finita. Non ti disperi, riesci a comprendere e ringrazi l’altro: “Mi hai dato tanti bei doni, mi hai donato nuove visioni della vita, hai aperto finestre nuove che non avrei mai scoperto da solo. Adesso è arrivato il momento di separarci, le nostre strade si dividono” Non con rabbia, non con risentimento, senza lamentele e con infinita gratitudine, con grande amore,con il cuore colmo di riconoscenza. Se sai come amare, saprai come separarti”(OSHO)

 

All’interno del fenomeno della dipendenza affettiva, spesso la persona dipendente attua una serie di comportamenti che potrebbero ravvisare molte analogie con i comportamenti tipici del fenomeno dello “stalking”.

La parola “stalking” deriva dal linguaggio venatorio della caccia e letteralmente significa “fare la posta” per poi estendersi al comportamento intenzionale, malevolo e persistente, di seguire o molestare un’altra persona, creando così il fenomeno dello stalking.

Secondo gli studiosi il fenomeno dello stalking necessita della presenza di tre elementi:

  • un soggetto, detto stalker, che investe di un’intensa fissazione ideo – affettiva una determinata persona.
  • una sequenza comportamentale ossessiva di atti di sorveglianza, di controllo, di comunicazione, di ricerca di contatto
  • la persona individuata dallo stalker, detta stalking victim, che percepisce a livello personale come invadenti e sgraditi tali comportamenti, vivendoli come delle minaccia alla propria persona e svillupando un senso di ansia, di paura e altre problematiche psicologiche.

I comportamenti tipici del fenomeno dello stalking sono: telefonate, sms, pedinamenti, lettere e fiori, appostamenti vari (casa, lavoro, ecc…), violazione di domicilio, visita sul luogo di lavoro, minacce di violenza, violenza fisica e sessuale di diversa entità, fino ad arrivare a comportamenti estremi come tentato omicidio ed omicidio.

La maggioranza degli stalkers sono di sesso maschile ed attuano tali comportamenti nei confronti di compagne che hanno interrotto o vogliono interrompere la relazione.

Il comportamento di stalking viene agito per diversi motivi, quali:

  • per recuperare la relazione
  • per vendicarsi dei torti subiti
  • per dipendenza affettiva
  • per desiderio di continuare a esercitare un controllo sulla vittima.

Nel caso della dipendenza affettiva il dipendente-persecutore agisce il prorpio stalking per due motivi principali:

  • al fine di esercitare un controllo per timore di essere lasciato
  • dopo la rottura di una relazione per recuperarla o vendicarsi della sua ex.

Il livello di stalking messo in atto, e i correlati aspetti violenti variano in base al grado di intimità precedente esistente nella relazione. Una maggiore intimità presenta un maggiore rischio di violenza. A volte l’entità del fenomeno è anche associata a disturbi di personalità presenti nel molestatore. Molti studiosi ritengono che il fenomento non possa essere studiato tenendo conto solo del molestatore ma vada studiata la relazione di coppia che è una variabile importante nel fenomeno dello stalking.

Il profilo psicologico dello stalker ha diversi punti in comune con quello del soggetto affetto da dipendenza affettiva. Si è in presenza, il più delle volte, di una personalità debole che, per la paura di essere abbandonato, al pari di un copione già vissuto di esperienze infantili simili, si lega ossessivamente a qualcuno. Quindi lo stalker manifesta un gran bisogno d’affetto in presenza di disturbi relazionali legati ad eventi traumatici. Facendo riferimento alla teoria dell’attaccamento nello stalker c’è la presenza di un modello di attaccamento insicuro (ansioso – ambivalente, evitante o disorganizzato) per cui il non può fare a meno dell”altra persona, la quale diventa necessaria per la propria esistenza.

Scopo di questo articolo non vuole essere quello di accomunare il fenomeno dello stalking con quello della dipendenza affettiva, non fosse altro che lo stalking è anche perseguibile giudiziariamente. Si vuole, invece, far riflettere come il comportamento nei confronti dell’altro, di chi soffre di dipendenza affettiva, può, se portato all’estremo, diventare un comportamento da molestatore. Contribuendo, in questo modo a far “allontanare” ancora di più chi si teme di perdere o si è perduto.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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TIPOLOGIE DEI DIPENDENTI AFFETTIVI (di Susan Peabody)

Introduzione

La dipendenza affettiva è un problema grave. Non solo è “la droga per eccellenza” per molte persone, ma ci sono migliaia di alcolisti e tossicodipendenti in recupero che soffrono di dipendenza affettiva e non ne sono coscienti.

La dipendenza affettiva può essere meno problematica rispetto alla loro dipendenza da droga o alcohol, ma può minare il loro recupero da queste sostanze.

Questo articolo è stato scritto originariamente per l’Associazione “Love Addicts Anonymous” (Dipendenti Affettivi Anonimi) per permettere alle persone di comprendere se soffrano di questo disturbo.

Categorie tipiche di dipendenti affettivi

Dalla prima pubblicazione di “Addiction to love” (Susan Peabody – 1989) non molto è cambiato nel mondo della Dipendenza Affettiva eccetto il modo in cui la consideriamo.

Nel 1989, ciò che sapevamo di questo disturbo emergeva ancora dalle nostre conoscenze sulla Codipendenza. Allora, per molti di noi, Dipendenza Affettiva e Codipendenza erano un’unica cosa. Tuttavia oggi comprendiamo che ciò non è vero.

Il dipendente affettivo codipendente è solo uno dei molti tipi di dipendente affettivo. Per comprendere in modo chiaro come i dipendenti affettivi si differenziano tra loro, ecco un’elenco:

Dipendente Affettivo Ossessivo

Gli OLA (Obsessed Love Addicts) non riescono a lasciar andare il partner, neanche se questi è: non disponibile, a livello emotivo o sessuale, impaurito di impegnarsi, incapace di comunicare, non amorevole, distante, abusivo, indagatore e dittatoriale, egocentrico, egoista, dipendente da qualcosa al di fuori della relazione (hobbies, droghe, alcohol, sesso, un’altra persona, il gioco d’azzardo, lo shopping compulsivo, etc)…

Dipendente Affettivo Codipendente

CLA (Codependent Love Addicts) sono i più ampiamente riconosciuti. Rappresentano un profilo particolarmente comune. Molti di loro soffrono di scarsa autostima ed hanno un modo di pensare, sentire e comportarsi, in certo modo, prevedibile.

Ciò significa che da una condizione di insicurezza e bassa autostima cercano disperatamente di rimanere attaccati alla persona da cui sono dipendenti, manifestando un comportamento codipendente. Questo include: essere permissivi, aiutare, prendersi cura del partner, esercitare un controllo passivo – aggressivo ed accettazione di abbandono ed abusi. In generale, i CLA faranno di tutto per “prendersi cura” dei loro partner nella speranza di non essere lasciati o di essere un giorno ricambiati.

Dipendenti dalla Relazione

Gli RA (Relationship Addicts), a differenza degli altri dipendenti affettivi, non sono più innamorati dei loro partners ma sono incapaci di lasciarli andare, di rinunciare. Solitamente sono così infelici che la loro relazione mina la loro salute, il loro spirito e benessere emotivo.

Anche nel caso in cui i loro partners li picchino o sappiano di essere in pericolo, essi sono incapaci di rinunciare al rapporto. Hanno il terrore di rimanere soli. Hanno paura del cambiamento. Non vogliono ferire o abbandonare i loro partners. Tutto ciò può essere descritto come: “Ti odio, non lasciarmi”.

Dipendenti Affettivi Narcisisti

Gli NLA (Narcissistic Love Addicts) utilizzano il dominare l’altro, la seduzione ed il trattenere l’altro per controllare i propri partners. A differenza dei codipendenti, che sono disposti a tollerare un notevole disagio, i narcisisti non accondiscendono a nulla che possa interferire con la loro felicità.

Sono assorbiti da se stessi e la loro bassa autostima è mascherata dalla loro grandiosità. Inoltre, piuttosto che essere ossessionati dalla relazione, gli NLA appaiono distaccati ed indifferenti. Non sembrano affatto essere dipendenti. Raramente ci si può accorgere che gli NLA siano dipendenti finché il partner non cerca di lasciarli. Allora non saranno più distaccati ed indifferenti. Entreranno in uno stato di panico ed useranno qualsiasi mezzo a loro disposizione per protrarre la relazione, incluso l’uso di violenza.

Molti psicologi hanno rifiutato l’idea che i narcisisti possano essere dipendenti affettivi. Può darsi ciò sia avvenuto perché raramente i narcisisti ricercano un trattamento terapeutico. Tuttavia, se mai capiti di poter vedere come molti narcisisti reagiscono all’abbandono, temuto o reale, ci si accorgerà che certamente essi presentano le caratteristiche del dipendente affettivo.

Dipendenti Affettivi Ambivalenti

Gli ALA (Ambivalent Love Addicts) soffrono di un disturbo di personalità evitante. Non hanno particolari problemi a lasciar andare il partner, hanno invece molti problemi ad andare avanti. Bramano disperatamente l’amore ma allo stesso tempo sono terrorizzati dall’intimità. Questa combinazione di tendenze è agonizzante.

Gli ALA sono a loro volta divisibili in categorie:

Torch Bearers (portatori di una fiamma) sono ALA che sono ossessionati da persone non disponibili. Ciò può avvenire senza che questi compiano alcuna azione (soffrire in silenzio) oppure con la ricerca di contatto con la persona amata.

Alcuni Torch Bearers sono più dipendenti di altri. Questo tipo di dipendenza si nutre di fantasie ed illusioni. E’ anche conosciuta come “amore non corrisposto”.

Sabotatori sono ALA che distruggono le relazioni quando queste cominciano a diventare serie o in qualsiasi momento venga percepita la paura dell’intimità. Ciò può accadere in qualunque momento, prima del primo appuntamento, dopo il primo appuntamento, dopo il rapporto sessuale, dopo che si sia manifestato il timore dell’impegno.

Seduttori Rifiutanti (Seductive Withholders) sono degli ALA che ricercano una persona quando desiderano un rapporto sessuale o compagnia. Quando si sentono impauriti o in pericolo cominciano a rifiutare compagnia, sesso, affetto, qualsiasi cosa li renda ansiosi. Se lasciano la relazione sono soltanto Sabotatori. Se invece continuano a ripetere il modello disponibile/non disponibile sono Seduttori Rifiutanti.

Dipendenti Romantici sono ALA che dipendono da più partners. A differenza dei dipendenti dal sesso, i quali cercano di evitare del tutto il legame, i Dipendenti romantici si legano ad ognuno dei loro partners, in grado diverso, anche se i legami romantici sono brevi ed avvengono simultaneamente.

Con “romantica” intendo una passione sessuale ed una pseudo intimità emozionale. Da notare che, sebbene i Dipendenti romantici si leghino a ciascuno dei propri partners, in vario grado, il loro scopo, insieme alla ricerca dell’intensità delromance e del dramma, è di evitare l’impegno ed il legame su di un piano più profondo con il partner. Spesso i Dipendenti romantici vengono confusi con i Dipendenti dal sesso.

Nota sui Dipendenti Affettivi Ambivalenti:

Non tutti gli evitanti sono dipendenti affettivi. Se si accetta la propria paura dell’intimità e delle interazioni sociali e non ci si lascia attrarre da persone non disponibili o semplicemente si crea un piccolo cerchio sociale, non si è necessariamente dei Dipendenti Affettivi Ambivalenti.

Ma se ci si strugge, anno dopo anno, su di una persona non disponibile o si tende a sabotare una relazione dopo l’altra o si hanno relazioni romantiche occasionali seriali o si avverte la vicinanza solo con un altro evitante, allora si può parlare di Dipendenti Affettivi Ambivalenti.

Combinazioni

Si può scoprire di soffrire di più di un tipo di dipendenza affettiva. Molte di queste categorie si sovrappongono o combinano con altri problemi comportamentali. Per esempio si può avere il caso del codipendente, alcolista, dipendente affettivo. Oppure di un Dipendente Affettivo/Relazionale.

La cosa più importante è identificare il proprio profilo personale per sapere con che cosa ci si stia confrontando.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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ORIGINI DI UNA DIPENDENZA AFFETTIVA

In generale il trattamento accordato al bambino determina il carattere della sua vita amorosa. Ad esempio gli innamorati usano i vezzeggiativi con i quali erano chiamati nell’infanzia: in amore si diventa puerili… L’amore è considerato qualche cosa di irrazionale; ma l’aspetto irrazionale può essere ricondotto a fonte infantile: la costruzione nell’amore è infantile. Una tale condizione amorosa trova una bellissima espressione nel Werther di Goethe quando il giovane Werther entra nella stanza e immediatamente si innamora della fanciulla. La vede mentre spalma il burro sul pane e questo gli ricorda la propria madre.

Nunberg e Federn – Dibattiti della Società Psicoanalitica di Vienna 1906-1908 – Bollati Boringhieri

Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno.
Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni.
Era la vertigine.
L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere.
La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza.
Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa.
Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.

Milan Kundera- L’insostenibile Leggerezza dell’Essere-

La dipendenza affettiva si va costruendo sulla base di altri legami relazionali, anche se non sempre palesi e visibili, e delle loro vicissitudine nel tempo. Questi legami ed i loro vissuti fondono le aspettative che dovrebbero essere riscontrate all’interno della relazione attuale, in particolare quella fondata sulla dipendenza affettiva.

In particolare nel rapporto instaurato durante l’infanzia con i genitori, se quest’ultimi hanno lasciato insodisfatti i bisogni infantili costringendo i bambini i cui bisogni d’amore rimanevano inappagati ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni.Questo processo di limitazione può portare al formarsi di pensieri del tipo: “I miei bisogni non hanno importanza”o “non sono degno di essere voluto bene”.Da adulti, questi “bambini non amati” dipendono dagli altri per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei loro problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle loro capacità e si giudicano persone non degne d’amore.

Inoltre quanto più i suddetti bisogni rimangono insoddisfatti all’interno del legame significativo infantile (quello madre-bambino), tanto più tale legame si rinnova immodificato nei confronti delle nuove figure di riferimento: il partner in questo caso. Allo stesso tempo più una relazione deve adempiere ad esigenze basilari di protezione e di sicurezza, tanto più forte è il legame che si sviluppa e tanto maggiori sono le minacce potenziali che possono provenire da qualsiasi situazione esterna che metta in discussione tale legame. A tali minacce si tende a reagire, all’inizio, con atteggiamenti d’aggressività nei confronti delle persone che mettono in pericolo la relazione o con altri atteggiamenti comportamentali che tendono comunque a proteggerla.

Di fronte ad un genitore freddo e non affettivamente disponibile, il bambino potrebbe mantenere il suo equilibrio affettivo cercando di minimizzare un comportamento dipendente verso un genitore che ha queste caratteristiche, con tutti gli effetti negativi che può comportare questo tipo di attaccamento verso la figura adulta (Bridges, Denham e Ganiban, 2004). Nel contesto dell’equilibrio, questa condizione potrebbe essere adattiva in quel momento, ma quel comportamento d’equilibrio (lo stile di attaccamento equilibrato verso il genitore), tolto dal repertorio infantile perché risultato non adattivo con quella figura parentale, potrebbe portare il bambino ad uno sviluppo emozionale deviante e condurlo a problemi emotivi e comportamentali, compresa la scelta di partners non disponibili affettivamente (Bridges et al., 2004).

Varie ricerche sono state condotte in tal senso.

Werner e Silbereisen (2003), hanno riscontrato in una loro ricerca, che le ragazze che hanno un rapporto conflittuale con il proprio padre e non compiono esperienza di sostegno da parte sua, hanno maggiori probabilità di coinvolgersi in relazioni affettive patologiche. Un’insana relazione uomo-donna vissuta all’interno della famiglia sembrerebbe influenzare lo sviluppo delle scelte affettive femminili inducendo le donne, che hanno vissuto quest’esperienza negativa con il proprio padre, alla scelta di partners devianti. Anche donne che hanno vissuto una relazione affettiva deviante con il proprio padre, fatta di abusi sessuali e psicologici, risultano più fragili rispetto a quelle che invece hanno avuto una relazione serena ed appagante con il proprio genitore (Miller, 1994; Werner et al., 2003). La fragilità di queste donne sembrerebbe condurle verso relazioni affettive in cui elemosinano attenzioni e continue conferme da parte del proprio partner perché quando l’altro non c’è, il suo pensiero, non basta a rassicurarle (Amaro e Hardy-Fanta, 1995).

Bieber e Bieber sostengono che le persone affette da dipendenza affettiva non hanno avuto colla figura paterna un rapporto di stima e di scambio amorevole generando così un’immaturità psicoaffettiva. Il loro parere è che un padre problematico per vari motivi non permette al figlio una facile identificazione. Lo stesso dicasi per una figura materna iperprotettiva che crea confusione affettiva nel figlio. Quest’ultimo svilluperà odio verso il padre contrapposto alla madre che verrè vissuta come accogliente.

 

Dott. Roberto Cavaliere

 

TESTIMONIANZA

Qui di seguito riporto la mia esperienza sulla dipendenza affettiva che, nel mio caso, è stata soprattutto dipendenza psicologica dalla mia famiglia.

Sono una donna di 39 anni e non mi sarei mai fatta delle domande se cinque anni fa, alla rottura di una relazione durata circa 14 anni, mi resi conto che non riuscivo a superare quel lutto, non riuscivo ad accettare il distacco da qualcuno che analizzando le cose profondamente, in fondo, non aveva altro legame con me che una sorta di mutuo soccorso, che improvvisamente nel momento in cui lui non aveva più bisogno di appoggiarsi a me, aveva messo in discussione.

Premetto che durante i 14 anni di fidanzamento-relazione io ero ingrassata di 16 kg e nonostante le diete, la ginnastica e tante terapie non riuscivo a dimagrire che di pochi chili. Il mio metabolismo si era fermato così come io avevo fermato il mio progresso interiore in quella relazione. Più mi legavo a lui attraverso cose materiali (acquisto di una casa, dell’auto etc.) più mi gonfiavo e alienavo dal resto del mondo.

La perdita di questo legame è stata per mesi da me rifiutata, mi ero chiusa in me stessa. I miei genitori, persone molto concrete e materiali, non riuscivano a darmi quel sostegno morale, anzi pretendevano da me una scelta definitiva (lui non ha mai deciso in maniera definitiva, mi lasciava per poi riavvicinarsi più e più volte) che io non riuscivo a fare. Il primo vero consiglio che ho accettato è stato da mio fratello: “va a vivere per conto tuo e cerca di farti aiutare se non ce la fai da sola”. Ancora lo ringrazio per questo, mi sono sentita amata da lui per la prima volta.

Dopo aver capito che cosa mi aveva legata a quest’uomo e aver preso coscienza che anche io volevo un tipo di relazione diversa, un’affinità con l’altro che non avevo mai preteso nella mia vita, ho incominciato a notare quelli che erano i miei problemi e a volerne capire l’origine. C’è voluto un percorso di psicoterapia di due anni e un altro anno di studi da parte mia per arrivare a comprendere.

La mia storia di disadattamento e insicurezza, sfiducia di me stessa era incominciata a 3 anni di età ca.

Ero una bambina molto sensibile e vivevo un particolare momento della mia vita, figlia unica fino a quel momento, avevo tanto desiderato un fratellino ed il mio desiderio si stava avverando. La mia mamma stava per partorire ed io non vedevo l’ora di vedere la faccia di quel nuovo venuto. Io che non riuscivo a staccarmi da mia madre neanche per un’ora, ero riuscita ad accettare la sua lontananza, il mio sradicamento da casa per stare con la nonna ed i miei zii in attesa di quella cosa nuova. Ero felice. Poi qualcosa turbò la mia serenità. Una sera vidi qualcosa che non capivo (avevo visto qualcuno toccare, palpeggiare mia zia che era in età puberale -13 anni) non potevo sapere se ciò che avevo visto era bene o era male, ma sapevo che io non lo avrei permesso a me, sentivo che c’era qualcosa di sbagliato e non capivo. Dopo questo fatto parlando con uno dei miei zii gli dissi che non volevo più dormire con mia zia e quando lui mi chiese perché, gli raccontai cosa avevo visto. Lui cercò di minimizzare e la sera dopo dormii con lui e quella cosa finì nel dimenticatoio. Qualche giorno dopo però ricordo di aver assistito ad un litigio di mio nonno con mia nonna, non so’ di cosa discutessero né riuscivo a ricordare se qualcuno mi avesse chiesto qualcosa. So’ solo che mia nonna difendeva qualcuno. Poi un’immagine mi aveva terrorizzato: qualcuno sopra di me, che mi teneva con le braccia alzate e che mi minacciava, mi diceva che ero bugiarda e cattiva, anzi che ero gelosa e che se avessi raccontato di nuovo quella cosa me l’avrebbe fatta pagare. Ero molto piccola e ciò che sto riportando è ciò che ho ricordato in psicoterapia, i ricordi prima del percorso terapeutico erano solo di questa grande litigata in cui io mi sentivo coinvolta, ma non ricordavo altro. Dopo 1 anno di terapia ricordai quello che ho riportato. Dopo due anni e mezzo sono arrivata a scoprire chi mi aveva fatto del male, una persona che era quasi una figura genitoriale per me, sia per età, che per la considerazione di cui godeva (era il primo figlio maschio) mio zio.

Ho dovuto prima ricordare, poi perdonare la rabbia che avevo nei confronti di mia madre, a cui imputavo di non avermi saputa proteggere, e di non avermi creduta nel momento in cui le avevo raccontato. È stata dura ed è stato ancora più pesante ammettere che due anni più tardi ho emulato ciò che avevo visto, coinvolgendo una mia cugina. Lo feci senza nascondermi e mia zia (la madre) vedendo il mio comportamento mi disse che quelle cose erano sbagliate tra due bambine, che un giorno avrei trovato un marito che mi avrebbe spiegato. Non mi turbò la sua spiegazione e trovai il coraggio di dire a lei ciò che non avevo più il coraggio di raccontare a nessuno. Lei mi abbracciò e mi disse che quella persona aveva sbagliato e che io non dovevo fare lo stesso errore. Per la prima volta mi sentii compresa, desiderai che quella fosse mia madre.

Mia zia ne parlò con mia madre (lo so perché ascoltai di nascosto); mia madre prima cercò di imputare la cosa alle fantasie dei bambini, poi vista l’insistenza le rispose che forse anche lei si era fatta suggestionare. Premetto che mia zia, una persona molto sensibile, all’epoca viveva un momento difficile della sua vita matrimoniale ed era arrivata a pensare di lasciare il marito; da nessuna delle sue sorelle aveva avuto appoggio morale, anzi tutte le dicevano che avrebbe dovuto sopportare la situazione (erano i primi anni 70 e il divorzio non era contemplato come via d’uscita).

A distanza di tre anni da questo avvenimento, il giorno della mia prima comunione. La mia felicità era offuscata solo dal fatto che non potevano parteciparvi mio fratello, confinato a casa di nonna con il morbillo, e proprio mia zia che era ricoverata in una clinica. Durante la festa mi appartai e scrissi una lunga poesia di morte: una madre chiede ad un angelo perché gli ha portato via il suo figlio migliore e l’angelo risponde che è proprio perché è il migliore che glielo ha tolto. Mi sentivo strana, era un giorno felice eppure i miei pensieri erano pieni di morte.

Il giorno dopo lo squillo del telefono ci svegliò, risposi io, gli altri dormivano. Dall’altro capo del filo il marito di mia zia che non aveva capito che non era mia madre ad avergli risposto. Ricordo solo che ho urlato, mia zia era morta. Stracciai quella poesia, per me significava come un aver decretato la sua morte o averla percepita e non essere stata in grado di aiutarla. Mi sentivo ormai sola, persa, inutile ma nonostante tutto reagii. Sono andata a ricercare i miei vecchi diari di allora e ho scoperto quanto ho scritto, quanto ho cercato inconsciamente l’aiuto degli altri. Ma nessuno poteva aiutarmi, non mia madre che doveva lottare con i propri sensi di colpa, non mio padre che era assente e tutto preso dal garantire alla famiglia il benessere economico.

E poi di nuovo a 10 anni sempre con mia cugina ci tocchiamo di nuovo e stavolta mentre eravamo sotto la custodia di mia nonna, inconsciamente volevo una reazione da lei, perché capivo che era lei il problema, non solo per me, ma anche per mia madre, mia zia, tutti i figli. Mia nonna reagì con violenza e messa a parte mia madre della cosa mi giudicarono e condannarono entrambe inchiodandomi alle mie responsabilità, facendomi sentire in colpa perché ero più grande, perché mia cugina era orfana.

Quindi, in età preadolescenziale ero arrivata alla considerazione che la colpa era in me, che ciò che mi aveva turbata non era responsabilità dell’adulto, ma del bambino. Ciò mi ha portata a considerare gli uomini mostri, soprattutto quanto più mi piacevano. Mi ha portato a scegliere ciò che non mi piaceva, per una sorta di autopunizione. Il fatto di non essere stata creduta mi aveva convinto che non ero degna di fiducia, che ero bugiarda e quindi a che serviva essere sinceri? E sono stata una grande bugiarda, una di quelle che inventa una vita parallela e sa farci credere agli altri.

Ma nonostante questo, ho saputo reagire. Dentro di me le cose che erano accadute avevano lasciato una ferita sanguinante, ma apparentemente ero una figlia modello: studiosa, socievole, piena di interessi artistici. I primi sintomi del malessere sono emersi nei rapporti con i ragazzi: mi mettevo in competizione con loro, volevo dimostrare di avere più carattere e forza di loro. E poi il confronto con mia madre: difficile che ciò che piaceva a me riscontrasse la sua approvazione. La relazione che poi ho portato avanti per tanti anni è nata proprio per fare un dispetto a lei. Ma nel corso del tempo, inconsciamente, mi rendevo conto che stavo facendo una scelta molto più vicina a lei che non a me, l’uomo che avevo scelto era molto simile a mio padre: un uomo che lasciava tutte le decisioni a me. In realtà avevo deciso di conformarmi a ciò che mia madre aveva voluto per sé. Non l’avrei mai ammesso allora, ma ora lo so, mandavo giù non solo cibo in quegli anni, ma tutta la mia delusione e disperazione.

Ci è voluto tempo e ce ne vorrà ancora molto per riuscire a sapermi proteggere. Perché è questo il mio problema, non so’ proteggermi da chi mi vuol bene. È come se, inconsciamente, delego la responsabilità di protezione a qualcun altro. La bambina che voleva essere protetta fa fatica a ribellarsi alle imposizioni degli adulti che pur amandola le fanno del male, con le parole o con i gesti. Ma saperlo mi rende più lucida per comprendere i miei comportamenti e, -a fatica, anche costringendomi a prendere posizioni forti- ho imparato a non far intromettere nessuno nelle mie scelte, nella mia vita personale. Un’altra conseguenza era il rendermi conto che non avevo un rapporto reale e positivo con il mio corpo, che ero come spezzata: da una parte c’era la mia anima, la mia mente che accettavo e di cui ero fiera, dall’altra il mio corpo che non accettavo, che non sentivo mio. Oggi peso circa 20 kg in meno e mangio ciò che mi fa piacere e bene mangiare. Il cibo non è più mattone per riempire la pancia che non vuole sentirsi vuota perché altrimenti sente l’eco di ciò che le manca o le è mancato, ma è piacere, è occuparmi di me.

Durante questi anni ho incontrato un uomo che viveva, come me, un disagio. Ci siamo sfiorati, ci siamo fatti del male, ci siamo lasciati e ci siamo ritrovati. Non so’ dove ci porterà tutto questo e forse non voglio neanche saperlo, voglio solo vivere in modo consapevole, saper godere della gioia senza aspettarmi con terrore il dolore. Donare il mio amore ma saper mantenere il mio centro, cioè me stessa, ciò che fa bene per me, ciò che io desidero.

Essere consapevole che l’altro può condividere con me, ma non può riempire il desiderio della bambina che non si è sentita amata. Quella bambina prima o poi riuscirà a guardare negli occhi suo zio e a non odiarlo più, riuscirà a capire che una persona apparentemente tanto sicura di sé e moralmente normale le ha fatto del male e chissà se ne è rimproverata molte volte.

Se qualcuno solo dieci anni fa mi avesse detto che custodivo un mistero dentro di me, gli avrei risposto che non c’era niente di misterioso in me, che tutto era chiaro e limpido e che mi sentivo perfettamente conscia di ciò che facevo. Oggi so’ che non era così, che ho negato ripetutamente a me stessa la possibilità di buttare fuori ciò che mi portavo dentro, che ho continuato imperterrita senza farmi domande finché tutte le mie certezze (un uomo) sono crollate davanti a me; ed è lì che ho preso coscienza che non era possibile che fondassi la mia vita su quella di un’altra persona e lì che ho deciso di trovare la vera persona su cui fondare la mia vita, me stessa.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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