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   AMARE SE' STESSI

TEST SULL'AMORE PER SE' STESSI

IN QUALE GIRONE DANTESCO DELL'AMORE TI TROVI ?

Inferno
Non sono stato amato e quindi non mi amo.
Ho bisogno d'amore ma ho paura d'amore. Vorrei essere amato ma ho paura di essere rifiutato un'altra volta. Non mi apro.
Non mi amo e quindi non riesco ad amare.
Vorrei amare, vorrei aprirmi ma ho paura di farlo, non sono capace di farlo, credo di non esserne in grado e allontano chi prova ad amarmi.
Non riesco ad amare e quindi non mi amano.
Non mi amano e quindi non mi amo… e il circolo continua.


Purgatorio
Non sono stato amato ma provo ad amarmi.
Provo ad amarmi e provo ad aprirmi.
Mi apro e vinco la paura del rifiuto.
Prendo fiducia in me e mi apro un altro po'.
Mi apro e vedo che non è così terrorizzante, che si può fare.
E anche se non sono stato amato provo ad amarmi…
e il circolo progredisce.

Paradiso
Mi amo perché sono stato amato.
Mi hanno fatto sentire importante e adesso lo sento anch'io.
Mi amo e sono amato.
Gli altri sentono la mia positività e il mio valore che anch'io sento. Così è facile per loro amarmi e aprirsi.
E anche per me è facile aprirmi e farmi amare.
Sono amato e mi amo.
E più intesso relazioni d'amore e più sento che sono capace d'amare, che sono una persona preziosa e importante…
e il circolo continua.»

(dal web)


 

Tratto da "L'arte di Amare" di Erich Fromm edito da Mondadori

"Amore per se stessi. Mentre non suscita nessuna obiezione l'applicazione del concetto d'amore a vari oggetti, è opinione diffusa che sia virtuoso amare gli altri e peccato amare se stessi. Si ritiene che nella misura in cui amo me stesso non posso amare gli altri, che l'amore per se stessi sia una forma egoistica d'amore. Questo punto di vista ha la sua origine nel pensiero occidentale. Calvino parla di amore per se stessi come di " una peste ", Freud ne parla in termini psichiatrici, ma, nonostante ciò, il suo giudizio è uguale a quello di Calvino. Per lui, amore per se stessi significa narcisismo, libido verso se stessi. Il narcisismo è il primo stadio dello sviluppo umano, e la persona che in età adulta ritorna a questo stadio è incapace di amare; nel caso estremo è malata di mente. Freud parte dal presupposto che l'amore sia la manifestazione della libido, e che la libido sia o rivolta verso altri (amore) o verso se stessi (amore per se stessi). Amore per gli altri e amore per se stessi sono reciprocamente esclusivi, nel senso che più ve n'è di uno, meno ve n'è dell'altro. Se l'amore per se stessi è peccato, ne deriva che l'altruismo è virtù. Sorgono ora queste domande: L'osservazione psicologica sopporta la tesi che ci sia una contraddizione basilare tra l'amore per se stessi e l'amore per gli altri? È l'amore per se stessi lo stesso fenomeno dell'egoismo, oppure è l'opposto? Inoltre, è l'egoismo per l'uomo moderno un vero interesse per se stesso come individuo, con tutte le sue possibilità intellettuali, emotive e sensuali? Non è egli diventato un'appendice del suo ruolo economico-sociale? È il suo egoismo uguale all'amore per se stesso, oppure è cagionato dalla mancanza di esso?...

....Siamo ora arrivati alle premesse psicologiche sulle quali si fonda il nostro argomento. Generalmente queste premesse sono come segue: non solo altri, ma anche noi stessi siamo l'oggetto dei nostri sentimenti e attitudini; le attitudini verso gli altri e verso noi stessi sono fondamentalmente congiuntive Rispetto al problema in questione ciò significa: l'amore per se stessi si trova in coloro che sono capaci di amare il prossimo. L'amore, come principio, è indissolubile per quel che riguarda la connessione tra "oggetti" e noi stessi. L'amore genuino è un'espressione di produttività ed implica cure, rispetto, responsabilità e comprensione. Non è un "affetto" nel senso di essere amato da qualcuno, ma uno sforzo attivo per la crescita e la felicità dell'essere amato, dettato dalla propria capacità di amare.

Amare qualcuno è la realizzazione e la concentrazione dei potere d'amore. L'affermazione fondamentale contenuta nell'amore è diretta verso la persona amata come verso un'incarnazione di qualità essenzialmente umane. L'amore per una persona implica l'amore per l'uomo come tale. La "divisione del lavoro ", come William James la chiama, per cui un uomo ama la famiglia ma non sente niente per lo " straniero ", è sintomo d'incapacità d'amare. L'amore dell'uomo non è, come generalmente si crede, una astrazione che viene dopo l'amore per una specifica persona, ma è la sua premessa, sebbene geneticamente la si acquisisca amando specifici individui.

Ne deriva che il mio io deve essere un oggetto di amore tanto quanto ogni altro essere. L'affermazione della propria vita, felicità, crescita, libertà è determinata dalla propria capacità di amare, cioè nelle cure, nel rispetto, nella responsabilità e nella comprensione. Se un individuo è capace di amare in modo produttivo, ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare completamente.

Se l'amore per se stessi non è disgiunto dall'amore per gli altri, come ci spieghiamo l'egoismo, che ovviamente esclude qualsiasi interesse genuino per gli altri? L'egoista s'interessa solo di se stesso, vuole tutto per sé, non prova gioia nel dare, ma solo nel ricevere. Vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne; non ha interesse per le necessità degli altri, né rispetto per la loro dignità e integrità. Non può vedere altro che se stesso; giudica tutto e tutti dall'utilità che gliene deriva; è fondamentalmente incapace d'amare. Questo non prova che l'interesse per gli altri e l'interesse per se stessi sono alternative inevitabili? Sarebbe così se l'egoismo e l'amore per se stessi fossero la stessa cosa. Ma questa convinzione è l'errore che ha suscitato tante conclusioni errate riguardo il nostro problema. Egoismo e amore per se stessi, anziché essere uguali, sono opposti. L'egoista non ama troppo se stesso, ma troppo poco; in realtà odia se stesso. Questa mancanza di amore per sé, che è solo un'espressione di mancanza di produttività, lo lascia vuoto e frustrato. È solo un essere infelice e ansioso di trarre dalla vita le soddisfazioni che impedisce a se stesso di raggiungere. Sembra interessarsi troppo di sé, ma in realtà non fa che un inutile tentativo di compensare la mancanza di amore per sé. Freud sostiene che l'egoista è un narcisista, che ha concentrato su se stesso ogni capacità d'amore. P vero che gli egoisti sono incapaci di amare gli altri, ma sono anche incapaci di amare se stessi.

È più facile capire l'egoismo se lo si paragona ad un morboso interesse per gli altri, come lo troviamo, ad esempio, in una madre troppo premurosa. Mentre lei crede di essere particolarmente attaccata al suo bambino, in realtà ha una profonda, repressa ostilità per l'oggetto del proprio interesse. È eccessivamente premurosa, non perché ami troppo il proprio figlio, ma perché deve compensare la sua incapacità di amarlo.

Questa teoria sulla natura dell'egoismo è nata dall'esperienza psicoanalitica dell'"altruismo" nevrotico, un sintomo di nevrosi osservato in molti soggetti turbati non solo da questo sintomo, ma da altri ad esso connessi, quali la depressione, la stanchezza, l'incapacità di lavorare, il fallimento nei rapporti col prossimo, e via dicendo. Non solo l'altruismo non è considerato un "sintomo"; è spesso l'unico tratto positivo del carattere del quale i soggetti si vantano. La persona " altruista " non vuole niente per sé; vive solo per gli altri, si vanta di non considerarsi importante. È sorpresa di scoprire che, ad onta del proprio altruismo, è assai infelice e che i suoi rapporti con coloro che la circondano non l'appagano. Uno studio analitico dimostra che questo altruismo non è qualcosa di separato dagli altri sintomi, ma uno di essi, e spesso il più importante; che il soggetto è inibito nelle proprie capacità di amare e di godere; che è pieno di ostilità verso la vita e che dietro la facciata dell'altruismo si nasconde un sottile ma intenso egocentrismo. Questo individuo può essere curato solo se anche il suo altruismo è interpretato come un sintomo tra gli altri, in modo che la sua aridità, che sta alla base sia dell'altruismo che degli altri sintomi, possa essere corretta."

 

TESTIMONIANZE

SONO ANCORA ALLA RICERCA DI ME STESSA Gentile Dott. Cavaliere,ho 43 anni e sono la più piccola di 4 figli...prima di me ci sono due sorelle più grandi e c'era anche un fratello da cui mi dividevano 8 anni di differenza ma col quale avevo una forte intesa... Di lui conservo dei ricordi ormai sbiaditi...Purtroppo, è stato proprio quello più TERRIBILE a rimanere indelebile nel tempo, nel cuore e nella mente: il suo suicidio. Quando si tolse la vita io avevo solo 11 anni.Pochi ma abbastanza per capire che quella tragedia avrebbe segnato me e la mia famiglia, per il resto della nostra esistenza. Data la mia giovane età all'epoca, non sapevo di cosa soffrisse precisamente ma era abbastanza evidente che fosse una persona fragile, insicura e depressa. I miei mi hanno sempre tenuta all'oscuro circa il disturbo di cui soffriva. Forse, non lo avevano capito neanche loro...l'ho capito io, invece, adesso che sto ripercorrendo le orme del suo stesso destino...Era innamoratissimo di una ragazza che non lo rendeva felice e che lo lasciò, con la motivazione di non voler sprecare la sua vita con uno che marchiò freddamente come un "malato di mente"...L'essere stato discriminato in maniera cosi' brutale proprio dalla persona cui teneva di più al mondo e che aveva difeso oltre ogni limite, deve averlo ferito e umiliato in maniera inimmaginabile. Probabilmente, fu questo il motivo scatenante che lo spinse a compiere quel gesto estremo... Da quella maledetta notte in cui si gettò nel vuoto, anche la spensieratezza della mia fanciullezza è volata via con lui per sempre, lasciando dentro me un vuoto che mai si colmerà...Tra l'orrore del suo corpo fracassato sul marciapide allagato di sangue e le urla strazianti dei miei genitori, il CHIASSO del mio...silenzio. Ero impietrita, incapace di piangere o parlare... Mi sono ritrovata "grande" di colpo, catapultata in un mondo fatto solo di DOLORE, MORTE e DISPERAZIONE impressi nella mia coscienza con la stessa irruenza di un marchio a fuoco. La solitudine e l'incomprensione avevano reso il mio povero fratello vittima di un'illusione: il pensiero di "liberare" della sua presenza quelle stesse persone care che non lo avevano compreso e per le quali il suo problema era diventato un fardello troppo duro da sopportare... Adesso quel fardello è diventato il mio, che ancora oggi pago i risultati di una famiglia "normale", solo in apparenza...Mio padre era ossessionato dal suo lavoro in cui concentrava tutte le sue energie, comprese quelle che avrebbe dovuto dedicare alla famiglia, ai suoi figli, nella smaniosa voglia di riscatto da un precedente crac finanziario subito dalla sua famiglia di origine. Mia madre, invece, è sempre stata una donna dedita all'accudimento dei figli ma schiava di mille insicurezze che mi ha trasmesso in toto e con scarsissima stima di sè in quanto del tutto sottomessa al marito da cui non è mai stata amata. Fra loro due, la figura autorevole di una sorella maggiore che non ha mai accettato la mia presenza e che, per gelosia nei miei confronti, mi ha sempre oppressa, fatta sentire inferiore a lei, screditandomi agli occhi degli altri pur di soddisfare la sua smania di protagonismo nell'ambito della famiglia. Da piccola, qualunque cosa io facessi o dicessi le risultava inevitabilmente SBAGLIATA e bastava un solo suo sguardo di disappunto per farmi raggelare il sangue nelle vene...All'età di circa 9 anni sperimentai anche la dolorosa esperienza dell'abbandono, quando i miei mi mandarono per lungo tempo in vacanza da una zia che conoscevo a malapena, residente in un posto molto lontano dal mio. A nulla valsero, allora, il profondo disagio che provavo e il desiderio di tornare a casa. Ho vissuto la mia adolescenza e la successiva giovinezza, trascinandomi dietro un mal di vivere che mi ha portato a isolarmi dal mondo, rimanendo sempre chiusa in casa e concentrando nello studio tutte le energie di cui ero capace. Di quel periodo, ricordo un episodio, in particolare, avvenuto subito dopo la tragica scomparsa di mio fratello, ad opera della mia "amica del cuore" di allora. Lei mi introdusse nella sua comitiva di cui faceva parte anche un ragazzo del quale mi innamorai perdutamente fin dal primo momento in cui lo vidi... il classico "colpo di fulmine", insomma!!! La mia prima "cotta" fu qualcosa di indescrivibile per una come me "abituata" a tanto dolore...Avevo la sensazione di sentirmi abbagliata da una luce che veniva finalmente a rischiarare le tenebre in cui ero stata immersa, fino a quel momento. Mi sentivo come RINATA. Stavo tornando a riassaporare quel "gusto della vita" che avevo ormai dimenticato e, forse, mai conosciuto...Anche la mia "amica" si accorse di quel mio improvviso cambiamento ed io le rivelai il mio segreto, facendole promettere che rimanesse tale, per pudore, per timidezza ma anche perchè lui non sembrava affatto interessato a me. Un giorno, contro ogni mia aspettativa, vidi venirmi incontro proprio il ragazzo per il quale avevo perso la testa. Mi propose di uscire con lui...Io accettai ben volentieri, anche se non riuscivo a capire questo suo improvviso interesse nei miei confronti....Inutile dire quanto mi sembrava toccare il Cielo per quel SOGNO che sembrava realizzarsi! Invece, prima che me ne rendessi conto, lo vidi trasformarsi in un INCUBO, quando mi fu rivelato che si era trattato solo di uno "scherzo di comitiva"...La mia cara "amica", cosi' consapevole della mia triste situazione familiare, aveva pensato bene di divertirsi alle mie spalle facendo stracci della mia fragilità e facendomi diventare lo zimbello di tutta la Scuola...E' stato come se mi avessero violentato l'ANIMA... Dal Paradiso sono ripiombata nel mio "familiare" INFERNO e, da quel momento, ho perso definitivamente la fiducia nel prossimo e la stima di me stessa...Le successive relazioni interpersonali sono state una dolorosa sequenza di insuccessi e di amori non corrisposti. A causa della mia assoluta incapacità di amarmi, sono sempre stata convinta del fatto di valere ben poco e di meritare altrettanto dagli altri. Solo dopo molto tempo ho capito che CHI NON AMA SE' STESSO...NON PUO' ESSERE AMATO DA NESSUNO, forse nemmeno da...DIO."Ama il prossimo tuo COME te stesso", ordina il 2° Comandamento ed io, sebbene molto credente, ho "violato" questa legge divina, interpretando quel "COME" in un "PIU' DI ME". E cosi', con questa errata consapevolezza mi sono accontentata delle "briciole" che gli altri erano disposti a darmi, in cambio dell'esagerata attenzione che, al contrario, riversavo su di loro. Di uno, in particolare, ovvero di colui il quale sarebbe poi diventato mio marito, ho accettato persino il disamore, la glacialità tipica di un anaffettivo quale lui è, del tutto incapace di manifestare sentimenti per nessuno se non per...se' medesimo. Anche lui ha vissuto un'infanzia difficile, trascorrendola gran parte in totale assenza di entrambi i genitori che, x motivi di lavoro all'estero, lo lasciarono alle cure della nonna e della zia "di turno", dalla tenera età di 1 anno fino ai 7 anni, circa. Il disagio psicologico che è derivato da questa situazione è facilmente deducibile, anche sotto l'aspetto dell'identificazione sessuale...Fin dall'adolescenza, infatti, lui ha avvertito delle tendenze "omosessuali" che, però, non ha mai avuto il coraggio di accettare. Rifiutava l'idea di essere "gay", anche perchè si sentiva attratto anche dal sesso opposto. Quando mi accorsi di questi suoi ambigui atteggiamenti, lo spronai a guardare in fondo a sè stesso per capire COSA intendesse fare della propria vita...Lo lasciai completamente libero di prendere le sue decisioni, senza alcun condizionamento da parte mia.Desideravo soltanto la SUA felicità, anche a costo di sacrificare...la mia. Ma lui scelse di stare con me.Ed io credetti alla veridicità dei suoi sentimenti nei miei confronti pur non provando mai la sensazione di sentirmi veramente desiderata da lui... MAI una carezza, una parola d'amore, un complimento...NIENTE!!!Al contrario, la sua freddezza ha sempre alimentato in maniera esponenziale le mie insicurezze, il mio bisogno d'amore e di approvazione... Sembrava fare l'esatto opposto di ciò che mi aspettavo da lui, non perdeva occasione per farmi sentire inadeguata...Ed io l'ho lasciato fare, convinta del fatto di non essere abbastanza "degna" da MERITARE le sue attenzioni, il suo amore... Quanto più detestavo me stessa, tanto più mi sentivo attratta da lui...Non esisteva NULLA al di fuori di lui e, soprattutto, ignoravo ME STESSA, la MIA VITA che stava avviandosi verso il suo totale annientamento... Giustificavo ogni sua grave mancanza autocolpevolizzandomi e sono arrivata ad accettare offese molto gravi che avrebbero indotto a reagire con decisione qualsiasi donna "normale" al mio posto... Mi sono sentita ripetere frasi del tipo: "Piuttosto che fare l'amore con te, preferisco farmi le...""Nessun uomo potrebbe desiderarti..." Non avrebbe potuto umiliarmi più di cosi'...Ma io, pur di non perderlo, ho fatto finta di ignorare queste pugnalate anche se hanno calpestato la mia dignità e alimentato una RABBIA infinita dentro me... Ma, sicuramente, lo sbaglio più imperdonabile l'ho commesso nel momento in cui ho concepito una figlia con lui... E' arrivata, desideratissima, dopo ben 8 lunghissimi anni di sofferente attesa, dovuta anche alla scarso numero di rapporti sessuali consumati con mio marito, della cui precarietà mi sono sempre assunta tutte le responsabilità, comprese le sue... L'aver realizzato il sogno di creare una nuova vita sembrava rappresentare la "panacea" che avrebbe risolto tutti i nostri problemi e, invece, la situazione è precipitata ogni giorno di più... Siamo sposati da quasi 15 anni ma, di fatto, viviamo da circa 3 come "separati in casa" (anche se non ufficialmente) e, tra di noi, la comunicazione si è del tutto interrotta, pur non impedendoci di svolgere serenamente il nostro ruolo di genitori e dare cosi' alla nostra bambina la consapevolezza di vivere in quella famiglia di cui ha diritto e bisogno. Ma sarei falsa se affermassi che la presenza della bambina è l'unico motivo che ci ha tenuto ancora insieme. Da parte sua, la scelta di non separarsi è anche dettata dalla "comodità" che questa situazione gli conferisce...Sta fuori praticamente quasi tutto il giorno, rientra solo per mangiare e pernottare... Da parte mia, invece, esiste solo da poco tempo la consapevolezza di essere DIPENDENTE da lui, non solo economicamente (non lavoro) ma anche e soprattutto emotivamente, che è molto più grave... Ho persino commesso l'errore di parlargli apertamente di questo mio "disturbo di personalità" ma, al posto della sua comprensione, ho ottenuto solo il suo ennesimo rifiuto, mi sono resa vulnerabile ai suoi occhi, facendolo sentire autorizzato a "dipingermi" come una psicopatica... Mi ha detto di essere disposto SOLO ad ascoltarmi e di come, in realtà, non avesse mai avuto la seria intenzione di condividere la vita con qualcuno... So che DEVO assolutamente uscire da questa situazione anche se non so ancora come.... Vivo nella costante angoscia di dover sperimentare, prima o poi, la solitudine più grande: l'assenza da..sè stessi. Quell'inquietante sensazione di vedere ogni cosa perdere di significato, la paura di vivere un futuro che appare ancora più ostile del presente... Ma, ciò che mi pesa più d'ogni altra cosa, è il terrore di deludere mia figlia, di leggere anche nei suoi occhi quella disapprovazione che conosco fin troppo bene... Sento crescere dentro di me la voglia di dire BASTA, il coraggio di ammettere il diritto di VIVERE la mia esistenza anche se continuo a cadere nella trappola dei miei continui ripensamenti, usando l'arte del rinvio... A fronte di una sua possibile relazione extraconiugale di cui sto venendo a conoscenza proprio in questi giorni, credo di non poter più rimandare la separazione e la cosa, purtroppo, mi getta nel panico. Pur avendo già intrapreso da un po' di tempo un distacco emotivo nei suoi riguardi, ho l'impressione di veder amplificato il doloroso percorso della separazione che mi spetta, mi sento ancora troppo fragile per compiere un passo divenuto ormai inevitabile...Senza contare i sensi di colpa che mi affliggono al pensiero di dover coinvolgere, mio malgrado, anche mia figlia in questa decisione e del dolore che non potrò risparmiarle quando si renderà conto di non poter più godere di quel senso di protezione che deriva dalla convivenza con entrambi i suoi genitori. Vorrei solo riuscire a vivere, un giorno, in pace con me stessa, senza più chiedere a NESSUNO il permesso di farmi respirare...Mi chiedo se ciò sia mai possibile se, a 40 anni suonati, sono ancora alla ricerca di ...me stessa. La ringrazio infinitamente per questo sito che dà voce al dolore interiore e la saluto cordialmente.

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joy-division Età: 41 ....Ho dovuto lasciarla x il suo bene x il mio bene....eppure nel primo anno sembravamo due piccoli cuccioli pieni d'amore...Non voglio sembrare romantico ma e'cosi.... Non ho piu' forza dentro di me... tutto si e' dissolto..... lei non ha sopportato le mie paranoie e io le sue....la storia e' durata 2 anni.... ma dentro di me ho fatto la scelta giusta...non so qual'e' la medicina giusta o la persona che possa aiutarmi.... una cosa pero' la so' questo e' un calice amaro che berro' da solo.... ma l'amore e' cosi da.... e toglie...ho ricordi bellissimi notti d'amore eterne... ma litigi.... mancanza di rispetto urla e via di seguito...e non e' giusto sia x me che x lei....vorrei correre da lei ma non e' giusto purtroppo... xche' l'amore vero e' diverso.... io non so da dove cominciare ma dovro' ricominciare come tutti quelli che stanno per ricominciare.... da un amico da un gatto dalla propria madre ma ricominciare...scrivo queste cose con la speranza che quando rileggero' tante tante volte un giorno possa richiamarla come amico... e' ridere insieme ma ora no... c'e' rabbia odio astio xche' c'e' amore... ora. Il consiglio che mi do' ora e' che ho bisogno di tempo di amici cari di familiari....e di casa mia... So che questa ultima esperienza mi aiutera' ha crescere pero' che fatica ragazzi...... facciamoci forza custodiamo tutti i nostri ricordi d'amore xche' l'amore e l'unica forza della nostra vita anche se ci devasta.. ne vale sempre la pena e anche x questo amore morto ne valsa la pena... sempre sempre.... complimenti dottore x questo sito è stupendo .... Spero che se un giorno incontrero' il mio amore sia vero..... altrimenti coltivero bonsai e gatti....un abbraccio atuti voi.....e x primo amiamoci noi stessi e dopo forse saremo in grado di amare il prossimo... grazie a tutti voi

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Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email: cavalierer@iltuopsicologo.it

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