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   TRIANGOLO DI KARPMANN

Il triangolo drammatico di S. Karpman teorizza che nelle relazioni anche se i membri sono due interpretano, però, tre ruoli diversi: il Salvatore, il Persecutore e la Vittima. La loro relazione è di reciprocità in quanto la presenza dell'uno implica giocoforza quella degli altri. Nella codipendenza uno dei due membri della relazione può assumere anche due ruoli diversi, contemporaneamente.

La persona che si immedesima nel ruolo del Salvatore avverte la necessità di aiutare l'altro, anche se questi non ne ha effettivo bisogno. Egli ritiene che l'altro sia bisognoso del suo aiuto, mentre, invece, è lui che ha bisogno di sentirsi utile perché sono presenti sensi di colpa o insicurezza ed inferiorità. Il Salvatore si preoccupa soltanto di sé e l'aiuto offerto agli altri gli serve per sentirsi accettato e amato dagli altri. Una persona che assume tale tipologia di comportamento non deve essere fermato, perché potrebbe sentirsi tradito e diventare un Persecutore, ma deve essere aiutato a valorizzare la sua persona piuttosto che le sue azioni, al fine di sentirsi riconosciuto ed amato dagli altri a prescindere dall'aiuto che può fornire loro.

Tale tipologia di persona è attratto da chi soprattutto da tende ad assumere il ruolo di Vittima, cioè da chi valuta sé e i suoi comportamenti sempre in modo negativo, con il conseguente atteggiamento di forte inferiorità nei confronti degli altri. Egli esercita una forte attrattiva sia nei confronti del Salvatore, dal quale riceve attenzioni esagerate e talvolta inutili, sentendosi così aiutato a risollevarsi dalla sue frustazioni, sia nei confronti del Persecutore, il quale, criticandolo e maltrattandolo, lo convince sempre di più della sua inferiorità e delle sue insicurezze. La Vittima non deve essere assecondata nelle sue frustrazioni, cosa questa che giustificherebbe le sue paure inconsce, ma deve essere aiutata a valutare se stessa a prescindere dal giudizio degli altri e dall'aiuto che questi potrebbero offrirgli. Deve, inoltre, capire e convincersi che ha dentro sé tutto ciò che serve per cavarsela da sola. Per fare ciò deve essere spinta a provare concretamente le proprie azioni ed esperienzeper modificare il rapporto negativo che ha con sé e con il mondo.

E' Persecutore, colui il quale nutre disperazione e rabbia che lo spingono ad assumere un atteggiamento punitivo e vendicativo nei confronti di tutti. Egli si considera realizzato se riesce a far giustizia, a prescindere dalle richieste e dai bisogni effettivi degli altri, e nasconde gioia e soddisfazione nel perseguitare gli altri dietro i suoi sentimenti di giustizia e di onestà. Per aiutare il Persecutore bisogna invitarlo ad assumere con sé e con gli altri atteggiamenti carichi di tenerezza, facendogli conoscere un differente modo di porsi nei confronti degli altri. La tenerezza è un sentimento che è utile a dosare nella giusta misura amore ed odio.

Ognuno dei personaggi che assumono i diversi ruoli del triangolo drammatico pensano di agire in funzione del bene dell'altro, ma invece agiscono solo in funzione di ciò che è bene per sé stessi, cosa questa che porta ad incomprensioni e a rapporti patologici. Per ovviare a ciò l'individuo deve prendere consapevolezza del suo comportamento e dei bisogni inespressi sottesi ad esso; per fare ciò egli deve assumere un atteggiamento logico e razionale, al fine di chiedersi il perché dei suoi comportamenti e di quelli degli altri componenti.

Solo così egli potrà sostituire i comportamenti automatici con quelli dettati dal buon senso e dalla ragionevolezza. In una relazione disfunzionale di questo tipo ciascuno degli interlocutori deve innanzitutto chiedere all'altro che cosa si aspetta da lui per concordare insieme un percorso comune e per soddisfare attese che in altro modo rimarrebbero insoddisfatte. Il dialogo e la negozazione sono necessari per fondare rapporti sani e costruttivi.

Nella codipendenza si assumono, alternativamente, i ruoli di salvatore, persecutore e vittima. Si è salvatore nel momento in cui il pensiero di salvare l'altro diventa l'obiettivo principale della propria vita, una vera e propria ossessione. Proprio quest'ultima caratteristica rivela anche il ruolo di persecutore. Infatti l'ossessione di "salvare" se spinta all'eccesso e dura nel tempo, assume la forma di una vera e propra persecuzione. Persecuzione che si manifesta col rigido controllo dell'altro, col colpevolizzarlo di ogni azione che compie e via dicendo. Nel momento in cui si fallisce sia nel ruolo di salvatore che di persecutore, ecco che si diventa vittima. Vittima di una persona che si ritiene sia la causa di tutti i nostri mali, che nonostante il nostro "altruismo" ci ha "respinto" al punto da farci sentire vittima. Questo è il gioco perverso della codipendenza.

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Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email: cavalierer@iltuopsicologo.it

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TESTIMONIANZA

vogliadimigliorare Età: 26 A detta di tanti sono un gran bella ragazza , intelligente e allegra. Sono in attesa di iniziare a svolgere la professione per cui ho tanto studiato e alle volte ho paura di non essere all'altezza. La mia famiglia è numerosa, ma ahimè assolutamente non unita e solidale e nel profondo questo mi rattrista tanto. Tendo sempre a patteggiare per mia madre anche se la giudico troppo debole e non vorrei affatto essere come lei, sopratutto nel rapporto di coppia. con i miei fratelli tendo invece a sentirmi in contrapposizione , non mi sono mai sentita veramente accolta e apprezzata da loro e spesso finisco anche per reputarmi diversa se non anche in alcuni aspetti superiore a loro. so che mio padre mi adora, secondo molti sono la sua preferita, ma non sopporto il suo carattere e come tratta molto spesso mia madre : a volte come una regina , spesso come uno straccio, e lo punisco ignorandolo. ho sempre pensato che nella relazione col mio ragazzo,il soggetto debole e da proteggere fosse lui, nonchè fosse la causa delle disfunzioni del nostro amore. se ci penso bene sin da quasi subito ho avuto con lui un atteggiamento alle volte da mammina comprensiva alle altre da giudice inquisitore attribuendo sempre e comunque a lui la causa dei nostri problemi di coppia. il nostrorapporto è nato circa 2 anni fa. lo chiamerei il cosidetto colpo di fulmine. ma sin dall'inizio io non sono riuscita ad essere equilibrata. mi sono buttata totalmente e gli ho attribuito un' importanza che a pensarci bene è stata oltremodo smodata, visto che , in fin dei conti, nemmeno lo conoscevo. più lui cercava di prendere spazio e affrontare l'inizio della relazione con cautela, più io spingevo perchè fosse il contrario. ci siamo lasciati svariate volte e per un periodo abbastanza lungo siamo stati separati e abbiamo anche avuto entrambi altre relazioni. ma anche in quel momento io continuavo a volere ed amare solo lui. siamo ritornati ufficialmente insieme quasi un anno fa ormai.anche in questa ultima fase più regolare io continuavo a nutrire sempre degli scontenti econtinuavo a richiamarlo sempre al mio modello ideale di corretto stile divita e di conseguenza al mio ideale di rapporto ,nonostante per molti versisentissi che fossimo fatti proprio l'uno per l'altro.più volte mi ha confessato che la causa dei problemi del nostro rapportostavano, sin dall'inizio, nella sua incapacità di sentirsi appagatosessualmente con me.nonostante mi ritenga assolutamente attraente dal punto divista sessuale e non sussista a livello materiale nessun problema nè diraggiungimento dell'eccitazione nè dell'orgasmo (che avvengono regolarmente),sia durante l'amplesso che alla sua fine sentiva un senso diansia se non quasi di disgusto (è questa la sensazione che percepivo allevolte) e a detta sua non riusciva a "lasciarsi andare pienamente".questo è stato il leit motiv del nostro rapporto,ma nonostante questo problemacontinuasse ad aleggiare più o meno evidentemente abbiamo continuato a stareinsieme.perchè stare insieme ci rende felici.il mio sorriso con lui risplende come mai con nessuno.la situazione si è aggravata ultimamamente dopo il mio ritorno dopo un periodoabbastanza lungo fuori città (la decisione di andare via è stata presa per unmio colpo di testa) : non abbiamo rapporti sessuali da quasi 2 mesi.durante il mio soggiorno, c'è da dire che lui è venuto a visitarmi ,non poteva stare dipiù, per una settimana(dove i rapporti sono stati quasi giornalieri)!alle mie rimostranze sulla gravità del fatto e nel proporgli l'eventualità diuna rottura lui mi he sempre detto che non voleva che ci lasciassimo e cheavrebbe cercato di superare il problema.tutto questo ,però, non ha fatto altro che inasprirmi con lui,visto che il mio sentirmi donna è stato fortemente leso,e chiaramente il nostro equilibrio di coppia s'è ulteriormente incrinato. ho sempre addossato solo a lui taletipo di problema,affermando che non avendo niente da obiettare sul piano realesu di me ,si era creato queste sensazioni pur di tenermi lontana e farnaufragare la nostra relazione.x cui l'insuccesso del nostro rapporto e la carenza d'intimità che lo caratterizza non erano altro che sua unica e sola responsabilità a causa della sua inadeguatezza ad un maturo rapporto. leggendo i vostri articoli ho cominciato a vedere che le cose possono stare anche diversamente e che possibilmente i problemi di coppia non siano solofrutto delle sue "paranoie" ma anche da un mio atteggiamento subdolo ma molto attivo nella lesione del nostro legame.ho paura che in tutto questo tempo nella mia estrema sollecitudine a cercare di risolvere i suoi problemi e le sue carenze (vedendo di fatto solo le sue) non ho fatto altro che spostare l'attenzione altrove per non concentrarmi sulle mie profonde mancanze che probabilmente forse sono le uniche su cui posso realmente essere efficace ed aiuto. Io sento di amarlo profondamente e so che anche per lui è lo stesso. ho paura di trovarmi nel cosidetto triangolo drammatico di karpman...cosa mi consigliate di fare , magari anche di leggere x AIUTARMI? ora sento che sono, in verità, io ad avere bisogno di aiuto e non lui.

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