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   CASA DI BAMBOLA D'IBSEN

 

Il testo teatrale “Casa di bambola” , scritto dal norvegese Henrik Ibsen nel 1879 , rappresenta una forte messa in discussione dei tradizionali ruoli dell'uomo e della donna nell'ambito del matrimonio durante l'epoca vittoriana, mantenendo la sua validità ancora oggi. Ibsen, scrive in un suo preludio alla commedia: "ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un'altra completamente differente in una donna. L'una non può comprendere l'altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo".

Sin dall'inizio della commedia, la protagonista femminile potrebbe essere rappresentata come una donna che si comporta come una bambina capricciosa che gioca e si diverte tutto il giorno e si rattrista per banali motivi come quando il marito le ordina di non mangiare dolci zuccherati.

Il mutamento e la presa di coscienza di Nora avvengono improvvisamente quando finalmente capisce che suo marito non era in realtà quella nobile creatura che lei sperava che fosse. Nora comprende che il suo ruolo in quel matrimonio durato 8 anni, è stato quello di una semplice e bella marionetta costretta a vivere in una casa di bambola, come aveva d'altronde sempre fatto fin dalla nascita. Helmer la chiama incessantemente "lucherino", considerandola alla stessa stregua di un vivace ed assordante animale domestico.

Nora subisce un ricatto da Krogstad a causa di un prestito illecito che lei aveva contratto, falsificando la firma del padre, per salvare la vita di suo marito. Quando suo marito Helmer scopre il fatto, viene assalito dall'ansia e dal tormento di perdere la propria reputazione. Quest'angoscia annebbia ogni altro pensiero e, in preda alla disperazione, dichiara a Nora che allontanerà quella che ora egli considera una indegna moglie dalla cura dei suoi figli, senza riconoscere che il gesto anche se compromettente, era stato dettato dall'amore per lui.

Grazie all'intervento di un'amica di Nora, che dichiara a Krogstad di volersi sposare con lui, il ricatto che minacciava la famiglia della protagonista viene annullato. Helmer, appena appresa la felice notizia, prorompe esclamando "sono salvo!", e perdona all'istante sua moglie. Per Nora, però, la vita non può ritornare ad essere quella di prima: è troppo tardi. Tutte le sue illusioni sono state tradite e le sue certezze infrante. Ella decide, quindi, di abbandonare suo marito in cerca della sua vera identità e, come dice lei stessa ad Helmer, per "riflettere col mio cervello e rendermi chiaramente conto di tutte le cose".

Riflessione che Ibsen così descrive: "Depressa e confusa dalla sua fede nell'autorità, perde la sua fede nella sua correttezza morale e nella sua capacità di crescere i suoi figli. Una madre in una società contemporanea che proprio come certi insetti che fuggono e muoiono quando compiono i loro doveri nella propagazione della loro razza."


Di seguito dei passaggi significativi della commedia:

“NORA: Tu non pensi e non parli come l'uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l'angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto. E io sono tornata ad essere per te la lodoletta, la bambola da portare in braccio. Forse da portare in braccio con più attenzione perché t'eri accorto che sono più fragile di quanto pensassi. Ascolta, Torvald; ho capito in quell'attimo di essere vissuta per otto anni con un estraneo. Un estraneo che mi ha fatto fare tre figli...Vorrei stritolarmi! Farmi a pezzi! Non riesco a sopportarne nemmeno il pensiero!

HELMER: Capisco. Siamo divisi da un abisso. Ma non potremmo, insieme...

NORA: Guardami come sono: non posso essere tua moglie.

HELMER: Ma io non ho la forza di diventare un altro.

NORA: Forse, quando non avrai più la tua bambola.”

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“Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le bambole mie” (p.85)

“Debbo esser sola per rendermi conto di me stessa e delle cose che mi circondano”. (p.85)

All'esterefatto Helmer che la richiama al suo ruolo istituzionale di sposa e madre, Nora risponde così:
“Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te…o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e anche nei libri sta scritto qualcosa di simile. Ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può più essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose”. (p.86)

“Oh, Nora, tu non conosci il cuore maschile. Per un uomo v'è un'infinita dolcezza, un'indicibile soddisfazione nella coscienza d'aver perdonato alla sua donna… di averle perdonato sinceramente dal profondo del cuore. In tal modo ella diviene per così dire doppiamente sua; come se egli l'avesse ricreata una seconda volta. Ella diventa allora sua sposa e figlia al tempo stesso”. (p.83)

“…la cosa dev'esser soffocata a qualunque prezzo. In quanto a te e a me, in apparenza tutto deve restare immutato. Ma naturalmente solo agli occhi del mondo. Tu dunque resterai qui, s'intende. Ma non sarai tu l'educatrice dei bambini; non oserei affidarteli…” (p.81)

Brani tratti da Henrik Ibsen , Casa di bambola, Torino, Einaudi 2006. Titolo originale “Et dukkehjem”. Traduzione di Anita Rho.

Dott. Roberto Cavaliere

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